Tonnara, il luogo del mito

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La rete ammasata sul vascello della tonnara del Tono a Milazzo

di Ninni Ravazza [*]

La possibilità che nella prossima primavera possano venire nuovamente calate le reti della storica tonnara di Favignana dopo undici anni di fermo riapre una “porta sul tempo” che si era inesorabilmente e tristemente chiusa quando gli ultimi gestori, prima di Bonagia (2003) e poi di Favignana (2007), avevano deciso di non correre più il rischio di un’attività imprenditoriale millenaria da sempre soggetta ad esiti altalenanti.

Nuovi appetiti dei mercati mondiali e una rivisitazione delle “quote tonno” da parte delle istituzioni sovranazionali che gestiscono – pur tra difficoltà e incongruenze – la pesca e la salvaguardia del Thunnus thinnus, hanno risvegliato l’interesse degli imprenditori siciliani che attendono solo la concessione (e la quantificazione) della “quota” per riprendere la più nobile delle arti alieutiche, il “calar le tonnare”.

Riprendere la pesca del tonno con impianti fissi, la classica “Tonnara”, significa riallacciare le fila di un percorso culturale e antropologico che per millenni è cresciuto sulle proprie memorie, fino a costituire un “corpus” di tradizioni, saperi, tecnicismi, che nulla ha perduto nel tempo, ma anzi si è accresciuto sommando le esperienze e le conoscenze acquisite generazione dopo generazione dagli uomini “tonnaroti”. Come un ramo di corallo dove i polipi sono cresciuti sullo scheletro di quelli che li avevano preceduti fino a divenire un prezioso cormo, la Tonnara nel suo divenire ha attinto alle culture dei tempi che ha attraversato, registrando e mantenendo vive usanze, tradizioni e conoscenze che non sono state stravolte dalla modernizzazione, in questo settore davvero limitata.

Studiando l’attività degli uomini impegnati nella pesca si ritrovano così modelli sociali, rituali, operativi, che hanno riscontro nelle epoche attraversate; in quest’ottica non è difficile rileggere nel mondo della tonnara moderna le narrazioni dei grandi poemi epici della classicità, proprio perché l’uomo che si confronta con la natura senza l’ausilio della tecnica, o comunque con innovazioni  realmente minime, reitera comportamenti simili, facendo così della Tonnara un museo antropologico vivente.

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Rais Sarino Renda (ph. Ravazza)

Da Oppiano a Favignana

Fra le attività alieutiche praticate nel Mediterraneo, la “tonnara” intesa quale pesca del tonno (Thunnus thinnus) con impianti fissi di rete (lo stesso termine indica i fabbricati a supporto della pesca) è certamente quella che nei secoli ha registrato minori cambiamenti sia sotto il punto di vista tecnico, sia sotto quello etnoantropologico. Per oltre duemila anni la tonnara è rimasta straordinariamente simile a sé stessa, già a partire dalla complessa struttura atta a catturare e trattenere i tonni, come emerge chiaramente scorrendo le descrizioni di poeti e studiosi che si sono dedicati all’argomento, lontani secoli, o millenni, l’uno dall’altro: «Avvi ricetti, ed avvi porte, ed avvi / Profonde gallerie, ed atrii e corti» (Oppiano), «Arditissimo edifizio piantato in fondo al mare» (Cetti), «Le mura, le colonne e li travi che dentro il mare formano un atrio di reti» (Villabianca), «Sistema di reti fisse, ancorate al fondale […] diviso in camere separate da porte» (Ravazza).

L’interesse rivolto per millenni alla pesca del tonno dimostra quanto sia stata importante tale attività per le civiltà che si sono succedute in riva al Mediterraneo, dal punto di vista economico e sociale; città, porti, villaggi, sono sorti e hanno prosperato nei siti affacciati sui mari ove più abbondante era il passaggio di questi pesci, favorendo così gli insediamenti umani e industriali. I paesi di Favignana e Bonagia in Sicilia, Stintino in Sardegna, si sono sviluppati dove la tonnara aveva sede, e la radice comune “ceto” – grande animale marino – ha dato il nome alle città-porto di Ceuta a Gibilterra, Sète in Francia, Cetabriga in Spagna, Cetabora in Portogallo, in generale alla “terra Cetaria” fra Palermo e San Vito lo Capo, dove hanno operato floride tonnare (Sarà 1983: 13-14).

Questo straordinario continuum nella pesca non trova riscontri in altre attività alieutiche: soltanto la pesca del pescespada nello Stretto di Messina è assimilabile a quella delle tonnare per quanto riguarda la omogeneità di tecniche e tradizioni, ma in questo caso si è trattato di una pratica estremamente limitata nello spazio e nel tempo (le tradizionali feluche e i luntri intorno al 1955/60 hanno lasciato il posto alle motopasserelle a motore, di cui peraltro nel primo decennio del XXI secolo restava un solo esemplare ancora in attività) [1].

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Pio Solina (ph. Ravazza)

Nella tonnara lungo il corso dei secoli sono cambiati solo i materiali impiegati per la costruzione della struttura di pesca: alle fibre vegetali usate per la realizzazione di reti e cavi (ampelodesmo, cocco, canapa, “manilla”) a partire dagli anni ’50 del XX secolo è subentrato il nylon; i sugheri che legati insieme tenevano a galla le reti e ogni tre giorni si dovevano cambiare per farli asciugare (cagnazzi) sono stati sostituiti prima dal lamierino zincato e poi dalla plastica; tutto il resto, le barche, le ancore, gli attrezzi di bordo, le tecniche di cattura, la conformazione delle reti-trappola, è rimasto assolutamente identico, anche se il tragitto del barcareccio (varcarizzo) dal porto al luogo di pesca negli ultimi anni è avvenuto al traino di motopescherecci a motore e non più dei “rimorchi” a sedici remi o sotto la spinta di una piccola vela latina.

Un microcosmo che affonda le radici nei millenni trascorsi, dove la conoscenza empirica dei pescatori – “tonnaroti” – si è stratificata arricchendosi di generazione in generazione senza perdere nulla di quanto acquisito, e gli strumenti e il sapere sono rimasti impermeabili alle innovazioni scientifiche e tecnologiche, ha prodotto un risultato straordinario: quel mondo si è trasformato in un’enclave al di fuori del tempo, popolato da dèi ed eroi, in cui partecipando alle pratiche quotidiane di chi si confronta con una Natura spesso ostile si può rivivere la nascita dei miti e dei riti, perché da sempre l’uomo-pescatore reagisce nella medesima maniera di fronte agli eventi che non può governare e che mettono in pericolo la sua vita o la sopravvivenza (economica) della famiglia/comunità a cui appartiene, reiterando così inconsapevolmente comportamenti e usanze che sono rimasti identici nonostante lo scorrere del tempo.

La immutabilità della tonnara si riscontra su diversi livelli: quello epico laddove al rais – dominus assoluto chiamato a decidere della vita e della morte dei pesci (sceglie come e dove calare le reti,  quando fare mattanza) e anche degli uomini (assunzione/licenziamento sono sue prerogative) – si riconoscono poteri e capacità negate agli altri uomini-pescatori; quello magico-religioso con il ricorso a rituali che si perpetuano pressoché identici in tutti i tempi e sotto ogni latitudine; quello antropologico con usanze condivise da generazioni di tonnaroti separate dai secoli; quello prettamente tecnico, confermato da comportamenti e strumenti assolutamente simili.

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Nicola Adragna (ph. Ravazza)

L’epica

I pescatori ne sono inconsapevoli, ma quando storpiando le parole affermano che «l’epica cangiau …» per significare che i tempi (epoca) sono cambiati, dicono in fondo una verità. Altrove, nella vita quotidiana “terrestre”, usi e costumi sociali si sono velocemente trasformati, ma questo non è avvenuto nella tonnara e infatti gesti, parole e comportamenti dei tonnaroti vengono da essi reiterati perché ritenuti ineludibili, un “codice” non scritto da osservare sempre e comunque.

Il rais di oggi è l’alter ego dei prodi di ieri, nella vita e nelle battaglie con il Fato. Come non riconoscere l’eroe omerico Achille che – solo tra cento – parla con la dea Atena invisibile agli altri (Il. I: 265-268), nel rais Mommo Solina di Bonagia che all’alba, seduto a poppa della sua muciara [2], prega in silenzio il suo Dio per una buona pesca e perché nessuno della ciurma subisca incidenti? Gli uomini col cappello in mano tacciono, non pregano nemmeno perché in quel momento hanno delegato il rais a far da tramite con le potenze numinose da cui dipendono le sorti loro e delle famiglie. In questo frangente la preghiera silenziosa è la ricerca del rapporto diretto col Dio, nella fattispecie diversa dalla supplica rivolta ai Santi da altri rais che ad alta voce invocavano San Pietro, la Madonna, Sant’Antonio e San Francesco di Paola perché facessero da intermediari col Signore «per un’abbondante pesca» [3], simili a Giasone quando davanti ai compagni invoca Apollo perché «spiri dolce il vento, facendoci navigare nel sereno» (Arg. I: 424).

È certamente una figura epica, il rais; ogni sua parola, ogni gesto, riassume millenni di storia, di miti, di cultura. L’ottantenne Giuseppe Rallo che nella tonnara libica di Zanzur veniva preso in braccio dal capomuciara Pio Solina per scendere dalla barca (Ravazza 2007: 177), ha la stessa sacralità di Montezuma imperatore del Messico che non doveva toccar terra coi piedi per non perdere il suo potere [4], così come Luigi Grammatico a Trapani, Siracusa, Tripoli era conosciuto come “rais Giotto” per la precisione del tracciato a mare delle reti, quasi il proprietario delle tonnare fosse un Bonifacio VIII alla ricerca della perfezione.

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Rais Salvatore Spataro (ph. Ravazza)

Nell’estrazione a sorte degli equipaggi delle barche a inizio di stagione, narrato da Sarino Renda ultimo erede di una dinastia di rais a Bonagia («I capibarca facìano u toccu e cu niscìa si sceglìa i soi»; Ravazza 2007: 167), si rivive il sorteggio dei rematori sui banchi della nave Argo («… poi, sistemati / a bordo tutti gli attrezzi, sorteggerete banco per banco / i rematori»: Arg. I: 357-359), e quando lo stesso anziano rais racconta della gara fra le muciare spinte da sei remi legati con gli stroppa che i compagni di Ulisse chiamavano tropois (Od. IV: 782) e guidate dal pruere (proreus: Arg., II: 556) in piedi sulla prua per arrivare prima a terra (Ravazza 2007: 167-68) sembra di sentire ancora le grida dei marinai di Enea che proprio sul mare della tonnara, attorno allo scoglio Asinelli, disputarono sulle navi Pristi Chimera Centauro e Scilla, guidate dal proreta, la prima regata di cui la letteratura classica riporta la cronaca dettagliata, oggi diremmo “minuto per minuto” (En. V: 114-243).

Anche il varo dei vascelli carichi di rete nella tonnara di Scopello, attinto dai ricordi dell’anziano tonnaroto Giuseppe Urbano: «S’ammasava ‘a rizza ch’i parascarmi ‘nterra e poi s’ammuttava a mare» [5], non è molto diverso da quello della nave Argo («Scivolò dentro al mare: subito gli eroi / tirarono le gomene per fermare la sua corsa in avanti»; Arg., I: 390-91).

E di fronte al mare in burrasca, quando i tonnaroti si stringono nelle giacche lise scolorate dall’acqua e dal sole e osservano timorosi la “boria” che agita le onde, chi non sente l’odore acre del sale spinto da Borea, il vento del nord che investì Ulisse al largo della terra dei Feaci (Od., V: 296), che secondo lo studioso inglese Samuel Butler altro non sarebbe che la siciliana Trapani [6] terra di venti tonnare? Per anni mi sono interrogato sul significato del nome “boria” dato dai marinai al vento che mette in pericolo le barche, e solo dopo lunghe riflessioni sono giunto alla sua etimologia. Ma né il rais né i tonnaroti hanno mai letto l’Odissea!

E ancora, quante volte, nel tragitto dal porto alla tonnara, i marinai hanno scrutato l’orizzonte alla ricerca dei martinazzi, gli uccelli marini segno di buon augurio, proprio come Enea, sfuggito alla tempesta marina, invitato da Venere si rincuorava alla vista dei dodici cigni «disposti festosi in schiera» (En., I: 393).

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Rais Solina sulla muciara prima della mattanza (ph. Ravazza)

Le tecniche

Concettualmente la tonnara è rimasta quella descritta da Oppiano: una rete perpendicolare alla costa intercetta il corso dei branchi di tonni e li indirizza al parallelepipedo di rete (isola) diviso in camere (vasi) separate da reti mobili (porte) che i tonnaroti abbassano per fare passare i pesci fino all’ultima camera, detta “della morte”, ove avviene la mattanza; i tonni vengono issati  a forza di braccia dai tonnaroti a bordo dei vascelli (imbarcazioni lunghe 18-22 metri) con i corchi (uncini dalle diverse lunghezze).

Il rais Salvatore Spataro, che ha diretto la pesca a Favignana e Bonagia, descrive con precisione le prime operazioni che si svolgono a mare per la preparazione dell’effimero palazzo di reti e corde: «Si chiama crociato perché i cavi e gli ormeggi […] si intersecano e formano tante croci sulla superficie» (Ravazza 2007: 72-73); i medesimi gesti, gli stessi termini, riportati nel XVIII secolo dal Villabianca («questa operazione è chiamata il crociar le tonnare, poiché sono le reti formate a croce»; ivi: 45) e da Cetti («incrociar le tonnare pertanto non vuol dire altro se non fare in mare una traccia»; ivi:  424).

Negli anni ’60 dello scorso secolo molte tonnare siciliane (ve n’erano in attività circa venti), per contrastare la diminuzione delle catture, adottarono una innovazione strutturale mutuata dagli impianti spagnoli, e quella fu davvero una rivoluzione per un settore estremamente conservatore: la tradizionale apertura fra le reti per l’ingresso dei tonni in tonnara (foratico) fu sostituita dalla bocca a nassa (ucca a ‘nassa), un imbuto di rete che rende pressoché impossibile la fuga dei pesci catturati [7]. Ma già nel XVIII secolo uno stratagemma simile veniva usato nelle tonnare di Milazzo: «Sono le Spighe della Tonnara due pezzi di rete […] vanno legate alla bocca della Tonnara […] e queste si restringono al di dentro della camera del grande» (D’Amico: 39).

Ancora oggi nel tempo della migrazione genetica dei tonni (maggio-giugno), quando sul mare si vedono galleggiare quegli idrozoi che i marinai chiamano vilidde [8], i tonnaroti sono certi che assieme ad esse arriveranno anche i pesci attesi, proprio come i loro avi confidavano oltre un secolo addietro: «quando in gran quantità coprono vasta superficie di mare, come tante piccolissime barchette, è per i tonnaiuoli indizio di pesca abbondante» (Angotzi: 15, nota 5).

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Mattanza a Bonagia (ph. Ravazza)

Quale ospite di una tonnara siciliana, poggiato sul bordo della muciara accanto al rais che scruta il mare alla ricerca dei pesci, avrebbe trovato una pur minima differenza fra il “calamaro” calato nelle profondità per attirare i tonni (una pezza bianca o una argentea lattina), e la “lanterna” impiegata nelle tonnare sarde nel lontano 1778: «un sasso con appiccatovi il bianchissimo osso della sepia»? (Cetti: 428) E perfettamente simili sono anche la ‘ngerra muro di rete manovrata dalle barche e dai sommozzatori che spinge i tonni dentro la camera della morte nelle tonnare di Favignana e Bonagia, e il lingiarro degli impianti di Sardegna nel XVIII secolo (ibidem).

Infine, la fase finale della pesca, la mattanza, avviene oggi come ieri ed ha sempre lo stesso fascino crudele eppure liberatorio descritto da tanti osservatori: «Ammazza, grida il rais quando il bollicame de’ tonni giugne a galla» (Cetti: 430); «Come tanti lupi digiuni si avventano sopra li sollevati pesci» (Villabianca: 49); «Il mare, sopra una vasta superficie, è completamente rosso per la gran quantità del sangue» (Angotzi: 71); «I marinai dalle due grandi barche si curvano, e tutti, armati di uncini, attendono che le vittime siano a tiro» (Pitré: 383); «Quattro uncini penetrano nella carne dell’animale, lo tirano fin sotto il bordo» (Ravazza 2004: 47).

Non solo la tecnica, ma anche le barche della tonnara sono rimaste immutate per secoli, simili nelle denominazioni, uguali nella struttura, nelle dimensioni, nei legni impiegati, tutte coperte di nera pece (melaina chiama le navi achee Omero: Od., IV: 781) finendo per costituire una flotta con caratteristiche uniche, assolutamente non sfruttabile per altri tipi di pesca [9]. Il vascello (l’imbarcazione principale) della tonnara di Scopello nel 1771 era lungo 75 palmi (19 metri) e largo 18 (4,5 metri), praticamente simile a quello commissionato nel 1900 dalla Congregazione di Carità di Palermo per l’impianto di Bonagia (lunghezza 20 metri, larghezza 4,80), ed a quello in uso in questa stessa tonnara fino al 1998 (lunghezza 19,50 metri il vascello di ponente o “caporais”; 22,50 metri il vascello di levante o “di trasere”) [10].

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Barche al traino verso la tonnara (ph. Ravazza)

Religione e magia

L’ambito nel quale emerge in maniera ancora più straordinaria la cristallizzazione dell’universo- tonnara è quello che attiene al sentimento religioso dei pescatori. Essendo la tonnara una struttura fissa estremamente complessa, saldamente ancorata al fondale, il cui apprestamento a mare richiede lunghe operazioni e molto tempo,  i pescatori non possono agire radicalmente per ovviare ad una stagione sfortunata: così non è possibile salpare le reti e cambiare il sito se l’esito della pesca non è quello sperato, né si possono adescare i tonni con esche appetitose; ai tonnaroti non resta che affidarsi alla perizia del rais ed alla benevolenza dei Santi, oggi come ieri: «Preme l’osservanza della religione da cui giudica di dover dipendere non poco il buon esito della pesca» (Cetti: 422).

Al sacerdote, «in cotta e stola color violaceo» è affidato ancor oggi il compito di benedire le reti prima del loro calo, quando sono ammasate (raccolte) sui vascelli, di pregare per la salute di quanti lavorano nella tonnara perché «securi et incolumes opus suum exerceant» e affinché le reti «tynnos capiant in abundantia» (Pitrè 1912: 375); il rito è rimasto immutabile fino ai nostri giorni nelle tonnare ancora attive come Carloforte/Isola Piana in Sardegna (Ravazza 2006: 32-33; Zoppeddu 2018).

Viveva nella Sicilia occidentale del 1600 un “Venerabile Servo di Dio” famoso per i prodigi assicurati ai gestori di tonnara che si dimostrassero particolarmente munifici: al gabelloto degli impianti trapanesi di Favignana e Formica che aveva elargito una ricca elemosina al suo convento predisse che i tonni sarebbero arrivati numerosi e tanto grandi da avere le bertole (bisacce) al collo, e così «l’esito fece stupire […] poiché vide, che i Tonni all’entrar nelle reti portavan certe strisce bianche a modo di bertole» (Mongitore, tomo II: 52): i tonni catturati furono numerosi, e tutti portavano sui fianchi delle macchie chiare a forma di bisaccia. Quattrocento anni più tardi, intorno al 1960, nella tonnara di Bonagia, distante dieci miglia da Favignana, il tonnaroto Nicola Adragna si stupì quando al termine di una stagione mai più ripetuta – 1.130 tonni, tutti enormi – si accorse che i pesci catturati avevano «tutti delle stampe ccà”, sui fianchi, simili a bertole» (Ravazza 2007: 152). Non sapeva, Nicola, che quelle macchie erano provocate dalla infiammazione di muscoli verticali posti ai lati delle ali a seguito dello stress. E non lo immaginava nemmeno Frà Innocenzo da Chiusa, il Venerabile Servo di Dio che nelle bertole al collo dei tonni aveva letto l’intercessione di Sant’Anna, al cui monastero erano andate le elemosine [11].

Le elargizioni ai monasteri per richiedere la benevolenza dei Santi sono state una prassi costante presso tutte le tonnare: «Ma in oggi i marinari […] promettono a religiosi mendicanti qualche porzion de’ tonni in limosina per riuscir loro felicemente la pescagione» scriveva nel XVIII secolo Villabianca (: 54), e l’etno-musicologo siciliano Alberto Favara alla fine dell’Ottocento raccolse un canto di tonnara che racconta come la tonnara del Secco a San Vito lo Capo fosse andata in rovina perché il padrone non volle più fare l’elemosina alle chiese: «Tunnaredda di lu Siccu ammintuata, Comu pirdisti stu granni valuri / A prima la facivi quarchi annata, Pi l’agghiotta chi davi a lu patroni. / Ora l’agghiotta ci ha stata livata, Ti l’ha fata vidiri lu Signori. / Sette carrini la megghiu livata» [12]. La lezione deve essere servita, se intorno agli anni ’50 dello scorso secolo un monaco del santuario palermitano del Romitello veniva ospitato nella tonnara sanvitese e diceva messa fino a quando con la prima mattanza i padroni gli affidavano un «tonnarello nico, da 50 chili» da portare in dono ai confratelli, come ricordava l’ottantenne pescatore Giuseppe Lucido, scomparso quale anno addietro, che nella tonnara del Secco svolgeva il ruolo di “guardia” (Ravazza 2007: 101; Ravazza 2018: 221).

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Il sacerdote benedice le reti a Bonagia (ph. Ravazza)

C’è, nella cappella settecentesca della tonnara di Bonagia, una statua lignea di Sant’Antonino che ogni mattina nella “tredicina” dedicata al Santo (1-13 giugno) veniva portata in processione al porto e sulla barca “bastardo” usciva in mare con i tonnaroti, per poi fare ritorno nella cappella a fine giornata, usanza che si è protratta fino al 1960 circa (Ravazza 2007: 141). Per i tonnaroti Antonino da Padova era il santo più importante, capace di mutare le sorti della stagione in un solo giorno, e in realtà le prime due settimane di giugno spesso riservavano le sorprese più belle per i rais ed i padroni (negli ultimi anni, invece, la migrazione dei tonni in fase genetica sembra avere anticipato i tempi, e la passa più numerosa si registra alla fine di maggio). Ma Sant’Antonio non è stato caro solo ai tonnaroti: i navigatori portoghesi del XVI secolo non mancavano di portare sulle navi una sua statua, che veniva assicurata all’albero maestro; il santo era venerato e blandito ma se però cadeva il vento e le vele pendevano inerti allora i marinai lo prendevano a frustate minacciando di gettarlo a mare se non avesse fatto spirare nuovamente la brezza portante, salvo poi tornare a riverirlo quando il vento ricominciava a soffiare (Bravetta: 27-28). Proprio come hanno fatto per anni i tonnaroti degli impianti di Milazzo, che prima minacciavano («ah ‘ntall’acqua ti buddamu») e poi immergevano al centro dell’isola la statua del santo quando i tonni non ne volevano sapere di entrare fra le reti, per poi venerarlo nuovamente al loro arrivo (Pitrè 1912: 379).

Il palazzo sommerso della tonnara, l’isola trovata e abbandonata ogni giorno nei tre mesi della pesca, per i pescatori è una entità che si identifica con i santi posti alla sua protezione: «Santo buongiorno» diceva il rais levandosi il cappello penetrando con la sua barca nel recinto di rete, e «Bona notti, bona sorti, bona tonnara» salutava al momento di tornare a terra; in maniera simile si rendeva omaggio ai Lari protettori della casa, e un saluto identico nelle campagne siciliane si riservava ai “patruneddi ‘casa”, spiriti benigni posti a guardia della dimora che spesso assumevano le sembianze teriomorfe dei gechi: «buongiorno a tutta la compagnia» (Guggino 1998: 38).

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Un tonnaroto porta i fiori al Crocifisso della tonnara di Bonagia (ph. Ravazza)

Il posto riservato ai Santi nelle tonnare siciliane è la cruci, un palo saldamente legato sulla intersezione dei cavi di sommo proprio sopra la bocca d’ingresso preparata per i tonni; su una tavola inchiodata a croce vengono fissate le icone dei santi protettori: Sant’Antonino, San Pietro, San Giuseppe, San Francesco di Paola, e delle Madonne che la leggenda vuole arrivate dal mare (a Bonagia: la Madonna di Trapani e quella di Custonaci). Sulla sommità del palo inoltre i tonnaroti mettono dei rami di palma e per questo la cruci viene chiamata anche “palma”. Le forti connotazioni religiose di questa pianta, le cui foglie adornavano i carretti e i “capioni” delle barche siciliane (la “pernaccia”, antico aplustre – aphlaston) (Pitré 1889: 239), vengono ignorate dai tonnaroti, che però nella “palma” sono riusciti a sintetizzare mirabilmente saperi empirici, sentimenti religiosi, conoscenza nautica e tradizioni secolari: quando non esistevano gli strumenti elettronici di navigazione (radar, Gps) la croce con i santi era l’unica emergenza visibile da lontano, su cui indirizzare la prua delle barche; se la corrente porta a fondo le reti, con esse si immerge anche il palo con la croce, e dalla porzione sommersa il rais è in grado di capire quanto violenta sia la stessa corrente; inoltre i “movimenti” della palma – graduale affioramento o affondamento – segnalano l’andamento della corrente, se in aumento o diminuzione. Sotto una spinta molto forte, finiscono sommersi anche i rami della palma che non si infradiciano al contatto dell’acqua, e allora i tonnaroti per significare che la corrente impedisce ogni operazione scherzavano «anche i Santi ‘nfunno avemo» (Ravazza 2007: 142).

In alcune tonnare per la buona sorte ci si affidava alla Madonna, le cui immagini arrotolate dentro pezzetti di canna venivano affondate con le reti (impianto di Procida, anni ’35-40 del XX secolo: Maffei: 90-91), o attaccate nei punti “delicati” [13]: qui appare chiaro l’influsso della civiltà contadina, ove era invalso l’uso di porre icone sacre nelle fondamenta delle case (di fatto tutte le tonnare in caso di emergenze o mattanze molto ricche si avvalevano della collaborazione saltuaria di contadini, la cosiddetta “gente d’aiuto”).

Quando da soli i Santi non riescono a tenere lontani i pericoli, come nel caso della terribile tromba marina, i tonnaroti continuano ad avvalersi delle pratiche magico-religiose tramandate dagli avi; un coltello nascuto (senza punta) non manca mai nelle tasche dei pescatori, che tenendolo ben stretto nella mano tracciano in aria i segni della croce e recitando le orazioni imparate la notte di Natale “tagliano” la traunara, che perde la sua forza e cade a mare (Pitrè 1889: 79-85). I tempi (epica) sono cambiati, e qualcuno non crede più al potere assoluto delle ‘razioni, ma di fronte alla violenza della natura si comporta come facevano il padre, il nonno e tanti ancora prima di loro: «Fora malocchio e dintra bonocchio» prega Pio Solina, il quale però riconosce «non è sempre che mi riesce» (Ravazza 2007: 144).

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Si intrecciano i fiori di maggio (ph. Ravazza)

Vita e morte

La tonnara è vita e morte nello stesso tempo. Il tonno viene catturato nel momento più importante della sua esistenza, quello della riproduzione. La stagione degli amori è anche quella della sua uccisione. Fino all’ultimo, quando i corchi già affondano nella carne, il tonno continua a regalare vita al mare, espelle i prodotti delle gonadi rigonfie e le uova trasportate dalla corrente vengono fecondate dal lattume dei maschi; era stata proprio la pulsione vitale a tradirlo nell’istante in cui nel blu della profondità, volgendo la pancia turgida (surra) ai raggi del sole per un amplesso senza contatti, si era svelato agli occhi dei tonnaroti che cercavano la surriata per indovinarne la presenza.

La morte del tonno si traduce in vita per la comunità che affida alla pesca la sua sussistenza, e proprio per questo i tonnaroti da sempre ne esorcizzano l’aspetto ferale ricorrendo a rituali ed artifici dialettici che pongono in risalto piuttosto il suo ruolo positivo. Così la denominazione “camera della morte” per indicare l’ultimo vaso dove avviene la mattanza – termine che nell’Ottocento ha sostituito la più cruenta “accisa” – è riservata alle descrizioni degli osservatori meno attenti ma non viene mai usata dai pescatori, che le preferiscono la più gentile “leva” (vi avviene la “levata” dei pesci) o meglio ancora il poetico corpu: corpo fecondo, in grado di generare la vita, che “partorisce” i pesci e dunque il benessere della comunità.

Sul bordo inferiore della porta di rete che immette nel corpu vengono intrecciati i fiori gialli della primavera, simbolo della rinascita della vita dopo il freddo inverno: ciurìu Solanto, fiorì Solanto, esultavano i pescatori quando si faceva la prima mattanza nell’omonima tonnara palermitana. Oggi nessun tonnaroto riesce a dare una motivazione plausibile ai fiori intrecciati nella custura l’erva (cucitura di erba), ma non è difficile leggere nella consuetudine la contiguità con le tradizioni contadine che agli “spiriti della vegetazione” abitanti fra gli alberi assegnano il potere di fare crescere il grano e rendere feconde le donne (Bronzini: 25). Fiori colorati di maggio coprivano le ferite del primo tonno catturato nelle tonnare palermitane portato in giro per il borgo marinaro dai pescatori accompagnati dal suono dei tamburelli (Pitrè 1912: 380), e del «rais cu li ciuri» cantano le cialome [14] intonate per uniformare lo sforzo degli uomini che alano a braccia le pesanti reti del corpu; un mazzo di fiori gialli e rossi non è mai mancato ai piedi del crocifisso della tonnara di Bonagia.

Al tonno che muore sui vascelli neri di pece il rais rende l’estremo omaggio, in quel momento diventa semplice tunnina, carne da vendere; tonno è quello sfuggito alle reti, libero per il mare, che corre dietro alle cicerelle per saziare la fame tornata a farsi sentire imperiosa dopo la “corsa” d’amore. Quel pesce poderoso e leale non è un nemico da combattere, ma un valoroso avversario con cui confrontarsi da pari a pari: «A tutti li tunni cercamu perdono» cantavano nel secolo scorso i tonnaroti di Pizzo Calabro, così come gli indiani d’America Cheyenne a fine Ottocento dedicavano la preghiera all’animale dal quale dipendevano le sorti della loro tribù: «Che questa freccia che ora incocco all’arco/ ti renda sacro, o Bufalo/ Che la terra benevola ti accolga/ Che tu possa trasformarti in un uccello d’aria» [15]. Ancora una volta tempo e spazio si confondono nel recinto sacro della tonnara: «Vai col tuo Dio…» sussurrò alla fine del giugno 1998 l’anziano rais Mommo Solina accompagnando con lo sguardo il grosso tonno tornato libero perché la stagione era finita e per un solo pesce non valeva la pena tenere ancora le reti a mare.

Dialoghi Mediterranei, n.36, marzo 2019
[*] Questo intervento riprende e amplia il saggio “Epos, Eros e Thanatos. Il mondo immutabile della tonnara” pubblicato sul n. 4 della Rivista “Navis”, Istiaen, 2009
Note
[1] Sulla pesca del pescespada vedi l’esauriente saggio di R. Sisci citato in bibliografia
[2] La barca del rais. Le altre imbarcazioni di tonnara sono, con qualche variante a seconda delle zone: “bastardo”, “ordinaro”, “muciaredda” (a 6 remi, lunghe 9-10 metri); “parascarmi”, “rimorchi” e “varcazze” (12-16 remi, lunghezza 12-14 metri); vascelli (“caporais” o di ponente, e “di trasere” o di levante, lunghi 18-22 metri)
[3] E’ vasta la letteratura sulle preghiere dei tonnaroti. Per un approccio esaustivo cfr. Guggino & Pagano 1983: 36; Ravazza 2007: 140
[4] Cfr. Guggino 1986: 89
[5] Testimonianza raccolta da N. Ravazza a Castellammare del Golfo il 16/6/2006
[6] Butler, S. 1897, The Authoress of the Odyssey, Londra
[7] Ravazza 1999: 40-43
[8] Velella velella, chiamata anche “barchetta di San Pietro”, specie planctonica, classe Antozoi, ordine Anthomedusae
[9] Cfr. Mondardini M. 1999: 7
[10] Cfr. Cancila 1972: 158; Ravazza 2004: 30-33; Ravazza 2007: 77-85 e Allegati
[11] I prodigi del Venerabile Servo di Dio sono riportati da Mongitore e Villabianca (v. bibliografia), che a loro volta li riprendono dall’opera di P. Tognoletto, 1677, Vita del Ven. gran servo di Dio Fr. Innocenzo da Chiusa
[12] Favara, A., Corpus di musiche popolari siciliane, raccolte tra fine Ottocento e inizi Novecento, pubblicato nel 1957 a Palermo a cura di O. Tiby; il brano riportato in stralcio è allocato al n. 598 del Corpus
[13] Il riferimento è alla tonnara di Scopello, anni ’50 del secolo scorso; testimonianza raccolta da N. Ravazza a Castellammare del Golfo il 16/6/2006
[14] Canto di lavoro: un solista (solo) dà il ritmo, e la ciurma (equipaggio) risponde in coro
[15] Disponibile su World Wide Web: URL: http:/indianiamericani.it
Riferimenti bibliografici
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Bronzini, G.B. 1979, Accettura – Il Contadino – l’Albero – il Santo, Galatina-Lecce
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Mongitore, A. 1743, Della Sicilia ricercata nelle cose più memorabili, Palermo
Oppiano, Halieutica, qui nella ristampa anastatica della edizione Daelli e C. Editori (Milano 1864), Bologna, 1975
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Ravazza, N. 2006, Diario di tonnara, Milano
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Sisci, R. 2005, La caccia al pesce spada nello stretto di Messina, Messina
Villabianca (Marchese di), F.E. e G., XVIII sec., Le tonnare della Sicilia, ms., Palermo, qui  nella edizione a cura di G. Marrone, Palermo, 1986
FILMOGRAFIA
Zoppeddu, G., 2018, Diario di Tonnara, tratto dall’omonimo libro di N. Ravazza, produttore Istituto Luce Cinecittà
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 Ninni Ravazza, giornalista e autore di diversi volumi sul mare e la sua cultura, è stato per 14 anni il Presidente della Pro Loco di San Vito lo Capo, che ha organizzato col Comune il Cous Cous Fest. Nell’ambito della manifestazione ha tenuto diversi Laboratori del gusto dedicati all’antropologia della pesca e alla gastronomia tradizionale legata ai prodotti del mare siciliano. Ha scritto di salinari, di  tonnaroti e di corallari. Le ultime sue pubblicazioni sono dedicate rispettivamente al noto capitano d’industria Nino Castiglione, Il signore delle tonnare, fondatore della omonima ditta, e alla tonnara di San Vito lo Capo: San Vito lo Capo e la sua Tonnara. I Diari del Secco, una lunga storia d’amore.
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