Tutte le mire della Francia in Libia. È ancora possibile un ruolo per l’Italia?

copertinadi Michela Mercuri

Era il 1881 quando il governo della Terza Repubblica francese, con un’azione di forza, stabilì il protettorato sulla Tunisia, già obiettivo dei propositi coloniali del Regno d’Italia. Fu un attacco durissimo per il nostro governo tanto che l’allora primo ministro, Benedetto Cairoli, fu costretto a dimettersi. La stampa parlò di “schiaffo di Tunisi”, per sottolineare l’umiliazione subìta dall’Italia dinanzi all’atto d’oltralpe. Qualche anno più tardi, nel 1935, Mussolini fu costretto dagli inglesi a barattare la conquista “dell’Impero di pietra e di sabbia” dell’Etiopia, con l’abbandono di ogni mira sul petrolio iracheno, che rimase in mano ai britannici, e con l’estromissione da ogni possibile attività petrolifera in Medio Oriente.

Si tratta di fatti ormai consegnati alla storia ma che, inevitabilmente, riaffiorano alla memoria osservando gli eventi recenti del quadrante libico e lo “strano ruolo” che la Francia sembra voler continuare a giocare nei confronti dell’Italia. Quali sono le reali mire d’oltralpe nello scacchiere libico e quale potrebbe essere il ruolo dell’Italia, stretta tra una necessaria alleanza con i “cugini europei” e i problemi legati all’instabilità libica? Per rispondere a queste domande è bene procedere per gradi e fare un piccolo passo indietro, per lo meno fino alle rivolte di Bengasi del 2011.

L’intervento del 2011: Sarkozy a caccia di petrolio

Il 17 marzo del 2011, a neppure un mese dall’inizio della cosiddetta primavera araba libica, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato la risoluzione n.1973 che sanciva, di fatto, l’intervento delle potenze straniere nel teatro libico. La missione della Nato non è certo una novità − è stata voluta dal governo francese dell’allora presidente Nicolas Sarkozy che, pochi giorni dopo lo scoppio delle rivolte, chiese una riunione urgente per prendere adeguate misure nei confronti della repressione delle insurrezioni da parte del regime di Muammar Gheddafi. Una solerzia, per molti, riconducibile a motivazioni dettate da meri calcoli interni piuttosto che da reale volontà di porre fine alla sanguinaria azione messa in atto dal rais. Le elezioni imminenti e la popolarità in drastico calo del presidente, la necessità di allargare la fetta petrolifera d’oltralpe e la volontà di porre fine al “fastidioso” trattato di amicizia e cooperazione italo-libico del 2008 [1] sono solo alcune delle mire che hanno spinto la Francia ad agire in Libia. Giova fare un passo indietro. Le tensioni tra il colonnello e Parigi sono di lunga data, basti ricordare i contrasti nella lunga guerra del Ciad, proseguiti per tutti gli anni ottanta e culminati nell’attentato del 1989 contro il Dc 10 della compagnia francese Uta, esploso nei cieli del Niger uccidendo 170 persone [2].

L’arrivo di Sarkozy all’Eliseo sembrava preludere a una fase di nuove aperture con i Paesi della sponda sud del Mediterraneo e anche con la Libia. Emblematico il ruolo svolto dal presidente francese, e dall’allora moglie Cecilia, per il rilascio delle cinque infermiere bulgare condannate prima a morte e poi all’ergastolo con l’accusa di avere infettato 400 bambini con il virus dell’Hiv all’ospedale El-Fathi di Bengasi. Le infermiere, dopo otto anni di prigionia, furono rilasciate nel luglio 2007 anche grazie alla mediazione della coppia dell’Eliseo, che si era più volte recata in Libia per parlare con Gheddafi e con la sua adorata figlia Aisha.

 Impianto petrolifero in Libia

Impianto petrolifero in Libia

La partita fu vinta dalla Francia contro Romano Prodi, che si era speso per cercare una soluzione diplomatica “all’incidente”. Qualche mese dopo Gheddafi aveva piantato, fra mille polemiche, la sua tenda berbera davanti all’Eliseo, firmando contratti per oltre dieci miliardi di dollari che avrebbero permesso alla Francia di vendergli un’intera flotta aerea da combattimento, confezionata dal colosso dell’aeronautica francese Dassault e un mega investimento per costruire centrali nucleari a Tripoli e dintorni.

Sulla scia dei ricuciti rapporti tra la Francia e Gheddafi, Paribas aveva acquisito, alla fine del 2010, il 19% della Sahara Bank libica, con un aumento del capitale della filiale francese Bnp Paribas in Libia, pari al 146% dei precedenti fondi a disposizione e a garanzia delle operazioni [3]. D’altra parte, c’è poco di cui stupirsi. La Francia vende armi a Gheddafi fin dagli anni settanta, come peraltro molti altri Paesi, tra cui l’Italia. Nel gennaio del 1970 Parigi stipulò un contratto con il governo di Tripoli per la fornitura di un jet mirage. Fu l’inizio di un proficuo rapporto che, tra alti e bassi, è andato avanti per molti anni. Tuttavia le frizioni permanevano. La Libia non rinunciava a intervenire nelle dispute africane, spesso in chiave anti-francese, dal conflitto in Sierra Leone fino agli interventi di conciliazione in Darfour, Kenya, Niger e Mali. Nonostante gli sforzi diplomatici, il rais si era rifiutato di entrare nel grande progetto francese dell’Unione per il Mediterraneo [4], ritenuto una forma di nuovo colonialismo.

Non solo, il leader libico non aveva mai onorato gli accordi del 2007 preferendo rispettare il Trattato italo-libico, grazie al quale intascava assegni annuali per 250 milioni di dollari da spendere in opere infrastrutturali, a tutto beneficio delle imprese italiane. Eppure Sarkozy le aveva provate tutte, coinvolgendo finanche gli Emirati, disposti ad addestrare piloti libici per gli aerei francesi Rafale e a cofinanziare l’operazione rinnovando la propria flotta con la già ricordata Dassault.

Ci sarebbe, poi, la questione della moneta panafricana. In una delle mail inviate a Hillary Clinton, e pubblicate dal dipartimento di Stato americano il 31 dicembre del 2015, il funzionario Sidney Blumenthal rivelò, tra le altre cose, che Gheddafi voleva sostituire il franco Cfa, utilizzato in 14 ex colonie, con un’altra moneta panafricana [5], un’iniziativa che avrebbe rischiato di creare l’indipendenza economica del Nord Africa con la nuova valuta.

Infine, un altro possibile motivo dell’interventismo francese emerge anni dopo la morte del rais. Il 6 marzo del 2015 l’ex ministro dell’interno, Claude Gueant, uno dei più stretti collaboratori di Nicolas Sarkozy, è stato posto in stato di fermo nel quadro delle indagini sui presunti finanziamenti di Gheddafi alla campagna presidenziale che portò “Sarkò” all’Eliseo nel 2007. Forse anche per questo il colonnello, sentitosi pugnalato alle spalle, in un’intervista rilasciata a Fausto Biloslavo ne «Il Giornale» qualche mese prima di essere ucciso, dichiarò: «Penso che Sarkozy ha un problema di disordine mentale. Ha detto delle cose che possono saltar fuori solo da un pazzo» [6].

Infine, ad aver dato ulteriore stimolo all’intervento francese in Libia è stata probabilmente anche la volontà della Francia di rinsaldare la propria influenza politica nella regione, promuovendo l’immagine di un Paese non più colluso con i vecchi autocrati, ma pronto a investire sulle richieste di libertà e democrazia delle popolazioni “della sponda sud”. D’altra parte Parigi aveva perso in poco tempo Egitto e Tunisia, le architravi della propria strategia diplomatica. Quale migliore occasione della Libia per recuperare credito in quel Mediterraneo in ebollizione?

2Forse è bene non avventurarsi troppo in altre congetture ma, in ogni caso, gli esempi potrebbero continuare. Tanto basta, però, per capire le motivazioni francesi. Prova ne sia che già il 13 aprile del 2011 (dunque prima della morte di Gheddafi) Sarkozy aveva ricevuto in gran segreto il generale del Cnt, Fatah Younis − ucciso a Bengasi in circostanze ancora poco chiare nel luglio 2011 − probabilmente per discutere di garanzie per le future commesse energe- tiche. Conti alla mano risulta tutto più semplice: prima dell’inizio delle ostilità la produzione di petrolio della Libia ammontava a quasi a un milione e 600 mila barili al giorno, circa il 2% della produzione mondiale. Di questi circa il 52% era in mano a 35 aziende internazionali, capeggiate dall’italiana Eni, che nel 2010 aveva primeggiato, con i suoi 267 mila barili al giorno, sulla tedesca Wintershall e sulla francese Total, ferme, rispettivamente, a 79 mila e a 55 mila barili al giorno.

Non stupisce che Nicolas Sarkozy, dopo avere sostenuto strenuamente il Cnt nella guerra di “liberazione” libica, si sia ben presto presentato a chiedere il conto sotto l’occhio vigile dell’amministratore delegato del gruppo Total, Christophe de Margerie. Allora il quotidiano francese «Libération» parlò addirittura di un accordo siglato dal portavoce del Cnt, Mahmoud Shammam, pronto a concedere alla Francia il 35% dei nuovi contratti petroliferi libici. Notizia poi smentita dalle parti, ma che per lo meno insinuò un dubbio.

ll resto è storia recente. Dopo anni di colpevole attesa, anche la Francia di Hollande, nel dicembre 2015, decide di aderire al piano Onu per il Governo di accordo nazionale guidato da Fayez al-Sarraj. Anche in questo caso, però, è difficile rinvenire nell’intervento dell’Eliseo una qualche coerenza, a meno che non lo si voglia interpretare in una mera ottica di interesse nazionale. La Francia, con il solito, innato equilibrismo, in sede Onu si era detta pronta a sostenere il Governo di Accordo Nazionale (Gna), ma nel frattempo ha continuato a supportare Haftar e i suoi sponsor regionali. È il quotidiano «Le Monde» a svelare l’arcano nel febbraio del 2015, rivelando l’esistenza di forze speciali francesi di stanza nella base di Benina, nei pressi di Bengasi, a supporto del generale della Cirenaica in azioni contro lo Stato islamico e altre milizie islamiste fedeli a Tripoli.

D’altra parte la rapida avanzata dell’esercito di Haftar verso Bengasi non avrebbe avuto luogo se non con ingenti aiuti esterni dei francesi (e degli inglesi), ma anche dell’Egitto di al-Sisi e per lo meno dei sauditi e degli emiratini, che, oltre a fornire armi, hanno funto da garanti sui pagamenti egiziani. Si delineava così sempre più chiaramente il ruolo francese nell’asse est del conflitto libico: le armi d’oltralpe, il pivot egiziano, le milizie di Haftar e le garanzie del Golfo. Potremmo dire “chapeau” se questi fiorenti affari non fossero nati sulle ceneri degli accordi unitari dell’Onu che la Francia aveva avallato.

Resta ora da chiedersi i motivi di tanta solerzia. Ancora una volta basta seguire la rotta del petrolio. L’obiettivo dei francesi è quello di accedere alle riserve petrolifere della Cirenaica, riprendendo le attività estrattive, allargando il raggio di quelle esplorative avviate nel 2011 dopo la caduta del rais, magari guardando anche un po’ più in là verso il bacino della Sirte che abbonda di risorse. È qui che, nel silenzio del deserto e lontano da occhi indiscreti, compagnie francesi, nonché americane, inglesi, tedesche e spagnole stanno investendo somme notevoli in attività esplorative nelle aree di Brega, nel Golfo della Sirte, dove sarebbero presenti molte compagnie inglesi, di Zillah, che vede una forte attività francese, così come a Beida e Kufra nella Cirenaica, solo per fare alcuni esempi. A volte le cose sono molto più semplici di quanto non si pensi.

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Macron tra al-Serraj e Khalifa Haftar

L’ultima “spallata di Macron” e le colpe dell’Italia

E veniamo, dunque, all’ultimo capitolo della doppia politica francese nei confronti dell’Italia. “Spallata di Macron all’Italia”, “La Francia ci ruba la Libia”. Sono questi alcuni dei titoli apparsi qualche mese fa su alcune testate italiane dopo l’annuncio del vertice del 25 luglio scorso, convocato in maniera del tutto unilaterale a Parigi dal neo-presidente francese, tra i due “nemici libici”, Fayez al Serraj, premier del governo di accordo nazionale voluto dall’Onu, e il generale Khalifa Haftar, uomo forte dell’est libico che si sta allargando, in armi, in molte zone del Paese. Potremo perderci in critiche, del tutto plausibili e condivisibili, sull’atteggiamento del giovane presidente. Proprio lui che aveva fatto innamorare una parte dell’opinione pubblica italiana per l’ostentato spirito europeista. Eppure, più che biasimare Macron, forse dovremmo fare un esame di coscienza e guardare dentro al cortile di casa. La Francia, al di là delle belle parole sullo spirito dell’Unione fa il proprio interesse nazionale utilizzando la vecchia cara politica di potenza. Noi non del tutto.

E non è cosa nuova. Guardando al solo quadrante mediterraneo, strategico per i francesi, gli esempi della grandeur d’oltralpe iniziano almeno nel 1830 con la conquista di Algeri, abbandonata a fatica dopo una sanguinosa guerra terminata solo nel 1962, con più di un milione tra morti e dispersi. Ci fu, poi, il già citato “schiaffo di Tunisi” quando i francesi ci dissero “prendetevi la Libia” che all’epoca pareva poco più di uno scatolone di sabbia. Fu poi la volta degli accordi di Sikes-Pikot con cui Parigi, in pieno accordo con Londra, decise di spartirsi il Medio Oriente e imporre il proprio mandato su Libano e Siria.

E arriviamo, dunque, come già ricordato, al 2011 quando Sarkozy, per mettere le mani sulle riserve della Jamahiriya (non solo petrolio ma anche oro e uranio che abbondano in alcune zone interne), sfruttando un distratto Obama decide di coscrivere gli “alleati europei” in un’azione militare senza né capo né coda per defenestrare Gheddafi. Noi italiani da allora abbiamo messo un punto e ricominciato da zero, con un lavoro certosino, riallacciando i rapporti con le autorità di Tripoli e con le varie milizie che controllano il territorio grazie anche all’esperienza sul campo di Eni e abbiamo riaperto l’ambasciata a Tripoli, diventando, così, l’unico punto di contatto occidentale in Libia.

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al-Serraj e Gentiloni firmano l’accordo sui migranti

Lavoro sprecato? Ai più potrebbe sembrare così, ma a ben guardare forse possiamo ancora ambire a un qualche ruolo nel Paese. Come? Prendendo innanzitutto atto del fatto che dietro alla spregiudicatezza di Macron si cela una scarsa conoscenza della realtà libica che noi, giocoforza, abbiamo maturato. Facciamo solo un esempio. L’inquilino dell’Eliseo, forte dell’intesa, più di facciata che di contenuto, tra Serraj e Haftar raggiunta a Parigi, si è avventurato nella proposta di aprire hotspot in Libia per gestire il controllo dei migranti, convinto di poter ottenere da Tripoli e Tobruk il via libera a una missione militare a marchio francese in territorio libico. Qualcuno ha però spiegato al presidente che non basta far stringere la mano ai due (ex?) nemici per entrare con gli stivali sul terreno in Libia. Ci sono milizie, fazioni e, più in generale, attori che non si riconoscono in nessuno dei due leader. Con alcuni di questi il ministro dell’interno Marco Minniti tenta di dialogare da tempo, e un motivo ci dovrà pur essere.

Da questo esempio, per certi versi banale, viene spontaneo chiedersi se possiamo ancora ambire ad avere un ruolo in Libia senza essere fagocitati dall’attivismo francese e senza cedere ai ricatti d’oltralpe, come quello di nazionalizzare i cantieri Stx di Saint-Nazaire per far sfumare l’affare di Fincantieri, o rifiutare una concreta collaborazione sui flussi di migranti che si riversano sulle nostre coste. Forse la risposta potrebbe essere ancora affermativa ma per farlo, al di là della nostra esperienza diplomatica, e senza cadere nell’emulazione dell’aggressiva realpolitk francese (che peraltro non possiamo permetterci), dovremmo per lo meno avere un sistema paese unito; un progetto politico condiviso per la Libia e per il Mediterraneo e una politica estera di lungo periodo che non sia solo di risposta alle singole minacce o problemi (vedi migrazioni).

Saremo capaci di farlo? Difficile dirlo ma da questo dipenderà il futuro della nostra politica estera per (e oltre) la Libia.

Dialoghi Mediterranei, n.28, novembre 2017
Note
[1] N. Ronzitti (a cura di), Il Trattato Italia-Libia di amici­zia, partenariato e cooperazione, in «Contributi di istituti di ricerca specializzati del Servizio affari internazionali», Senato della Repubblica, n. 108, gennaio 2009.
[2] Il 19 settembre del 1989 il volo di linea 772 della società aerea francese Union de transports aériens (Uta) partì da Brazzaville, capitale della Repubblica del Congo, diretto all’aeroporto parigino di Roissy. Mentre sorvolava il deserto nigerino, esplose una bomba all’interno del vano bagagli anteriore. Morirono tutte le 170 persone a bordo. Vennero svolte diverse indagini, tra cui quelle di una commissione di inchiesta del governo francese. Alla fine degli anni novanta venne aperto un processo contro sei cittadini libici, condannati, poi, in contumacia, dato che la Libia aveva rifiutato di estradarli in Francia. Tra essi c’era anche un uomo di nome Abdullah Senussi: capo dei servizi segreti esterni della Libia e uno dei cognati dell’allora dittatore Muammar Gheddafi, toccato dall’indagine ma protetto dall’immunità diplomatica. Il rapporto della commissione francese può essere consultato al seguente link: https://www.bea.aero/docspa/1989/n-29890919/pdf/n-29890919.pdf.
[3] G. Pelosi, L’Italia e il grande gioco libico,in «Ispi Commentary», 20 gennaio 2012.
[4] Si trattava di un organismo internazionale, ispirato al modello dell’Unione europea, che intendeva avvicinare i rapporti fra le nazioni che si affacciano sul mar Mediterraneo. Il progetto è stato presentato a Parigi il 13 luglio del 2008 dal presidente Nicolas Sarkozy, in carica anche come presidente del consiglio europeo. L’Unione era vista come una conseguenza “naturale” del processo di Barcellona, per avvicinare i Paesi europei alle nazioni mediorientali e africane.
[5] Si tratta di una delle mail spedite quando Hillary Clinton era segretario di Stato, utilizzando un server privato di posta elettronica.La “missiva”, datata 2 aprile 2011, spiegava i motivi che avrebbero spinto Parigi ad attaccare la Libia. Si diceva, tra le altre cose, che Gheddafi volesse creare una valuta panafricana in grado di soppiantare il Fcfa (Franco delle colonie francesi d’Africa). Il Fcfa fu creato in piena epopea coloniale (il 26 dicembre del 1945) ed è ancora oggi la moneta imposta a 14 Stati africani ex colonie francesi, le stesse che hanno il 65% delle riserve depositate a Parigi. Il progetto dell’ex dittatore libico era garantire la nuova valuta con ingenti riserve d’oro e argento (stimate in 143 tonnellate), che sarebbero state trasferite dai caveau della Banca centrale di Tripoli a Sabha, nel sud-ovest del Paese, città ritenuta più sicura.
[6] L’intervista del 15 marzo del 2011 è disponibile per intero al seguente link: http://www.ilgiornale.it/news/politica/quando-gheddafi-ci-disse-senza-me-vi-invaderanno-1094968.html.
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Michela Mercuri, insegna Storia contemporanea dei Paesi mediterranei all’Università di Macerata dal 2008 ed è editorialista per alcuni quotidiani nazionali. Ha partecipato a numerose pubblicazioni collettanee per Etas e Egea e presso riviste specializzate. Di recente ha curato, con Stefano Maria Torelli, La primavera araba. Origini ed effetti delle rivolte che stanno cambiando il Medio Oriente, edito da Vita e Pensiero e ha appena pubblicato il volume Incognita Libia. Cronache di un paese sospeso, edito da FrancoAngeli.

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