Storie di vita, storie di esclusione. Il ruolo della narrazione nella procedura per il diritto d’asilo

Profugo afghano ospitato a Comiso (ph. G. Piscitelli, da Internazionale)

Profugo afghano ospitato a Comiso (ph. G. Piscitelli, da Internazionale)

di Dario Inglese

Nel pensiero occidentale la narrazione è considerata la condizione primaria della dicibilità dell’esperienza, una tecnologia in grado di trasmettere il passato e mettere in relazione i soggetti. Secondo filosofi come Walter Benjamin (2011) o psicologi come Jerome Bruner (2002) si può anzi sostenere che l’esperienza si realizzi definitivamente nella pratica del racconto: è grazie al racconto, infatti, che è possibile darle un senso. Proprio sull’esercizio della narrazione si basano in buona parte le procedure per la richiesta di asilo politico in Italia: le storie di vita dei migranti, dalla compilazione del primo modulo C3 in Questura al momento dell’approdo alle successive (ri)elaborazioni nelle sedi istituzionali preposte, ricoprono un ruolo centrale per il riconoscimento dei soggetti cui garantire assistenza. Il lungo iter burocratico finalizzato alla concessione (o al diniego) della protezione internazionale, infatti, fonda la propria ragion d’essere sull’accertamento dell’identità dei richiedenti [1] e, a tal fine, si serve delle parole e dei ricordi dei migranti come primo canale d’accesso [2] al loro passato traumatico. Le storie di fuga e persecuzione diventano così «il luogo all’interno del quale passare al setaccio i fatti narrati alla ricerca di omissioni, incongruenze o incoerenze, al fine di verificare l’attendibilità del racconto» (Sorgoni 2011b: 116).

Lungo il cammino che conduce all’asilo i migranti sono affiancati da operatori, personale medico e volontari che, oltre a monitorare il tempo che essi passano all’interno delle strutture d’accoglienza previste dalla normativa italiana [3], li accompagnano nella preparazione delle audizioni da sostenere presso le Commissioni Territoriali. L’obiettivo è duplice: ordinare il caos delle prime testimonianze rilasciate dai richiedenti al momento dell’approdo e arrivare a un racconto coerente e ben articolato. La storia raccontata deve fotografare la vita del migrante prima della partenza, le cause della fuga e la rotta seguita durante il viaggio. La biografia individuale deve essere cioè collocata all’interno della più ampia cornice politico-sociale del Paese d’origine mentre il processo di costruzione della narrazione mira a trasformare le memorie orali in documenti leggibili e giudicabili, dunque in prove [4].

Nonostante le difficoltà poste dal campo di ricerca [5], negli ultimi anni gli antropologi hanno condotto interessanti studi sulla produzione delle storie di vita dei richiedenti asilo. Lo sguardo etnografico si è soffermato, in particolare, sulla narrazione come pratica situata evidenziando, come anticipato poc’anzi, il ruolo congiunto di migranti, operatori legali, mediatori culturali, interpreti, personale medico e volontari in una vera e propria opera di co-produzione di storie. Il lavorìo alla base di una tale tacita sinergia tenta di colmare i vuoti, di superare le incongruenze e la frammentarietà dei racconti, di rispettare un preciso ordine cronologico nell’esposizione dei fatti e, soprattutto, di bypassare il legittimo silenzio di uomini e donne segnati da percorsi di grande violenza. Non a caso, studiando le operazioni d’intestualizzazione [6], non pochi studiosi si sono serviti della categoria di performance per descrivere le tecniche e gli artifici retorici attraverso i quali gli asilanti sono tenuti a rendere credibili i propri racconti. Questa particolare etnografia degli atti narrativi ha così mostrato come spesso sia una storia giusta a rendere vera un’esperienza (Sbriccoli, Jacoviello 2011) e come i migranti, assistiti da operatori e volontari, si sottopongano a vere e proprie sessioni di bricolage narrativo, calibrando più e più volte la loro versione dei fatti rispetto alle notizie sulla situazione socio-politica del Paese d’origine possedute dal personale che opera presso i centri d’accoglienza e dalle autorità preposte al giudizio.

1.La relazione sopra descritta si presenta piuttosto sbilanciata sul punto di vista dei rappresentanti istituzionali. Il potere di cui godono autorizza operazioni atte a sfrondare le storie ascoltate da quei particolari ritenuti non necessari e a imbrigliare i racconti in form rigidi e stilizzati. L’azione burocratica sulle narrazioni si risolve, in altri termini, nella progressiva eliminazione dei cosiddetti «rumori di fondo» (Sorgoni 2013: 141) al fine di giungere, come fosse un’operazione naturale, alla «nuda realtà dei fatti» (Malkki 1996: 384). Stabilendo, da solo, le regole del gioco, il discorso burocratico stabilisce così cosa è pertinente e impone ai migranti il proprio linguaggio e i propri codici culturali. L’etnografia ha pertanto mostrato come il giudizio sulle storie (quello in itinere degli esperti che assistono gli asilanti e quello finale delle Commissioni Territoriali) spesso si basi su pregiudizi etnocentrici elevati a valori universali: utilizzando categorie quali razionalità e logica come metro di giudizio oggettivo, non pochi casi sono rigettati (o, comunque, non pochi dettagli sono espunti dalle storie di fuga arrivate a giudizio) solo perché inintelligibili da chi è incaricato di decretarne l’attendibilità. Tale modo di procedere, mirando a ripulire le storie da ogni traccia di opacità, può finire però con l’alterarle e indebolirle. Non solo l’esame delle narrazioni non sempre è accompagnato da una conoscenza puntuale e aggiornata delle vicende dei Paesi di origine (Whyte 2011: 48-49) ma gli stessi racconti finiscono a volte per apparire contraddittori e lacunosi perché incapaci di adeguarsi pienamente agli schemi, alle categorie e alle richieste dell’autorità giudicante [7].

Tale modo di procedere apre questioni parecchio delicate. Come scrive Barbara Pinelli (2013a: 17), «la narrazione della storia è un processo doloroso e complesso che chiede al soggetto narrante la ricostruzione di una memoria traumatica e la capacità di andare e venire continuamente tra passato e presente». L’esercizio narrativo, momento privilegiato per l’accesso all’esperienza, diventa una pratica intrusiva perché costringe il migrante a riflettere su un vissuto doloroso secondo tempi contingentati non decisi da lui; una pratica due volte violenta: perché non rispetta, ai fini dell’accertamento della verità giuridica, il diritto al silenzio; perché sovente tende a misconoscere che reticenze e frammentarietà dei racconti testimonino non l’inattendibilità delle storie bensì l’indicibilità di quanto accaduto (McKinney 2007; Taliani 2011).

Quanto esposto fin qui evidenzia il carattere intimamente coercitivo del processo d’intestualizzazione e rivela ampi scenari di ambiguità nelle retoriche e nelle politiche dell’accoglienza. Innanzitutto emerge con chiarezza come la narrazione delle storie di fuga non avvenga in un vuoto pneumatico. Si tratta, piuttosto, di una pratica situata (storicamente, socialmente, politicamente, culturalmente) in spazi – i centri di accoglienza (e le questure o i tribunali) – segnati, pur nella diversità che li contraddistingue a livello nazionale e internazionale, dalla problematica commistione tra finalità di cura e azioni di controllo rispetto al fenomeno migratorio (Fassin 2005; Harrel-Bond 2005; Pinelli 2013a-b). Operatori, esperti e volontari si ritrovano, sovente loro malgrado, a oscillare tra l’azione umanitaria e quella contenitiva riproducendo situazioni di dipendenza, marginalità e violenza strutturale [8] che si saldano agli eventi traumatici che hanno spinto i migranti alla fuga dal proprio Paese. Tale condizione di soggezione finisce con l’influenzare non solo la strutturazione dei racconti ma l’attivazione della stessa capacità mnemonica dei soggetti che richiedono protezione compromettendo in certi casi la possibilità di intrattenere una relazione di piena fiducia.

A tal proposito, osservando per mesi l’interazione tra il richiedente asilo Abu e l’operatore legale assegnato al suo caso in uno SPRAR di Ravenna, la ricercatrice Sara Pozzi ha studiato i dissidi e le incomprensioni sorte tra i due uomini. Nel suo ammirevole tentativo di preparare il proprio assistito per l’audizione presso la Commissione Territoriale, l’esperto, sottoponendo Abu a ripetute interrogazioni finalizzate ad anticipare le obiezioni dell’organo giudicante, finiva, di fatto, per assumerne temporaneamente ruolo e funzione generando in lui una crescente frustrazione (Pozzi 2011: 47-51). Da questa prospettiva, è difficile non vedere nelle lunghe e faticose sessioni di preparazione delle memorie dei veri e propri «colloqui-interrogatori» (Sorgoni 2013: 135). In altri termini, come avviene per altri momenti che scandiscono il tempo passato all’interno dei centri di accoglienza (rigida scansione dei ritmi quotidiani, monitoraggio costante delle attività, approccio pedagogico che mira a disciplinare gli ospiti insegnando loro la vita comunitaria, l’igiene personale o, nel caso delle donne, la buona maternità) anche l’atto narrativo riproduce relazioni alimentate da una marcata asimmetria e dalla volontà di educare gli ospiti a comportamenti e pratiche appropriate [9].

2Oltre a riflettere sulle dinamiche sopra esposte, le ricerche sul campo hanno il merito di cogliere un altro interessante aspetto che contraddistingue l’esame delle domande d’asilo: la retorica del riconoscimento. L’intero sistema, pur fondandosi su un progressivo processo di co-produzione e intestualizzazione di storie, non reca traccia di questo iter e lascia al centro della scena il solo richiedente. Il documento definitivo, quello che arriverà in Commissione per il giudizio, infatti, è firmato unicamente dal migrante e non reca traccia dei rimaneggiamenti subiti dalla storia nel corso dei vari passaggi, delle check questions [10] cui l’esaminando ha risposto nel tempo, delle richieste di chiarimento avanzate dalle autorità né delle eventuali parafrasi fatte da interpreti e mediatori culturali. Non tiene in considerazione, inoltre, i dubbi, il disorientamento o i silenzi del richiedente (o comunque può leggerli come probabile indizio d’impostura) e finge che il discorso fluisca senza mediazioni dalla sua mente al documento finale. Così facendo, l’interazione tra i soggetti, con i suoi tempi contingentati, si perde. Racconti e storie di vita, divenuti testi giuridici autoreferenziali, finiscono per autonomizzarsi dallo spazio in cui sono prodotti: svanisce la pratica situata della narrazione davanti a un uditorio e resta solo la narrativa prodotta attraverso la quale valutare l’idoneità del soggetto (Cabot 2011: 129-130; Sorgoni 2013:147).

Nella loro posizione di forza, le istituzioni esercitano così un rigido potere tassonomico volto a ricordare costantemente a certe categorie di persone chi ha la facoltà di definirne l’identità (Colson 2004). Riprendendo il lessico di Francesco Remotti, tale operazione si risolve in un’azione antropo-poietica: la relazione tra richiedente e figure istituzionali, infatti, non produce solo storie giuste ma fabbrica, in virtù dell’equazione racconto credibile = esperienza vera, rifugiati. Ancora una volta però, la natura processuale di questo sistema è celata. Astraendosi il testo dalla pratica della narrazione ecco che, attraverso la finzione giuridica del riconoscimento, le autorità possono scovare un’identità di rifugiato (o d’impostore) che, in fondo, è sempre stata lì (Cabot 2011: 132).

L’analisi del ruolo della narrazione nella procedura per l’ottenimento dell’asilo fa emergere non solo il punto di vista dei migranti ma anche quello dello Stato col suo linguaggio burocratico. Raccogliere le storie di fuga non è quindi un’operazione che può essere disgiunta dagli spazi in cui i richiedenti sono ospitati per il tempo necessario all’esame dei loro casi. L’atto del narrare, infatti, si nutre di procedimenti retorici che ordinano il continuum dell’esperienza mediando tra il ricordo e l’oblìo (tecnologie culturalmente orientate) a partire dal presente, dal qui e ora in cui si attivano le tecniche mnemoniche e narrative.

Nei termini di Marita Eastmond (2007: 249), la vita narrata non ricalca mai pedissequamente la vita vissuta sebbene, paradossalmente, quest’ultima possa essere conoscibile solo attraverso la prima: qualcosa nel racconto si perde sempre, a maggior ragione se le esperienze di fuga sono segnate da eventi, per definizione, indicibili. Se ciò è valido per ogni atto narrativo, è ancora più evidente nello spazio discorsivo dell’accoglienza e dell’asilo. Poiché l’esercizio della memoria non è una tecnica neutra e poiché, come mostrato da Michail Bachtin (1980), la narrazione prevede sempre un uditorio che finirà per influenzarla (modulandosi quest’ultima diversamente in base ai differenti destinatari), gli spazi e le condizioni nelle quali sono raccolte le storie di vita diventano fattori decisivi per la loro articolazione. Nella pratica d’intestualizzazione dei racconti orali, istituzioni nazionali e internazionali e migranti partecipano a una delicata politica della memoria che ci dice tanto dei migranti che approdano nel nostro Paese e altrettanto del nostro modo di affrontare la diversità [11].

3Si può quindi affermare che migranti non abbiano il pieno controllo delle loro storie e che quest’ultime siano piuttosto il frutto di un’interazione tra soggetti che non sono tutti uguali. Ovviamente, come scrive Pietro Clemente introducendo il numero di «Lares» dedicato all’asilo e curato da Barbara Sorgoni, «i problemi […] non riguardano la bontà o la coscienza morale dei singoli individui – il mondo dei rifugiati è ricchissimo di operatori sinceri e ricchi di umanità – ma proprio la sfera istituzionale e il suo potere plasmatico del mondo delle relazioni» (Clemente 2011: 8). Concetti quali complessità e ambiguità dell’accoglienza possono rivelarsi utili a cogliere lo scarto tra le direttive sovranazionali, le retoriche nazionali e le pratiche dal basso dei rappresentanti istituzionali a più stretto contatto con i richiedenti asilo. Non di rado, infatti, sono proprio operatori e volontari a rivestire un ruolo fondamentale, con il loro interesse o disinteresse, per l’esito delle procedure ritagliandosi un discreto margine di manovra in ambienti che, nonostante l’immagine di fredda razionalità con cui tendono a presentarsi, appaiono in realtà parecchio fluidi e opachi (Cabot 2011: 132-133; Sorgoni 2013; Whyte 2011).

La riflessione sugli spazi e sulle relazioni di potere che alimentano l’humus da cui si originano i racconti dei richiedenti è allora un altro terreno da frequentare per osservare, da altra angolatura, il continuum tra contesti di partenza segnati da violenza esplicita, dolorose esperienze di fuga e contesti di approdo contraddistinti, specularmente, da violenza strutturale. Per indagare altresì, ciò che Barbara Pinelli (2013a:13), riprendendo la terminologia di Judith Butler, chiama assoggettamento degli asilanti: l’emergere paradossale delle soggettività sotto l’azione coercitiva degli apparati burocratici. Per studiare, infine, dal basso le retoriche, le politiche e le pratiche istituzionali degli Stati all’interno della Fortezza Europa [12].

Se Hannah Arendt (1951) ci ha mostrato che la categoria di rifugiato ha origine nella tensione tra la protezione internazionale e le sovranità nazionali, Abdelmalek Sayad (2008), puntando l’attenzione su quest’ultime, ha visto nei migranti uno “specchio” in grado di svelare ai naturali cittadini il funzionamento nascosto delle loro società. Come il sociologo originario dell’Algeria ha scritto nella sua opera più importante, del resto:

«riflettere sull’immigrazione […] significa interrogare lo Stato, i suoi fondamenti, i suoi meccanismi interni di strutturazione e di funzionamento. […] significa in ultima analisi denaturalizzare, per così dire, ciò che viene considerato naturale e ri-storicizzare lo stato o ciò che nello stato sembra colpito da amnesia storica, cioè significa ricordare le condizioni sociali e storiche della sua genesi»(Sayad 2002: 369-370).
Dialoghi Mediterranei, n.23, gennaio 2017
Note
[1] Direttiva Qualifiche 2004/83/EC art. 4 § 5, recepita in Italia dal D. Lgs. 251/2007 (art. 3 § 5).
[2] Le storie di persecuzione non sono l’unico canale d’accesso al passato dei migranti. Negli ultimi anni, la crescente paura dei falsi rifugiati ha causato il progressivo ricorso al sapere medico di esperti in grado di individuare prove più solide dei racconti: tra queste, il corpo del rifugiato traumatizzato si configura ormai come il testo per eccellenza (Fassin, D’Hallouin 2007).
[3] Discutere l’articolazione del sistema di accoglienza italiano andrebbe oltre le finalità di questo scritto, mi limiterò pertanto a brevi cenni sulle diverse strutture presenti nel territorio nazionale. I CARA (Centri di Accoglienza per Richiedenti Asilo), nati nel 2008 per sostituire i precedenti Centri di Identificazione (CID), sono strutture di grandi dimensioni situate a notevole distanza dai centri abitati e balzate più volte agli onori delle cronache per le dure condizioni di vita sperimentate dagli ospiti al loro interno. La rete SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati), affidata dal Ministero dell’Interno all’ANCI, prevede al contrario che i centri (gestiti dalle stesse amministrazioni locali, ONG e associazioni di volontariato) siano parte integrante del tessuto sociale dei territori. I CAS, infine, sono strutture di Accoglienza Straordinaria nate per coadiuvare temporaneamente la rete SPRAR in attesa di esservi assorbite. Da queste veloci precisazioni emergono alcune importanti differenze: mentre CARA e CAS sono figli di un approccio emergenziale al fenomeno migratorio, lo SPRAR cerca di portare avanti un’accoglienza pienamente inserita nello spazio socio-economico locale.
[4] Il Manuale in dotazione agli operatori in servizio presso i centri SPRAR è, a tal proposito, molto chiaro: «la redazione della memoria personale ha due obbiettivi: presentare la storia del richiedente, mettendo in luce i motivi che l’hanno indotto a lasciare il proprio paese e a richiedere protezione; comprovare le dichiarazioni rese dallo stesso richiedente. Alla luce di questi due obiettivi, si delinea il ruolo degli operatori legali che devono supportare il richiedente nel racconto della propria storia e nel doloroso percorso di ricostruzione dei ricordi» (cit. in Pozzi 2011: 45).
[5] Barbara Sorgoni (2011b: 118) ha enumerato alcuni dei problemi che l’etnografo interessato al ruolo delle narrazioni nel diritto d’asilo può incontrare nel corso dei suoi studi. In primis vi sono momenti dell’iter burocratico inaccessibili a soggetti non direttamente coinvolti nei procedimenti; inoltre i richiedenti possono essere spostati all’interno del territorio nazionale in ogni momento; infine gli stessi operatori del settore sono sottoposti a frequente turnover. In altre parole, seguire gli stessi soggetti per un’intera procedura è quanto mai complicato e presuppone la necessità di accompagnare l’osservazione partecipante con l’analisi di fonti secondarie.
[6] Secondo Bauman e Briggs, l’intestualizzazione è quel «processo del rendere un discorso estraibile, trasformando un frammento di produzione linguistica in un’unità – un testo – che può essere facilmente tolto dal suo contesto di interazione» (cit. in Cabot 2011: 129).
[7] Come preparare, ad esempio, una storia credibile da presentare in Commissione quando il migrante continua a ricondurre la causa della propria fuga a casi di stregoneria? (Pozzi 2011, p. 59).
[8] Con l’espressione “violenza strutturale” ci si riferisce a una particolare forma di «violenza esercitata in modo sistematico ovvero in modo indiretto – da chiunque appartenga a un certo ordine sociale» (Farmer 2005: 21). Il concetto indica una forza che influenza la quotidianità delle persone senza ricorrere necessariamente ad atti di coercizione fisica e rinvia ai meccanismi sociali dell’oppressione. Al fine di studiare adeguatamente tali meccanismi, Farmer propone un attento esame dei «ruoli giocati dalla cancellazione della memoria storica e da altre forme di desocializzazione che permettono condizioni strutturali che sono tanto «peccaminose» quanto apparentemente “colpa di nessuno”» (Ivi: 22). Da un’altra prospettiva anche David Graeber ha recentemente affrontato la questione: l’antropologo americano ha rimproverato a Farmer e agli altri teorici del concetto di aver minimizzato l’importanza che la costante, ancorché tacita, minaccia d’aggressione fisica ricopre nel legittimare le cornici politico-economiche in cui agiscono i soggetti sottoposti a violenza strutturale (Graeber 2013: 33).
[9]  Con Barbara Pinelli (2008) si può, in effetti, sostenere che la volontà educativa sia costitutiva del dispositivo d’accoglienza nella sua interezza. La letteratura etnografica, d’altronde, ha abbondantemente sviscerato l’ambiguità di un sistema che da una parte cura secondo la retorica del dare disinteressato e dall’altra si ritrova a svolgere azioni di controllo esigendo comportamenti in linea con le proprie attese. Tale situazione, oltre a generare incomprensioni e spaesamento tra gli ospiti in attesa dell’asilo, crea disagio anche negli operatori divisi tra l’empatia suscitata dal contatto umano e la necessità di attenersi il più possibile all’applicazione delle norme (cfr. Sorgoni 2011a).
[10] Le check questions sono domande di controllo adottate in ambito internazionale per vagliare l’attendibilità della storia e di chi la racconta. Mirano a ottenere informazioni che, si suppone, qualunque cittadino di un dato paese conosca: chi è il Presidente, qual è il fiume principale, qual è la distanza in km tra due o più centri abitati, etc. Sul carattere apparentemente neutro delle check questions, cfr. Sorgoni 2013: 146-147.
[11] Da questo punto di vista, vanno guardate con attenzione le proposte di riforma della legge sul Diritto d’Asilo recentemente avanzate. Secondo quanto spiegato dal Ministro della Giustizia Orlando (riconfermato nel suo ruolo dal nuovo Premier Gentiloni) durante un’audizione al Comitato parlamentare per l’attuazione dell’Accordo di Schengen il 21 Giugno 2016, sarebbe in discussione l’abolizione del ricorso in appello per chi ha ricevuto il diniego in primo grado.
[12] Per monitorare i flussi migratori, l’Unione Europea ha predisposto un sistema di controllo tripartito contraddistinto da: 1) esternalizzazione dei confini (attuata tramite pattugliamento delle coste dell’agenzia Frontex e accordi con i paesi extra-europei); 2) implementazione del sistema dei campi e creazione di zone di frontiera interna (hotspot); 3) controllo della circolazione degli asilanti sul territorio comunitario attraverso i regolamenti di Dublino (1990 e 2000) e il database d’impronte digitali EURODAC (cfr. Pinelli 2013b: 90-91). Sui compiti e il crescente peso di Frontex, cfr. Campesi 2015.
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Dario Ingleseha conseguito la laurea triennale in Beni Demo-etnoantropologici presso l’Università degli Studi di Palermo e la laurea magistrale in Scienze Antropologiche ed Etnologiche presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca. Si è occupato di folklore siciliano, cultura materiale e cicli festivi. A Milano si è interessato di antropologia delle migrazioni e ha discusso una tesi sull’esperimento di etnografia bellica Human Terrain System.

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