Una casta di sepolcri imbiancati

 foto copertinadi Marcello Vigli

Dopo un anno di pontificato non è venuto meno l’interesse per quello che dice e fa papa Francesco anche fuori della Chiesa cattolica; le udienze pubbliche continuano ad essere frequentatissime da fedeli entusiasti e sui media si dà conto ancora con attenzione delle sue esternazioni. Emergono le differenze fra chi gli rimprovera la reticenza a denunciare l’enfasi ancora diffusa per valori non negoziabili e chi invece si rammarica perché ne ridimensiona la rilevanza. Fra gli addetti ai lavori si discute sull’efficacia dei suoi interventi sul piano istituzionale, e sempre più diffusa è l’insoddisfazione, fra quanti ne riconoscono la spinta innovativa, per la loro inadeguatezza. Meno evidenza si dà sui media alla resistenza, nascosta ma pervicace, dei politici e degli ecclesiastici ad adeguare i loro comportamenti alle sue parole e alle sue direttive.

Alcuni fatti recenti lo testimoniano.Scarso interesse hanno, infatti, mostrato i nostri commentatori politici per la dura lezione impartita da papa Francesco ai parlamentari italiani durante la messa organizzata per il 27 marzo in San Pietro dal cappellano di Montecitorio. Erano presenti 492 parlamentari, 9 ministri, 19 sottosegretari, 3 parlamentari europei e 23 ex parlamentari. In questa occasione è emersa la scarsa considerazione che il papa nutre verso la classe politica italiana, già manifestata in altre occasioni a partire dalla sua visita a Lampedusa. Commentando i testi biblici del giorno, ha ricordato i farisei «che hanno rifiutato l’amore del Signore, additandoli come esempio negativo di classe dirigente che si era allontanata dal popolo. Ed era soltanto con l’interesse nelle sue cose: nel suo gruppo, nel suo partito, nelle sue lotte interne». Il riferimento ai suoi diretti interlocutori è stato evidente a tutti. A loro era rivolto l’invito a riflettere, ricordando che per i peccatori c’è perdono, ma non c’è per quei peccatori che sono scivolati diventando corrotti. «È tanto difficile che un corrotto riesca a tornare indietro. Il peccatore sì, perché il Signore è misericordioso e ci aspetta tutti. Ma il corrotto è fissato nelle sue cose, e questi erano corrotti. Erano Uomini di buone maniere, ma di cattive abitudini. Gesù li chiama sepolcri imbiancati».

foto 1Sono parole dure e incisive quali nessuno dei suoi predecessori aveva usato, nel sollecitarli all’impegno per essere adeguati alla gravità dei tempi. Non sembra, però, che siano servite a promuovere pentimenti e assunzioni di responsabilità; in verità, la casta dei sepolcri imbiancati non ha reagito se non con equilibrate e riservate manifestazioni di fastidio per una interferenza nella dialettica politica italiana. Le parole del papa però non possono essere lette in questa prospettiva perché quei parlamentari erano andati volontariamente ad “ascoltare” la messa in San Pietro e sono state pronunciate all’interno dell’omelia, che della messa è parte integrante, e di una prassi consolidata caratterizzata dalla esistenza a Montecitorio di un cappellano, formalmente rettore della vicina chiesa di San Gregorio, che non ha solo una funzione di “rappresentanza”. Su decisione della allora presidente Irene Pivetti, infatti, fa innanzitutto il prete per la comunità dei parlamentari. Se con i precedenti presidenti della Camera, l’attività del cappellano dei deputati si riduceva, in verità, a qualche rara celebrazione, dopo di lei egli celebra i sacramenti per le loro famiglie, organizza ritiri e pellegrinaggi, segue i percorsi spirituali di coloro che sono credenti e dialoga con quelli che non lo sono, riunendo attorno alla centralissima rettoria romana parlamentari cattolici appartenenti a diversi schieramenti.

Nessuno dei successori, da Luciano Violante a Fausto Bertinotti e Laura Boldrini, ha modificato la situazione, così da rendere giustificata la richiesta, recentemente avanzata dal deputato Pd Khalid Chaouki – di religione islamica e già portatore della legittima richiesta che alla buvette di Montecitorio si serva cibo halal – che un imam si affianchi al cappellano cattolico e che Camera e Senato organizzino un pellegrinaggio nei luoghi sacri della sua religione. Anche questa richiesta non può sembrare anomala, perché il 19 ottobre 2013 un folto gruppo di parlamentari italiani si è recato in pellegrinaggio alla tomba e ai luoghi di san Tommaso Moro, che Giovanni Paolo II ha proclamato patrono dei governanti e dei politici. Questo gesto è stato pensato – ha dichiarato il ministro Lupi – «all’interno del percorso che ognuno di noi sta facendo in questo Anno della Fede. Alla Camera dei Deputati c’è un cappellano, mons. Leuzzi, c’è una comunità che vive durante l’anno con la Messa al mattino, con i momenti di incontro che coinvolgono trasversalmente tutti i parlamentari che credono».

In questo contesto non solo le parole del papa acquistano maggior valore e significato ma sono ancor meno giustificati la reazione d’insofferenza e il comportamento di quei politici che non ne hanno fatto motivo per riflettere sul loro rapporto con la religione e con la Chiesa. Neppure la recente sentenza della Corte Costituzionale sulla incostituzionalità del divieto alla fecondazione eterologa previsto dalla legge 40 ha provocato autocritica fra quei politici, e non, che l’approvarono e, ancor peggio, provocarono il fallimento del referendum abrogativo, sollecitando con l’invito all’astensione comportamenti al limite della legalità, certo contrari al costume democratico. Anche in questa occasione, invece, papa Francesco ha impartito una lezione che i politici non hanno recepito. Rivolgendosi ad una delegazione dell’Ufficio Internazionale Cattolico dell’Infanzia (Bice), mentre ha ribadito con forza «il diritto dei bambini a crescere in una famiglia, con un papà e una mamma capaci di creare un ambiente idoneo al suo sviluppo e alla sua maturazione affettiva» ha anche dichiarato di dovere chiedere scusa per gli abusi commessi da esponenti della Chiesa sui bambini, aggiungendo infine «Mi sento chiamato a farmi carico e a chiedere perdono del male fatto da alcuni sacerdoti».

foto 2Questa chiarezza nella riproposizione della dottrina cattolica tradizionale, accompagnata da un’esplicita richiesta di perdono a nome di tutta la Chiesa, conferma l’orientamento di papa Francesco, già rilevato da molti commentatori, di fedeltà ai principi e di assunzione di responsabilità per le infedeltà dei singoli e per le colpe dell’istituzione.

Si rivela oziosa la ricerca della caratura “rivoluzionaria” di un simile atteggiamento, che indubbiamente conferma l’abbandono della difesa ad oltranza dell’immagine immacolata della Chiesa istituzione da sempre in voga nella gerarchia ecclesiastica. Di essa ha, invece, dato prova ancora una volta la Conferenza episcopale italiana, intervenendo recentemente sul comportamento da seguire nei confronti di preti pedofili.

Nel recepire nella sua ultima riunione, il pesante intervento della Congregazione per la Dottrina della Fede, che ha chiesto di modificare le “Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici” da essa approvate nel 2012, lo ha di fatto ignorato, confermando il suo ruolo esclusivo in materia. Nel nuovo testo non si riconosce l’obbligo di deporre o di esibire documenti ad «autorità esterne», non si garantisce alle vittime il diritto di essere parte nel procedimento canonico e assolutamente nulla si dice su possibili risarcimenti nei loro confronti. Tutto viene lasciato «al prudente discernimento del vescovo o al suo solo dovere morale di contribuire al bene comune!», fingendo di non sapere, come rileva un commento del Movimento Noi siamo Chiesa, che «la totalità dei vescovi nel nostro paese ha sempre avuto come del tutto prioritaria la preoccupazione per l’onore della Chiesa, non intesa come comunità dei credenti ma come corpo sacerdotale». Forse anche a loro si può attribuire la definizione di sepolcri imbiancati confermata dal comportamento nei confronti della distribuzione del questionario sui problemi concernenti la sessualità e la famiglia, fin qui considerati ampiamente risolti, voluta dal papa in preparazione al prossimo Sinodo sulla famiglia per coinvolgere la massa dei fedeli con un’iniziativa “rivoluzionaria”.

Chiamare il Popolo di Dio a pronunciarsi direttamente e senza filtri su argomenti così “delicati” è, infatti, un radicale mutamento nel rapporto interno alla comunità ecclesiale fra gerarchia e laicato, nella prospettiva enunciata nella lettera da lui indirizzata ai fedeli nel febbraio scorso proprio per coinvolgerli nella preparazione del Sinodo. Dopo aver accolto con diffidenza e attuato con scarsa sollecitudine l’iniziativa del papa, i vescovi italiani stanno riducendone l’efficacia non divulgando le risposte al questionario pervenute e evitando quella discussione nella comunità ecclesiale auspicata da papa Francesco. Ben diversamente si sono comportati i vescovi tedeschi che in un “Riassunto delle risposte pervenute dalle diocesi tedesche” hanno divulgato una sintesi delle oltre mille pagine di contributi pervenute «dalle 27 diocesi tedesche oltre che da 20 importanti associazioni e istituzioni cattoliche», rallegrandosi di tale ampia partecipazione, pur se il quadro di opinioni che ne emerge non è sempre in linea con la dottrina tradizionale. Non così i vescovi italiani! Non c’è quindi da meravigliarsi se il richiamo di papa Francesco è stato così facilmente ignorato anche dai parlamentari, cattolici e non, che, invece, proprio in questi giorni sono chiamati ad una maggiore responsabilità nell’esercizio del loro mandato.

Dialoghi Mediterranei, n.7, maggio 2014

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