Una raccolta inedita di “cantici” del popolo di Palazzolo

Padre Giacinto seduto con accanto un confratello, 1866

Padre Giacinto seduto con accanto,all’inpiedi, un confratello, 1866

di Luigi Lombardo

La Sicilia era stata terra di fertili e cospicui interessi dialettologici (e in nuce folklorici) almeno dai secoli XVI-XVII, e soprattutto per tutto il ‘700. Proprio in questo secolo e precisamente nel 1786 era stato edito il Vocabolario etimologico siciliano del Pasqualino, cui seguiranno i dizionari ottocenteschi del Mortillaro, Traina ecc. Ma la data chiave per gli studi sulla poesia popolare in Sicilia è il 1857, anno di pubblicazione della prima raccolta dell’acese Lionardo Vigo. Tuttavia è da precisare che quella del Vigo non fu la prima raccolta in senso assoluto: il Musumarra data al 1817 una raccolta manoscritta compilata da Giuseppe Leopardi Cilia di Comiso.

Ma è il Vigo l’iniziatore della ricerca demologica siciliana, limitatamente al canto popolare. Egli risente del Tommaseo, in questa prima raccolta, più propenso però all’esaltazione regionalistica, trascinato com’è dall’onda risorgimentale in chiave sicilianista, che lo porteranno, dopo l’Unità d’Italia su posizioni di aperta contestazione anti-italiana. Questa prima raccolta del 1857 confluirà pochi anni dopo nella più ampia (anzi “amplissima”) raccolta pubblicata, come volle precisare lo stesso studioso, nel 1870-1875, a sottolineare il primato delle sue raccolte su ogni altra che contemporaneamente vedeva la luce in Sicilia. Perché dopo la prima raccolta del Vigo usciranno in rapida e formidabile successione: nel 1867 la raccolta del Salomone Marino e quella di Lizio Bruno; nel 1871 la notissima raccolta del Pitrè. Questi, infatti, dopo il primo volume dedicato significativamente ai Proverbi popolari siciliani [1], pubblicò nel 1868 uno “studio critico” dei canti popolari, cui seguirà la raccolta del ‘71, quindi in rapida e straordinaria successione i volumi della “Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane”, vero pilastro della demologia italiana e mondiale.

Queste raccolte hanno come si vede per oggetto quasi esclusivo il canto popolare, raccolto dalla viva voce dei tantissimi informatori, in una esaltante gara fra i compilatori, culminata presto nelle immancabili polemiche fra i Palermitani e il Vigo, via via più isolato nel contesto degli studi sia in Sicilia che in ambito nazionale. Queste raccolte risentono certamente del particolare clima politico risorgimentale, che traspare in particolare nei saggi a ridosso della data fatidica del 1860.

Per sintetizzare, e seguendo lo schema precisato a suo tempo dal Cirese, ad una fase preliminare di tipo filologico-antiquaria-erudita degli studi demologici fa seguito una fase che possiamo definire del popolarismo romantico, che annovera a proprio merito la riscoperta del mondo delle classi umili, innestando questa riscoperta nel moto politico risorgimentale, in particolare quello di tipo democratico rivoluzionario culminato con la sconfitta del 1848.

Per quanto riguarda specificatamente l’area della Sicilia Sud Orientale (provincia di Siracusa, che nell’Ottocento comprendeva anche la provincia di Ragusa), nel 1875 usciva la raccolta di Corrado Avolio e l’anno dopo quella di S. A. Guastella. Queste raccolte e i relativi saggi, che rispecchiano i capisaldi teorici tracciati negli anni ‘70 dell’Ottocento con gli studi del Nigra, del D’Ancona e del Rubieri, sono «il prodotto di un clima comune, nel quale le sollecitazioni dell’accresciuta documentazione e gli stimoli d’una più approfondita riflessione storica e filologica convergono con lo spirito della raggiunta unità e ce ne danno, quasi in modo emblematico, un equivalente culturale (che è significativo anche per il fatto che all’unificazione gli studi di poesia popolare avevano dato il loro contributo lungo tutta la vicenda risorgimentale). Date queste loro radici e motivazioni, non ci si può attendere certo che i lavori di Rubieri, Nigra e D’Ancona intacchino in qualche modo il sacro principio [...] che l’Italia era naturaliter una, e che dunque le diversità culturali dovessero essere cancellate con la retorica dei discorsi e con la forza dei fatti. Tuttavia il contatto diretto con i materiali documentari ed il fatto che ormai la centralizzazione, legislativamente avviata, non correva reali pericoli d’arresto o di contestazione, facevano sì che potesse farsi strada, timidamente ed entro limiti controllatissimi, un qualche avvertimento anche delle profonde differenze culturali che in realtà dividevano i “popoli” delle diverse regioni [...]» [2].

Frontespizio del manoscritto

Frontespizio del manoscritto

Immediatamente dopo la prima raccolta del Vigo e prima della raccolta di Corrado Avolio si colloca una piccola raccolta inedita, che si trova in un manoscritto intitolato Selva di Notizie (…) e che porta la data del 1869 [3] in cui l’autore, il monaco cappuccino padre Giacinto, al secolo Paolo Farina (1816-1886), raccoglie la cronaca degli avvenimenti storici di Palazzolo, gli usi e i costumi, e in cui è inclusa appunto la “raccoltina” di “cantici” del popolo palazzolese, trascritti dall’autore dalla viva voce degli informatori, in prevalenza donne [4].

Lo stesso autore informa sulla data in cui inizia a collezionare i “cantici”: la data è il 1864. Egli infatti ha cura di segnare in calce ad ogni canto trascritto sia la data, il nome dell’autore (o presunto tale) che il “cantante”, come padre Giacinto chiama l’informatore stesso. I canti sono in grandissima parte «cantici morali e spirituali e precisamente delle donne», come scrive lo stesso compilatore, indicando chiaramente il carattere volutamente pedagogico e morale, oltreché religioso, della sua raccolta. Volutamente elimina sia i “canti erotici”, cioè i canti d’amore, e ogni altro che non rispondeva al fine educativo e moralistico. L’autore lo afferma a chiare lettere in un passo in cui, presentando la poesia di tale Paolo Giardina, poeta popolare di Palazzolo, precisa:

«Paolo Giardina colono di Palazzolo meriterebbe una buona biografia se il tempo educe non avesse roso quanto egli fece di bello e di buono. Solo dico che vive ancora la buona fama dell’estro ammirabile di questo contadino. Egli fu un poeta naturale, e si diè a formare diverse canzoni, che forse la gran parte furono erotiche, delle quali mi son proposto non farne menzione. Solo dico che egli era sì spontaneo nella verseggiatura, che ad ogni fatto di Palazzolo formava la sua poetica istoria. E forse delle tante poesie riferite nel capitolo dei canti popolari sono dello stesso».

I limiti impostisi dal padre cappuccino sono certamente gravi: egli esclude un repertorio di primaria importanza che, se raccolto, avrebbe dato alla sua opera una valenza quanto meno regionale. Restano i meriti documentari, non secondari a volte sostanziali, perché, comunque, va a suo merito l’aver trasmesso un materiale altrimenti destinato a perdersi. Il Nostro ci tiene a precisare che i Cantici raccolti erano, come diremmo oggi, “Canti”, cioè testi con musica. Vale la pena riportare quanto egli scrive a proposito del Canto poetico e in generale sulla musica che accompagna dei testi:

 «Il canto è l’espressione del cuore. In esso il nostro cuore si pronuncia al di fuori, e fa conoscere il suo essere, la sua abbitudine, le sue tendenze, l’inclinazione, i suoi desideri, le sue speranze. Per esso il cuore muove se stesso a nuovo amore, a nuovo odio, a novelle brame [...]. I fisiologi che ànno studiato le simpatie del cuore e del canto ci ànno fatto conoscere che il canto à pello stesso un predominio ammirabile. Se il canto comincia dal grave suono all’acuto, produce nel cuore la gioia, e la allegrezza; se al contrario dà principio dall’acuto al grave cagiona tosto la malinconia ed il dolore [5]. Da questa nozione bisogna prender mossa nella composizione della poesia per isposarla alla musica. La chiesa in tutti i tempi à usato il canto [...]. Un vescovo dell’antichità non potendo aver udienza nella chiesa, si ponea in una strada sopra un ponte, e da ivi cantava la verità della fede a quel popolo rozzo, e restìo. E questo mosso si fermava ad ascoltare. Il nostro popolo può dirsi rozzo nel canto, perché mai à avuto istruzione, ma non manca di buone disposizioni, ed io che ho voluto introdurre il canto nella nostra chiesola nelle festività della S.ma Vergine, specie nel mese mariano, non so bene quanto bene egli abbia operato. Ho avuto l’attenzione però farlo eseguire da verginelle da dieci in duodeci anni [...]. Ho trovato nel volgo, e soprattutto nelle donne di pietà, moltissimi cantici sacri, o indifferenti, cui però sta sotto una grande moralità, e tanto pel bene, che esse possono produrre nelle generazioni venture, come per non farle deperire, ed anco per far conoscere il genio, e l’ingegno dei nostri patriotti, anco volgari, ne ascrivo alquanti. L’ò voluto trascrivere tali e quali essi me l’anno enunciato, e solo ò voluto correggere qualche errore di rima; ma solo dei madornali [...]. Non posso dirti che questi canti sieno produzioni dei palazzolesi, lo saranno certamente molti, o almeno alquanti come posso testimoniarlo io stesso: e in alcuni perché ne son certo ne ò trascritto il nome del vero autore, nonché del cantante».
Antiporta del manoscritto, disegno a china di G. Di Giacomo, Palermo, 1869

Antiporta del manoscritto, disegno a china di G. Di Giacomo, Palermo, 1869

I “cantici sono contenuti nel Libro X della Selva col titolo di Cantici storici, morali spirituali del nostro popolo. Ecco un rapido spoglio degli stessi (mi limito al titolo e al metro):

- Storia della morte e dell’ignorante, 26 sestine di endecasillabi a rima alterna;

- S. Agata, vergine e martire [in effetti si tratta della storia dell’eruzione dell’Etna del 1689]6, 30 ottave di endecasillabi a rima alterna;

- Ave Maria, 10 ottave di endecasillabi a rima alterna con ntruccatura;

- Tremuoto del 1846, 26 ottave di endecasillabi a rima alterna con ntruccatura;

- Li setti piccati murtali, 8 ottave di endecasillabi;

- Lu divotu di Maria, 10 ottave di endecasillabi;

- S. Micheli, 30 ottave di endecasillabi;

- Comandi di Dio; 8 ottave di endecasillabi;

- La vecchia cerniventu, 20 quartine di endecasillabi a rima variabile;7

- Comunioni, 3 quartine;

- L’arma dannata, 20 ottave di endecasillabi;

- Li setti duluri di Maria, 7 ottave di ottonari;

- Dialogo di Gesù e peccatore; tiritera;

- Gesù rubato a Scicli, 7 quartine di ottonari;

- Confessione, un’ottava codata;

- La comunione, quartine di endecasillabi a rima alterna;

- Lu redenturi, quartine di settenari;

- La storia di Santa Margherita da Cortona, ottave di endecasillabi e quartine di settenari;

- Storia di lu culera di Palazzolu ne lu 1855, poemetto di 143 strofe, opera dello stesso padre Giacinto, composto proprio l’anno del colera, vi si alternano le ottave con altri schemi metrici;

-  La storia di Cola, 17 Ottave di endecasillabi, dialogo tra un padrone e il suo servo.

Pagina dal manoscritto

Pagina del manoscritto

Altri componimenti sono disseminati nel testo dell’opera ed è facile estrapolarli, in particolare sono notevoli le filastrocche fanciullesche e le ninne nanne. Una particolare attenzione il frate dedica ai fanciulli, riportando materiali di estremo interesse anche didattico.

Dopo una premessa dedicata al carattere del palazzolese («egli è buono naturalmente. La sua caratteristica è la bontà») passa appunto al “Vocabolario dei fanciulli”:

«Linguaggio dei nostri bamboli: madre: mamma; padre: tata o; pane: pappa; acqua: mbrù, fuoco o inferno: fuffu; dolci: cicci; spasso: ddhiddhì; uovo: coccu; asino: stestè; formaggio: mem; pecora: memmè; porco: zuzzù; danaro: ninni; culla: aò o ninna; ferita: bua; fanciullo e specchio: vava; schifezze: cacca; vesti nuove: liscì; cane: tetè; bastonate: nanni; coltello: teu; befana, diavolo: babbau; vecchia cucciara; musica: ncì-ncì; uccello: cicìu; scarpe: pepè; insetti: memè; latte: nenna; campana: nanau; pasta rostita: cudduruni-lollu; salto: pappitittè ».

Segue un piccolo corpus di poesie fanciullesche, in gran parte filastrocche, tra cui spicca la tiritera ai “Santi di Palazzolo”, quella “Al sole”, Per l’acqua”, che sono scongiuri decaduti al rango ludico. Infine e non ultimo il capitoletto dedicato alle feste palazzolesi (che io ho pubblicato in uno dei miei primi lavori demologici), e alle “leggende patrie”, storie di streghe, spiriti e truvature.

Proprio quest’anno ricorrono gli anniversari della nascita e della morte di padre Giacinto, ma la cittadina di Palazzolo, pur prodiga di manifestazioni ed eventi (alcuni assai effimeri), non si è ricordata di questo fraticello. Forse ancora sconta il fatto di essere stato un filo borbonico, tanto da essere costretto all’esilio a Como nel 1866; o forse, più prosaicamente, è caduto nel dimenticatoio, come una scartoffia, un vecchio soprammobile demodé, che si prepara ad essere venduto ai rigattieri.

Dialoghi Mediterranei, n.23, gennaio 2017 
Note
[1] Il Pitrè pubblicò questa raccolta nel 1863.
[2] G. Bonomo, Pitrè la Sicilia e i Siciliani, Palermo, Sellerio, 1989: 39-40.
[3] Si tratta di data indicativa, l’autore infatti la continua fin verso la data di morte.
[4] Del manoscritto di padre Giacinto esistono due copie: la prima è conservata presso la Biblioteca dei padri Cappuccini di Siracusa, il cui titolo è Selva e depositario delle notizie storiche tradizionali, orali di Palazzolo. Per cura di padre Giacinto secondo Farina [agg.] ex def.re cappuccino. 1864, che mi pare possa essere la copia originale; la seconda è conservata presso il convento dei Cappuccini di Palazzolo ed ha il seguente titolo: Selva di notizie storico tradizionali di Palazzolo Acreide per cura del M: R: P. Giacinto Maria Farina da detta città. Ex diffinitore cappuccino; 1° custode generale. 1869, che è l’edizione da me consultata. Paolo Farina ha origini contadine. Fino a 20 anni coltivò i campi col padre. Notato da un padre cappuccino fu spronato a entrare nell’ordine. Dopo aver superato con lode il concorso di Lettore di Teologia e Filosofia, fu ordinato sacerdote ed in seguito eletto Definitore cappuccino. Scrisse opere che non pubblicò mai. Fu protagonista in negativo del Risorgimento palazzolese: schierato chiaramente col governo borbonico, specie dopo il 1866 anno di soppressione dei beni di conventi e monasteri. Per il suo spirito apertamente polemico nel 1866 fu inviato in esilio a Como. Mantenne sempre uno spirito critico e animo “pugnace”.
[5] «Così dei colori: dal rosso a scendere all’arancio, giallo ecc. si produce nel cuore la mestizia. Cominciando al contrario il cuore si estende si ché al rosso è nell’allegrezza».
[6] Ho inserito questa storia nel volume Catastrofi e storie di popolo (Siracusa, 1993).
[7] In calce padre Giacinto annota che autore della poesia è Maestro Fedele Leone, che la compose nel 1865, e che «questo giovane ha prodotto diverse poesie, fra le altre la Storia del parrocato di S. Sebastiano».
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Luigi Lombardo, già direttore della Biblioteca comunale di Buccheri (SR), ha insegnato nella Facoltà di Scienze della Formazione presso l’Università di Catania. Nel 1971 ha collaborato alla nascita della Casa Museo, dove, dopo la morte di A. Uccello, ha organizzato diverse mostre etnografiche. Alterna la ricerca storico-archivistica a quella etno-antropologica con particolare riferimento alle tradizioni popolari dell’area iblea. È autore di diverse pubblicazioni. Le sue ultime ricerche sono orientate verso lo studio delle culture alimentari mediterranee.

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