Tommaso Maria Sciacca, “fatto pittor dalla natura”

1 Chiesa di S. Francesco Saverio a Palermo

Palermo, chiesa di S. Francesco Saverio

  di    Giacomo Cuttone

Prima che la Città di Mazara del Vallo diventasse la “Città del Satiro” e che desse i natali al grande scultore Pietro Consagra, è stata la Città di Tommaso Maria Sciacca (Mazara del Vallo, 1734- Lendinara, 2/5/1795), il quale è stato, sicuramente, il primo artista mazarese che abbia avuto un ruolo considerevole nel panorama artistico nazionale, tanto che, in vita, ebbe «bastante merito per ottenere buon nome nell’arte colle opere proprie»[1], nel solco della tradizione decorativa barocca italiana.

Fu allievo, a Palermo, di Gaspare Serenari, decoratore convenzionale e sfarzoso, autore di affreschi e dipinti in numerosi palazzi e chiese di Palermo e Roma; di Agostino Masucci, rappresentante dell’accademismo di stampo arcadico della pittura romana del XVIII secolo; amico di Mariano Rossi di Sciacca [2], considerato un pittore “antibarocco” dallo storico dell’arte statunitense Bernard Berenson e, fino al 1765 c.a., aiuto bottega di Antonio Cavallucci, pittore del tardo barocco dal gusto nordeuropeo, a Roma. Tommaso Sciacca lavorò, oltre che in Sicilia e a Roma, anche, nel Veneto. È stato definito un pittore «non molto corretto nel disegno, ma valoroso nel colorito» che componeva le sue opere con «uno stile piuttosto macchinoso, ma con grazia»; le sue pitture avevano sempre «buon partito di chiaro-scuro ed un vivace gusto ed accordo di tinte»[3]. A Palermo, nella sua primissima gioventù, realizza affreschi in alcune cappelle della chiesa di S. Francesco Saverio che «mostrano bene ch’era stato fatto pittor dalla natura»[4].

Chiesa di San Michele - Mazara del Vallo

Mazara del Vallo, chiesa di San Michele

Nel 1766 realizza nella chiesa di S. Michele di Mazara del Vallo gli affreschi aventi come tema “La Strage degli innocenti” e il più importante e realistico “Trionfo di San Michele sopra Lucifero”, che si può ammirare sopra la volta vicino alla cantoria, impreziositi da lamina d’oro che ricopre i festoni dei decori a stucco e le grate lignee dei matronei e della cantoria, e alcune tele degli altari laterali: “La strage degli Innocenti”, “La Sacra Famiglia” e “La morte di S. Benedetto”. “Il Trionfo di S. Michele su Lucifero”, che domina la volta della navata, é caratterizzato dal particolare del diavolo che, divenuto elemento plastico (sculto-pittura), fuoriesce dalla superficie dell’affresco. Decorò, inoltre, con piccoli affreschi, le volte delle varie cappelle. Affrescò, in questo periodo, anche la volta della chiesa di San Calcedonio, detta del Purgatorio e una stupenda tela del Santo. Nella Sacrestia della Cattedrale si conserva la tela ovale dei “Santi Vito, Modesto e Crescenza”.

l'Immacolata: Chiesa di San Marco-Enna

Enna, l’Immacolata: chiesa di san Marco

Nella chiesa di S. Marco di Enna, fra il 1768 e il 1769, esegue la pala d’altare dell’ “Immacolata”, posta sul primo altare a destra. Il dipinto è stato commissionato per conto delle monache dal priore Vincenzo Petroso, dei baroni di Pollicarini. L’artista, seguendo un impianto tradizionale, colloca l’Immacolata in posa estatica tra due santi vescovi di preminente culto greco, San Spiridione a destra e San Nicola a sinistra, ognuno affiancato da un cherubino recante uno la mitra vescovile e l’altro un libro e tre monete, i loro simboli di riconoscimento, peraltro facilitato da una scritta esplicativa che ne indica il nome, delineata ai rispettivi piedi.

A Roma, Tommaso Sciacca, «perseguitato dall’avversa fortuna non poté mai per mezzo dell’arte sua sollevarsi dalla miseria, ed una delle sue maggiori fortune fu l’essersi indoto il Cavallucci a prevalersene nel suo studio per abbozzare»[5]. «Fu un uomo di esemplare costume e religiosissimo, e perciò molto amato dal Cavallucci. Oltre alla pittura, era profondo nella matematica, e di questa scienza formavasi un sollievo nelle tristi sue circostanze»[6]. A Roma dipinse due tele d’altare , una destinata alla chiesa di Subiaco e l’altra per la chiesa dell’Ospedale di S. Spirito e, nel 1784, dipinse la “Maddalena in casa del Fariseo” nella chiesa della Maddalena. Quando i Ruspoli, principi di Cerveteri, comprarono l’omonimo palazzo nel 1776, lo fecero abbellire con affreschi, chiamando, in tempi diversi, i migliori artisti dell’epoca operanti a Roma. Nel 1782, Tommaso Sciacca esegue alcuni affreschi all’interno del Palazzo Ruspoli che, via via, divenne uno dei centri mondani, noto per le feste sfarzose che vi si tenevano, più importanti della città7.

Nel 1792, Tommaso Sciacca varca i confini dell’Italia per dirigersi in Polonia, dove, nella parrocchiale di Petrycozy, realizza alcune opere. Alla fine del 1794, a Lendinara, Tommaso Sciacca, introdotto nell’ambiente polesano dall’abate Anton Maria Griffi. abbellisce con pitture ad affresco il Santuario della Beata Vergine del Pilastrello; nel secondo e terzo altare di destra sono poste due sue pale tardo settecentesche raffiguranti “S. Antonio da Padova che riceve Gesù Bambino” e “S. Antonio abate che visita S. Paolo eremita”.

Negli ultimi anni della sua vita, trascorsi in Polesine, l’artista realizzò diverse opere: a Lendinara, presso il convento e la chiesa del Pilastrello; a Rovigo nel Duomo (“Santo Stefano che battezza Lucilla”), nella chiesa di San Bartolomeo (“Apparizione della Vergine a S. Carlo Borromeo”- fine ’700), e due tele (una raffigurante “S. Michele” e la seconda “L’Ultima Cena”, rispettivamente sull’altare e nell’abside) nella chiesa di San Michele Arcangelo di Villanova del Ghebbo.

L’intervento di Sciacca in Santa Sofia a Lendinara è così ricordato dal Brandolese: «fu adunque con lui convenuto che dipingesse il catino della crociera del duomo, e con istraordinario impegno diede mano alla grandiosa impresa. N’era compiuto il bozzetto, e stava allestendo in cera i modelletti di alcune figure: il palco erasi già eretto, né rimanea al pittore che salirvi per dar principio all’opera, quando fatalmente assalito da improvviso malanno dovette in pochi dì cedere al comune destino»[8], proprio quando «incominciava a risorgere dall’antica indigenza»[9].

Affreschi del Duomo di Sofia

Affreschi del Duomo di Sofia

Sciacca morì repentinamente il 2 maggio 1795, mentre si apprestava a dar inizio alla decorazione pittorica della cupola, rappresentante il “Trionfo della Chiesa”. Gli affreschi sono stati proseguiti dal veronese Giorgio Anselmi, che si attenne al bozzetto preparatorio dello Sciacca il quale, mentre si apprestava a concludere il ciclo decorativo, cadde mortalmente da un’impalcatura non riuscendo a completare l’opera pittorica.

In vita godette Sciacca «riputazione nel comporre, nell’arte del chiaro-scuro, nell’armonia e nel tinteggiare, in guisacchè era anche consultato da’ buoni artisti per queste parti in cui veniva riguardato come maestro»10.È possibile, oggi, poter ammirare, presso la Pinacoteca Civica di Palazzo dell’Arengo ad Ascoli Piceno, ben cinque tele (alcune certe, altre attribuite; e in particolare: l’“Apparizione della Madonna a S. Francesca Romana” , tela ligia ai canoni accademici romani; “S. Francesca Romana”, di buona fattura e che presenta una composizione vivace caratterizzata da accenti melodrammatici; la “Madonna con Bambino con S. Anna, S. Giovannino e S. Elisabetta”, appartenente al momento romano ; “S. Francesca Romana ha la visione del suo angelo custode” e, infine, la “Crocifissione di Cristo” con i suoi preziosismi cromatici) dell’illustre cittadino mazarese [11].

                 Dialoghi Mediterranei, n.7, maggio 2014

Note


1       Gherardo De Rossi, Vita di Antonio Cavallucci da Sermoneta pittore, Venezia 1796;

2       Giornale di scienze, letteratura ed arti in Sicilia, 1824;

3       Gherardo De Rossi, Vita di Antonio Cavallucci cit.;

4       Giornale di scienze, letteratura ed arti in Sicilia, 1824;

5       Gherardo De Rossi, Vita di Antonio Cavallucci cit.;

6      ibidem

7      Olivier Michel, Un esempio di eclettismo: la decorazione di Palazzo Ruspoli nel 1782, Istituto Poligrafico e Zecca Dello Stato, Roma, 1985;

8   Pietro Brandolese, Del genio de’ Lendinaresi per la pittura e di alcune pregevoli pitture di Lendinara, Stamperia del seminario, Padova, 1795;

9       Gherardo De Rossi, Vita di Antonio Cavallucci cit.;

10     Giornale di scienze, letteratura ed arti in Sicilia, 1824;

11     MBC, Regione Marche.

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2 risposte a Tommaso Maria Sciacca, “fatto pittor dalla natura”

  1. Quando rivestii l’incarico di presidente dell’Associazione Amici del Museo Diocesano (1995/99), assieme al presidente del Long Rifle Club pro tempore, organizzai una conferenza che si tenne nella stessa chiesa di San Michele, dove v’erano le opere mazaresi di Tommaso Sciacca. Uno studioso della materia, funzionario della Sovrintendenza di Trapani tenne la relazione. Fece conoscere ai circa trecento mazaresi intervenuti chi era il pittore e la sua opera. In una delle prime occasione della venuta di Vittorio Sgarbi, sempre in quegli anni, feci da cicerone allo stesso e gli feci visitare il convento di San Michele. Con mio enorme stupore, prima che potessi illustre le opere dello Sciacca, fu lui a indicarmele. Sorpreso gli chiesi come mai conoscesse così bene le opere del nostro concittadino. Mi rispose che in occasione del duecentesimo della morte dello Sciacca, a Lendinara (nel Polesine), dove lo stesso pittore è sepolto, l’Amministrazione civica l’aveva commemorato ed avevano dato l’incarico a Vittorio Sgarbi di scrivere un volume sul nostro pittore. Cosa che lui fece. Mi disse che nel frattempo, aveva raccolto altro materiale sempre sul mazarese e che per lui il nostro pittore doveva essere preso in molta più considerazione di quella avuta finora dai critici. Riferì il tutto al presidente del Consiglio regionale di allora, on. Cristaldi, che avrebbe potuto dare l’incarico al critico per una nuova pubblicazione, ma non se ne fece nulla. Forse l’Istituto Euro Arabo, sensibile a queste tematiche potrebbe fare qualche tentativo per una pubblicazione, ritengo interessante, per la rivalutazione di uno dei figli illustri della nostra città. Un saluto
    Pino

  2. Giacomo Cuttone scrive:

    Esiste una pubblicazione del 1968 dal titolo “Un pittore siciliano del settecento: Tommaso Maria Sciacca” (de luca edit. roma), l’autore è Giuseppe Basile, nativo di Castelvetrano. Basile si è laureato in Storia dell’Arte all’Università di Palermo con Cesare Brandi e ha frequentato la Scuola di Perfezionamento in Storia dell’Arte all’Università di Roma con Giulio Carlo Argan, è stato funzionario storico d’arte presso l’Istituto centrale del restauro e ha diretto il Servizio per gli interventi sui Beni artistici e storici, ha insegnato “Teoria e storia del restauro delle opere d’arte” presso l’Università La Sapienza di Roma . E’ morto a Roma nel 2013.

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