Urban Swing

Il Woolworth spicca nel panorama urbano di NY

Il Woolworth spicca nel panorama urbano di NY

di Flavia Schiavo

Se avessimo ascoltato da oltre oceano il ritmo di NYC, ai primi del Novecento, ci avrebbe raggiunto una lunga nota d’inizio pari al Big Bang. Il prolungato boato urbano proveniva dal movimento dei fatti, persone, contraddizioni, “incidenti” [1], e da un’accelerazione della storia locale che ebbe effetti globali.

La città stava, in quegli anni, consolidando il proprio ruolo egemone, surclassando le nascenti metropoli della costa atlantica come Philadelphia e Boston e superando persino Chicago che, sino a qualche anno prima, era stata centro di economie fiorenti legate al mercato della carne e agli allevamenti nelle praterie prossime ed esterne alla capitale dell’Illinois.

Già a partire dal 1825 – con l’apertura dell’Erie Canal (il lungo asse fluviale di trasporto che aveva come terminali l’Ontario e NYC, efficiente prima che venisse costruita la rete ferroviaria, di poco successiva) che mise in connessione la porzione più a nord-ovest dell’America occidentale con NYC – la città iniziò nettamente a registrare un sistema di convergenze che videro i fattori geografici endogeni comporsi con circostanze ed eventi esogeni, alcuni di portata transnazionale. La geografia intesa come “destino” e la storia come “percorso” condussero la città verso un inatteso sviluppo. Così essa diventò un magnete di forze, di economie e un polo di produzione culturale.

Il 1900, il passaggio di secolo, fu un anno in cui si registrò un incremento straordinario della popolazione: nel 1890: 1.515.301 ab. (tasso di crescita del + 25.6 %); nel 1900: 3.437.202 ab. (+126.8%); nel 1910: 4.766.883 ab. (+38.7%) [2]. Le ragioni di tale prodigioso accrescimento furono molte e tutte determinanti. Una di esse fu la costituzione della Greater New York, che dal 1898 riunì sotto la stessa giurisdizione cinque Distretti già fortemente urbanizzati anche se con differenti densità abitative e solo in parte regolati, non da un Piano di matrice europea ma da un sistema semplice che ne organizzasse la crescita (il Grid del Commissioners’ Plan per Manhattan, del 1811). I cinque Distretti: Bronx, Manhattan, Brooklyn, Queens, Staten Island erano, alla soglia del XX secolo, abitati da una enorme massa di persone (Manhattan, Brooklyn, Queens i più popolosi) e presentavano differenti caratteri edilizi e sociali che, soprattutto a Manhattan, andavano mutando velocemente, sia a downtown, dove in prevalenza si localizzavano “affari” e “finanza”, sia nelle aree residenziali e interessate da dinamiche di gentrification e urbanizzazione incessante, come Midtown o Harlem.

Chiusasi la vicenda della Civil War, liberati gli schiavi che, trasformati in membri della working class, favorirono l’impennata del Capitale, completato da una quarantina d’anni il Central Park, NYC – dotata di un acquedotto, di teatri e grandi stores, rinforzatosi il peso di alcuni “assi” nella struttura complessiva, come la più “giovane” Fifth Avenue o Broadway – nel 1900 iniziò a vivere una fase di rapida crescita e di maggiore stabilità.

In questo clima la “fondazione” del 1898 fu tra le cause dell’intensificarsi della costruzione di infrastrutture, edifici pubblici e residenziali (dai tenements dove abitavano i migranti, alle rowhouses), di ponti (1883, Brooklyn Bridge; 1909, Manhattan Bridge;  1903, Williamsburg Bridge; 1909, Queensboro Bridge; e tra 1899 e il 1910, una decina di connessioni in Uptown, tra Harlem e il Bronx, oltre al Washington Bridge del 1888), di una rete di trasporto attiva già dalla prima metà del XIX secolo che comprendeva le prime linee della metropolitana e alcuni “tube” come l’Hudson Tubes del 1908.

Tali elementi puntiformi o reticolari – distribuiti nei cinque Distretti e localizzati soprattutto a Manhattan che iniziò ad assumere un ruolo specifico anche se non dichiaratamente egemone nella struttura complessiva – cambiarono il paesaggio urbano e richiesero un’enorme forza lavoro. Fiumi di migranti confluirono a NYC, mentre si stava ancor più definendo quella forma marcatamente statunitense di Capitalismo che vedeva, tra l’altro, l’impiego di una working class pochissimo tutelata ma che, rispetto alla classe proletaria europea, avrebbe potuto emergere, perseguendo il modello empirico del “self made man” (in parte un’opportunità, come pure una trappola dell’imperialismo), animata dall’iconica forza di una Terra vergine e dall’American dream, diventando protagonista di una revanche, spesso individuale, che avrebbe, come accadde in taluni casi, dato vita ad imponenti filiere economiche e a giganteschi capitali privati.

La Broadway nel 1908, con il Post Office e senza il Woolworth

La Broadway nel 1908, con il Post Office e senza il Woolworth

Tra il 1910 e il 1920 entrarono e proprio da NYC, che era diventata la “porta d’America”, un enorme numero di migranti via Ellis Island (isolotto artificiale costruito anche coi detriti degli scavi della metropolitana), provenienti da gran parte del mondo occidentale. Nel 1900 e nel 1910 furono registrati in totale (nel 1900) 1.270.080 abitanti provenienti dall’estero (850.884 solo a Manhattan) Il 37% della popolazione totale residente a NYC; e (nel 1910) 1.927.703 abitanti provenienti dall’estero (1.104.019 solo a Manhattan) Il 40% della popolazione totale residente a NYC.

Molti di essi provenivano dall’Italia sia seguendo l’onda delle migrazioni familiari, sia a causa delle condizioni di ristrettezza e di squilibrio che soprattutto il sud iniziava a manifestare post Unità. Tale flusso umano – attratto dal Nuovo Mondo, dal lavoro, dalla Costituzione in cui si faceva esplicito riferimento alla “felicità”, sedotti dall’affabulazione dell’ignoto e, in una certa misura, respinti dalla madre patria – flusso pronto a divorare (e a essere divorato) una città che non soffocava per il peso della storia pregressa e dei diktat culturali (meno schiaccianti che in terra d’origine, soprattutto riguardo alla condizione femminile), giungeva via mare, approdando nel porto descritto alcuni anni prima da Walt Whitman come una fucina in movimento.

Rumore e densità, dunque. Rapidità in quella che stava diventando la capitale del XX secolo così come Parigi era stata quella del XIX. A NYC, fulcro di tale rivoluzione urbana, la dimensione macroscopica dei fenomeni e la differenziazione sociale ebbero un ruolo significativo: come in una foresta a elevato tasso di biodiversità, gli scambi energetici si moltiplicavano, i consumi si intensificavano, e la trasformazione accelerava, incrementando gli effetti sul sistema sociale e su quello economico. Come ci racconta J. Dos Passos in Manhattan Transfer (1925):

«Uno scintillìo caldo ci frigge in mano, globi ovali rossi gialli verdi salgono nell’aria; odore di polvere e di carta bruciacchiata. Nella strada piena di sibili e di luci, un rintocco di campana, più vicino, sempre più vicino; zoccoli di cavalli frustrati mandano scintille, un’autopompa passa con gran fragore svoltando all’angolo, rossa fumante rilucente. Dev’essere Broadway».

È l’Urban swing di una jazz band: ognuno era il front man di una jam session, portatore di una propria storia, tra assolo e improvvisazione. Si spiega così, anche se in sintesi, come mai proprio a NYC a partire da quella fase si manifestarono inattese densità e inattese insorgenze culturali e artistiche in parte originate dal meltingpot e dalla cultura della tolleranza e della coabitazione, non generata da un diktat politico di matrice greca, ma da una necessità (sociale ed economica) di mitigazione e integrazione dei conflitti: il Capitale, infatti, si alimenta della feroce competizione e della sperequazione tra mondi differenti, ma anche della capacità del sistema di autoregolarsi e dialogare in modo metamorfico e non-distruttivo. E in quella città iperdensa, ancor più che altrove, il surplus economico generava denaro, ricchezza, sperequazione e una cultura urbana eminentemente eterogena.

Come ripetutamente affermato in altri saggi, a NYC, città degli scambi, in assenza di uno strumento di pianificazione che stabilisse la forma, la destinazione funzionale o il disegno rigido della relazione tra gli “oggetti” urbani (come a Barcellona, Parigi, Vienna, Pietroburgo o per certi versi Washington), a NYC alcuni edifici (tra essi gli skyscrapers), alcuni avanzamenti tecnologici (l’ascensore; lo scheletro in acciaio, collegato alla presenza di imprenditori, come J. P. Morgan, e di città minerarie a nord ovest) alcuni fattori tra cui i vantaggi geografici che resero la città un hub e un punto ambìto (per la allocazione degli headquarters delle Compagnie), contribuirono a far sì che il grande insediamento diventasse un mercato globale e un crogiuolo di novità (tecnologiche, economiche, sociali e culturali), fortemente differenziato al proprio interno: i cinque Distretti iniziarono ad accogliere funzioni che in modo, “organico” o fluido, trovavano una “posizione” ottimale, come le raffinerie dello zucchero a Brooklyn, gli edifici per lo stoccaggio (carne; generi alimentari), i Mercati e le fabbriche di abbigliamento o di carta, sui waterfront della West Side a Manhattan o a Brooklyn o come i quartieri generali delle Insurances e delle Companies a downtown, nell’“Isola delle colline”.

I grattacieli a Manhattan che, soprattutto in una prima fase, erano edifici commerciali e per uffici, erano spesso costruiti sostituendo un tessuto edilizio precedente, non storicizzato, e diventando, già durante quella fase, elementi generatori di trasformazioni urbane, sociali, economiche e culturali: dall’insediamento anche di un solo edificio si definiva un intero comparto privo di bordi determinati, destinato ad attivare una mutazione di contesto che accoglieva una differenziazione di ordine socioculturale di natura incrementale. Il termine comparto non rende la complessità del sistema: ambiti e strade, come per esempio la Broadway, si andavano componendo e strutturando velocemente, sostituendo e costruendo edifici, saturando spazi, bonificando piccole paludi, urbanizzando residui di farm, rettificando i moli, con interventi giganteschi e con piccoli segni, spesso di iniziativa privata.

pianta1. il lotto del Woolworth Building_ 2. 3. L’area intorno a Broadway in cui i lotti erano molto costosi_ 4. La Bowery_ 5. City Hall Park_ 6. Manhattan Bridge_ 7. Park Row_ 8. West Street e West Sid

1. Il lotto del Woolworth Building; 2. 3. L’area intorno a Broadway; 4. La Bowery; 5. City Hall Park; 6. Manhattan Bridge; 7. Park Row; 8. West Street e West Side; 9. Broadway; 10. Canal Street; 11. Brooklyn Bridge; 12. Brooklyn; 13. L’asse della Fifth Avenue; 14. L’Hudson; 15. Houston Street (pianta di F. Schiavo)

Se il primo edificio “alto” fu costruito durante la seconda metà dell’Ottocento [3], l’incipit del Novecento fu segnato dalla nascita di alcuni significativi colossi che mutarono la cifra di alcuni comparti urbani sia iconicamente che funzionalmente. A questa “prima” generazione appartiene il Flatiron del 1902 a Midtown (23rd Street), generatore di un punto di confluenza (tra Broadway e la Fifth) e landmark visibile se non proprio dai bordi, da numerosi punti interni dell’Isola.

Un altro edificio cardine della facies newyorchese fu (ed è) il Woolworth Building, voluto dal Presidente della Società omonima e inaugurato nel 1913. Autore del progetto fu Cass Gilbert (1859-1934) un architetto “visionario”, che lavorò per due anni con un’importante firma: McKim, Mead, and White, autori a NYC oltre che della Morgan Library, di altre costruzioni tra cui Pennsylvania Station, il  Brooklyn Museum, il Manhattan Municipal Building, o di uno dei principali edifici della Columbia University.

Nativo dell’Ohio, Cass, che aveva acquisito una notevole esperienza tecnica e formale in studio, in cantiere e in Europa, disegnò numerosi edifici in città, tra i quali il New York Insurance Life Building del 1926, successivo al Woolworth, in cui compie sia un gran progetto formale, integrando lo stile gotico con le influenze moderniste, sia quello identitario (Gilbert fu il più vivace protagonista dell’eclettismo newyorchese), che quello più strettamente regolativo, applicando le regole dello Zoning del 1916. In entrambi gli edifici, poi, la soluzione sommitale visibile da lontano e fortemente riconoscibile (oro per il Life Building, verde per la patina in rame del Woolworth)  mostra quanto fosse cruciale la visibilità degli edifici – a terra e in cielo – che, pur parte di un sistema unitario, perseguivano una propria fisionomia, un appeal, feticci del carattere dell’identità mutante di Manhattan, attraverso l’invenzione dello skyline, metafora del Capitale, quale spazio feroce entro cui ognuno combatteva un corpo a corpo in vetrina, nella Stock Exchange e per strada.

Oltre alla “testa”, la forma a torre rastremata (su un ampio basamento che occupa tutto il lotto) del New York Insurance Life Building (tra la 26th e la 27th Streets, Madison Ave e Park Avenue South) mostra con chiarezza come si fosse “risolto” in quegli anni un pressante problema a Manhattan in quegli anni: la scarsità del suolo e la competizione per ottenerlo, nonostante i costi altissimi dei lotti.

Il Woolworth in costruzione, febbraio 1912

Il Woolworth in costruzione, febbraio 1912

Le Compagnie e gli Imprenditori, competitors nella contesa per la posizione e per la visibilità –  grazie all’uso dell’acciaio che permetteva di costruire velocemente edifici alti, agli “elevetors” e alla mancanza di norme che limitassero le altezze – tendevano a progettare mastodonti compatti di decine di piani, che proiettavano ombre portate permanenti sul terreno e sugli edifici circostanti (caso emblematico è l’Equitable Building, del 1915). Cass pensò, già nel progetto del Woolworth, a una forma rastremata dell’edificio che sorgesse occupando metà dell’intero lotto, e poi salisse così tanto su, assottigliandosi nella parte anteriore e sui lati, offrendo su Broadway una facciata complanare.

Anticipando, se pur per ragioni che l’architetto stesso ricondusse alla proporzione e alla ricerca di armonia dell’edificio [4], le indicazioni del primo Zoning del 1916, anche se non definiva in termini univoci né le altezze, né le funzioni, prescriveva con il set back, per ogni singolo edificio costruito nel “block”, una forma riconducibile a uno ziggurat. Lo Zoning del 1916 stabiliva alcuni “usi” del suolo ma non determinava le zone territoriali omogenee che “fissano” in modo stabile la corrispondenza biunivoca e poco soggetta a variazioni, tra le aree e le destinazioni d’uso.  Tale grado di libertà newyorchese più che determinare il caos fu un elemento di forza e di organizzazione per l’allocazione delle funzioni e delle economie nello spazio urbano, generando un’ibridazione funzionale che si strutturava in base alle convenienze economiche, alle filiere che spontaneamente si formavano, alle alleanze tra soggetti e competenze diverse in un mondo del lavoro e della produzione anch’esso in forte evoluzione.

Il costosissimo Woolworth, non edificato per frammenti o in fasi successive, come spesso accadeva a NYC, è esempio emblematico di tale processo di formazione e gestione della trasformazione urbana. Verticale e simmetrico è situato in una delle aree di downtown con maggiore rendita di posizione, bellezza, storia, concentrazione formale e funzionale: la porzione sud di Broadway, di fronte a ParkRow, la strada obliqua che racchiude il parco dove erano e sono alcune sedi del governo municipale, dove erano i maggiori Newspapers, tra cui l’edificio del The New York World, disegnato da George Browne Post, edificato nel 1890, demolito nel 1955, dove Joseph Pulitzer aveva il proprio ufficio.

 La costruzione del Woolworth tra cielo e terra

La costruzione del Woolworth tra cielo e terra

Dunque il Woolworth, prossimo anche a City Hall Park, al Post Office, al Manhattan Municipal Building, era ed è in quasi diretto contatto con un ambito in cui le folle urbane giungevano e s’incontravano, fuse in un mix sociale, in un’area caratterizzata dalla tradizione, dalla presenza della massima istituzione cittadina, di importanti canali di comunicazione come la metropolitana di Broadway, su cui il Woolworth aveva un accesso diretto. E vicino alla “bocca” del Brooklyn Bridge, oggetto iconico che non solo consentiva di raggiungere con rapidità il distretto frontaliero, sede d’industrie e migranti, ma permetteva di avvicinarsi visivamente al “corpo urbano” di Manhattan di cui il Woolworth divenne uno dei caratteri precipui. Come scrisse V. Majakovskij nel 1925:

«Come un pazzo che entri in una chiesa, o si ritiri in un monastero puro e austero, così io nella foschia, di sera, umilmente mi accosto al Brooklyn Bridge. Come un conquistatore con cannoni alti come giraffe entra in una città assediata, così, ubriaco di gloria, più alto di un nibbio, io attraverso il Brooklyn Bridge».

Voluto da Frank W. Woolworth, primo presidente, dal 1878 e fondatore della Società omonima, il Woolworth diviene sede della Compagnia, five-and-dime [5], specializzata nella vendita al dettaglio di prodotti economici, con l’obiettivo di catturare visibilità e intercettare flussi e interesse anche attraverso l’edificio altissimo, in stile neogotico. Vessillo pubblicitario e simbolo, dunque, di una celebrazione: nel 1916 il Woolworth venne “battezzato” dal Reverendo S. Parkes Cadman [6], “The Cathedral of Commerce” in un libricino dal medesimo titolo. Tra il blasfemo e l’invenzione retorica, la frase coniuga un senso insieme pragmatico e simbolico: cos’è sacro a NYC se non il denaro?

La Compagnia – pioniera del merchandising, dell’acquisto diretto, delle vendite, proponendo un differente ruolo per il consumatore, esponendo le merci per strada – divenne una delle più importanti catene di distribuzione, sino al 1980, quando iniziò il declino fino alla chiusura e all’acquisto nel 1998 da parte del Gruppo Venator (ora Foot Locker). Fin dal 1888 la società si spostò a NYC  affittando uffici nei dintorni del sito poi occupato dal Woolworth, migrando dal n. 104 di Chambers Street al 321 di Broadway, trasferendosi nello Steewart Building, tra Broadway e Chambers Street. Nel 1904, dopo una progressiva ascesa, la Woolworth possedeva sei catene di negozi in USA e in Canada. Nel 1912 il presidente propose una fusione aziendale dei 596 negozi e la Società si trovò a gestire un budget di affari inimmaginabile. Una prima sede, edificata a Lancaster in Pennsylvania –  un edificio di cinque piani, con tetto giardino e un teatro all’aperto – fu reputata periferica e non più adatta a rappresentare l’azienda.

Il trend di espansione era pienamente in corso già nel 1910, quando fu commissionato il Woolworth Building. Il lotto, acquistato dal Trenor Luther Park Estate tramite l’agente immobiliare E. J. Hogan (uomo di fiducia di mr. Woolworth) costò al Presidente, nell’aprile del 1910, 1.65 milioni di dollari. L’acquisto fu perfezionato nel gennaio del 1911, con un esborso complessivo di 4.5 milioni di dollari. Una cifra esorbitante che restituisce l’eccitante temperatura competitiva e il valore dei suoli a Lower Manhattan in quel periodo. Per affrontare i costi elevati dell’operazione, F. W. Woolworth istituì, dal 1909 una trattativa con la Irving Nazional Exchange Bank (per la costruzione di un edificio che contenesse entrambe), e successivamente fondò la Broadway-Park Place Company, dando vita a un “patto” economico per finanziare il Woolworth Building, ma nel maggio del 1914, egli acquistò tutte le azioni emesse, possedendo in tal modo l’edificio a titolo definitivo.

L’altezza prevista era di 130 metri. Ma il Woolworth arrivò a 241 m, restando, sino al 1930, l’edificio abitato più alto del mondo. Il progetto iniziale contava 20 piani, poi portati a 57, bucati da 5mila finestre, illuminate il 24 aprile 1913 con una cerimonia di apertura durante la quale, il Presidente della Società, Woodrow Wilson, da Washington, D.C., premette un bottone e, per la prima volta, un lampo di luce illuminò l’interno dell’edificio e la Broadway.

La costruzione del Woolworth fu documentata – su iniziativa del genius loci pagano che l’aveva voluto, F. W. W., portatore di una vista lunga negli affari e una certa megalomania [7] – da un fotografo commerciale: Irving Underhill (1872-1960) nativo del New Jersey. Egli aveva lo studio tra la Broadway e Park Place, proprio di fronte al lotto dello skyscraper: a lavori conclusi fu difficile per il fotografo far entrare, nel frame e per intero, il gigante. Gli ingegneri strutturisti furono Gunvald Aus e Kort Berle. L’impresa la Thompson-Starret Company, insieme alla Fuller, una tra le compagnie di costruzione più solide a NYC.

 NYC, giugno 1913

NYC, giugno 1913

I lavori iniziarono nell’aprile del 1910 con la demolizione degli edifici esistenti [8], briciole tra cui quelle dell’American Hotel (noto per le cene succulente e per lo champagne a fiumi) o della residenza di uomini in vista, come Philip Hone, sindaco di NYC o dell’ufficio del Dagguerran Journal, uno dei primi periodici dedicato alla fotografia. Ad agosto del 1911 le fondazioni erano complete; a un anno dall’inizio dei lavori il telaio d’acciaio raggiungeva il 30° piano, aumentando di un piano e mezzo la settimana. Ad aprile del 1913 l’edificio era pronto, e il 1° maggio si aprì il mercato dei fitti.

Dotato di straordinarie caratteristiche tecniche: 17 milioni mattoni, 24 tonnellate di travi d’acciaio, 34 ascensori (troppi, ma tanti perché in quella fase, lenti), 87 miglia di cavi elettrici, in grado di “rispondere” e assorbire il vento a 25 miglia l’ora, 3 mila porte in acciaio, metri quadri di ardesia, di marmi, e di tanto vetro da poter coprire l’intera superfice di Union Square, 7.500 tonnellate di terra cotta, 91 milioni kg di peso, 6 ettari di superficie abitabile. Costato 13.5 mln di dollari, pagati cash, dotato di un gruppo elettrogeno autonomo, al suo interno: un barbiere, un ristorante, studi medici, una piscina (nel basement), una biblioteca, un osservatorio, una splendida lobby con dozzine di busti in marmo (tra essi, quelli di Cass G. e  di Frank W. W.).

Alla cerimonia di apertura, una cena al 27° piano (mai si era tenuto un dinner tanto in alto, scrissero i giornalisti de The Tribune) parteciparono oltre a Cass Gilbert e Frank Woolworth, governatori, decine di deputati, giudici, il Capo della Polizia, alcuni tra i partners di Woolworth; venne letta, tra gli applausi, una lettera di William Howard Taft, il 27º Presidente degli Stati Uniti, massone, che da un mese aveva chiuso il proprio mandato. Nulla di paragonabile all’ovazione che strappò Gilbert quando affermò: “I asked his banker sabout it and they told me that the Woolworth Building is a structure unique in New York, since it stands without mortgage and without a dollar of indebtedness» [9].

Dal punto di vista commerciale la Società di mr. Woolworth occupava solo due piani (il 23° e il 24°) per recuperare parte dei soldi impiegati per la costruzione delle sedi distribuite in grandi città tra cui Boston, Chicago, Philadelphia e Omaha, e l’enorme quantità di negozi e di dipendenti, in ogni parte dell’America del Nord e in Europa. Gli altri piani furono affittati a inquilini, società manifatturiere, d’ingegneria, trasporti, e a una grande quantità di avvocati; per breve tempo, inoltre, alcuni tribunali federali furono ospitati al 12° piano dell’edificio. La porzione inferiore ospitava l’Irving National Exchange Bank, partner iniziale del progetto, mentre tra gli affittuari sino dal 1913, una presenza significativa era quella della Columbia Records.

 24 aprile 1913, la notte dell'inaugurazione

24 aprile 1913, la notte dell’inaugurazione

Il 30 gennaio 1917, negli Studios dove la casa discografica si era trasferita fin dall’inaugurazione dell’edificio – la Columbia era nata nel 1887 nel Distretto di Columbia, in prossimità di Washington, D.C. [10]  –  alcuni illustri italiani, nati a New Orleans ma figli di migranti, uno con una cornetta tra le mani, l’altro un batterista, salirono su in uno degli elevetors le cui porte si aprivano sulla lobby scintillante. Erano Nick La Rocca e Tony Sbarbaro, membri della Original Dixieland Jass Band, un gruppo – tra i padri del jazz – che si formò nel 1916 a New Orleans, composto da cinque uomini, tutti bianchi.

Nick La Rocca (1889-1961), autore di Tiger Rag, tra gli standard più noti, era nativo di New Orleans, figlio di migranti siciliani di Salaparuta e Poggioreale. Contro la volontà del padre iniziò ad avvicinarsi al Jazz e dal 1916 divenne membro della “Papa Jack” Laine Band, un musicista americano di New Orleans, batterista con un gran talento organizzativo, nella cui formazione, la Reliance Brass Band, s’iniziò a fondere musica europea, africana e latina, e dove militarono molti tra i musicisti cui si può attribuire la paternità del Jazz. La fusion, legata alla presenza di afro-americani, inglesi, francesi, tedeschi, irlandesi, italiani, ebrei, latino-americani, scozzesi, testimoniava il meltingpot umano e culturale che caratterizzava le grandi città americane. Papa Jack Laine, anche dopo l’emanazione, nel 1876, della Jim Crow Law che mantenne e favorì la segregazione razziale, continuò ad assumere afro-americani, oltre agli italiani, tra cui Nick La Rocca. Gli episodi razziali non riguardavano solo i neri. Anche altri gruppi etnici, sebbene con differenti azioni, furono oggetto di segregazione e discriminazione. Basti ricordare il linciaggio accaduto il 14 marzo del 1891 a New Orleans, dove l’emigrazione italiana era molto alta, e viveva una comunità di pescatori siciliani.

 La ODGB di Nick La Rocca

La ODGB di Nick La Rocca

La band di La Rocca, l’Original Dixieland Jass Band (nota come ODJB) – pare che Nick avesse un carattere rissoso (fu soprannominato “JoeBlade”)  – iniziò a esibirsi a Chicago (e successivamente in altre città, tra cui Londra [11], inaugurò le audizioni alla Columbia con un brano, Livery Stable Blues, in New Orleans Style “twelve-bar blues” [12], primo vagito del neonato genere musicale che rappresentò una delle più rilevanti fratture del Novecento e trascinò il mondo occidentale oltre la contemporaneità. Se il 30 gennaio gli uomini della band eseguirono la prima audizione per la Columbia, il 26 febbraio registrarono, per la Victor Talking Machine Company, un disco in vinile , un “double-faced”, il primo di jazz, con due brani: Livery Stable Blues e Dixie Jass Band OneStep.

La Band di La Rocca, che ebbe un gran seguito anche grazie ad alcuni illustri promoter, come Jimmy Durante, incise, oltre a Livery Stable Blues e a Tiger Rag, altri brani, tra cui Margie, interpretato da artisti come Armstrong, Duke Ellington, Eddie Cantor, Django Reinhardt, Cab Calloway, Benny Goodman. Ray Charles.

Il Woolworth, centro nevralgico del sistema Mondo newyorkese, è un epifenomeno che  concentra in sé molte delle “azioni” urbane di quegli anni: l’”invenzione” dello skyline, la modificazione continua dello spazio urbano, la nascita dei grattacieli come elementi catalizzatori e generatori di ampi contesti socio-economici, la costruzione di un edificio come “impresa”, spesso, di respiro transnazionale, che trascenda lo spazio confinato dell’edificio stesso, la materializzazione dei gangli nervosi dello “scambio”, della competizione e della trasmissione di informazioni, di economie e di cultura.

Un grattacielo non è un oggetto puntiforme, e non è solo immagine esterna. La sua urbana consistenza si gioca nel rapporto tra “essere” e “apparire”. E ciò che conta, infatti, non è solo la forma e la bellezza, che nel caso del Woolworth ebbe un enorme peso internazionale, e non unicamente nel successo della Compagnia, ma è espressione della capacità di gestione e della costruzione dell’edificio, sia della commercializzazione dell’edificio stesso, come della definizione dell’area urbana circostante, condotta in termini di controllo e di potere, da parte degli stakeholders, sullo spazio. Dal 1966 il Woolworth è incluso nel National Historic Landmark Registere dal 1983 è un New York City Landmark, ed è tutelato da una legge del 1965 (la New York City Landmarks Law), all’interno di un ambito a  fortissima trasformazione e nonostante la fortissima saturazione.

 Due giganti a confronto, 2013, nel centenario del Woolworth

Due giganti a confronto, 2013, nel centenario del Woolworth

Tra gli affittuari attuali: Fordham University, TTA Inc., Control Group Inc. e the New York University School of Continuing and Professional Studies’ Center for Global Affairs. Nel mese di agosto 2012, il New York Times, riportò che un gruppo di investitori guidato da Alchemy Properties, avesse acquistato 30 piani, per 68 mln di dollari dal Witkoff Group e Cammeby’s Internation, prevedendo il rinnovo dello spazio interno convertito in appartamenti di lusso, tra essi uno a cinque livelli, all’attico. In toto il budget calcolato è di 150 mln di dollari. E si computa che l’attico, una volta completato, possa costare intorno ai 110 mln di dollari.

Quando Gilbert e Woolworth si incontrarono per la prima volta era il dicembre del 1910. Davanti agli occhi dell’imprenditore, il maturo e volitivo Cass, (oramai cinquantenne) con mano ferma, disegnò a matita, su un foglio leggero di carta color crema, lo schizzo del grattacielo, la vibrante superfice in terracotta, le mille bucature, l’affusolata torre di trenta piani, sul basamento, altrettanto alto, a U, la cima acuta in rame. Gilbert la disegnava, raccontando a Frank come col tempo quella “testa”, avrebbe assunto un tono verde: tutto il pianeta l’avrebbe scorta, anche da oltre oceano. Eternità. Mentre Cass parlava, annotava, a lato del disegno, i costi. Sembra di essere lì, a spiare quell’erotico concepimento, tra rischio e fiducia. Intorno a loro lo swing saliva, un big noise, sempre più forte.  

Dialoghi Mediterranei, n.23, gennaio 2017
Note

[1] Gli incendi, le crisi di panico, i tumulti della working class, le azioni dei bosses.
[2] Boston, incremento demografico: 1790: 18,320; 1800: 24,937; 1850: 136,881; 1870: 250,526; 1900: 560, 892; 1910: 670,585; 1920: 748,060; 1930: 781,188; 1940: 770,816. Philadelphia, incremento demografico:1790: 28,522; 1800: 41,220; 1850:121,376; 1870: 674,022;1900: 1,293,697; 1910: 1,549,008; 1920: 1,823,779; 1930: 1,950,961; 1940: 1,931,334.  New York, incremento demografico: 1790: 33,131; 1800: 60,515; 1850: 515,547; 1870: 942,292; 1900: 3,437,202; 1910: 4,766,883; 1920: 5,620,048;1930: 6,930,446; 1940: 7,454,995. Chicago, incremento demografico: 1833: 350; 1850: 29 963; 1870: 298 977; 1900:  1 698 575; 1910: 2 185 283; 1920: 2 701 705; 1930: 3 376 438;1940: 3 396 808. Londra nel 1900 contava 4.500.000 ab, fu superata da NYC nel 1920. Parigi alla stessa data ospitava 2.714.068 (4.000.000 nell’intera agglomerazione) e nel 1920, 2.906.472 ab, (4.850.000 nell’intera agglomerazione). Tra NYC e Chicago vi fu una forte competizione: la seconda molto più giovane, fondata solo nel 1833, fu rapidamente superata da New York. Ciò nonostante nel 1893 a Chicago fu tenuta la World’s Fair Columbian Exposition. Tra le città in gara anche New York City (dove venne tenuta una Esposizione Universale nel 1939), Washington DC, St.Louis e Chicago. Essa fu, da Charles A. Dana, direttore del New York Sun, soprannominata “la città del vento”. In tre anni fu messa in piedi l’esposizione, che si tenne dal primo maggio al 30 ottobre del 1893, per celebrare i 400 anni dalla scoperta dell’America. L’Expo del 1893 fu il primo allestimento dove erano presenti i padiglioni ufficiali che ospitavano le 46 nazioni partecipanti. 27 milioni di persone visitarono l’area espositiva collocata a Jackson Park e Midway Plaisance, dove fu costruito un gruppo di edifici in stile neoclassico (White City). Progettato dagli architetti statunitensi Daniel Burnham e Frederick Law Olmsted, manifesto del loro modo di intendere l’urbanistica delle città del nuovo secolo, il progetto ebbe profonda influenza sugli sviluppi futuri della disciplina. 
La fiera fu l’occasione per mostrare al resto del Mondo il grande sviluppo raggiunto dalla città di Chicago dopo il drammatico incendio del 1871.
[3] Come citano parecchie fonti il primo grattacielo a New York fu la Tower Building (di Bradford Gilbert) costruita nel 1889, seguita dal Flatiron (1902), dalla Singer Tower (1908), dal Metropolitan Life TowerInsurance Company (1909 ). Il Woolworth fu l’ultimo della prima generazione edificata prima della I Guerra Mondiale. Dopo una battuta d’arresto, la corsa dei grattacieli riprese nel 1920, quando iniziò la “goldenage” che culminò con la costruzione del Chrysler Building e dell’Empire State Building (entrambi del 1931).
[4] La costruzione dell’edificio seguì l’espansione della Società. Nel 1909 Woolworth aprì il suo primo negozio a Liverpool, in Inghilterra, seguito da altri 12 negozi in Europa. Il modello formaleinizialmente richiamava Victoria Tower, sede del Parlamento a Londra. Con l’ampliarsi del sito quello schema fu abbandonato e Gilbert elaborò un nuovo progetto che avesse un valore rievocativo: l’edificio gotico del palazzo di città celebrava non solo l’istituzione civica, ma la natura profonda, l’economia mercantile delle città olandesi. Con una commistione, spregiudicata, tra una tipologia – quella della torre – che reinterpretava la matrice tradizionale, innovandola attraverso la tecnologia e l’economia newyorchese e la decorazione in terracotta, spesso mutuata dall’architettura ecclesiastica, delle imponenti cattedrali, tra cui Reims, Anversa o Malines.
[5] “dime” sta per moneta da dieci centesimi; “dime store” definisce un grande magazzino economico.
[6]  Un prezioso documento che descrive il contesto e restituisce la misura della spinta pragmatica del Capitale americano. Samuel Parkes Cadman (1864 – 1936) fu un pastore inglese, scrittore, autore di numerosi libri e contributi su Newspapers, tra cui la “colonna” quotidiana per il New York Herald Tribune dal 1926; fu pioniere della Christian radio (dal 1923) una emittente radiofonica, che raggiunse milioni di persone. Fu sostenitore dell’ecumenismo, oppositore dell’antisemitismo e dell’intolleranza razziale. Di origine inglese Cadman si trasferì negli Stati Uniti, inizialmente a Millbrook, New York. Sul finire del XIX secolo iniziò a predicare (chiesa Metodista) sulla Seventh Avenue a Manhattan, attraendo grandi folle. Nel 1901 iniziò a guidare la Chiesa Centrale di Brooklyn, dove rimase per 35 anni, fino alla sua morte.
[7]  Ossessionato dalla figura di Napoleone Bonaparte, F. W. fece costruire il suo ufficio personale su modello di una stanza del Castello in Compiègne in Francia. Mr. Woolworth sentì la seduzione dell’architettura monumentale del vecchio mondo, fin dai suoi viaggi inEuropa quando l’imprenditore era alla ricerca di merci da vendere nei propri negozi. Come nota GailFenske, docente di Storia moderna e architettura americana, in The Skyscraper and the City: The Woolworth Building and the Making of Modern New York Chicago: University of Chicago Press, 2008,  “la monumentalità  e la grandezza dei boulevards parigini produsse una grande impressione  su Woolworth”, così come i Grandi Magazzini, l’Opera di Garnier o come la Houses of Parlament a Londra.
[8]  Nell’isolato limitrofo Astor House, un grande Hotel, demolito nel 1926. Al vertice del parco triangolare il Post Office, demolito nel 1939.
[9]  “Ho chiesto ai banchieri cosa pensassero dell’edificio, ed essi mi hanno detto che il Woolworth è una struttura unica a New York, dal momento che non è gravata da un mutuo e non ha un dollaro di debiti”.
10] Anche grazie all’innovazione tecnologica, riuscì ad accaparrarsi contratti con attori economici e culturali del calibro del New York Metropolitan Opera (dal 1903).
[11] Primo concerto Jazz nel Regno Unito, all’Hippodrome, nel 1919, seguito da una performance per il re, George V, per celebrare il Trattato di Versailles (mai ratificato dagli States), che pose fine alla I Guerra Mondiale. Gli aristocratici inglesi guardarono conenorme sussiego disapprovante l’esibizione. La vista si concluse con un inseguimento della band al Southampton Docks da parte degli uomini di  Lord Harrington, furibondo perchè la figlia era stata corteggiata dal vocalist della banda.
[12] Una progressione di accordi molto usata nella musica popolare.
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Flavia Schiavo, docente di Fondamenti di urbanistica e della Pianificazione territoriale presso l’Università di Palermo, ha pubblicato saggi, monografie e articoli su riviste nazionali e internazionali. Conduce attività didattica e di ricerca in Italia, Europa e America del Nord, dove è stata visiting presso la Columbia University. Tra le sue pubblicazioni, Parigi, Barcellona, Firenze: forma e racconto (Sellerio 2004); Tutti i nomi di Barcellona. Il linguaggio urbanistico (F. Angeli 2005).

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