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Un sogno lungo una vita. Una storia familiare

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Salvatore Cuccia, mio nonno

 di Salvo Cuccia

Ho la fortuna di fare il regista. Non è un lavoro qualunque, è una passione. È uno di quei lavori in cui ti immergi completamente e in cui tutto quello che vivi è legato ad esso, un unico brodo primordiale di vita. Qualcuno ha scritto che il cinema è come la vita senza le parti noiose e io credo profondamente in questo. Essendo praticamente nato e cresciuto in un cinema, il cinema Cuccia aperto da mio nonno negli anni ‘50, anni fa ho formulato un pensiero: il tempo di scorrimento della pellicola è direttamente proporzionale al tempo di scorrimento della vita. E tutti quelli che ci occupiamo di cinema, teatro, letteratura, musica, di arti visive, di fotografia, inseguiamo continuamente un sogno, afferrare il tempo, prenderlo, cercare di coglierlo, pur sapendo che è una impresa impossibile, vista la sua impalpabilità. Il tempo è una invenzione dell’uomo, in realtà non esiste. È una illusione. E il cinema è una magnifica illusione.

Ho esplorato i vari linguaggi, dal cinema di finzione e di invenzione al documentario, alla videoarte e alla sperimentazione audiovisiva. E ogni volta combatto questa battaglia inutile contro il tempo. Ovvero cerco di assecondarlo e esplorarne gli anfratti. Ma come si può esplorare qualcosa che non esiste ed è soltanto una invenzione? E questo è il bello, la cosa che mi attrae di più. Ho due parole stampate nella mia mente, immaginazione e sperimentazione, grazie alle quali ho la forza e la determinazione di continuare a costruire storie vere o immaginarie, che siano frammenti del passato o qualcosa che nasce sul desiderio di raccontare il presente o il futuro.

Diversi anni fa realizzai il film documentario Il Soldato innamorato, basato sulle memorie di guerra che mio nonno Salvatore Cuccia scrisse dal ‘68 al ‘73 e raccolse nel suo Diario della prima guerra mondiale. Era il 18 gennaio del 1973 quando mio nonno Salvatore completò il suo diario della prima guerra mondiale, 46 pagine “uso protocollo” scritte di pugno, con la grafia di un capomastro. Lo aveva scritto perché non volevano dargli la pensione di guerra. Spedì il plico all’INPS per dimostrare che la guerra l’aveva fatta. Forse lo aveva scritto anche per una sfida sotterranea con mia nonna, che era una poetessa di occasione, che componeva poesie in rima per battesimi, cresime, matrimoni e altri eventi. Mia nonna aveva composto anche “La volata dell’angelo” che ancora oggi è recitata da due bambine, vestite da angeli, appese a dei fili e sospese in aria, al passaggio della processione del Santissimo Crocifisso, che si celebra ogni anno a settembre a Villafrati, piccolo paese in provincia di Palermo.

Salvatore aveva voluto fissare su carta una volta e per tutte quei ricordi che raccontava in ogni occasione. Io, mia sorella e mia cugina, ancora bambini scappavamo appena sentivamo l’incipit di un suo racconto qualsiasi, tanto il nonno ripeteva quelle storie del passato. Ancora non ne capivamo l’importanza. Per lui e per quelli della sua generazione era stato uno shock indelebile: era partito il 22 settembre del 1916 a 19 anni e non avrebbe più dimenticato gli orrori della guerra.

Lo rivedo già anziano in alcuni spezzoni di film familiari in 16 mm e in bianco e nero, girati da mio padre tra la fine degli anni ‘60 e i primi anni ‘70, con la immancabile compagnia di mia nonna Maria, di cui scrive nel suo diario, nel momento in cui alla fine della guerra aveva conosciuto a Fiume la bella Albertina «… che ci siamo innamorati tutti e due. La madre ci dava tutto a noi purché ci sposavamo che loro avevano un negozietto, ma quando la baciavo avevo davanti agli occhi la mia Marietta come per dirmi deve sposare me».  E così, finita la guerra, tornò in Sicilia e sposò mia nonna.

Andai a trovare Ciro Guarino, un anziano signore anche lui di Villafrati. Aveva 99 anni nel 2013 essendo nato nel 1914, l’anno in cui scoppiò la prima guerra mondiale. Per me è una testimonianza un po’ “detour”: lui ha fatto la seconda guerra mondiale, ma sono convinto che può dare un’idea molto profonda della guerra in generale. E poi ha conosciuto mio nonno e dunque mentre scorrono ancora le immagini in 16mm, ci parla di lui per qualche istante. È rimasto vivo un anno fa quando gli è crollata la casa addosso: è sopravvissuto anche a questo. E tiene a dire che se è sopravvissuto alla guerra quell’ultima cosa non gli fa né caldo né freddo. E mentre parla assorto nella penombra della casa in cui si è trasferito comincia il suo racconto degli orrori della guerra, qualunque essa sia e in qualsiasi modo si combatta.

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Salvatore Cuccia in divisa

Mio zio Vincenzo, scomparso da qualche anno, era un grande collezionista. Conservò gelosamente il diario di guerra e mi diede una fotocopia alla fine degli anni ‘80. Subito dopo raccolse in un volume rilegato il diario di guerra insieme alle foto del nonno in divisa da militare e alle foto delle medaglie di guerra e di altri oggetti che lui stesso conservava, delle cartoline che mio nonno spediva a mia nonna sia durante la guerra che dopo, e altre informazioni molto interessanti. La casa di mio zio è come un piccolo museo: ambienti piccoli e densi, in cui risiede una storia della famiglia ricostruita a modo suo, col suo gusto, pieni di oggetti curiosi, di minuscoli giocattoli d’epoca, di orologi, monete delle più svariate, e anche degli oggetti appartenuti a mio nonno. Le foto di nonno Salvatore sono sistemate dentro una vetrina tra mille piccolissimi oggetti che hanno perso la loro funzione e giacciono decontestualizzati sul ripiano affollato di ogni cosa. E i pavimenti sussultano ad ogni passo, come se fossero in procinto di crollare sotto il peso della storia, delle storie.

Insieme a mia cugina e mia sorella, rei di mancata attenzione da piccoli, ho cominciato a sfogliare le pagine di quel diario di guerra, ne ho letto episodi. E leggendo ho iniziato a viaggiare negli stessi luoghi, rifacendo lo stesso percorso che fece il nonno per andare al fronte.

Chiamato alle armi, Salvatore affrontò un viaggio lunghissimo, prima verso la Puglia, nei centri di addestramento, e poi catapultato al fronte in Friuli: a Tolmezzo, a Cercivento e da lì a Timau, sulla prima linea, sul confine con l’Austria. Poi sul Carso. E sul ponte di Bassano…

Mio nonno racconta di come riuscì a scampare diverse volte alla morte, dell’incontro col futuro papa Giovanni XXIII, di D’Annunzio e di Fiume, della sua educazione sentimentale in Croazia e del suo ritorno in Sicilia nel 1920 per sposare la sua amata Maria. Attraverso repertori cinematografici di famiglia, girati in super 8 e 16mm dalla fine degli anni 40 all’inizio degli anni ‘90 e con l’ausilio di repertori della prima guerra mondiale, provenienti da Cineteca Italiana di Milano, Cineteca del Friuli, Filmarchiv Austria, ho ricostruito il racconto di guerra di mio nonno. Sono andato negli stessi luoghi: monte Croce di Carnia, il Carso, monte Fior, l’Altopiano di Asiago, Trieste, altre località e infine Villafrati, il suo paesino natìo, in Sicilia.

Era una guerra di trincea. Con la neve e il gelo, mio nonno scavava le trincee a poche centinaia di metri dagli austriaci, e raccontava che a volte sentivano le loro voci. Fu l’ultima guerra corpo a corpo. Per lui fu una guerra sulla linea del fronte austriaco in Friuli, nel perenne freddo, a sbattere il muso sul ghiaccio quando, di notte, tornando, qualcuna delle trincee scavate crollava. Una guerra fatta di incontri con parenti e paesani, di tanto in tanto. Di esplosioni e morte, tutta attorno a lui che miracolosamente rimaneva vivo (e oggi non sarei qui a raccontarla io questa storia).

Scorrono le immagini sbiadite di una pellicola del Regio Esercito Italiano che mi lasciò il socio del piccolo cinema di mio nonno.È come la pelle del tempo: dopo un secolo si riesce appena a vedere qualcosa, come un ricordo confuso, sbiadito, dimenticato. Una pellicola infiammabile che potrebbe scoppiare, come la guerra.

È un viaggio che parte da Villafrati, in provincia di Palermo, la piazza, la chiesa, la casa dei miei nonni, il manoscritto, gli oggetti a casa di mio zio, le foto di mio nonno, il piccolo museo fatto di oggetti perduti. Da lì si avvia il racconto del nonno Salvatore. La memoria ha il sapore delle pellicole familiari girate da mio padre in super8 e di splendidi 16mm. In bianco e nero, e anche di registrazioni audio che mio padre amava realizzare in famiglia e che si sentono sullo sfondo come suoni lontani, ovattati e di un frammento girato subito dopo la seconda guerra mondiale nella piazza del paese, dal socio del cinema di mio nonno. E anche di miei super8 in bianco e nero girati nell’arco di diversi anni, che insistono sugli stessi luoghi. E la pellicola del Regio Esercito Italiano, girata durante la grande guerra, ormai distrutta, come distrutta era l’Europa, e non solo, alla fine del conflitto. Frammenti rugosi del tempo.

doc004_page-0001Ho rivisto mio nonno attraverso i 16mm di mio padre in bianco e nero: sono immagini che mi riportano all’idea stessa della vita, visto che mio nonno raccontò quella storia proprio in quel periodo. Era così, già anziano, con quel viso e non quello da giovane vestito da militare, come appare in qualche foto: non avrei potuto conoscerlo così. Era già con le sue rughe e i suoi acciacchi da anziano il nonno che ricordo ed è per me difficile immaginarlo in guerra. Era così quando raccontava le sue storie di una guerra lontana nel tempo già allora, eppure ancora così vicina. Non così oggi che è veramente lontana ormai. Mi piace soffermarmi quasi a cogliere ogni minimo sguardo e così a “riviverlo” dai film in 16mm. Pensiamo tutti alle nostre genealogie e mi sono messo nei panni di mio nonno che, lasciando la Sicilia, fu costretto ad andare in guerra da un’altra parte, lontano. Lui ragazzo di 19 anni, che poi diventerà capomastro, andò a combattere e forse sarebbe rimasto lì se non si fosse già fidanzato con mia nonna, forse si sarebbe fatto una famiglia in Croazia alla fine della guerra e non ci sarebbe stata questa sua famiglia siciliana, non avrebbe avuto quei figli e neanche quei nipoti tra cui io.

Essendo legata a questa fascinazione genealogica, quella del documentario è in qualche modo la narrazione di una memoria, del ritorno con i ricordi in un piccolo paese del sud (Villafrati) andando a ritroso nel tempo e rivedere la stessa piazza quasi 70 anni prima in immagini alla fine della seconda guerra mondiale in una sorta di shock temporale, per poi andare ancora più indietro. Entrare in quella che fu la casa dei miei nonni, esplorarla mentre racconto come e perché mio nonno aveva deciso di raccontare la sua guerra. Mi piace osservare quella piazza dove aveva la sua casa, perché mi ha colpito in particolar modo il fatto che per descrivere le distanze e le grandezze della piazza di Fiume il giorno in cui D’Annunzio vi arrivò e salì nel balcone del palazzo del governo per parlare a tutti, mio nonno faceva riferimento alle misure della piazza del suo paese. È dal contrasto tra quel sole siciliano dei pomeriggi di inizio d’estate dei paesini del sud e quel silenzio, e gli orrori della guerra, i bombardamenti, i corpi squarciati, i morti, che nasce il racconto e la sua ragione d’essere. D’essere umani.

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Pagina del Diario di guerra

Per conoscere i luoghi e i percorsi di mio nonno sia durante che alla fine della prima guerra mondiale, ho fatto un primo viaggio da solo con una cinepresa super8. Ho seguito il tragitto attraverso il diario ed è incredibile come, dopo 50 anni – tanti ne erano passati dal suo ritorno nel 1920 – mio nonno era riuscito a mettere a fuoco persone, circostanze e luoghi. Nel diario aveva impresso le cose più importanti, non essendo un resoconto giornaliero scritto quando era al fronte. Solo i fatti più importanti erano rimasti impressi nella sua memoria. Quando ero bambino e lo sentivo parlare della guerra sembrava che gli eventi gli fossero rimasti come scolpiti per sempre nella testa. Aveva trascorso tre anni in guerra da quando aveva 19 anni ai 22. Era la persona più mite della famiglia e probabilmente la più mite che io abbia mai conosciuto. Dopo gli anni passati in guerra la sua vita ebbe un andamento senza grandi sommovimenti. Quello che aveva vissuto tra il 1916 e il 1920 gli era stato più che sufficiente.

Così annota passo dopo passo la sua permanenza a Monte Croce di Carnia:

 «Il 22 dicembre siamo partiti e siamo arrivati il 25 giorno del Santo Natale a Tolmezzo, già zona di guerra, poi ci portarono in un paesino chiamato Circivento. Faceva freddo, nevicava. Lì ci impesantirono di vestiario e siamo partiti passando da un altro paesino chiamato Timau e siamo saliti su in linea. Ci diedero una baracca che sopra c’erano metri di neve. L’indomani arrivati stavo scrivendo a mio padre e fratelli, che Pietro era pure al fronte, nell’artiglieria, a Monte Croce di Cadore, mentre noi eravamo a Monte Croce di Carnia e Ciro si trovava a San Giovanni di Manzano: era nella musica del Reggimento.
Perciò… mentre scrivevo scoppia una granata nemica dentro la baracca, ecco il mio primo grande spavento e anche dei miei compagni. Sentivo gridi, pianti. Già due cugini, figli di fratelli, morirono, altri feriti. Al mio caporale, che stava scrivendo i nomi della squadra, gli saltò il piede. Allora siamo usciti tutti e siamo andati dentro una galleria. Ma gli austriaci, vedendo che fecero bersaglio, non spararono più».
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Pagina del Diario di guerra

Sono salito a Monte Croce di Carnia, dopo aver attraversato i luoghi citati da mio nonno (Tolmezzo, Cercivento, Timau) insieme ai ragazzi della troupe e a una guida. È stata una esperienza indimenticabile. Sul monte si può arrivare solo a piedi seguendo un sentiero e camminando per circa tre ore e mezza, iniziando il cammino di notte alle 5, assistendo poi all’alba e via via durante il mattino. I ragazzi con amorevolezza mi hanno detto durante la salita: «lo stiamo facendo per tuo nonno Salvatore» e la cosa mi ha emozionato. Riuscivo quasi a vedere mio nonno giovane, vestito da soldato semplice, che ci accompagnava.

Lo scenario che si è presentato ai nostri occhi è stato a dir poco sbalorditivo: su in cima le trincee italiane e austriache erano distanti tra loro non più di 150/200 metri su questo monte che ha la forma di un enorme panettone, circondato da valli e da altri monti. La nebbia che avvolgeva ogni forma si è allargata pian piano e non del tutto solo dalle 2 di pomeriggio e ci ha consentito di fare delle riprese molto intense, tra il vedere e il non vedere, che poi riflette lo spirito di quella guerra tra fumi e gas, tra esplosioni e nebbia, in cui a volte “si sparava ai nostri” come annota ancora mio nonno:

«abiamo inteso una voce “fuoco che il nemico si avanza”. E cominciamo a sparare, ma una voce lì “vigliacchi italiani, ci state uccidendo a tutti!” e si sparava ai nostri, che a pochi metri non si vedeva di quel fuoco che c’era».

La nostra giornata su Monte Croce di Carnia, dopo esplorazioni sia delle trincee italiane che delle trincee e degli anfratti austriaci, si concluse con una discesa meno lunga ma altrettanto bella, fino al piazzale in cui un tempo sorgevano le strutture oggi abbandonate della frontiera tra Italia e Austria.

La prima volta, quando ero da solo, ero arrivato fino al piazzale e avevo assaporato quella atmosfera, girando dei rullini di pellicola super8 mentre nevicava, per poi tornare a Timau prima del buio e prima che la neve coprisse di nuovo il manto stradale. Sono stato immerso in quel silenzio montano per delle ore, cercando di immaginare i fatti di cui aveva scritto il nonno, continuando a leggere il manoscritto, seduto in auto.

Poi mi sono diretto sul Carso. Mio nonno scrive:

«Finalmente l’8 Febbraio del ‘17 siamo scesi. Abbiamo respirato, ma dove ci portano? Intanto ci portano sul Carso. Ahimè! era meglio che ci lasciavano in Carnia e no qua! Noialtri del ‘97 vedevamo a quelli anziani che avevano stato sul Carso e gli occhi ci lagrimavano. Dicevano “sul Carso si muore sotto i bombardamenti” e noi ragazzi ci facevamo più piccoli».

Altra sorpresa a San Martino del Carso e su Monte San Michele: ho conosciuto le persone che gestiscono un piccolo museo della guerra e insieme siamo andati a visitare Monte San Michele e ho immaginato un incontro casuale forse mai avvenuto tra mio nonno e il poeta Ungaretti: forse sono stati pure vicini, anche per un momento. Un poeta e un muratore, tutti erano finiti in guerra.

Erano i luoghi in cui Ungaretti scrisse “Sono una creatura” (Valloncello di Cima Quattro il 5 agosto 1916).

Come questa pietra
Del S. Michele
Così fredda
Così dura
Così prosciugata
Così refrattaria
Così totalmente
Disanimata
Come questa pietra
È il mio pianto
Che non si vede
La morte si sconta vivendo.
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Monte Croce di Carnia (ph. S. Cuccia)

Da Monte San Michele vedo Trieste e la costa. Poi ho esplorato la valle di Opacchiasella oltre il confine Sloveno. Da lì mi sono diretto verso Trieste: mio nonno vi soggiornò per brevi periodi. Poi sono andato a Erpelle e infine a Fiume, dove mio nonno incontrò Gabriele D’Annunzio. D’Annunzio aveva sempre desiderato liberare Fiume dai nemici e far valere su di esso i diritti dell’Italia. Era riuscito così ad organizzare un gruppo di spedizione composto da circa mille uomini, raggruppando degli ufficiali che avevano come motto “O Fiume o la morte!”. Il 12 settembre 1919 i soldati e D’ Annunzio entrano in Fiume. Il generale Pittaluga favorì l’avanzata nella città facendo strada all’esercito. Il successo è immediato in quanto le truppe alleate non si oppongono agli uomini e sgombrano il territorio.  Con trepidazione sovrappongo le parole di mio nonno e della storia scritta di suo pugno con le immagini ufficiali in un documento cinematografico dell’epoca.

 «Una mattina ebbimo ordine di andare a Erpelle, un paese prima di Fiume, ci dissero che dovevamo a frontare a Gabriele D’Annunzio che veniva con un migliaio di volontari per cacciare gli inglesi. Si diceva che gli Inglesi imposero a l’Italia di cedere Fiume a l’Inghilterra tanto che noialtri dicevamo “come, noi abbiamo combattuto, abiamo vinto e ora loro si debbono prendere la bella Fiume?” Difatti verso le 10 spuntarono questa colonna di soldati che c’era la strada dritta un 3 chilometri. Mentre si avvicinavano che erano tutti a piedi, il nostro tenente ci disse “quello davanti è Gabriele D’Annunzio”, “così bassino?, “Sì”. Poi ebimo ordine di puntare col moschetto. Allora Gabriele prende 2 bombe dalla giacca e ci disse “siete Italiani o Austriaci?”, “Italiani” abbiamo risposto come fessi. Ma in questo mentre arriva il generale che comandava Fiume, si rivolse con D’Annunzio “beh, che intenzione hai? fare fuoco contro le caserme inglesi e tutti? ah no! dai due giorni di tempo e se non se ne vanno fai quel che vuoi, io lascio il comando”».

E mio nonno descrive il palazzo del governo di Fiume facendo il paragone con la piazza del suo paese, la chiesa e la casa di suo cognato Ciccio:

«Allora noialtri ebbimo ordine di andare davanti il Palazzo del Governo, che era situato come qua la chiesa con quei pilastretti e di fronte come qui la casa di Ciccio c’era la caserma inglese».

Io le ho chiamate “le misure della sua vita” quelle che lui prende continuamente descrivendo i luoghi della guerra, paragonando edifici e distanze con quelli del suo paese in Sicilia. In fondo in questo suo modo di descrivere, non fa altro che mettere l’accento sul luogo in cui poi visse per tutto il resto della sua vita.

Attraverso i repertori dell’Istituto Luce che documentano quel preciso giorno a Fiume, esattamente il 19 settembre del 1919, ho potuto costatare anche che il suo racconto era abbastanza preciso. Era come se lui fosse accanto alla macchina da presa con cui qualcuno stava girando il film di quel giorno, descrivendo tutto minuziosamente:

«D’Annunzio era un gran poeta, sale dentro il palazzo e se ne va nella terrazza levando le bandiere degli alleati e mette una bandiera italiana quanto era largo il palazzo e alto e comincia a predicare, a parlare contro gli inglesi».
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Monte Croce di Carnia (ph. S. Cuccia)

Su internet ho trovato quel discorso: «Italiani di Fiume! Nel mondo folle e vile, Fiume è oggi il segno della libertà; nel mondo folle e vile è una sola cosa pura: Fiume! è una sola verità: Fiume; è un solo amore: Fiume! Fiume è come un faro luminoso che splende in mezzo “a un mare di abiezione. In questo pellegrinaggio d’amore io sono venuto a sciogliere il voto promesso nel maggio scorso al popolo di Roma. Allora la vasta bandiera del Timavo, la bandiera che aveva coperto il corpo del Fante dei fanti, fu spiegata dalla ringhiera del Campidoglio e poiché il lembo rosso giunse a bagnarsi nella tazza della fontana sottostante, “essa fu battezzata dall’acqua Capitolina. Dopo quest’atto di rinnovata volontà, dichiaro: io soldato, io volontario, io mutilato di guerra, sento di interpretare la volontà di tutto il sano popolo d’Italia proclamando l’annessione di Fiume alla patria».

Poi il soldato Salvatore racconta della sua educazione sentimentale e sessuale in Croazia, dove avrebbe potuto anche decidere di rimanere. E invece tornò a Villafrati dalla sua fidanzata, Maria, che sposò qualche anno dopo.

Il racconto di mio nonno e di conseguenza il documentario che ho realizzato sono un frammento di storia della prima guerra mondiale, immerso nella storia generale. Sono la storia e la guerra viste da un soldato semplice, viste in “soggettiva” in linguaggio cinematografico. Cioè mio nonno scrisse ciò che aveva visto nel suo raggio visivo e dal suo punto di vista. Si può dire che la storia descritta dal soldato Salvatore è una guerra in prima persona. Annota luoghi e persone con dovizia di particolari, anche le date con precisione. La sua memoria dopo molti decenni era ancora lucidissima e va in profondità.  Dunque alla storia generale, quella scritta nei libri, fa da contrappunto la storia vissuta e vista da vicino. Il diario è un documento di microstoria pronto a incastonarsi nella grande storia, che sembra qualcosa di cristallizzato e lontano. In realtà la guerra, che sia di molto tempo fa o che sia di oggi, è fatta dagli uomini e navigando tra le pieghe delle testimonianze di alcuni e qualche frammento di memoria di persone che non ci sono più, cerco forse di far tornare alla luce una umanità, quella che mio nonno scrive nelle ultime righe del suo diario: «Ecco tutta la mia vita militare, la guerra, le sofferenze, divertimenti e tutto».

Tra i racconti di guerra c’è anche quello avvenuto tra la sua permanenza a Monte Croce di Carnia e sul Carso e poi quella su Monte Fior in Veneto. E cioè l’incontro con l’allora cappellano militare capitano Roncalli, che divenne poi Papa Giovanni XXIII, che fece un discorso e confessò i soldati prima che essi risalissero al fronte:

 «Ora siamo in giugno a riposo vicino Marostica a sinistra di Bassano. Una mattina 20 giugno, 21, non ricordo, del 1918. Il nostro tenente ci disse “questa mattina verrà il Capitano Cappellano Roncalli a farci una morale”, tanto che abiamo detto “ma perché questa morale non ce la fa il nostro cappellano”.
Verso le 10 si presenta Roncalli.
Era bello, giovane, che la sua fisionomia mi rimase in mente e l’ho riconosciuto da vecchio quando fu Papa. Allora poteva avere 33, 34 anni.
Era risolente dicendo che combattiamo un forte Impero, che allora l’Impero Austro Ungarico faceva qualche 72 milioni e noialtri forse la metà. Perciò ci disse di combattere e farci coraggio, che ci tenne qualche oretta.
In ultimo disse “di chi voialtri si vuole confessare si confessa” e tanti ci fecimo avanti e così all’impiedi stesso ci confessammo, ci fece tanti auguri e ci lasciò. La sera siamo partiti per l’altipiano di Asiago. E il giorno 23 giugno alle 12 siamo andati all’assalto conquistando Monte Val Bella, cima Echer…».
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Frank Zappa

A proposito di memorie personali, nel 2013 avevo realizzato il documentario “Summer 82 When Zappa came to Sicily” basato sul tour di Frank Zappa e il suo concerto di Palermo finito tra i lacrimogeni e ho costruito una storia singolare: la mia da fan e quella del mio idolo di allora. Anche questo è stato un viaggio a ritroso costellato da documenti d’epoca. Attingendo di nuovo al patrimonio di film familiari girati da mio padre sono tornato a Villafrati e parallelamente ho fatto viaggiare i figli di Frank Zappa per raggiungere la Sicilia per mostrare loro le origini del loro padre. La visita a Partinico fu toccante, raccolsi lo stupore di Dweezil Zappa e di sua sorella Diva nel vedere la casa in via Zammatà, che ha le sembianze di una spelonca chapliniana, la casa dove avevano vissuto i loro avi e da cui erano partiti nel 1909 alla volta dell’America (il padre di Frank aveva solo tre anni nel 1909). Diva guardò attraverso la grata del portone, descrivendo cosa era rimasto dentro dopo più di cento anni (così, poeticamente, lo ricordo io), elencando oggetti e spazi. E Dweezil, pieno di emozione, fa una riflessione più profonda. Dice: «pensare che sono usciti da questa porta e sono saliti su una nave per raggiungere l’America è un viaggio pazzesco, incredibile! Mi sono chiesto se sarei in grado di lasciare la mia vita per andare in un posto nuovo, partendo da niente, rifarmi una vita, imparare una nuova lingua magari senza potere esercitare il mestiere che so fare. Non so se sarei in grado. È uno sforzo eroico per chiunque. Se poi si torna indietro nel tempo e si pensa a quanto fossero rischiosi quei lunghi viaggi, ci si chiede come abbiano potuto fare tutti!».

Davanti a quella casa tornammo un anno e mezzo dopo con quasi tutta la famiglia al completo per l’inaugurazione della via Frank Zappa, già via Zammatà. E subito dopo Dweezil Zappa, musicista come suo padre, pubblicò un album dal titolo «via Zammatà» in onore delle sue origini.

Il film lega la mia storia privata a quella del musicista, che nel 1982 si trovava in tour in Italia. La tappa conclusiva era Palermo, il giorno del mio compleanno, il 14 luglio, che è anche la festa di Santa Rosalia, patrona della città, e io stavo facendo il servizio militare ad Aviano. Mio padre, di ritorno dalla Germania, decise di venirmi a prendere e fare strada insieme verso Palermo. Questo viaggio si intreccia con quello di Zappa e del suo amico Massimo Bassoli, che racconta tutte le peripezie di quel tour. E si lega anche al viaggio della famiglia di Zappa in Sicilia, alla riscoperta delle proprie origini.

La storia del documentario recita infatti: «Un ragazzo, nel giorno del suo compleanno, attraversa l’Italia da nord a sud in auto con suo padre verso l’ultima imperdibile tappa del tour di Frank Zappa. Un viaggio indimenticabile, che culminò in una grande delusione: il ragazzo non arrivò in tempo al concerto del suo idolo».

Quel ragazzo ero io e dopo trent’anni ho ripreso tra le mani il biglietto del concerto, gelosamente conservato nel cofanetto in vinile di Zappa “Shut Up ‘n Play Yer Guitar” e ho rimesso insieme i tasselli di un momento molto particolare della mia vita. Per ricostruire quel periodo così intenso ho incontrato Massimo Bassoli, grande amico e biografo di Zappa, che mi ha raccontato della sua amicizia ultra ventennale e del tour italiano con il grande musicista. Si tratta di quello stesso tour ritratto dal fumettista Tanino Liberatore sulla copertina del disco “The man from Utopia”, in cui Frank si fece immortalare come l’eroe cyberpunk Ranxerox in mezzo ad una folla di matti. Massimo mi ha svelato il significato di quel titolo: Utopia per Zappa era l’Italia e lui era l’uomo venuto da Utopia!

Massimo accompagnò Frank nella città di origine degli Zappa, Partinico, nell’afoso pomeriggio che precedette il concerto di Palermo. E qui le storie di tutti si incrociano: io ho accolto Gail, la moglie di Zappa, e i loro figli, Moon, con sua figlia Mathilda, Diva e Dweezil con sua moglie Megan. Insieme scoprirono cosa accadde la fatidica sera del 14 luglio 1982: l’aria era ancora intrisa della mania dei mondiali di calcio appena vinti, imperversava una spaventosa guerra di mafia e febbrili preparativi erano in corso per la festa di Santa Rosalia. Le forze dell’ordine erano sotto pressione e il concerto fu un vero disastro: i poliziotti sgomberarono lo stadio e i ventimila spettatori furono costretti alla fuga, tra i lacrimogeni.

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Partinico (ph. Giuseppe Mineo)

Finalmente ho potuto utilizzare il mio biglietto non essendo arrivato in tempo. Grazie a quel concerto mancato, ho accompagnato in un secondo viaggio a Partinico tutta la famiglia, ricevuta a Partinico dal sindaco, dalla popolazione e da zappiani provenienti da varie parti della Sicilia. Hanno inaugurato la “via Frank Zappa” già via Zammatà e hanno ricevuto la cittadinanza onoraria. Hanno incontrato i numerosi parenti, in una riunione tra mondi lontani, separati da un secolo. Ho ricostruito questo puzzle in cui avevo il bisogno di raccontare la mia storia e di connettermi con mio padre, morto due mesi dopo quel viaggio in auto, intrecciandola inestricabilmente con quella della famiglia di Frank Zappa e con le immagini del tour italiano dell’82.

Ragazzi di tutte le generazioni hanno i loro idoli, io ho avuto l’eclettico musicista e compositore americano Frank Zappa. Sono cresciuto a Villafrati e a quattordici anni ho cominciato a suonare la chitarra; la musica ha assolto per me un ruolo di emancipazione e di distacco da un contesto gretto, ancora legato alla società arcaica intrisa di mafia. Sognavo San Francisco, Berkeley e la California e speravo di poter dare un giorno il mio contributo al cambiamento sociale attraverso la musica. Zappa rappresentava per me la ribellione e la modernità: amavo il suo umorismo dissacrante e il modo in cui metteva accanto stili musicali contrastanti, al di là di tutte le etichette. Attingeva da tutti i generi, li fagocitava e li rielaborava fuori contesto. Il funk, il jazz, il pop, nelle sue mani diventavano altro, “il suo suono”, il punto di congiunzione più forte tra le musiche del ‘900, dal pop alla musica colta. Per me che indago da diversi anni i mondi del documentario, del cinema di finzione e della videoarte per fonderli insieme, Zappa è il perfetto esempio di “esploratore di linguaggi”, un modello culturale di stile.

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Bolognetta, un momento delle riprese (ph. Zri Mario Conti)

Ho raccontato questa storia per ricordarmi di mio padre che morì due mesi dopo quell’unico viaggio compiuto insieme, un viaggio lungo un giorno. E quando ho realizzato un altro documentario, La Spartenza basato questa volta sui diari di Tommaso Bordonaro – un emigrato di Bolognetta, un paese vicino a Villafrati – tutto questo è tornato nuovamente a galla. Realizzare un film documentario da una storia così ben documentata è stata una grande opportunità per raccontarla oggi con l’utilizzo di repertori eccezionali e unici: circa quattro ore di pellicole 8mm e super8mm in cui Bordonaro, tra il 1955 e il 1975, immortala la sua famiglia, i suoi parenti e amici, i compaesani di Bolognetta (in provincia di Palermo), i suoi viaggi transatlantici e le visite in varie città italiane e siciliane. Lui stesso diviene in qualche modo, a distanza di tempo, un co-regista di questo film, cosa che gli avrebbe fatto piacere perché nel girare dava di volta in volta l’azione e come un vero regista diceva alle persone cosa dovevano fare e come muoversi davanti alla macchina da presa. È una sorta di cinema parallelo il suo, un cinema privato, a volte divertente o struggente, pieno di sguardi verso la macchina da presa, sguardi perduti che metto insieme in un racconto ancora una volta tra passato e presente, tra la Sicilia e gli USA.

La documentazione di Bordonaro comprende non solo gli eventi familiari, in cui si avvicendano matrimoni e altri fatti privati al di qua e al di là dell’Atlantico, ma anche scene di vita contadina, la vendemmia e gite in campagna a Bolognetta e persino la rappresentazione storica per le strade di Marineo della vita di San Ciro, “La dimostranza”, filmata nel 1955. E sta proprio nella possibilità di intreccio tra le riprese di oggi e i repertori che la storia di Bordonaro è rinata cinematograficamente nel presente, tra Bolognetta e Garfield nel New Jersey, attraverso Settimo Guttilla, un grande imprenditore, il protagonista di oggi. Con lui sono andato a trovare Rose, una nipote di Tommaso per comprendere meglio i cambiamenti avvenuti di generazione in generazione, punto focale del nostro racconto. E, insieme a lui, sono andato in quella Bolognetta da cui Bordonaro era partito e poi ritornato più volte, e anche a Marineo, paese natìo della sua prima moglie. Conosco bene quei luoghi: mia madre è nata e vissuta da giovane a Marineo e mio padre era di Villafrati, dove ho vissuto anch’io. Per questo motivo questa storia mi ha toccato da vicino e ha stimolato non solo le mie corde più emozionali ma soprattutto la volontà di ricostruirne i contorni e il contesto. Forse oggi potrebbe essere un siriano o un africano che emigra con la sua famiglia a documentare tutto con una piccola telecamera dal suo punto di vista: sarebbe una verità di gran lunga più grande di quelle raccontate da mille televisioni. Il film intende adottare il più possibile quel punto di vista: dalla parte di chi ha vissuto tutto questo.

E anche qui a un certo punto tutto si concentra in un giorno. Durante tutto il periodo in cui ho realizzato il documentario, mi hanno colpito molto le immagini del suo ritorno a Bolognetta nel ‘55, soprattutto quelle in cui ritrae, come un antropologo visivo e con forza poetica, la vita quotidiana, quando donne e uomini stendono la salsa sugli scannatoi per l’estratto di pomodoro davanti alle loro umili case fatte delle pietre e del gesso di Villafrati, mentre una bambina, sua nipote Caterina, corre dietro alle oche e alle galline, i suoi parenti e vicini intenti in altre attività, lo zio che sella l’asino con altri conoscenti in posa, il padre che sul suo cavallo si reca nei campi insieme al figlio e ad altri collaboratori. E mi ha quasi commosso anche il suo arrivo con la corriera in paese e il ritratto che lui fa di suo padre in abiti da contadino che si muove dinamicamente davanti alla cinepresa, papà che poi rivediamo negli USA vestito con un bell’abito nel giorno di matrimonio di uno dei suoi nipoti, con gli occhiali e completamente diverso, con uno sguardo ugualmente acceso e diretto, nuovo. Quel giorno qualsiasi di agosto del ‘55 si è impresso nella mia memoria come fissato per l’eternità.

In fondo cosa è la storia se non il complesso delle micro storie, delle storie pubbliche e private che cerchiamo di ricostruire con i mezzi che abbiamo a disposizione, i documenti cartacei, le immagini fotografiche, i film, le pellicole, i reperti sonori? Grumi di ricordi privati, memorie che si affastellano nelle nostre menti insieme alle nozioni di storia generale acquisiti durante gli anni scolastici o anche dopo, in maniera più o meno approfondita.

cinema-cuccia-insegnaE con la memoria ritorno a mio nonno che negli anni ‘50 aveva aperto a Villafrati il cinema Cuccia. Il maresciallo Davide Gentile, che era arrivato qualche anno prima a dirigere la locale stazione dei Carabinieri, aveva instillato l’amore per il cinema in lui, in mio padre e i suoi fratelli. Insieme a lui mio nonno iniziò a fare le prime proiezioni al Teatro San Marco, che originariamente era il teatro privato dei Filangeri, i fondatori del paese, ubicato nel complesso del Baglio, una villa di campagna dei nobili. Per qualche anno mio nonno lo ebbe in affitto, ci proiettava film e ospitava compagnie di avanspettacolo. Subito dopo decise di trasformare la sala biliardi che aveva aperto al pian terreno di casa sua in piazza a Villafrati.

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Mio padre a Villafrati

Il Cinema Cuccia rimase in funzione per circa 40 anni fino al 1995. Negli anni ‘60 mio nonno aveva ottenuto una licenza per cinema ambulante e così tutta la famiglia andava a fare proiezioni in giro nei paesi vicini in occasione delle feste patronali con il “Cinemobile Cuccia”. Mio nonno era molto appassionato di cinema oltre che di opere liriche. Stava alla cassa del cinema mentre mio zio Totò sistemava le pellicole per la proiezione. Mio padre si occupava dei rapporti esterni: curava il noleggio dei film e le relazioni con i distributori e con gli altri esercenti di cinema. Io fin da piccolo stavo nella cabina di proiezione a giocare con l’avvolgitore delle pellicole e tutto il resto. Silvio, il mio fratello maggiore, che avrebbe intrapreso in seguito gli studi di medicina, sostenne un esame e ottenne la patente di proiezionista. Dopo la morte di mio padre io e mio zio Vincenzo ci occupammo del reperimento delle pellicole e dell’organizzazione.

ioGrazie a questa passione per il cinema che mi hanno trasmesso mio nonno e mio padre ho la fortuna di fare un lavoro che mi piace, anche per me la passione di una vita. Come scrisse Truffaut in un suo libro: «Sono un uomo felice, sono un regista, realizzo i miei sogni e sono pagato per farlo».

Dialoghi Mediterranei, n. 41, gennaio 2020

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Salvo Cuccia, regista e artista visivo, nella sua sperimentazione eclettica coniuga videoarte, fiction e nuove forme del documentario. Ha realizzato molti lavori tra video di creazione, cortometraggi di invenzione, performances, videoinstallazioni e documentari, alcuni dei quali per i programmi RAI “La storia siamo noi” e “Magazzini Einstein”. I suoi lavori sono stati selezionati in numerosi festival internazionali, da Locarno al Festival dei Popoli, da Torino a Bombay. Nel 2005 Martin Scorsese ha presentato il suo film documentario Détour De Seta al Tribeca Film festival e al Full Frame Documentary Film Festival. Nel 2013 il suo film documentario Summer 82 When Zappa Came to Sicily è stato presentato come evento speciale alla 70.Mostra del Cinema di Venezia. Nel 2015 ha girato Il Soldato innamorato e Lo Scambio, il suo primo lungometraggio di finzione (in concorso al 33 Torino Film Festival). Nel 2018 ha realizzato il film documentario La Spartenza (Speciale TG! RAI 1). La sua ricerca è oggi orientata verso il cinema di finzione.

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