Un tweet non fa primavera. Il ruolo dei social network nella rivoluzione tunisina

                                                                                     di Lisa Riccio

ph Finbarr OReilly, Reuters.

Tunisi (ph.  Finbarr O Reilly, Reuters)

Dal dicembre 2010, un mondo ritenuto immutabile, fu travolto da un’ondata di proteste che ne rivelarono la cruda realtà. Dietro una rassicurante immagine laica e turistica, la Tunisia nascondeva una triste verità, quella di una terra in cui la retorica della sicurezza e della modernità aveva giustificato un feroce regime poliziesco, autoritario e mafioso. Attraverso gli eventi di quel periodo, il cui racconto fu amplificato dai social network, abbiamo appreso che il popolo tunisino viveva nella paura e ciascuno temeva la delazione dell’altro. L’opinione pubblica occidentale, sorpresa da queste narrazioni di disperazione e speranza, salutò queste proteste con un misto di stupore e incertezza, riflettendo, in tal modo, la miopia con cui aveva guardato fino ad allora alla narrazione ufficiale della Tunisia.

L’apatia fu interrotta definitivamente il 14 gennaio 2011, quando Zine El Abidine Ben Ali, protagonista incontrastato della scena politica tunisina sin dal 1987, fuggì per rifugiarsi in Arabia Saudita. Da quel momento, mentre il popolo tunisino si avviava verso la difficile fase della transizione democratica, osservatori e critici iniziarono a interrogare il passato per cercare di comprendere il presente nel tentativo di scrivere una storia della rivoluzione tunisina all’interno della quale i new media (Facebook, Twitter, i blog, etc.) hanno giocato un interessante ruolo attivo nel processo di cambiamento sociale e politico. Nel racconto emerso, da una parte, si è avanzata l’ipotesi di un rapporto di causa-effetto fra la diffusione dell’uso di questi strumenti e la riuscita della rivoluzione tunisina, e dall’altra si è avallata la teoria del potere emancipatorio e democratizzante di questi strumenti. Questa lettura della realtà si è espressa tramite slogan come “Facebook revolution”, “twitter revolution”, “wikileaks revoltution”, a cui, però, fanno da contraltare altre analisi e interpretazioni del ruolo svolto da questi nuovi strumenti di comunicazione. Attraverso il presente lavoro tenterò pertanto di dar conto di quale sia stato il ruolo effettivo di questi strumenti di comunicazione e socializzazione nello svolgersi della rivoluzione tunisina del 2011, e interrogherò le espressioni sopracitate, tanto affascinanti quanto incoraggianti, per comprendere quanto siano adatte a rappresentare la ragione profonda e la realtà delle sollevazioni sociali che spazzarono via Ben Ali.

foto-1Dalla comunicazione tradizionale all’Autocomunicazione di massa

Negli ultimi dodici anni, con l’avvento dei social network, le funzioni della rete internet sono esponenzialmente cresciute, cambiando in modo significativo, per non dire definitivo, le modalità della comunicazione, della produzione di informazione e della circolazione virale della medesima. Ciò che caratterizza Facebook, come d’altronde Twitter – distinguendoli dai mezzi di comunicazione più tradizionali – è infatti la natura della loro comunicazione. I social network, ampliando la funzione svolta in precedenza dai blog, hanno di fatto aperto la strada ad un nuovo tipo di comunicazione, quella che Manuel Castells chiama “autocomunicazione di massa” [1], ossia una comunicazione interattiva che permette la veicolazione del messaggio non in modo verticalee, dunque, uno a molti, bensì in una modalità orizzontale da molti verso molti.

L’autocomunicazione di massa si distingue, inoltre, dalla comunicazione di massa tipica dei mezzi di informazione tradizionali in quanto alla caratteristica di poter raggiungere, a livello potenziale, un pubblico mondiale in tempo reale, aggiunge quella propria dell’autocomunicazione ossia la produzione autonoma del messaggio da parte di individui tradizionalmente fruitori dello stesso e non produttori. Una delle conseguenze dirette della nascita di questo tipo di comunicazione interattiva è infatti la possibilità, da parte degli attori sociali, di superare il tradizionale schema informativo che vede un produttore del messaggio e più fruitori dello stesso (centro>periferia), consentendo a chiunque possegga un account social di poter divenire egli stesso produttore attivo di contenuti che potenzialmente, tramite la condivisione, possono divenire fruibili da un pubblico molto più ampio (policentrismo).

Di fatto, e relativamente all’oggetto di studio del presente lavoro, media tradizionali come al-Jazeera, blog e social network come Twitter e Facebook sono accomunati dalla funzione informativa che svolsero, ciascuno seguendo le sue logiche. Tuttavia, eccettuata questa funzione generica, essi si servirono di strumenti totalmente differenti, raggiungendo pubblici differenti e creando un engagement totalmente differente. Se fino al 17 dicembre 2010 furono soprattutto i blog ad alimentare un contro-discorso rispetto ai messaggi del discorso ufficiale del potere fungendo da “piattaforme per la produzione di dissenso” [[2]], è significativo notare come, a partire da quella data, il centro di gravità del contropotere e della controinformazione fu incarnato dai social network, ed in particolare da Facebook [3].

La differenza fondamentale che distingue i blog dai social network è proprio la struttura su cui i due mezzi di comunicazione si basano. Se i blog adottano un metodo di pubblicazione ancora sostanzialmente di tipo verticale [4], ossia da una persona o da un gruppo dirigente verso un pubblico fruitore, i social network basano la loro peculiarità su una struttura sostanzialmente orizzontale all’interno della quale gli utenti sono considerati “alla pari” e il tipo di comunicazione che ne deriva è, appunto, quella molti-a-molti. Questo tipo di struttura consente la formazione di uno spazio in cui la pratica comunicativa è gestita dagli utenti stessi che, tramite la condivisione, comunicano un messaggio che potenzialmente può divenire visibile a tutta la rete sociale costituita dai propri contatti. È proprio per l’autonomia della sua comunicazione che i regimi totalitari temono i social networks e cercano di controllarli e manipolarli. Essendo delle piattaforme all’interno delle quali un individuo può informarsi liberamente (eludendo così il monopolio dell’informazione dei media ufficiali che, nel caso dei regimi autoritari quale quello tunisino, sono dominati dall’élite al potere); fare informazione indipendente nella forma del citizen journalism; ed interagire con chiunque, queste piattaforme vanno ad intaccare il rigido e severo sistema di controllo, formazione e informazione che ogni regime crea attraverso gli strumenti della coercizione, della costruzione di significato e della manipolazione simbolica [5]. Di fatto, l’autonomia comunicativa consentita dalla rete orizzontale –  avendo come effetto diretto la creazione di significato indipendente sia dall’élite al potere sia dai media ufficiali – pone le basi per la formazione del contropotere tramite lo scambio di informazioni, idee e opinioni.

In contesti politici autoritari, quale quello tunisino sotto Ben Ali, il concetto di rete assunse inoltre, una valenza e una funzione che andava ben oltre quella di tessere semplici relazioni sociali, e ciò emerse specialmente nei momenti di recrudescenza della crisi. Se da una parte, infatti, queste piattaforme rappresentano un ulteriore pericolo, in quanto facilitano il controllo da parte dei regimi autoritari, d’altra parte la rete e, per estensione, i social network, hanno l’effetto positivo di rappresentare «un fattore di destabilizzazione della gestione monopolistica dello Stato che usa i media per la propaganda interna e per il mantenimento dell’ordine» [6] e di creare comunità capaci di bypassare i canali ufficiali di informazione. E proprio su questa capacità di far sentire ognuno parte di una comunità si fonda il potere di queste piattaforme sociali, ovvero la possibilità di superare la paura dell’isolamento e della solitudine [7].

Per quanto concerne il contesto tunisino è interessante mettere in rilievo come, nel corso delle rivolte del 2011, il paradigma comunicativo del citizen journalism si estendesse a comprendere un nuovo stadio. In quel caso, di fatto, per voler parafrasare M. McLuhan [8], i manifestanti non solo divennero produttori e diffusori del messaggio-notizia, operando di fatto in regime di citizen journalism, ma divennero fin da subito essi stessi il messaggio, portando l’autocomunicazione di massa ad un livello superiore. Il fatto di poter essere voce, in un luogo dove regnavano censura ed autocensura, era già di per sé messaggio: i cittadini davano voce ai fatti di strada e, nel far ciò, i cittadini divennero voce.  

2La voce del contro-discorso

Secondo molti [9], la voce principale della cosiddetta “primavera tunisina” fu conseguenza di uno spontaneo movimento giovanile. Nei Paesi arabi infatti circa il 60% della popolazione ha un’età inferiore ai 25 anni [10]. Questa caratteristica demografica va sottolineata in quanto, in primo luogo, risulta essere una tendenza generale propria di tutte le regioni investite dalle cosiddette “primavere arabe”, Tunisia inclusa. In secondo luogo in quanto è stata questa la categoria ad aver subìto maggiormente le conseguenze di un sistema politico autoritario, dittatoriale e corrotto e di un sistema economico paralizzato che, dominato da ciò che Nicosia chiama “Economia Parallela” [11], era incapace di garantire occupazione e mobilità sociale. A differenza delle generazioni precedenti la crescita di questa categoria sociale fu infatti condizionata non tanto da ideologie quali Panarabismo e Comunismo, quanto piuttosto da una nuova «compenetrazione del locale, del regionale, e del globale con nuovi fattori di definizione che vanno dalla modernizzazione al consumismo, dal revivalismo religioso ad una cyber-culture profondamente affascinante» [12].

Si tratta dunque di una nuova generazione che si trova inserita in posizione di svantaggio in un contesto globale avanzato, ed è proprio dal confronto con il globale che il locale diventa conscio della diversità della propria condizione. Una categoria, dunque, totalmente esclusa dalla vita civile ed istituzionale del Paese, priva di rilevanza politica. Allo stesso tempo però – e questa è forse una delle cause del diffuso scontento e risentimento giovanile –  se da una parte essa era esclusa dalla sfera politica e decisionale del Paese, dall’altra era la destinataria di un discorso politico e propagandistico incessante e controfattuale condotto dalle pratiche dello Stato al fine di spogliare «di reale significato ogni singolo termine e ogni singolo concetto» [13]. Di fatto essi crescevano in un contesto in cui le parole democrazia, libertà e modernità – spogliate di qualsiasi significato come nella Neolingua di Orwell [14] – erano i pilastri su cui il regime aveva costruito uno “spazio da vedere” ed una interpretazione del mondo e dei fatti preconfezionati e fallaci in cui i tunisini dovevano ritagliarsi dei piccoli e invisibili spazi di sopravvivenza.

Esclusi dal dibattito politico attivo e istituzionale, che era integralmente monopolizzato dallo Stato, i giovani dovettero costruire forme di coinvolgimento politico esterne al contesto istituzionale e tramite mezzi di comunicazione diversi da quelli tradizionali, che erano di fatto uno strumento esclusivo del governo autoritario. In tale contesto, la comunicazione digitale, in quanto nuova e unica forma attraverso cui far emergere il dissenso e l’interazione da molti verso molti, contribuì a rimodellare le forme di azione politica [15], di propagazione delle idee e delle istanze, di costruzione e formazione dell’appartenenza offrendosi come strumento tramite cui esercitare il ruolo di cittadino attivo, unico modo per essere coinvolti in un discorso e in un dibattito che riguardasse la cosa pubblica.

ph cristopher furlong

Ph. Cristopher Furlong

Gli strumenti della contro-narrazione. I blog

La Tunisia ha cercato, sin dalla fine del secolo scorso, di stare al passo con i grandi sviluppi che stavano rivoluzionando l’intero sistema delle comunicazioni. Internet, come anticipato, si presentò immediatamente come una sorta di spazio libero dalle strette maglie della censura, attraverso cui dar vita ad una narrazione alternativa e, nei fatti e nella forma, contrapposta a quella dello Stato. Uno strumento, cioè, attraverso il quale scambiare riflessioni ed esperienze personali che altrimenti non sarebbero mai state raccontate se non, forse, nella riservatezza delle mura domestiche. Nel 1996 l’uso di internet venne reso pubblico e già due anni più tardi, nel 1998, nasceva Takriz, uno dei primi forum online tunisini. Il coraggio e la provocatorietà di Takriz emerge già dal nome che, nel dialetto tunisino, può essere tradotto con “rivolta” [16].

A differenza della vita reale, dominata di fatto da un partito-stato e strutturata gerarchicamente, Takriz fondava la sua forza su una struttura decentralizzata in cui ciascuno dei membri contribuiva tramite la produzione di significato a formare una voce corale e, per questo, di rivolta. Esso nasceva, infatti, nella mente dei due fondatori quale strumento attraverso cui rianimare il popolo tunisino e in particolare i giovani; uno strumento per superare, almeno in questo spazio virtuale, la paura di parlare ed esplicitare la propria condizione di dittatoriati [17]. Nelle parole di Waterman, «all we wanted was to provoke young people, shake them up, and get them to rid themselves of their fear. The first step in this endeavor was to untie their tongues, to dare them to talk about taboo things, and to get them to speak their minds. This is the enduring legacy of Takriz» [18].

Trattando tematiche tabù quali libertà di espressione, censura, libero accesso ad internet, corruzione e misfatti della burocrazia, religione, immigrazione e nepotismo ed essendo il suo obiettivo quello di «dénoncer objectivement les problèmes des jeunes tuisiens aussi bien que les mensonges qui courent en Afrique et surtout en Tunisie» [19], i cyber-attivisti che fecero parte del gruppo mostravano il desiderio di contribuire attivamente alla creazione di una nuova e vera opposizione e la sua azione politica, qui, stava nel testimoniare, nel produrre informazione, nel denunciare e, dunque, nell’incarnare una “controstoria” che facesse emergere la vera realtà della Tunisia.

Non stupisce, allora, che nello stesso anno 2000 [20] il sito di Takriz fu censurato. Nonostante, infatti, mancasse un sistema di censura istituzionalizzato [21], la sua presenza iniziava con queste prime manifestazioni a diventare nota. Con l’arresto, nel 2001, di alcuni suoi membri Takriz, in quanto gruppo, cessò la propria attività militante. Tuttavia, alcuni dei suoi animatori avrebbero, negli anni successivi, fondato e animato altri forum, come TUNeZINE. Promosso da una delle icone della cyber-dissidenza tunisina, Zouheir Yahyaoui (Ettounsi), TUNeZINE rappresentò un spazio aperto di discussione politica, di denuncia e di libertà. Tuttavia, essendo la Tunisia del tempo un Paese nel quale anche il diritto di associazione indipendente dallo Stato era vietato, TUNeZINE costituì di fatto un nuovo e libero strumento di socializzazione, espressione, comunicazione e costruzione di significato fra persone che condividevano le medesime opinioni e idee politiche. Un luogo virtuale che basava la sua forza e il suo fascino proprio sul fatto di essere completamente slacciato da qualsiasi associazione, partito e organizzazione politica e/o religiosa.

TUNeZINE fu in grado di dar vita ad una contro-narrazione che, ancora una volta, trattando tematiche quali Democrazia, Censura, Libertà e Diritti umani esplicitava la volontà di costituire una reale voce alternativa capace non solo di riflettere, argomentare e discutere ma anche di inserirsi attivamente nel dibattito politico producendo una narrativa di natura politica alternativa a quella del regime e totalmente slacciata dal contesto politico istituzionale. E lo fece tramite l’ironia e la derisione, due strumenti impiegati nel linguaggio quotidiano dei dittatoriati, come una sorta di linguaggio in codice per «respingere la nostra esclusione dalla sfera politica» e per «dare al nostro spazio da vivere un’invisibile legittimità di espressione del nostro parere» [22].

Takriz e TUNeZINE aprirono insomma la strada alla creazione di un movimento di opposizione sia reale che virtuale. Questi due primi esempi di forum di discussione sui problemi reali della Tunisia, posero dunque, sin dall’inizio del ventunesimo secolo, le basi per la nascita di una corrente di opposizione che avrebbe sfruttato al massimo i nuovi strumenti digitali, andando ad aprire una breccia nello «spazio da vivere» [23] dominato dall’onnipresenza del Partito e dello Stato. Nel 2002, una conferenza virtuale lanciata da Ettounsi su TUNeZINE spinse alcuni suoi partecipanti a voler fondare una nuova piazza virtuale in cui poter discutere tematiche quali opposizione, futuro della Tunisia e il referendum costituzionale che si sarebbe tenuto nello stesso 2002 [24], ad un livello più approfondito.

Se infatti la natura di TUNeZINE era quella di un forum di discussione, questo nuovo nuovo spazio di opposizione chiamato significativamente Reveil Tunisien (RT), si sarebbe prestato più alla riflessione, alla produzione di informazione ad un più alto livello analitico ma, anche, al dibattito argomentativo.Una riflessione che avrebbe fatto emergere la presenza di un dibattito intorno ai pro e ai contro di azioni quali il boicottaggio del turismo e che mostra una chiara volontà di analisi critica della storia, allora attuale, del Paese. Ciò che emerge da questo blog è un chiaro e lucido tentativo di dare forma ad un contro-discorso che non solo tenta di far emergere una Tunisia in regime di dittatura, ma anche di mostrare il vero significato di parole e concetti che erano stati risemantizzati dalla neolingua del regime [25] .Se nel 2010-2011, RT assunse un ruolo marginale, esso ebbe un ruolo fondamentale negli anni precedenti alla rivoluzione, creando un libero spazio di contestazione che, col tempo, avrebbe ispirato una nuova coscienza della realtà politica e sociale tunisina. Durante le proteste, infatti, RT ha certo fornito una cronaca degli eventi, pubblicando materiali quali video e foto amatoriali.

ph. Cristopher Furlong

Ph. Cristopher Furlong

Uno dei tanti blog che, invece, assunse un ruolo centrale nella pubblicazione e diffusione di notizie circa le manifestazioni che si diffusero dal sud al nord del Paese fu Nawaat. Esso si impose, sin dal suo esordio, come un blog nel quale esercitare il proprio diritto di esprimersi e informarsi liberamente e il cui impegno era «give voice to all those who want to carry and strengthen their civic engagement. Encouraging people to use the Internet, social networks and new information technologies so that they can be more involved as citizens» [26]. Al fine di comprendere come questi nuovi spazi abbiano contribuito alla nascita di una nuova forma di dissenso politico, è interessante notare in che modo il concetto di media fu riportato alla sua funzione originaria di informare. Esemplificativo in questo senso è il payoff inhome page del blog: «dont’t hate the media, be the media». Esso riflette, per un verso, il modo in cui vengono percepiti i media da parte della società civile, ossia degli strumenti il cui primo fine è creare una realtà totalmente artefatta, manipolata e manipolatrice. D’altra parte, suggerisce una via per riportare i media al loro ruolo originario, quello di informare e formare un’opinione pubblica, praticando il citizen journalism, che vede nella prassi dello scrivere lo strumento fondamentale attraverso cui attualizzare «l’esercizio della cittadinanza» [27] tramite la produzione di informazione e l’autocreazione di un flusso informativo non soggetto a distorsioni e manipolazioni.

All’interno di un contesto autoritario, infatti, non vi è spazio per la formazione di un contropotere in grado di sfidare l’apparato di repressione e paura costruito, attraverso la violenza e un’attenta strategia comunicativa, dal potere ufficiale. Come afferma Castells, infatti, «Il potere è più che comunicazione, e la comunicazione eccede il potere. Ma il potere si fonda sul controllo della comunicazione, come il contropotere dipende dall’infrangere quel controllo» [28]. L’unico modo per infrangere tale controllo all’interno di un regime dittatoriale, risulta essere la produzione autonoma di informazione e, dunque, di significato. In questo contesto vanno inserite le numerose azioni intraprese dal collettivo di Nawaat negli anni. Come anticipato, questo blog rappresentò una fondamentale fonte di notizie di prima mano per redazioni giornalistiche come quella di Al-jazeera che, inizialmente, non avevano giornalisti sul campo che potessero coprire efficacemente gli eventi del 2010-2011. Memore, infatti, delle conseguenze dell’isolamento mediatico che aveva caratterizzato le rivolte di Gafsa nel 2008, il blog collettivo si impegnò nella copertura degli eventi nel loro svolgimento postando articoli, video amatoriali, immagini e foto. Le immagini, soprattutto, mostrarono agli abitanti delle città in cui le proteste non erano ancora iniziate che, scendere nelle strade ed esigere il riconoscimento dei propri diritti, era possibile.  

-ph. Fred Dufour

Ph. Fred Dufour

I social media

La capacità dei new media di far sentire il singolo parte di una comunità tramite cui superare la paura frutto dell’isolamento, è una conseguenza della sua struttura orizzontale che riunisce su un’unica piattaforma gli attori sociali. Mediante la condivisione, l’opzione di seguire delle pagine pubbliche, e quella di creare un gruppo ed eventi, si moltiplicano le possibilità di associarsi e relazionarsi con persone che condividono le stesse opinioni, istanze, obiettivi o la stessa realtà politica e sociale. A questo proposito risulta particolarmente interessante l’analisi condotta da Ouejdane Mejri e Afef Agi sull’uso di questo social network. Secondo loro Facebook era utilizzato in Tunisia, almeno sino al dicembre 2010, per pubblicare foto private, pensieri che non toccassero argomenti politici, e per presentare sé stessi tramite un’immagine profilo e una serie opzionale di informazioni personali. Come possiamo leggere nelle parole di Mejri e Hagi, le cose cambiarono a partire dalla seconda metà del dicembre 2010:

«Giorno dopo giorno, mentre la rabbia e la lotta si espandevano nelle varie città e nelle piazze, durante le due settimane delle vacanze invernali, con scuole, licei, università chiusi, l’affluenza alla rete raggiunge un livello altissimo e le pagine personali dei tunisini iniziano a somigliarsi. Uno dopo l’altro, investiamo il campo della politica dal quale siamo rimasti esclusi per anni e la rete diventa un luogo di dissenso, di presa di posizione, di espressione del proprio supporto alla rivolta della strada. Accanto all’immagine del ribelle in piazza inizia a materializzarsi nello spazio di Facebook un vero e proprio avatar rivoluzionario» [29].

In quel periodo le iscrizioni tunisine a Facebook conobbero una significativa implementazione: esse passarono, infatti, da 860 mila unità registrate nell’ottobre del 2009 a circa 2 milioni e 400 mila nel gennaio 2011. Tuttavia, non solo il fenomeno di affiliazione a Facebook aumentò in modo significativo, ma l’analisi dei contenuti, delle attività e delle interazioni cambiò radicalmente la natura e la funzione del suo utilizzo. L’intrattenimento che fino a qualche settimana prima era la principale attività interattiva su Facebook, durante il periodo di rivolta, divenne assolutamente marginale (10,74%) essendo la maggior parte del traffico incentrato sull’informare i Paesi esteri circa le vicende tunisine (33,06%), informare i propri connazionali circa gli sviluppi delle proteste (31,40%) e per organizzare e gestire le azioni degli attivisti (22,31%) [30].

graficoSu Facebook, inoltre, ancor più della parola scritta, furono le immagini a far fibrillare la rete, date la crudezza ed immediatezza della loro inequivocabilità ed inoppugnabilità, e il loro potere mimetico, empatico e mobilitante. L’importanza comunicativa della commistione testuale ed iconografica risiede nel fatto che «se possiamo vedere una cosa», il senso comune ci dice che «essa deve essere vera». In questo modo le immagini testimoniarono la veridicità delle rivolte potenziando esponenzialmente i contenuti testuali dei post e degli slogan e, al contempo, contribuirono a destrutturare il racconto ufficiale svelandone la falsità e mettendo a nudo i meccanismi manipolatori dei media ufficiali.

Passando da Facebook a Twitter, è appena il caso di precisare che, a causa dell’estrema sinteticità imposta dal numero di caratteri, destinata a limitare la capacità di creare engagement argomentativo e a richiedere lo sforzo di concentrare in un microtesto un messaggio, questo social network non è stato particolarmente impiegato durante la rivoluzione tunisina dal popolo. Furono principalmente giornalisti, blogger, attivisti e testate giornalistiche ad utilizzarlo [31], spesso per condividere, conditi degli opportuni hashtag, articoli, foto e video postati su altre piattaforme. Questo social network si adattò meno di Facebook alla necessità di sviluppare un dibattito argomentativo che individuasse cause e avversari e che necessitava di messaggi potenzialmente molto più lunghi rispetto ai tweet. Esso si è, piuttosto, prestato ad un monitoraggio continuo e sempre aggiornato degli eventi in una forma meno articolata rispetto ai post di Facebook e più adatta all’espressione di sentimenti, emozioni e fulminee opinioni personali nei momenti di maggior crisi (non a caso, in Tunisia, il numero di tweet crebbe esponenzialmente nel momento in cui la repressione si fece più dura e le proteste iniziarono a diffondersi nelle città costiere) e, soprattutto, al lancio di breaking news che devono raggiungere immediatamente un pubblico transnazionale [32].

Nella rivoluzione tunisina del 2011, infatti, Twitter ha svolto un ruolo importante nello sviluppare «un processo di comunicazione transnazionale» [33] atto a collegare attivisti, giornalisti e blogger con tunisini della diaspora e altri professionisti che si son serviti di questo social network per aggiornare e rimanere aggiornati sugli eventi sul campo. Proprio per questo, esso ha rivestito, invece, un ruolo marginale nell’organizzazione e nella coordinazione delle proteste e nello sviluppo, da parte dei protagonisti della rivolta, di un dibattito argomentativo atto a identificare cause e avversari e a denunciare la violenza e la repressione del regime [34].

Dal 2009, anno della rivoluzione iraniana, sino ad oggi, il mondo accademico e quello del giornalismo hanno prodotto una lunga serie di studi circa il ruolo dei social network e, in generale, del web nella creazione di movimenti sociali e nelle rivoluzioni. Questo acceso dibattito, come anticipato, vede la contrapposizione di un filone di “scettici” [35], che non credono al ruolo dei social network come fattori determinanti del cambiamento politico e sociale in seno ad un Paese e come fautori di una rivoluzione, ed uno di “entusiasti” [36] o  “techno-utopian” [37], che invece credono nel potere emancipante e liberatorio della tecnologia e vedono i nuovi mezzi di comunicazione di massa come fattori sufficienti alla creazione di un movimento sociale in grado di sfidare apertamente gli apparati di potere.

 ph. Zohra Bensemra

Ph. Zohra Bensemra

A mio avviso, una lettura ottimistica, quasi eziologica, di tali strumenti, oscurerebbe le reali motivazioni che hanno provocato la rivoluzione tunisina. Verosimilmente, sarei orientata ad avallare una posizione intermedia, riconoscendo pertanto ai social network un ruolo importante, ma non quello di motore primo delle trasformazioni che portarono alla caduta e alla fuga di Ben Ali. Ritengo, infatti, che i social networks svolsero una funzione strumentale ma non causante. D’altro canto, sarebbe ingeneroso ritenere che essi non ebbero nessun ruolo, e soprattutto, non ritengo attinente alla realtà fattuale di ciò che è accaduto in Tunisia, concentrare blog e social network in una medesima categoria. Infatti, per quanto riguarda i blog, compresa la loro versione sotto forma di forum, ho tentato di mostrare come, già a partire dalla fine degli anni novanta, essi si siano prestati alla creazione e veicolazione, per quanto inizialmente ristretta ai pochi cyber-attivisti, di un contro-discorso opposto a quello ufficiale. Essi pertanto svolsero la pionieristica funzione di mostrare e denunciare una realtà diametralmente opposta a quella promossa dalla propaganda statale. Gli spazi virtuali, rivelatisi sin da subito luoghi attraverso cui poter garantire il consumo e la produzione di una narrazione non filtrata dall’apparato di censura statale, si sono progressivamente imposti come luoghi di scambio, di formazione e di informazione.

Riguardo i social network, i dati mostrano come Facebook, sino al momento dello scoppio delle proteste di piazza, fosse uno strumento di socializzazione utilizzato con una funzione di intrattenimento e non per la veicolazione di un discorso di opposizione politica e denuncia. Tuttavia, è innegabile come, a partire dalla metà di dicembre 2010, esso sia stato trasformato in un trampolino di lancio per notizie, informazioni e denunce che, altrimenti, non avrebbero avuto la forza e la possibilità di oltrepassare i confini delle zone al sud del Paese. Per quanto riguarda Twitter, il discorso risulta essere in parte diverso. Esso, infatti, è stato utilizzato essenzialmente da quella parte di popolazione ben consapevole della necessità di tenere l’attenzione degli osservatori internazionali sulla Tunisia, e della capacità di usare lo strumento, piegandolo alle proprie finalità ed obiettivi.

Alla luce di questi dati, mi risulta arduo iscrivermi fra i sostenitori della versione ottimistica e fiduciosa di quanti sostengono che la rivoluzione tunisina possa essere identificata come una “Facebook revolution” e sarei piuttosto orientata a condividere la lettura di Danahar secondo cui «The west looked for labels it could understand to describe a region it did not» [38]. Una simile lettura rischierebbe, infatti, di oscurare le reali motivazioni che hanno innescato la rivoluzione, ossia l’innalzamento del livello medio di istruzione, il fallimento socio-economico delle politiche del regime di Ben Ali, i conseguenti alti livelli di disoccupazione e sperequazione economica fra il nord e il Sud, e il pervasivo sistema di repressione e monitoraggio sulla società tunisina. Inoltre, se da una parte questi media hanno svolto un fondamentale ruolo di mobilitazione e presa di coscienza durante il momento di crisi e, dunque nella fase destruens, d’altra parte essi si sono rivelati poco efficaci nel delicato processo di transizione democratica. Durante la transizione democratica – quella che potremmo definire la pars construens post-rivoluzionaria – infatti, non solo questi strumenti hanno abbandonato la centralità della scena, dimostrando di non riuscire a catalizzare lo stesso livello di attenzione quando la protesta lascia spazio alla proposta, ma, addirittura, hanno cominciato ad essere usati, non sempre in modo trasparente, da parte di politici ed altre figure di rilievo che, in un primo momento, li avevano sottovalutati, generando, in tal modo un contro-contro-discorso. Infine, un elemento ulteriore che sembrerebbe validare questa lettura intermedia sono le difficoltà e le contraddizioni che tutt’ora emergono nel processo di democratizzazione della Tunisia. Valga su tutti il fatto che l’attuale Presidente, legittimato dal voto popolare, è Beji Caid Essebsi, politico di lungo corso che ha svolto incarichi sia sotto Bourguiba che sotto Ben Ali, del cui partito è stato membro ininterrottamente dal 1988 al 2011 [39].

Dialoghi Mediterranei, n.25, maggio 2017 
Note
[1]  Manuel Castells, Comunicazione e potere, EGEA Università Bocconi Editore, Milano 2009: 60.
[2]  Simone Sibilio, La rivoluzione  dei (nuovi) media arabi ,  in .Francesca Maria Corrao (a cura di), Le rivoluzioni arabe. La transizione Mediterranea, Mondadori Education, Milano, 2011:81
[3] Ouejdane Mejri e Afef Hagi, La rivolta dei dittatoriati, Mesogea, Messina 2013.
[4] È bene sottolineare però, che molti blog oggi hanno acquisito alcune funzioni proprie dei social network.Essi, infatti, sempre più spesso presentano dei link che rinviano ad altri blog, mostrando in questo modo, anche se in maniera meno accentuata che nei social network, la propria rete sociale costituita da link che rinviano ad altri nodi del web, ossia altri blog.
[5] Manuel Castells, Reti di indignazione e speranza. Movimenti sociali nell’era di internet, EGEA Università Bocconi Editore, Milano 2012.
[6]   Simone Sibilio  in Francesca Maria Corrao, op. cit. : 85.
[7]   Manuel Castells, Reti di indignazione e speranza. Movimenti sociali nell’era di internet, cit.
[8] Marshall McLuan, Gli strumenti del comunicare, Il Saggiatore, Milano 2008.
[9]  A questo proposito vedere: Mehdi Mabrouk, The youth revolution e Fawaz Traboulsi, Revolutions bring Down Ideas as well, in Heinrich Böll Stiftun, 2011. https://www.boell.de/sites/default/files/perspectives_middle_east_issue_2.pdf
[10]  Secondo United Nation Arab Human Development Reports 2009 «Some 60 per cent of the population is under 25 years old, making this one of the most youthful regions in the world, with a median age of 22 years compared to a global average of 28». Nel 2011 Arab Human Development Reports stimava una crescita per la popolazione dei 22 Paesi che compongono il “mondo arabo” di oltre 395 milioni di abitanti, di cui il 60% under 25. 250 milioni di abitanti avrebbero inoltre vissuto nei centri urbani e 100 milioni di loro sarebbero stati disoccupati. Nel 2014 i dati ufficiali sul numero della popolazione totale del mondo arabo erano perfettamente allineati con la proizione di Arab Human Development Reports: 365 milioni di abitanti.
[11] Aldo Nicosia, La Tunisia dalla rivoluzione alla nuova costituzione,  in F. M. Corrao, cit. 2011: 115
[12] M. Zayani,  Networked publics and digital contention. The politics of everyday life in Tunisia, Oxford University Press, New York 2015: 5.
[13]   Ouejdane Mejri e Afef Hagi, cit.: 48.
[14]   G. Orwell, 1984, Mondadori, Milano 2002.
[15]   L’analisi è approfondita anche in M. Zayani (Networked publics and digital contention: the politics of every day life (op. cit: 6) quando afferma «significant forms of political engagement developed outside of conventional politics and institutional frameworks, giving rise to a digital culture of contention. (…) the tendency of digital comunication riconfigures political action within ordinary, everyday experience.»
[16]  Aldo Nicosia  La Tunisia dalla rivoluzione alla nuova costituzione, in F. M. Corrao, cit.: 125
[17]   Ouejdane Mejri e Afef Hagi, cit.
[18]   Intervista di Zayani a Waterman, Tunisi 23 marzo 2014, in “Networked publics and digital contention. The politics of everyday life in Tunisia”.
[19]  Editorial, Takriz e-mag, http://takriz.tunezine.tn/archives/n1vol2.html.
[20]  Nello stesso periodo vennero censurati anche altri siti, fra cui quelli di Amnesty International e Reporters without Borders.
[21]  Ufficialmente in Tunisia la censura non esisteva e la giustificazione all’oscuramento dei siti web era la presenza di guasti tecnici.http://tempsreel.nouvelobs.com/monde/20010821.OBS7638/des-souris-contre-ben-ali.html .
[22]  Ouejdane Mejri e Afef Hagi, cit.
[23]   Ibidem
[24]   Referendum con il quale veniva abolito il limite di due mandati presidenziali e veniva, inoltre, garantita l’immunità penale del del capo dello Stato
[25]   Ciò emerge dalla rubrica intitolata “mots dits”, all’interno della quale vengono spiegati etimologia e significato di parole come democrazia, governo, contratto sociale, repubblica e società civile.
[26]   Nawaat, Media, http://org.nawaat.org/category/media/
[27]   Lina Ben Mhenni, Tunisian girl. La rivoluzione vista da un blog: 44
[28]   Manuel Castells, Comunicazione e Potere, cit:: xx.
[29]   Ouejdane Mejri e Afef Hagi, cit.:110.
[30]  Racha Mourtada e Fadi Salem, “Civil movements: the impact of Facebook and Twitter”, Arab Social Media Report, vol.1 N..2, 2011, http://unpan1.un.org/intradoc/groups/public/documents/dsg/unpan050860.pdf.
[31]  Leila El Houssi, Il risveglio della democrazia. La Tunisia dall’indipendenza alla transizione, Carocci Roma, 2013;  Thomas Poell e Kaouthar Darmoni, Twitter as a multilingual space: the articulation of the Tunisian revolution through #SidiBouzid”, Nectus – Europeran journal of media studies, volume 1/1, 2012.
[32]   M. Zayani, “Networked publics and digital contention. Cit.
[33]   Thomas Poell e Kaouthar Darmoni, Twitter as a multilingual space: the articulation of the Tunisian revolution through #SidiBouzid, Nectus – Europeran journal of media studies, volume 1/1, 2012.
[34]   A questo proposito, è bene sottolineare che anche su Twitter, tramite la pubblicazione di link rimandanti a post, video e articoli è stata documentata e denunciata la politica di repressione del regime. Ma in misura molto più marginale rispetto Facebook che, invece, ha costutuito il catalizzatore delle proteste.
[35]   A questo proposito vedere: Malcom Gladwell, “Small change: why the revolution will not be tweeted”, The New Yorker, 4 ottobre 2010, http://www.newyorker.com/magazine/2010/10/04/small-change-  malcolm-gladwell; Nabil Dajani, “Technology cannot a revolution make: nas-book not facebook”, primavera 2012, Arab Media & Society, http://www.arabmediasociety.com/?article=782; Nicholas Thompson, “Is witter helping in Egypt?”, 27 gennaio 2011, The New Yorker, http://www.newyorker.com/news/news-desk/is-twitter-helping-in-egypt; Evengey Morozov, “The Net Delusion: the dark side of internet freedom”, NewYork, Perseus Book Group, New York 2011.
[36]  A questo proposito vedere: Mike Giglio “Tunisia protests: the facebook revolution”, The Daily Beast, 15 gennaio 2011, http://www.thedailybeast.com/articles/2011/01/15/tunisa-protests-the-facebook-revolution.html; Clay Shirky, “the twitter revolution: more than just a slogan”, 6 gennaio 2010, Prospect, http://www.prospectmagazine.co.uk/magazine/the-twitter-revolution-more-than-just-a-slogan; Elizabeth Dickinson, “the first WikiLeaks revolution?”, 13 gennaio 2011, Foreign Policy, http://foreignpolicy.com/2011/01/13/the-first-wikileaks-revolution/.
[37] Espressione utilizzata da Jameson Berkow in “the myth of social media revolution”, Finantial Post, 26   maggio 2011, http://business.financialpost.com/fp-tech-desk/the-myth-of-the-social-media-revolution?__lsa=f9da-2942. È stata però coniata da Evgeny Morozov in “The net delusion: the dark side of internet freedom”,
[38]  Paul Danahar, The new Middle East. The world after the Arab Spring, Bloomsbury Publishing, London   2015: 22.
[39]   Al riguardo è necessario sottolineare come, dopo esser stato dapprima Ambasciatore in Germania e poi Presidente del Parlamento dal 1990 al 1991, egli si fosse poi ritirato a vita privata, dedicandosi ad esercitare la sua attività di avvocato.
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Lisa Riccio ha conseguito il titolo di Laurea in Lingue e Comunicazione, con focus sulla lingua inglese e araba, presso l’Università di Cagliari discutendo una tesi sul ruolo dei social network nella rivoluzione tunisina del 2011. Ha vissuto un periodo di quattro mesi in Marocco al fine di conseguire un certificato di lingua araba e attualmente studia e lavora a Londra in vista del completamento dei suoi studi in Relazioni Internazionali del Medio Oriente.

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