Sul Teatro Povero di Monticchiello. Appunti di un dibattito

Monticchiello

Monticchiello (ph. Clemente)

di Chiara Del Ciondolo, Gianpiero Giglioni [*]

Gianpiero Giglioni

Dunque, non starò tanto, ovviamente, sulla storia del Teatro Povero di Monticchiello perché molti di noi ci hanno già conosciuto. Il Teatro Povero nasce ormai cinquant’anni fa, forse qui è la realtà oggi presente più ‘stagionata’, e nasce però dai motivi che ci troviamo a discutere ancora oggi, cioè sostan- zialmente si parla di un piccolo borgo, in questo caso di campagna. E per parlare di altimetria – visto che l’argomento comunque ha la sua rilevanza – siamo intorno ai 600 metri, quindi siamo in quota collinare, ma, ovviamente, anche lì si è risentito a suo tempo di questo grandissimo flusso migratorio – parlo dei primi anni ’60. In quel periodo Monticchiello passa da circa 900 abitanti a più o meno 450, quindi perde più della metà della popolazione. Quando dico Monticchiello in realtà si intende questo piccolo borgo medievale – anche qui c’è una comunanza con quello che abbiamo detto stamani – e la campagna intorno. La campagna ovviamente è uno spazio aperto, indefinibile, fuori dalle mura del borgo; però, diciamo, gli abitanti che si riconoscevano in Monticchiello erano circa 900. Grandissimo spopolamento, dunque, secondo le direttrici classiche dell’immigrazione interna, che va dalla montagna alla pianura, dal Sud al Nord, dalla campagna alla città. Lì però la gente effettivamente reagisce dicendo: “Cosa ci sta accadendo? Cosa sta succedendo? Perché il paese rischia di scomparire?”. Parliamo ovviamente di strutture urbanistiche che non avevano ancora strade asfaltate; per dirvi, c’erano delle difficoltà proprio oggettive, tecniche. Effettivamente venne fuori questo progetto di una stranissima forma… Quasi, direi, di meta-teatro, nella quale non era però tanto il progetto artistico in sé ad essere importante, bensì anche e soprattutto il processo tramite cui ci si arrivava e che ha messo in moto, allora, a metà degli anni ’60, quando venne immaginato, tutta una serie di meccanismi che, a cascata, hanno permesso a questa comunità di strutturarsi e di resistere in qualche modo, almeno in parte, a quello che sembrava un destino segnato. Non vi nascondo che lì, inizialmente, l’obiettivo era di raggiungere, diciamo, un minimo di efficienza ‘tecnologica’. Per esempio la strada asfaltata, che sembra una banalità ma era essenziale per permettere al paese di continuare a sopravvivere; per esempio il riscaldamento, avere un impianto centralizzato di riscaldamento, cosa che poi si riuscì ad avere; fossero anche quel minimo di servizi, impianti pubblici da cui, ovviamente, i piccoli centri di cui stiamo parlando sono esclusi. Lì, per esempio, c’era almeno l’ambizione, se non di poter mantenere le scuole – infatti verranno chiuse – però perlomeno di avere un impianto sportivo dove i giovani di Monticchiello potessero giocare a pallone, un piccolo stadio…

Ricordiamoci che, purtroppo, quando parliamo, anche oggi, di piccoli centri, effettivamente parliamo di luoghi che sono rimasti quasi del tutto esclusi anche da quella contro-urbanizzazione che è avvenuta in Italia tra la fine degli anni ‘70 in poi, per cui continuare a costruire a Roma era troppo costoso, si iniziava dunque a spostarsi verso altri centri, a dislocare anche le imprese, quello che poi ha creato la famosa “terza Italia”, la piccola impresa diffusa del territorio… Qui invece parliamo di centri che sono ancora più arretrati, ancora sotto quel livello di guardia che gli avrebbe permesso di partecipare.

Monticchiello, teatro Angrogna

Monticchiello, teatro Angrogna (ph. Clemente)

Anche oggi, periodo in cui apparentemente è saltata la distinzione tra città e campagna, quella classica, perché in qualche modo oggi tutte le città e tutte le campagne sono interconnesse, non tanto sulla carta ma sul web… Ciononostante questi centri restano ancora drammaticamente isolati. Nella maggior parte dei casi o trovano un possibile esito sostenibile o diventano una sorta di ambientazione per l’estate, vacanziera. Nella mia esperienza biogra- fica, per esempio, io vengo da un centro vicinissimo a Monticchiello dove quand’ero bambino mi portarono a vivere; si chiama Castiglioncello sul Trinoro, o almeno così si chiamava; perché oggi l’ha comprato quasi tutto un ricco americano, ci ha fatto un albergo diffuso e lo ha ribattezzato Monteverdi… è il nome della sua azienda, ma a volte inizia già ad essere usato per chiamare il paese tout-court, si legge anche sui giornali…  Magari gli americani altolocati hanno bisogno di un’assonanza con la musica, con la lirica, vattela a pescare che c’entra Monteverdi col povero Castiglioncello sul Trinoro… Fatto sta che quello è un borgo che è scomparso. Oggi il borgo in sé resiste come edificato urbano, anzi è meraviglioso, è fantastico, ristrutturato benissimo… Solo che invece di essere attraversato da persone normali, ci vedi le macchinine dei campi da golf, ovviamente sono anche quelle decontestualizzate perché lì il campo da golf non c’è e devono andare nelle strade a sterro…

Fatto sta che invece a Monticchiello, strutturandosi progressivamente nel tempo in cooperativa, il Teatro Povero ha effettivamente costituito qualcosa di interessante, rilevante, tanto che ce la fa a sopravvivere da cinquant’anni e in qualche modo è progressivamente cresciuto e ha tentato di rispondere a una serie di esigenze di carattere sociale, economico e culturale che poi permettono alla comunità di rimanere, di sentirsi e riconoscersi. Ora, non entro tanto nella storia del Teatro perché tanto praticamente quasi tutti voi, le persone che erano a Monticchiello per il precedente convegno, un po’ la sanno. È curioso vedere però che cosa fa oggi il Teatro Povero… Il Teatro Povero non è solo, ovviamente, la realizzazione di questi spettacoli che sono ancora meta-teatro – e vengono chiamati e definiti autodramma – ma è appunto la gestione di un complesso sistema sociale ed economico di cui si occupa direttamente la Cooperativa del Teatro Povero.

Monticchiello rimane un paese senza servizi, anzi progressivamente li ha persi e li sta perdendo sempre di più… Vi ho detto l’altimetria e, per dirvi, tra gli abitanti c’è molta discussione perché anche a Monticchiello si litiga su tutto e tutto viene fatto in maniera assembleare… Vi potete immaginare quando durante qualche assemblea c’è uno studioso o un giornalista che dice: “Ma insomma, quanti siete a vivere qui?”… E incominciano delle guerre apocalittiche perché siccome non c’è la distinzione con la campagna, uno giustamente dice: “Nella lista elettorale sono segnate 400 persone” e qualcun altro che dice: “Ma dentro le mura siamo 82”. C’è qualche vecchio del paese che ridendo dice: “Siamo circa 1000!” . Perché sono terrorizzati dalla chiusura dell’ufficio postale e allora dicono: “Siamo di più! Dite che siamo di più!”.

Fatto sta che piano piano abbiamo preso in mano, come Teatro, la gestione di servizi essenziali come la consegna dei farmaci, oppure l’edicola, o il fatto di mantenere una sede, che è appunto il Granaio, dove si trova un emporio davvero polifunzionale – dalla ferramenta alla cartoleria, dall’ufficio turistico, al centro internet – è un emporio che vende quasi tutto ciò di cui può avere esigenza il paese, aperto tutto l’anno compresi i festivi; è l’unico posto del paese dove effettivamente la cittadinanza può venire a rivolgersi per qualsiasi servizio possibile e immaginabile, che va dall’organizzare il viaggio di nozze a – che so? –  riparare la lavatrice, la televisione, o le cose più strambe: è capitato che ci chiamassero persone anziane per sotterrare il gatto morto… Fino all’aiuto ai disabili, a cose più complesse, sostegno di vario tipo anche alla popolazione anziana, perché come capite l’età media è anche molto alta, o a quella migrante… Recentemente abbiamo deciso di occuparci più intensamente anche di quest’altra ‘minoranza fragile’, con la quale avvertiamo una sintonia: quella dei migranti, dei richiedenti asilo…

monticchiello-in-piazza

Monticchiello in piazza (ph. Migliorucci)

Come detto in questi centri si conosce bene, storicamente, il fenomeno… Avevamo una piccola foresteria, usata di solito per giornalisti, cose così… L’idea è stata: accogliamo questi ragazzi, creiamo un gruppo interno che si occupi dell’integrazione: cresceremo noi, aiute- remo loro… E sta andando tutto bene, ne siamo orgogliosi… Del resto il Teatro aveva già messo a punto, storicamente, una capacità inclusiva della popolazione con alle spalle un’esperienza di migrazione: la vita della cooperativa, nei suoi mille rivoli, crea continuamente occasioni di inclusione, partecipazione… Appena uno arriva a vivere a Monticchiello viene coinvolto, inizia a prendere parte… Spesso questo ha permesso anche di allargare la comunità, anche nei suoi orizzonti culturali in senso lato. E la cosa funziona… Tutto questo però, soprattutto i servizi sociali, hanno dei costi purtroppo in quasi totale rimessa, perché il Teatro Povero vive in gran parte sul volontariato, ma gestire questa immane mole, per il piccolo centro che è…. Per la quantità di servizi abbiamo ovviamente bisogno di personale retribuito, e poi c’è il mantenimento dei luoghi che ha un costo relativamente importante. Tutto questo è pagato in qualche modo grazie proprio all’impegno culturale, al progetto culturale, al Teatro, allo spettacolo estivo e all’indotto che riesce a creare. Per esempio noi gestiamo anche la nostra “Taverna di Bronzone”, che molti di voi hanno conosciuto, questo grande ristorante che lavora soprattutto durante il periodo del teatro. Poi diventa fondamentale inventarsi continuamente delle possibilità… Ed è uno dei motivi per cui si scusiamo se a volte non possiamo essere presenti alle iniziative dove ci invitate, ma dobbiamo inventarci continuamente una sorta di iperattività che è legata al fatto di organizzare eventi di qualsiasi tipo, eventi culturali, incontri, reti… E tutto questo è molto impegnativo. Però questo ha permesso di mantenere…

Vorrei appunto un attimo ragionare su che tipo di modello di comunità può venire fuori da queste realtà e perché anche oggi queste comunità possono avere una rilevanza all’interno di modelli di comunità completamente differenti che si vanno affermando. Pensando a Monticchiello, innanzitutto bisogna dire che è una comunità sopravvissuta, nel senso che rispetto a tanti centri che andavano scomparendo, in abbandono, il Teatro Povero ha permesso a questa comunità, in maniera più o meno lineare, di avere una continuità forte con quella che era la sua origine, che era ovviamente una comunità mezzadrile, contadina – non sto ad entrare nell’argomento mezzadria perché tanto più o meno sappiamo tutti di cosa si parla – che ha permesso di veicolare questa trasformazione da una realtà e un’identità culturale contadina e mezzadrile a qualcos’altro, e ha permesso di mantenere coesa la comunità. Quindi intanto è una comunità sopravvissuta. Poi è una comunità che io definisco “di contatto e territorializzata”, cioè dove effettivamente ancora c’è una grandissima frequenza di contatti quotidiani tra persone che ne fanno parte, anche proprio per tutto quello a cui ci ‘costringe’ l’attività del Teatro Povero. Contatti che hanno anche un investimento emotivo da parte di tutti i partecipanti.

Un problema tipico di Monticchiello è: non puoi fare le cose senza coinvolgere le persone, perché è un diritto-dovere quello della partecipazione… E se, tanto tanto, si prende qualche decisione, come capita perché poi abbiamo un organigramma interno ovviamente, senza avvertire nei tempi e nei modi giusti e dare a tutti la possibilità di contribuire, effettivamente sorgono reazioni perché tutti vogliono essere in qualche modo partecipi, perché tutti si sentono legati da una comunanza di interessi; primo di tutti, che in qualche modo è stato interiorizzato dalla maggior parte dei nostri partecipanti, è proprio il mantenimento della comunità che viene considerata – noi l’abbiamo visto in diversi momenti di crisi – un bene supremo. Quindi è una comunità di contatto e ancora territorializzata. Poi senz’altro è una “comunità di pratiche”.

A Monticchiello da generazioni si rinnova questa capacità di fare concretamente qualcosa insieme, nel nostro caso il teatro. Siamo diventati non tanto professionisti teatrali in generale, ma siamo diventati professionisti del Teatro Povero stesso. È una cosa talmente strana che anche studiosi di teatro-comunità che ci vengono a studiare poi dopo un po’ cominciano a dire: “No, questo è troppo strano”… Può farlo solo chi è diventato esperto di questa macchina creativa particolarissima che è il Teatro Povero che, appunto, è fatto di “drammaturgie partecipative”, come mi è capitato di definirle, molto allargate, con la strutturazione di assemblee a più livelli durante tutto l’anno, quindi una cosa un po’ complicatina… Con una gestione della parte produttiva, della realizzazione che deve fare tesoro di tutti e da tutti dev’essere sviluppata per arrivare a funzionare… Comunque la nostra pratica di fare teatro noi la stiamo in qualche modo tramandando. E in qualche modo, dunque, siamo anche una comunità multigenerazionale…

Monticchiello, la comunità sul palco

Monticchiello, la comunità sul palco (ph. Migliorucci)

Il teatro è un ponte sul tempo. Una delle caratteristiche del Teatro Povero è che ci sono dentro i bambini di 4 anni a fianco a delle persone di 94 anni e tutti in qualche modo agiscono all’interno della medesima attività. Diventa anche una “comunità educante”, in un contesto che comunque vede delle povertà educative residuali, ancora non marginali, importanti. È una comunità educante perché all’interno di questa grande società che si crea effettivamente passa, per esempio, anche un’etica, un certo modo di vivere la vita pubblica, di vivere l’impegno civile, che oggi non è assolutamente scontato, soprattutto i momenti in cui le grandi istituzioni formative extra-scolastiche – penso ai partiti e alla Chiesa – sono sempre più in difficoltà. E quindi diventa anche una “comunità politica e deliberante”.

Uno degli aspetti curiosi del Teatro Povero è che… non è un livello amministrativo, ovviamente, riconosciuto, formale. Ma per certi aspetti è un piccolo livello sotto-amministrativo, è come un piccolo comune anche per come è organizzato: la cooperativa del Teatro Povero ha delle commissioni costruite un po’ come se fossero degli assessorati… Però è una comunità deliberante dove la pratica deliberativa del discutere e del decidere tutti insieme, del trovare le strade in cui incamminarsi, questa pratica fa sentire le persone che ne fanno parte come all’interno di un processo partecipativo che loro riconoscono come giusto e che loro rivendicano e difendono. E quindi diventa anche una “comunità solidale” dove le persone, conoscendosi e sentendosi parte di un gruppo, si prendono cura l’uno dell’altra e si prendono cura del territorio. Curiosissimo: Monticchiello, a volte, chi ci viene dice: “Sembra un giardinetto tutto il paese… Ma chi li cura i fiori nelle piazze?”. Li cura la gente di Monticchiello, il vicino di casa, la signora che ha a cuore il decoro… “Ma di chi sono queste piante, questi vasi?”. Di nessuno, di tutti. È il bene collettivo. Se lì c’è una cosa sporca o di più: c’è stata una piccola frana; che fai, non la metti a posto, non ti sforzi? Questi sono tutti aspetti importanti per un’amministrazione, per uno Stato: perché la comunità si fa carico di una serie di servizi.
Adesso però vorrei soffermarmi brevemente anche sulle forze disgregatrici presenti nella comunità, che pure esistono e che sono interessanti. Innanzitutto, come tutte le piccole comunità, ci sono dinamiche di gruppo con attriti eccessivi – un pochino ne parlavate prima anche voi, tra paesi o tra famiglie. Anche da noi le identità di gruppo a volte non scherzano, talvolta anche per questioni politiche. Il Teatro Povero ha dovuto fare tanto per superare questi attriti interni. La stessa durata temporale di realtà come queste implica una difficoltà, perché pensate in cinquant’anni quanti dissidi interni si possono stratificare. Poi c’è il problema della mancanza di ricambi, di stimoli e punti di vista. Comunità piccole, isolate, rischiano sempre, perennemente la chiusura e la mancanza di stimoli, e questa è una forza disgregatrice della comunità perché quando implodi su te stesso non riesci più a tenerti insieme… E poi ci sono le difficoltà importanti con le amministrazioni, che sono quelle di cui avete parlato tutti voi, perché ovviamente le amministrazioni a volte sono sorde a queste piccole comunità che anche dal punto di vista politico, elettorale, non contano quasi nulla.

Però, molto velocemente, quattro accenni anche a come si possono arginare un poco queste forze disgregatrici, o almeno quello che facciamo noi. Quali sono invece le forze aggregatrici, le buone pratiche, che nonostante tutto ci tengono ancora insieme? Innanzitutto coltivare l’unione, cioè lo sviluppo di figure, all’interno della nostra realtà, di mediatori interni che, proprio all’interno della comunità, abbiano e rinnovino continuamente una propensione solidale, unitaria. Vi ho detto che ci sono le identità di gruppo, politiche, familiari che a volte tendono ad essere disgreganti, ma curiosamente il Teatro Povero è anche pieno di queste figure di persone che hanno fatto della capacità di mediazione,di attutire i dissidi, sostanzialmente il cardine della loro esistenza. E anche quando non ce l’avrebbero di natura, se si trovano all’interno di certi ruoli del Teatro Povero, vengono invitati a questo. Una figura come Fabio, uno dei nostri dipendenti che sta al Granaio, ovviamente non si può permettere di fare esplodere i dissidi. Chiunque ha responsabilità, dentro al Teatro Povero, volontari o retribuiti, deve sviluppare un’attività di mediazione, di pacificatore si vorrebbe dire. Ed è poi fondamentale il “fare insieme”.

Monticchiello la scena del passato

Monticchiello, la scena del passato (ph. Migliorucci)

Noi abbiamo scoperto che la migliore medicina per i dissidi interni è la pratica comune. Non è così semplice perché normalmente il fare insieme non è il modo più veloce per fare le cose; il fare insieme a volte è il modo più problematico di fare le cose… Però il cercare di lavorare insieme attorno a qualcosa… Anche una banalità: le feste. Una cosa che a Monticchiello facciamo spesso è mangiare insieme, ricreare, diciamo, quelle esigenze minime sociali che poi non sono l’obiettivo, ma la premessa a sviluppare un percorso come il nostro. E nel “fare insieme” qualsiasi problema, qualsiasi dissidio interno in qualche modo si ricompone, perché ti devi rimettere a lavorare insieme su qualcosa di concreto. E questo però, ovviamente, prevede la costruzione di un’organizzazione che sia quanto più orizzontale possibile, coinvolgente, e che abbia una forza centripeta che continuamente cerca di portare all’interno dei gangli di decisione della cooperativa… La Cooperativa di Monticchiello, d’altronde, è una di quelle vere, non che ha duecento lavoratori e tre soci; da noi è il contrario: abbiamo tre lavoratori e tutto il paese come socio. Dunque è importante creare un’organizzazione, una struttura che abbia appunto una forza centripeta, dove continuamente le persone che gravitano e girano intorno sono spinte a partecipare prendendosi anche responsabilità.

Poi ci vuole una certa capacità di non specializzarsi… Noi ci siamo resi conto che la specializzazione nelle realtà come le nostre è un nemico pericoloso. Noi invitiamo le persone a lanciarsi, a sperimentarsi anche in cose per le quali non si sentirebbero perfettamente preparate: a fare il mediatore linguistico per i profughi che il Teatro Povero ospita, a inventarsi studioso del territorio, a impegnarsi a fare il tecnico luci o il tecnico audio o magari il costruttore di scena, oppure la persona che tiene un corso di informatica agli anziani o che decide di costruire i siti internet per gli agriturismi… Dobbiamo non essere fortemente specializzati ma informarsi e formarsi continuamente per saper fare di tutto un po’. Che tra l’altro è anche uno dei segreti delle cooperative di comunità, come la nostra, in cui devi riuscire a rispondere ad una enorme varietà di esigenze del territorio. 

Domanda dal pubblico

Hai detto che il Teatro di Monticchiello esiste da cinquant’anni con la cooperativa, ma voi avete molti meno anni…

Chiara Del Ciondolo

No, quando hanno iniziato avevano un’altra forma giuridica. Poi dal 1980…Dal 1980 si sono costituiti in cooperativa…Noi siamo arrivati dopo, chiaramente.

Dal pubblico

E l’avete rilevata e trasformata così?

Chiara Del Ciondolo

Diciamo che è stata un’evoluzione nel tempo. Effettivamente la parte dei servizi s’è sviluppata in seguito, negli ultimi dieci anni, quando i problemi sia demografici che di carenza di servizi, di tagli via via a quello che c’era sono diventati più evidenti… C’è stata una progressione: prima sono stati acquistati i locali, nel tempo, quindi c’è stato un riscatto, sono stati riappropriati dei locali che comunque facevano in qualche modo parte della comunità ma erano di proprietà del latifondista… Quindi è stata anche un forma di riscatto sociale per riappropriarsi di quei locali lì. Poi piano piano i locali sono stati parzialmente ristrutturati, dedicati ad altre attività tipo il museo, parte dei servizi, una parte alla ristorazione, una parte alla sala convegni, quindi un tassello alla volta e noi ci siamo ritrovati nell’ultima parte, io da dodici anni, che ne abbiamo messi anche noi di tasselli, però abbiamo trovato per esempio i locali già acquistati e in parte già ristrutturati. Ci hanno lasciato tanto, non siamo partiti da zero

Dal pubblico

Monticchiello da chi dipende come comune?

Gianpiero Giglione

Monticchiello dipende dal comune di Pienza. Un piccolo discorso sul rapporto con le amministrazioni è forse utile. Nella nostra esperienza costruire rapporti importanti con le amministrazioni di ogni livello è stato fondamentale. Più sali di livello, stranamente, e meno difficoltà trovi quando ci sono delle idee che valgono. Ricordiamoci che nelle amministrazioni spesso ci sono persone di altissimo valore. Effettivamente uno dei segreti della lunga persistenza del Teatro Povero è anche questa capacità di essersi messo in sintonia con soggetti istituzionali, dalla Regione, ovviamente, alla Provincia finché c’era in modo sensibile; al Ministero, perché non è improbabile riuscire a trovare contatti anche a Roma. Significativamente, ai livelli più bassi è innegabile che talvolta le incomprensioni aumentino…Abbiamo avuto due sindaci di Monticchiello continuativamente.  

Noi abbiamo capito questo nel rapporto con le amministrazioni: spesso devi quasi essere te che li aiuti… Piano piano la stratificazione nel tempo ti porta ad essere quasi più esperto, sicuramente più motivato… Per esempio, sulla questione dei bandi. Un rapporto con le amministrazioni è essenziale, sono loro ad indirizzarti; però spesso ci sono bandi che tu scovi perché hai le antenne dritte, sei più interessato di loro… L’ufficio cultura resisterebbe anche senza che trovi un bando che finanzia le attività, te no, te hai bisogno di trovare anche fondi… Però è necessaria una spalla istituzionale. È importante coltivarlo questo rapporto e saperlo coltivare anche malgrado i fastidi che le persone avvertono di fronte alle amministrazioni, talvolta così sorde… O impegnate in altro che magari per loro ha una maggiore priorità… Recentemente abbiamo trovato un bando sulle povertà educative, che può servire anche alla scuola del paese… Stamattina mentre venivamo qua Fabio è stato due ore al telefono, perché entro le dieci dovevamo mandare questo documento firmato dalle parti… Da giorni lo chiediamo al Comune… Devi insistere, con pazienza. Però è fondamentale, può aiutare il rapporto con le amministrazioni. Invece nella nostra esperienza qualche dubbio un po’ più grande sulla questione delle reti museali e della gestione dei musei, cui avete accennato più volte nella discussione…

Monticchiello, la scena del passato

Monticchiello, la scena del passato (ph. Migliorucci)

Noi abbiamo un museo, un’esperienza e anche un progetto culturale interes- santissimo. La Toscana, come dicevate, ha creati reti museali importanti ma non sono praticamente gestibili. In questi piccoli musei non trovi personale adatto, se lo trovi non lo puoi pagare, rischiano di venire inaugurati per poi stare chiusi, i biglietti… Il nostro museo, ad esempio, è gratuito: ci siamo resi conto che guadagnavamo di più con le offerte che se facevamo un biglietto. E poi il museo dovrebbe essere soprattutto un’istituzione sociale che sì, serve per richiamare la gente da fuori, ma funziona bene e può funzionare se diventa quasi un pretesto che si rivolge agli interni, perché intorno al museo si fanno delle cose, si sviluppano progetti partecipati per la comunità di riferimento, non perché dobbiamo semplicemente portare la gente da fuori a vedere cosa c’è dentro il museo… Comunque attenzione ai musei, perché si trovano i fondi per farli ma non si trovano i fondi per mantenerli e per gestirli… E le reti museali, l’unica riflessione che mi sento di condividere, per la nostra esperienza: se le fate, che siano veramente reti museali e che non ci sia un cervello centrale, staccato, perché se c’è il cervello centrale, magari nel capoluogo di provincia, non funziona. Meglio il modello dell’Emilia Romagna dove le reti museali sono effettivamente composte dai musei e dai loro rappresentanti… E quella è una cosa che potrebbe funzionare –perché magari si crea anche una specializzazione diffusa… Ad esempio: c’è un museo con vari apparecchi per fare la stampa di dépliant, brochure, e lo fa per tutti… Un museo magari si specializza nella produzione di video. Tutta quella serie di servizi che poi possono produrre contenuti a vantaggio di tutti. Questo avrebbe senso per una rete museale.

Chiara Dal Ciondolo

 Aggiungo solo una cosa. Tra l’altro una rete museale ha anche un costo, quindi succede che se la rete museale di per sé ha una struttura separata, che dentro ha dirigenti, organi, dipendenti della rete museale, già quello costa…E molto. Generalmente, per esempio, all’interno della rete si fanno progetti assieme, perché è giusto che si faccia così. Quindi al bando partecipa la rete museale stessa, come organizzazione, non i singoli… Poi però una grossa parte di quelli che sono i contributi che andrebbero al singolo museo, vengono necessariamente introiettati dal sistema rete museale e quindi le risorse arrivano meno. Se la rete funziona ed è in grado di promuovere iniziative, può andare ma…

Gianpiero Giglione

Il rischio è che la rete diventi un monstrum, che anche comprensibilmente mira alla propria sopravvivenza, incominciando a succhiare e a drenare le energie più di quante ne renda…

Dal pubblico

Dipende infatti com’è la rete: se è un discorso verticistico, se c’è il cervello centrale…

 Gianpiero Giglione

Sì…Ora , vista l’ora, vorrei chiudere con un riferimento alla competizione di modelli sociali differenti. Abbiamo parlato appunto delle comunità territorializzate, di contatto, eccetera eccetera, però effettivamente noi abbiamo un problema con le giovani generazioni, perché c’è una fortissima competizione di altri modelli, in particolare quella che mi pare si possa definire la ‘comunanza digitale’. Qual è il problema? Normalmente i due modelli si potrebbero arricchire vicendevolmente, sostenere… Ma per i piccoli centri il modello di comunità territorializzata e di contatto a cui facevo riferimento richiede uno sforzo, un impegno di tempo esistenziale enorme. I giovani che stanno sperimentando i modelli di comunanza digitale, capillarmente pervasivi, hanno una grandissima difficoltà a trovare il tempo da dedicare a questo tipo di modalità differente, di contatto. Che effettivamente dal punto di vista esistenziale chiede moltissimo. E questo è un problema aperto: l’impegno. Educare all’impegno da una parte, ma misurarne bene i limiti, ottimizzarlo per renderlo ancora praticabile. L’ottimo, come sempre, sarebbe nemico del bene.

Dialoghi Mediterranei, n.27, settembre 2017
*Sbobinatura da 1:59.00 a 2:32.00. Roma, 8 febbraio 2017, Fondazione Basso – Incontro rete piccoli centri.

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Chiara Del Ciondolo, fin da bambina partecipa alle attività del Teatro Povero di Monticchiello. Dopo gli studi all’Università di Firenze, per la cooperativa del Teatro segue l’organizzazione degli spettacoli e delle attività in corso durante l’anno, oltreché la supervisione amministrativa. Lavora in uno studio di commercialista.
Gianpiero Giglioni, collabora da anni con il Teatro Povero; fa parte del CdA della Cooperativa, occupandosi della programmazione culturale e della comunicazione esterna. Dirige il museo del Teatro Popolare Tradizionale Toscano (Iepotratos) di Monticchiello. Insegnante, laurea in Lettere, ha approfondito gli studi in antropologia frequentando la Scuola di Specializzazione in Beni Demoetnoantropologici dell’Università di Perugia. La tesi di laurea su  Per un teatro necessario. In scena e in piazza a Monticchiello, è in via di pubblicazione.

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