Terrorismo e migrazione: lo sfilacciamento dell’Europa

 Attentati a Bruxelles

Attentati a Bruxelles

 di Piero Di Giorgi

Le due questioni, quella del terrorismo e quella dei migranti, restano sempre in primo piano, a riprova che le migrazioni non sono un fenomeno emergenziale e neppure il terrorismo, ma saranno lo spettro che si aggirerà per l’Europa e non solo, finché il mondo sarà disuguale e pieno d’ingiustizia.

Quindici anni sono trascorsi dall’11 settembre 2001, quando due aerei andarono a impattare sulle torri gemelle di N. Y. Poi c’è stata l’aggressione di Bush junior in Iraq, con il codazzo dei servi sciocchi europei e poi quella in Libia da parte dell’Europa, che non ha fatto che alimentare il fuoco del terrorismo, attraverso una sequela di attacchi in diverse zone d’Europa e del mondo, uccidendo indistintamente musulmani e cristiani.

L’ultimo episodio del 22 marzo ha colpito, simbolicamente, il cuore dell’Europa. Due grandi deflagrazioni, una all’aeroporto di Bruxelles, l’altra alla linea della metropolitana che giunge nel centro nevralgico della rappresentanza europea, Il Parlamento. E poi il dramma terribile delle grida di disperazione e di dolore che salgono dalla nebbia fitta dei fumi diffusi dalle esplosioni, il fuggi-fuggi generale da parte di chi non è rimasto vittima della carneficina e un rumoreggiare confuso e assordante di sirene di polizia e ambulanze, segnale sinistro di morti e di feriti, gli odori acri di carne bruciata e tutto intorno morte e solo morte. Una cellula di assassini del c.d. Stato islamico ha ancora infierito vigliaccamente, in nome di Allah, su persone inermi e incolpevoli e comunque estranee ai loro paranoici disegni criminali.

Altri attentati seguiranno se l’Europa continuerà a dormire, rannicchiata nella sua disunione e nella sua mancanza di strategia,  lasciandosi condizionare dalle destre xenofobe, che cercano il capro espiatorio nella massa di migranti, diffondendo idiozie pericolose del tipo che bisogna cacciare tutti i musulmani, che bisogna fermare i migranti perché tra di essi si annidano terroristi. Ovviamente mentono fingendo di non sapere che ci sono stati più morti tra i musulmani, per opera dei terroristi, che tra noi occidentali, e che i terroristi che hanno operato all’interno dell’Europa sono cresciuti nelle nostre periferie urbane.

L’esperienza ha mostrato che le guerre generano soltanto nuove violenze e non risolvono i problemi, ma ciò non significa, certamente, che bisogna restare inerti e non difendere le nostre vite e dei nostri figli. Come? Penso che, innanzitutto, bisognerebbe rimuovere le concause che generano sia il terrorismo, sia le ondate migratorie. Resto convinto che la madre di tutte le cause sia il problema delle vergognose disuguaglianze che agiscono in modo sistemico a determinare il disordine del mondo. Il 20% degli abitanti della terra consuma l’80% delle materie prime e gli abitanti delle zone più povere non hanno quasi niente. Forse è arrivato il momento di porsi il problema di una ridistribuzione più equa delle risorse e pensare a programmi di sviluppo da finanziare nelle zone più povere del pianeta. Detto questo, per l’immediato occorre mettere in atto misure e interventi per togliere all’ISIS la possibilità di reclutare adepti tra gli emarginati e frustrati delle periferie urbane europee, eliminando la disoccupazione giovanile e puntando seriamente sull’integrazione; prosciugare le loro fonti di finanziamento; fermare le guerre in Siria, in Iraq, in Libia, in Afganistan, in Somalia e risolvere la questione palestinese. È essenziale anche spingere quei Paesi arabi che si dichiarano alleati dell’Occidente e che si fronteggiano in guerre tra fazioni religiose e per l’egemonia nell’area, a scoprire le carte e a fugare ogni dubbio e ambiguità verso l’ISIS, dimostrando nei fatti di essere in prima linea nel combattere il califfato.

Resto convinto, altresì, che l’iniziativa più importante sia l’azione coordinata d’intelligence, con l’obiettivo di decapitare i capi criminali dell’ISIS. A quel punto, certo, restano le cellule terroriste che dimorano già in casa nostra, giovani che sono cresciuti nei nostri Paesi, che hanno frequentato le nostre scuole, giovani emarginati e frustrati, che, tuttavia, senza una mente e un’organizzazione strategica, si troverebbero smarriti e senza referenti ideologici, più facilmente isolabili e neutralizzabili con un efficiente coordinamento unitario di polizia e d’intelligence a livello europeo. Ha fatto bene Renzi a dire che occorre lavorare per unire i servizi d’intelligence, costruire una banca dati comune e coordinare le polizie di tutta l’Europa e penso che questa non debba essere una richiesta episodica da parte dell’Italia ma un tema da martellare finché non diventi realtà. Le stragi si sarebbero potute evitare se i terroristi non avessero potuto fare i turisti tra Europa, Siria e califfato, tramite passaporti falsi, fingendosi profughi, approfittando della mancanza di coordinamento d’intelligence e polizie dei Paesi europei.

Attacco Parigi, il giorno dopo: (Foto Valentina Camu/LaPress)

Attacco a Parigi, il giorno dopo (Foto Valentina Camu/LaPress)

E invece, la risposta dell’Europa della solidarietà e dell’accoglienza si è trasformata nel suo opposto, in un continente sgretolato nella morsa della disumanità, dei respingimenti, della chiusura delle frontiere e dei fili spinati. L’Europa, che prende multe ai Paesi trasgressori per questioni di poco rilievo, non ha la volontà e la determinazione di sanzionare le barriere dell’ex impero austro-ungarico o per espellere le nazioni con regimi autoritari e xenofobi. Ha fatto una miserevole ed egoistica operazione di baratto con la Turchia per bloccare la rotta balcanica, e non importa se Erdogan sta trasformando un Paese laico in un sultanato. Non importa se la Turchia non sia un Paese sicuro per i rifugiati e se l’accordo non prevede niente per le decine di migliaia di migranti bloccati in Grecia. Un’operazione inutile, che alimenta soltanto la tragedia dei disperati lasciati nell’abbandono e senza un tetto, mentre i migranti in lista d’attesa prendono le rotte del mare, dove non è possibile costruire muri e fili spinati. Ritengo che l’Europa dovrebbe perlomeno fare accordi con la Libia e il Marocco, non solo per contenere la fiumana umana che si sta riversando verso l’Italia e costretta a rimanerci, com’è avvenuto finora in Grecia, perché le frontiere europee sono chiuse, ma anche per evitare le tragedie che si susseguono con incessante ripetitività nel Mediterraneo, divenuto un cimitero liquido, che inghiotte la carne viva e martoriata dei profughi in cerca di speranza, nell’assuefatta e indifferente coscienza delle oligarchie europee. Inoltre, oltre al controllo delle frontiere esterne all’UE, occorre un coordinamento unitario delle politiche di accoglienza per regolare i flussi migratori e creare corridoi umanitari.

Nello stesso tempo, Schengen e la libera circolazione delle persone non esistono più, la nostra libertà di circolazione, la nostra mobilità attraverso treni, metropolitane, mezzi pubblici e aerei sono a rischio e anche soltanto sedersi in un bar o in un ristorante. Ogni luogo è insicuro. Che errore è stato fare la moneta unica senza un potere politico unico, senza un ministro unico delle finanze, degli esteri e per la sicurezza!

Se sono apprezzabili la politica di accoglienza di Renzi sull’emigrazione e le proposte sul coordinamento delle operazioni d’intelligence, più dubbi suscita la sua politica economica e le sue riforme. Le politiche economiche del cerchio magico renziano o dei suoi giovani consiglieri economici hanno fallito l’obiettivo. L’economia non decolla e la disoccupazione, soprattutto giovanile, rimane allarmante. Il Job Act ha stabilizzato tanti precari, i quali, tuttavia, restano sotto la spada di Damocle dell’abolizione dell’art. 18. Ha inciso quasi per niente sulla disoccupazione giovanile. Lo attestano i dati dell’OCSE e dell’ISTAT. Le previsioni sul Pil sono state riviste al ribasso per il 2016. La Corte dei Conti conferma che non si è fatta una razionale spending rewiew ma soltanto tagli lineari, che hanno prodotto, di fatto, tagli di servizi e di diritti. Se non riparte l’economia, non ci sono le risorse per pagare il debito pubblico (vedi Grecia), che ci costa circa 100 miliardi all’anno, con cui si potrebbero fare tante cose; ma l’economia non può ripartire senza la crescita della domanda interna; e questa non può crescere se le persone non hanno soldi, perché sono stati trasferiti dai lavoratori e dalle classi medie ai più ricchi, e se i lavoratori sono diminuiti perché c’è una disoccupazione di massa. Allora, se i problemi sono questi come dicono alcuni premi Nobel dell’economia, Renzi, anziché cercare soldi sottraendoli sempre agli stessi, faccia due cose semplici: un piano d’investimenti pubblici per creare posti di lavoro e attui l’art. 53 della Costituzione, usando la leva fiscale per diminuire le disuguaglianze, abbassando le tasse ai dipendenti pubblici e privati e alzandole a ricchi e super-ricchi, faccia pagare le tasse agli evasori e ai veri pensionati d’oro, non certo a quelli con pensioni fino a 5 mila euro lordi; e senza escludere una patrimoniale, come fosse un tabù, com’è stato chiesto perfino dagli industriali e da Draghi. Forse, in tal modo, si creerebbe un circuito virtuoso che farebbe ripartire l’economia. Purtroppo, a guardare le ultime mosse di Matteo Renzi, sembra che egli sia stato investito di una missione: infierire sui più poveri e sui ceti medi già proletarizzati, cancellare i diritti invece di aumentarli. Da una parte ci sono gli intoccabili e dall’altra i soliti lavoratori a reddito fisso e pensionati che, alla bisogna, devono essere spremuti.

FOTO2 (1)Restano la piaga cronica dell’evasione e della corruzione, che incidono per circa 200 mila miliardi, con i quali si risolverebbe il problema del nostro debito pubblico. L’ultimo terremoto politico di “Tempa rossa”, che ha portato alle dimissioni della ministra Federica Guidi e ad altri indagati eccellenti è la sconcertante conferma che ovunque la magistratura indaghi, si tratti di petrolio, di appalti o altro, trova intrecci affaristici, favori e tangenti tra oligarchie dominanti, economiche e politiche. Secondo la denuncia di Piercamillo Davigo, la corruzione ha superato di dieci volte quella del 1992, con la differenza che i corrotti non si vergognano più. Ci troviamo, cioè, di fronte al fenomeno della doppia criminalità che una certa sociologia critica degli anni a cavallo tra i ’60 e i ’70 del Novecento aveva evidenziato: la criminalità legale, cioè quella delle persone che contano e la piccola criminalità dei poveri. I primi vengono protetti dalla prescrizione. Il procuratore di Catanzaro Nicola Grattieri, indicato da Renzi per fare il ministro della giustizia (cancellato da Napolitano)  e comunque incaricato dallo stesso Renzi di presiedere una commissione di esperti, la cui relazione è stata consegnata a Palazzo Ghigi, ha dichiarato che abbattere i tempi dei processi, significa non arrivare alla prescrizione, ma della sua relazione è stato recepito all’incirca il 5%.

Il referendum sulle trivelle era lo strumento che avevano i cittadini per votare contro i faccendieri del petrolio e per la difesa dell’ambiente. Peccato che abbiano preferito andare al mare. Se i rappresentanti sono separati dai rappresentati e varano leggi che vanno contro gli interessi dei cittadini, questi ultimi fanno malissimo ad astenersi dal voto, perché, così facendo, lasciano sempre più senza controllo i loro rappresentanti. Il referendum è uno strumento di democrazia diretta che hanno i cittadini per ribaltare le scelte dei parlamentari da loro eletti. Se non lo utilizzano, peggio per loro e non hanno alcun diritto di lamentarsi. Non può sfuggire la gravità dell’invito di Renzi all’astensione, cui ha dato man forte l’ex presidente della Repubblica Napolitano. Chi ama la democrazia non si rallegra se i cittadini, delusi dai politici di professione, non vanno più a votare, anzi si preoccupano. Tra l’altro, oltre alla gravità morale del gesto, Renzi ha violato una legge dello Stato. Una scarsa partecipazione al voto, sia per l’elezione dei rappresentanti, sia nei referendum, non è mai una cosa positiva per la democrazia. L’astensione, anche come modo di manifestare la disaffezione alla politica e come strumento di protesta, rientra nelle facoltà degli elettori ma, in questi casi, essi possono esprimersi annullando la scheda o lasciandola in bianco ma non disertando le urne.

Dopo l’approvazione definitiva, da parte del Parlamento, della riforma costituzionale che trasforma il bicameralismo perfetto in un bicameralismo imperfetto, in autunno ci sarà un altro referendum attraverso il quale i cittadini possono approvare o respingere la riforma approvata. Ci sono in essa cose positive ma anche negative, che ho avuto già modo di rilevare. Trattandosi d’interventi ortopedici seri sulla più bella costituzione del mondo, mi auguro che i cittadini, uscendo dalla disaffezione alla politica, si rechino in massa a votare.

Il tema della democrazia diretta mi conduce a ricordare la morte di Gian Roberto Casaleggio, personaggio controverso ma certamente capace di ampia visione. La sua scomparsa apre nel M5S una incerta fase di transizione, anche se è cresciuto un gruppo dirigente di giovani che lascia ben sperare, nella misura in cui non si scatenino lotte leaderistiche e non venga meno uno dei loro principi fondamentali: la limitazione del mandato e la non trasformazione in professionisti della politica.

Dialoghi Mediterranei, n.19, maggio 2016

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Piero Di Giorgi, già docente presso la Facoltà di Psicologia di Roma “La Sapienza” e di Palermo, psicologo e avvocato, già redattore del Manifesto, fondatore dell’Agenzia di stampa Adista, ha diretto diverse riviste e scritto molti saggi. Tra i più recenti: Persona, globalizzazione e democrazia partecipativa (F. Angeli, Milano 2004); Dalle oligarchie alla democrazia partecipata (Sellerio, Palermo 2009); Il ’68 dei cristiani: Il Vaticano II e le due Chiese (Luiss University, Roma 2008), Il codice del cosmo e la sfinge della mente (2014).

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