Tra la Sicilia e Novaiorca una storia di vita e una lingua inventata

copertina-zia-favola di Antonino Cangemi

La Merica, il Nuovo Mondo, è stata per i siciliani del primo Novecento meta agognata, luogo di approdo per un’esistenza affrancata dal tarlo del bisogno e dalla stretta della miseria, punto di svolta per un riscatto lontano dalla propria terra.

Il picco più alto di emigrazione negli Stati Uniti si registrò nel 1920: secondo le statistiche, in quel periodo l’87 per cento degli immigrati in America erano siciliani. Come è noto, i siciliani costituirono negli agglomerati urbani americani vere e proprie comunità, dove si raccolsero vivendo secondo le tradizioni e le usanze dei luoghi di origine.

Di tale vastissimo fenomeno migratorio – che ha investito, direttamente e indirettamente, diverse generazioni di siciliani (chi non ha avuto, o non continua ad avere, avi “americani”?) – se ne ha larga eco in letteratura. Si pensi, per limitarci a qualche esempio, a Capuana e al suo Gli americani di Ràbbato [1],  a Sciascia e al suo racconto La zia d’America nella silloge Gli zii di Sicilia [2],  al caso letterario dello scrittore semianalfabeta di Bolognetta Tommaso Bordonaro e al suo La spartenza [3].

Nelle opere citate, gli autori (Capuana e Sciascia con la consapevolezza dei letterati, Bordonaro con l’istinto dell’illetterato) dovettero affrontare la questione della lingua. Con quale lingua far parlare i siciliani americanizzati? Come rendere in letteratura la lingua per loro corrente, che non era certo l’italiano, e neanche il siciliano, ma un mix di dialetto e angloamericano? Nei tre testi narrativi citati – diversi nello stile, negli intenti, nei risultati sebbene accomunati dall’addentrarsi nelle comunità siciliane in America – vi sono tracce di quella lingua oggi denominata siculisch, a cui ci si comincia ad accostare con spirito scientifico.

Il siculisch è la lingua parlata dagli immigrati siciliani insediatisi nei quartieri americani. In quei quartieri, i siciliani s’integrarono (a loro modo) con gli americani senza però perdere la loro identità isolana. Il che li portò a inventarsi una lingua (quale fattore più della lingua connota la propria identità?) per metà siciliana, per metà angloamericana: il siculisch, appunto.

Cono Cinquemani, un giovane assistente di volo con la passione della dialettologia, del teatro e della musica popolare siciliana, originario del Catanese, ha iniziato da qualche anno ad occuparsi del siculisch. Inizialmente, le sue ricerche lo condussero a scoprire lo spanglisch, frutto dell’interazione della lingua spagnola con quella inglese, successivamente i suoi studi si concentrarono sulla lingua in uso nelle comunità siciliane in America. Cinquemani si recò nelle comunità siciliane degli Stati Uniti, intervistò diversi emigranti, raccolse lettere scritte dai loro antenati, si impegnò in ricerche linguistiche, sino al punto di familiarizzare col siculisch, di scrivere un dizionario di siculisch e di farne uso nei suoi spettacoli teatrali e musicali. Da ultimo, Cono Cinquemani ha pubblicato di recente per i tipi della neonata casa editrice palermitana Aut Aut il romanzo Zia Favola. Una storia siculisch.

In Zia Favola. Una storia siculisch una donna siciliana emigrata negli Stati Uniti agli albori del XX secolo, il giorno del suo settantesimo compleanno, prima che arrivino le amiche per festeggiarlo, racconta la storia della sua vita di siciliana divenuta americana senza avere mai perso il marchio d’origine isolano. Una storia siculisch, come richiama il titolo, per l’intima compenetrazione tra la cultura sicula e quella americana. La protagonista racconta la sua esistenza – intensa, coraggiosa, a tratti commovente – in siculish, perché Favola Cinquemani rivela subito: ‹‹Parru siculisch, halfu miricanu e halfu sicilianu››, vale a dire in parte americano e in parte siciliano. La storia, peraltro, ha più di un aggancio a vite vissute realmente, delle quali l’autore ha avuto conoscenza ricercando tra gli archivi di Ellis Island.

Favola Cinquemani, quando ancora è una ragazzina, si avventura con la famiglia e ‹‹con Testadisecco, il mulo che tirava il carretto››, nel viaggio, allora impervio, che da San Cono, paese nativo, la conduce a Palermo attraversando un bel pezzo della Sicilia. A Palermo s’imbarca sul ferrubottu, la nave che porta al Nuovo Mondo. Ma una ragazza giovanissima come Favola Cinquemani può affrontare da sola quel lungo viaggio se già fidanzata con un ragazzo americano. A trovarle il boifrendo, il fidanzato americano che l’attende allo sbarco, ha provveduto il parroco del suo paese scegliendo l’anima gemella tra gli emigrati celibi della comunità sicula in America. Tra i due ragazzi – che non si conoscono se non per fotografia – il legame è sancito dal fidanzamento per procura, da convertirsi in matrimonio all’approdo a New York. Così, per Favola Cinquemani, messo piede sulla nave della speranza e lasciati in Sicilia gli affetti più cari, si consuma quella che i nostri avi chiamavano “la spartenza in vita”, che non può non provocare, già per definizione, un dolore straziante (nel Mortillaro, ‹‹il partirsi, dividendosi l’uno con l’altro con pena››) e che, anche per forza lessicale, richiama le pene più atroci: la esse iniziale assume una valenza privativa e avversativa, “in vita”, nel contrapporla all’estremo distacco, a esso l’accosta.

 NYC, Mulberry street, 1900 ca.

NYC, Mulberry street, 1900 ca.

La vita nella nave, nelle lunghe giornate in attesa della Merica, è fatta di incontri con altri siciliani, alcuni alla prima partenza altri di ritorno, alcuni di mare altri di scoglio (‹‹i passeggeri della nave erano di due tipi: i siciliani di mare che non avevano paura dell’acqua e i siciliani di montagna che l’acqua non l’avevano mai vista››), e Favola fa amicizia e solidarizza con altre ragazze. Dopo sedici giorni di viaggio, ‹‹lo spettacolo della libertà››, la visione della statua della Libertà (‹‹la statua sembrava una Madonna, una Madonna con le spine…Una Madonna con le spine sempre madonna è!››) che annuncia l’arrivo nel Nuovo Mondo. L’arrivo in America fa scoprire alla protagonista del romanzo due realtà non immaginabili: la presenza di faccendieri (i ‹‹bossi››) che, con l’inganno, in cambio di offerte (il “pizzo”) simulano assistenza ai passeggeri per il disbrigo delle pratiche dello sbarco; i rigidi controlli [4], soprattutto medici, a cui le autorità mediche sottopongono i passeggeri per assicurarsi del loro stato di salute non suscettibile di morbosi contagi. Ed è proprio tramite il controllo medico che si riscontra in Favola Cinquemani un’insidiosa malattia agli occhi. Per curarsi occorrono soldi, altrimenti si ritorna in Sicilia senza più alcuna speranza. Il fidanzato per procura, Michele – grazie all’aiuto dell’“Ordine Figli d’Italia in America”–, trova i soldi per le cure. Favola Cinquemani evita l’amaro ritorno e sosta per cinque mesi nell’ospedale di Ellis Island, l’isolotto punto di approdo per New York. Dopo, finalmente l’America, il matrimonio con il suo provvidenziale boifrendo, una nuova vita con nuove, redditizie occupazioni. Ma il destino riserverà a Favola altri dolori, e con i dolori altre gioie, come a tutti i siciliani in America, come a tutti gli uomini e a tutte le donne.

Zia Favola. Una storia siculisch è un romanzo coinvolgente che punta i riflettori sul fenomeno dell’emigrazione dei siciliani in America e sulla loro integrazione in un Continente tanto lontano e diverso dalla nostra Isola; un’integrazione con effetti ed esiti particolari: la resistenza dell’anima e dei costumi siciliani in un universo del tutto differente, se non contrapposto, a quello siciliano. A cominciare dalla lingua nativa, che i siculo-americani non abbandonano mai elaborando quel siculish singolare melange di dialetto e inglese, espressione di resilienza della sicilianità.

Assai felice è la scelta dell’autore di raccontare la storia in rigoroso siculish, non una lingua generata da alchimie letterarie, ma realmente parlata dalle comunità siciliane in America. Da sottolineare che, per agevolarne la lettura, Cono Cinquemani, a corredo del romanzo colloca un glossario del siculish, grazie al quale ogni espressione è tradotta e spiegata nella sua etimologia.

Il romanzo, infine, ha un altro pregio: richiamare alla memoria i disagi, le sofferenze, le peripezie vissute nel secolo scorso dagli emigrati siciliani [5]. Pregio non indifferente in un momento storico in cui la massiccia immigrazione africana nelle nostre terre provoca – qualche volta nei siciliani stessi, da sempre contraddistintisi per spirito di accoglienza e di tolleranza –  reazioni scomposte e xenofobiche.

Dialoghi Mediterranei, n.26, luglio 2017
 Note
[1] L. Capuana, Gli americani di Ràbbato, Torino, Einaudi, 1974. ‹‹Siamo arrivati in una città che si chiama Nuova Iorca ed è più grande di tutta la Siggilia che fa spavento tanta è la popolazione nelle strate. Uno si perde. Ma cci sono molti nostri paesani che pare di essere a Ràbbato e si fa tanto cuore sentendo il nostro linguaggio››.
[2] L. Sciascia, Gli zii di Sicilia, Torino Einaudi, 1958.
[3] T. Bordonaro, La spartenza, Torino, Einaudi, 1991. Il romanzo autobiografico di Bordonaro vinse nel 1990 il premio diari stico di Pieve di Santo Stefano e fu pubblicato, l’anno dopo, da Einaudi con prefazione di Natalia Ginsburg. Il titolo La spartenza fu suggerito da Santo Lombino, storico e letterato del paese di Bordonaro, Bolognetta, cui si deve la scoperta del manoscritto e la sua partecipazione al premio. Dieci anni dopo, lo stesso premio fu vinto da un altro scrittore siciliano semianalfabeta, Vincenzo Rabito col romanzo Terra matta, pubblicato nel 2007 da Einaudi.
[4] Prima di essere accolti in America, gli emigrati erano sottoposti a vari controlli e anche a prove d’intelligenza, che non sempre avevano un esito positivo. Se ne ha testimonianza anche nel film di Crialese Nuovomondo, uscito nelle sale nel 2006.
[5] Delle beffe che subivano i siciliani in cerca dell’America vittime di faccendieri privi di scrupolo, tanto simili agli scafisti dei nostri giorni, si ha un gustoso e amaro quadro nel racconto di Leonardo Sciascia Il lungo viaggio nella raccolta il mare colore del vino, Torino, Einaudi, 1973.

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Antonino Cangemi, dirigente alla Regione Siciliana, ha pubblicato, per le edizioni della Regione, Semplificazione del linguaggio dei testi amministrativi (Palermo, 2007) e Mobbing: saperne di più per contrastarlo (Palermo, 2007); con Antonio La Spina, Comunicazione pubblica e burocrazia (Franco Angeli, Milano 2009); I soliloqui del passista (Zona, Arezzo 2009); Siculaspremuta (Dario Flaccovio, Palermo 2011); Beddamatri Palermo! (Di Girolamo, Trapani 2013); Il bacio delle formiche (Lieto Colle, Faloppio-Como 2014); D’amore in Sicilia. Storia d’amore nell’Isola delle isole (Dario Flaccovio, Palermo 2015). Collabora con i quotidiani «La Sicilia», «Sicilia Informazioni» e, saltuariamente, con «La Repubblica» (edizione di Palermo).

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