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Stanze del Silenzio e dei Culti nelle Carceri: un’esperienza a Parma

Il Carcere di Parma

Il Carcere di Parma

di Alessandro Bonardi, Mounia El Fasi

In un precedente articolo [1] apparso su questa rivista abbiamo presentato e descritto il funzionamento del dispositivo Stanza del Silenzio e dei Culti all’interno del Servizio Sanitario Nazionale, e avevamo solo accennato alla possibilità di implementare le “Stanze” anche all’interno degli Istituti Penitenziari.

In quell’articolo avevamo concluso che esiste una validazione antropologica della necessità e dell’efficacia del dispositivo “Stanza” negli ambiti più generali come il Servizio Sanitario Nazionale e negli spazi urbani: si sono già realizzate 35 “Stanze” negli Ospedali italiani con conseguente modifica dei regolamenti di polizia mortuaria per incontrare le esigenze degli utenti di religioni diverse da quella cattolica, la formazione del personale sanitario, nonché numerose iniziative di portata simbolica [2]. Anche nel “post mortem” vi è una tendenza se non un vero e proprio movimento di opinione che spinge per il rispetto delle diversità religiose e che ha portato alla implementazione di Sale del Commiato neutre, ristrutturazioni dei Cimiteri e nuove produzioni normative [3].

In questo articolo cercheremo dunque di approfondire se vi sia la possibilità di soddisfare i bisogni di spiritualità dei detenuti e fornire un servizio di assistenza religiosa in loro favore – la “Stanza” è sostanzialmente questo, possibilmente un luogo fisico ove le persone possano pregare e meditare e i Ministri di Culto possano incontrare i propri fedeli – valutare quali possano essere i suoi effetti o i benefici per l’organizzazione carceraria, quali siano le normative che possono sostenere questa intenzione.

manifesto-intIl caso specifico: Islam

Esiste dunque un movimento, una tendenza partecipata dalle Comunità del territorio italiano che lavora alla implementazione del dispositivo “Stanza” e le istituzioni hanno da alcuni anni realizzato vari e numerosi progetti attorno alle differenze religiose e spirituali negli ospedali o nelle situazioni post mortem, ma anche, più in generale, per promuovere il dialogo. Ma qual è la situazione a questo proposito all’interno delle Carceri? Possiamo ricordare innanzitutto il progetto realizzato presso il Carcere di Padova nell’ormai lontano 2015. Il progetto vedeva la partnership di Università di Padova, Ausl Padova e Direzione del Carcere e ha portato alla creazione di una “Stanza del Silenzio” per fare meditazione o solo per “chill out”: i ricercatori impegnati hanno tuttavia rilevato che la maggioranza dei detenuti ammessi all’uso della “Stanza” utilizzavano lo spazio per pregare, in particolare i detenuti musulmani e ortodossi. Il progetto si è totalmente arenato una volta terminati i finanziamenti dei due enti.

In un’altra direzione sono da segnalare i pregevolissimi progetti con l’“Imam in carcere” promossi ed operativi a Torino e in tutte le carceri lombarde: ci si è messi in moto dopo il Protocollo di Intesa tra Ministro dell’Interno e Ucoi del 2015 – Ucoi è una delle più rappresentative Comunità Islamiche in Italia – e si sono così promossi corsi di formazione per gli operatori penitenziari e infine inseriti gli Imam selezionati per fornire assistenza religiosa: l’intervento di Torino è un progetto che nasce dal basso, dalle comunità religiose, dalla VII circoscrizione del Comune e ha poi trovato il beneplacito del direttore del Carcere Lorusso. Sono state inoltre realizzate salette per le altre fedi. In Lombardia la metodologia utilizzata è stata un poco più “top down” in diversi istituti della regione. I limiti di questi, pur notevoli, interventi si riscontrano nel loro essere destinati alla sola Comunità musulmana – in alcuni casi si è allargato anche ad altre fedi, ma non sempre – al fatto che Ucoi rappresenta solo una parte delle tante frammentate compagini musulmane presenti in Italia, che entrano in realtà solo 13 Imam scelti da Ucoii e Ministero e gli altri 43 sono stati designati dalle comunità locali che non si riconoscono in Ucoi. Per tutti questi motivi il Protocollo era sperimentale e si applicava a soli 8 Carceri dove entravano gli Imam designati da Ucoi mentre negli altri istituti decideva il Direttore attraverso Convenzioni con le Comunità Islamica locali.

Nel 2020 è stato siglato un nuovo Protocollo che vede firmatari Ucoii, Confederazione Islamica Italiana e Centro Islamico Culturale d’Italia (Moschee di Roma) che generalizza gli ingressi in tutte le carceri italiane fermo restando la frequentazione di corsi ad hoc per gli Imam o le Murshida organizzati da Ucoii, CiC e CICI: si fornisce dunque una sorta di “patentino” riconosciuto dallo Stato per esercitare la cura pastorale; è chiara anche in questo caso l’implicazione securitaria volta a scongiurare il diffondersi nelle carceri di Imam “fai da te”, con il pericolo di derive radicali. Tuttavia non sono aumentati gli Imam che entrano in carcere secondo le comunicazioni delle tre organizzazioni islamiche; secondo il diciannovesimo rapporto sulle condizioni di detenzione dell’Associazione Antigone del 2023 in soli 16 istituti (pari al 23%) sono presenti ministri islamici.

Oltre l’Islam

Andando oltre il caso specifico dell’Islam, che rimane comunque la fede maggioritaria nelle carceri, ricordiamo che la Legge 354 del 1975 sull’Ordinamento penitenziario inserisce la religione negli elementi trattamentali e soprattutto, ai sensi dell’art 26, «I detenuti e gli internati hanno libertà di professare la propria fede religiosa, di istruirsi in essa e di praticarne il culto […]. Gli appartenenti a religione diversa dalla cattolica hanno diritto di ricevere, su loro richiesta, l’assistenza dei ministri del proprio culto e di celebrarne i riti» e, secondo l’art. art. 58, comma 5, reg. esec. gli Istituti Penitenziari dovrebbero allestire idonei locali «per l’istruzione religiosa e le pratiche del culto, […] anche in assenza di ministri di culto»: il tutto in perfetta consonanza con l’art 19 della Costituzione Italiana che garantisce il principio di libertà religiosa a tutti (anche se detenuti e stranieri).

antigone2023_torturabA ben vedere, tutto il disposto normativo prevede un diritto in favore dei detenuti e il dovere per gli Istituti di realizzare “Stanze” ovvero fornire assistenza religiosa. Ma, leggendo tra le righe degli articoli, si legge la dicitura “ove possibile” e perciò queste norme che di fatto sono cogenti (non è così per l’art 38 Legge Riforma SSN che sancisce l’assistenza religiosa per non cattolici e atei in ospedale) possono essere legittimamente disattese, anche in forza di altri problemi organizzativi ed economici che affliggono il sistema carcerario.

Infatti se consideriamo i dati del Rapporto Antigone del 2017 [4] – l’ultimo che si è occupato delle religioni in carcere, prima dell’emergenza Covid, ma i dati del rapporto del 2023, meno approfondito su questo aspetto, sono invariati [5]– possiamo pensare che apparentemente il diritto alla libertà religiosa negli istituti penitenziari italiani, così come previsto dall’art.19 della Costituzione, sia totalmente garantito: leggendo meglio verifichiamo però che i ricercatori di Antigone riscontrano un 23% di carceri dove esistono spazi per le religioni diverse dalla cattolica, in 19 su 85, inoltre, Antigone ci spiega che gli spazi sono sempre concessi con il beneplacito dei cappellani e dei direttori, ma le soluzioni non sono formalizzate e che si tratta di spazi rimediati alla meglio, se non si tratta addirittura della cappella cattolica messa a disposizione dei detenuti di fedi viventi differenti da quella cattolica. Negli istituti penitenziari entrano senz’altro i Ministri di Culto che appartengono alle religioni che hanno stipulato intese con lo Stato ai sensi dell’art.26 del regolamento di Polizia Penitenziaria, ma in realtà non sempre e non in tutti gli istituti. 

mini_magick20220706-11438-10enzvbIn uno studio di Antonia Della Pietra, commissionato da Maria Chiara Giorda della Fondazione Benvenuti in Italia e terminato nel giugno 2020, la studentessa torinese ha intervistato operatori penitenziari nelle carceri Lorusso e Cutugno a Torino, Sant’Anna a Modena, Rebibbia a Roma e Poggioreale a Napoli, oltre che alcuni accademici ed esperti di questa tematica. Della Pietra conferma i dati e le conclusioni del rapporto Antigone 2019. L’autrice, grazie ai questionari somministrati e alle interviste abilmente condotte, riesce a provocare gli operatori e delle loro risposte riportiamo qui alcune frasi testuali: “In teoria ci dovrebbero essere tutte le diverse figure religiose, in teoria però. La pratica in realtà è tutta diversa” e poi “Teoricamente nessuno gli vieta di professare la propria religione… teoricamente”, “Non ci sono le strutture per realizzare queste possibilità” e così via. Le risposte rafforzano le considerazioni già svolte e fanno emergere anche una esigenza di spazi interreligiosi in carcere da parte del personale stesso. Al di là dei commenti raccolti, Della Pietra conferma iniziative a macchia di leopardo: così se a Rebibbia, con il favore del Direttore, sono state predisposte salette per la preghiera delle “altre Religioni”, a Poggioreale si prega nella propria cella. La brillante ricercatrice ribadisce quanto rilevato dal Rapporto Antigone 2017, ovvero che le «difficolta nel realizzare l’assistenza religiosa nelle carceri risiede nella stessa organizzazione carceraria».

Ricordiamo l’esperienza condotta a Parma dal Gruppo Nazionale di Lavoro per la “Stanza del Silenzio e dei Culti” con il Forum Interreligioso di Parma, le Comunità Religiose e Atee di Parma e di concerto con Ausl Parma presso la Rems di Parma [6] – ex Opg –: il progetto si è articolato in una serie di incontri formativi (maggio -giugno 2018) dedicati al personale sanitario sulle visioni delle differenti fedi (con docenti indicati dalle comunità religiose coinvolte) riguardo alla malattia mentale, al reato commesso in stato di infermità, alla pena e, da ultimo, con incontri conviviali che hanno coinvolto gli ospiti della struttura. Si è trattato della prima esperienza in Italia nell’ambito psichiatrico. Da segnalare che non si è proceduto alla realizzazione della “Stanza” prevista perché la struttura è stata trasferita all’unica Rems regionale in quel di Reggio nell’Emilia, ma al termine dell’iniziativa alcuni ospiti africani hanno ripetutamente chiesto di potere avere colloqui con la Pastora della Chiesa Evangelica Nigeriana e positivi sono stati i riscontri alle visite del Pastore della Chiesa Avventista del 7° giorno, anche da parte del personale che si è sentito sollevato nel proprio lavoro, sia pure per pochi momenti [7]. 

f905c6bd-02fe-4ada-a20b-327b67b92b39L’esperienza di Parma

Rimanendo in un ambito provinciale segnaliamo questa pregevole iniziativa che si è sperimentata ancora una volta a Parma e che continua tutt’oggi presso gli Istituti Penitenziari. L’Associazione Donne di Qua e di Là, è entrata per l’assistenza religiosa all’interno delle carceri di Parma ad inizio 2023 con l’Imam della città, Khalid Drai e la sua Presidente Mounia El Fasi, coautrice di questo articolo, in qualità di Murshida. Il progetto ha permesso l’apertura di un luogo di culto dedicato ai detenuti musulmani e vuole poi testare la possibilità di apertura alle altre fedi. Va detto che la Direzione degli Istituti di Parma ha mostrato grande disponibilità e sensibilità sul tema dell’ingresso delle fedi in carcere.

Intanto che proseguivano i lavori di ristrutturazione della “Stanza” – in questo caso una Moschea” – i due scriventi e la Educatrice degli Istituti di Parma hanno raccolto le testimonianze dei detenuti, hanno condotto cinque incontri per un lavoro di ascolto e ricerca con detenuti musulmani appena maggiorenni, allo scopo di indagare la “Spiritualità” in carcere e le loro opinioni sul luogo di culto: di questi colloqui è stato redatto un report e saranno presto prodotti opuscoli ad uso degli operatori tutti all’interno degli Istituti di Parma per sensibilizzare sulle differenze culturali e religiose.

A margine della conclusione del primo Gruppo di lavoro c’è stata anche la visita del Console del Marocco, invitato da Donne di Qua e di Là, che ha proceduto alla regolarizzazione di alcuni detenuti privi di passaporto – dunque privi di una identità giuridica che consente l’accesso a diritti e benefici  –  attraverso lo sportello mobile del Consolato: dunque, anche qui, all’insegna del tentativo di portare un po’ di umanità e diritti all’interno degli Istituti Penitenziari e dare al progetto una dimensione il più possibile inclusiva, anche al di là della religione. 

lazio_religione_page-0001Questa esperienza di Parma non è certo la prima in Italia che culmina con l’ingresso di una guida religiosa donna e di un Imam in un Istituto Penitenziario: abbiamo infatti mutuato suggerimenti dai tanti progetti, ma non troppi e a macchia di leopardo in tutta la penisola, sulle religioni in carcere fino al 2020 [8] poi bloccati dal Covid e dalle rivolte del 20/21 ed infine abbiamo fatto riferimento alle pubblicazioni e alle ricerche degli studiosi del  “FIDR – Forum Internazionale Democrazia & Religioni” che intende riflettere sul ruolo assunto attualmente dalle religioni nelle democrazie liberali europee e affrontare, in chiave interdisciplinare, i problemi di convivenza proprî delle società a elevato tasso di pluralismo etnico-religioso,  (anche in carcere) tuttora in corso. FIDR attraverso la persona di Mohammed Khalid Rhazzali ha poi dato la copertura scientifica alla nostra attività in quanto firmatario della convenzione con la Direzione del Carcere di Parma, l’Associazione Donne di Qua e di Là, il Garante dei detenuti di Parma.

A questo punto si può indicare una peculiarità positiva di questo progetto: si è riusciti attraverso un attento lavoro diplomatico a stipulare la convenzione specifica con la Direzione degli Istituti, solo con la Associazione che fa da ponte per l’ingresso dell’Imam e l’incaricata in qualità di Murshida; in questo modo si è evitato di impegnare la locale Comunità Islamica di Parma e provincia, già afflitta da divisioni interne e problemi di gestione, ma pur sempre con suoi Ministri di Culto già in possesso dei corsi richiesti e con la successiva autorizzazione del Ministero degli Interni. Dunque, si è sperimentato un modo per collegare il carcere alle realtà religiose locali che operano concretamente da anni sul territorio, aldilà delle affiliazioni.

Razzali

l’Iman Khalid Drai davanti all’Istituto Penitenziario di Parma

Quanto narrato è molto importante perché significa impegnare in queste attività le persone concrete che operano nelle comunità del territorio, che hanno rapporti con il carcere: in questo caso la Murshida e l’Imam prescelto, e non figure che magari provengono da altre province, come a volte è accaduto in altre parti d’Italia. Inoltre, nel caso di specie, la Murshida incaricata vanta una esperienza decennale anche come mediatrice linguistico culturale proprio presso l’istituto Penitenziario. Anche l’invito al Console del Marocco intendeva significare una offerta di servizi per i detenuti e per il carcere stesso che andasse oltre il mero ingresso di due Ministri di Culto, ma rappresentasse l’avvio di una relazione più articolata con la Comunità Islamica del territorio.

Da questa esperienza e in particolare del primo gruppo di lavoro dedicato alla Spiritualità è stato redatto un rapporto di ricerca, che elabora e intrepreta le risposte date dai partecipanti: colpisce e ha colpito anche gli accademici del FIDR il fatto che le risposte che abbiamo avuto collimano sostanzialmente con quelle che si leggono nelle ricerche più estese e professionali del passato [9]. Utilizzando la metodologia del Focus Group, ma anche attraverso domande più dirette, rivolte ad un gruppo di dieci detenuti provenienti da diversi Paesi, metà dell’Africa subsahariana, tutti di fede musulmana, di bassa scolarità (e qui l’apporto della Murshida è stato cruciale; vi era chi parlava solo arabo!!!), dai 20 ai 26 anni, ovvero con caratteristiche personali che coincidono con i profili delle ricerche citate in nota, dopo aver creato un clima di maggiore accoglienza possibile abbiamo ricevuto le seguenti risposte: circa la metà  dichiara di non svolgere una pratica religiosa costante, ma durante il Ramadan però tutti lo fanno (in Ravagnani Romano 2/3). Tutti vorrebbero un luogo dignitoso per pregare (Moschea), richiedono una figura che possa fornire insegnamenti religiosi idonei anche semplicemente come figura di riferimento con l’esterno; è emerso chiaramente che in assenza di questa figura si ricorre all’Imam “fai da te”, un detenuto ritenuto più erudito e più preparato per chiamare e magari guidare la preghiera, con tutti i rischi che comporta questa soluzione. Come è documentato in Romano Ravagnani vi è una gran tolleranza per le altre fedi e fedeli, ma tutti ritengono difficile la convivenza con altre fedi nel medesimo spazio, e la tolleranza si situa nei limiti rappresentati da queste due risposte esemplari: «purché non ci siano simboli esibiti come i tatuaggi» «Purché non tentino di convertirci»[10].

rhazzaliRispetto alle ricerche e alle definizioni date da Rhazzali del 2010, ricerche continuate fino ad oggi, ci è parso di avere penetrato quel che egli definisce «Self Islamico» ovvero quell’ identificarsi in una collettività e avere rivelato in ciascuno dei ragazzi il proprio «Self esperienziale», il proprio vissuto anche rispetto alla fede, grazie anche al clima di fiducia creato e all’esiguo numero dei partecipanti che ci ha permesso di approfondire i casi. Abbiamo potuto constatare gli idealtipi da lui classificati e in particolare le differenze tra maghrebini e subsahariani nel vivere la religione; la «dolcezza» rilevata in alcuni ragazzi quando si parla della preghiera o della religione, anche nei confronti di sé e del proprio vissuto; ci è stata espressa la richiesta di potere avere con sé il proprio sacro Corano (oggetto transizionale come in Rhazzali 2010), e come negli studi scientifici abbiamo verificato che la sola idea, il solo riflettere sulla “Moschea impossibile” in carcere porta ad una vivacità, ad un entusiasmo, ad un pensare positivo per così dire.

Può essere anche che siamo stati manipolati dall’ascolto di ripetuto frasario da televisione per stigmatizzare la figura del musulmano, ma ci pare di avere superato questa difesa e i nostri colloqui hanno comportato momenti di vera commozione anche da parte di noi intervistatori. La prova dell’esito positivo dell’esperienza ci è stata confermata dalla supervisione del FIDR e soprattutto dall’intenzione degli Istituti Penitenziari di Parma di ripetere i gruppi di approfondimento con nuovi detenuti.

Conclusioni

Firma della convenzione che autorizza l'ingresso delle Iman nelle carceri di Parma

Firma della convenzione che autorizza l’ingresso delle Iman nelle carceri di Parma

Numerosi studi e pratiche – abbiamo riportato solo i più recenti – sperimentano la validità sociologica del dispositivo “Stanza” in generale e riscontrano il bisogno forte di poter professare la propria fede religiosa anche nelle carceri. Pur tuttavia, nella realtà, per difficoltà organizzative e fors’anche per una precisa strategia da parte delle istituzioni, il diritto a farlo è stato attuato in modo parziale e spesso in modo non formalizzato da convenzioni con i rappresentanti delle Fedi Viventi, come dovrebbe essere.

Sula base dell’esperienza parmigiana citata riteniamo che il dispositivo “Stanza” o altre soluzioni formalizzate e generalizzate possano essere uno strumento, non solo che permette la libertà religiosa in carcere, ma che è suscettibile di avere implicazioni anche sociosanitarie in favore del benessere dei detenuti [11]; la soluzione scelta a Parma della convenzione con una Associazione musulmana è poi replicabile per quelle fedi che non hanno stipulato l’intesa con lo Stato: solo a titolo di esempio a Parma il 10% di detenuti è di origine nigeriana e a Parma vi sono due chiese evangeliche nigeriane che entrano nell’Istituto come volontari, ma non possono esercitare la cura pastorale. Ma vale anche per altre organizzazioni.

Vi è però la consapevolezza, che l’elefantiaco sistema carcerario sul quale insistono le competenze di due Ministeri, dei Comuni e delle Asl, pur potendo approfittare dei benefici di questo dispositivo, non solo perché realizza diritti costituzionalmente garantiti, ma perché in grado di diminuire la tensione all’interno delle carceri, appare gravato di molti problemi drammatici che ostacolano la realizzazione completa di questi diritti. 

Dialoghi Mediterranei, n. 64, novembre 2023 
Note
[1] Bonardi, Alessandro, “Le Stanze del Silenzio e dei Culti: lo stato dell’arte in Italia” pubblicato su Dialoghi Mediterranei, n. 52 del 1 Novembre 2021: https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/le-stanze-del-silenzio-e-dei-culti-lo-stato-dellarte-in-italia/
[2] Si indicano in particolare il Codice Deontologico delle Professioni Infermieristiche firmato nel 2019 che prevede nei suoi articoli doveri di attenzione anche alla dimensione religiosa e spirituale del paziente, in specie per il fine vita e il Manifesto Interreligioso dei Diritti nei Percorsi di Fine Vita, sempre del 2019, siglato ancora dalla Federazione nazionale degli Ordini delle professioni sanitarie, dall’ANCI Sanità, dal Tavolo Interreligioso di Roma, da diverse Organizzazioni Religiose Italiane e che con i 9 punti che stabilisce in favore del morente, tutti riguardanti diritti al rispetto della propria affiliazione religiosa, è destinato ad avere una forte influenza sul comportamento dei Professionisti Sanitari e delle Aziende Sanitarie e Comuni in relazione al fine vita e al post mortem, pur non essendo norma di legge come lo è il Codice del 2019.
[3] Segnaliamo il notevole progetto U.N.O. Uniti nell’Oltre, sostenuto e patrocinato dal Gruppo Nazionale di Lavoro per la “Stanza del Silenzio e dei Culti”, In quel delle colline bolognesi: è in corso una iniziativa di realizzazione di un Cimitero Interreligioso e Laico che vede una numerosissima adesione da parte delle Comunità Religiose e Spirituali anche atee i Bologna; al link sotto trovate il sito web del Progetto https://cimiterino.wordpress.com/
[4] Cfr. Paterniti. Martello, Claudio, Figli di un dio minore. La libertà di religione in carcere, Antigone, XIII Rapporto, 2017 https://www.antigone.it/quindicesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/la-religione-in-carcere/
[5] Cfr. Diciannovesimo rapporto sulle condizioni di detenzione, Associazione Antigone, 2023
[6] Cfr. http://www.oltreilponte.net/cultura/incontri-conviviali-alla-rems-mezzani/
[7] Per chi volesse leggere il Report a cura dell’Ausl di Parma che ci ha ospitati nella struttura Rems si può scaricare a: https://www.ausl.pr.it/azienda/documenti_daim/quaderno.aspx
si legga anche questo articolo: http://www.oltreilponte.net/cultura/incontri-conviviali-alla-rems-mezzani/
[8] Per chi volesse saperne di più: Fabretti, Valeria e Rosati, Massimo, L’assistenza religiosa in carcere, Diritti e diritto al culto negli istituti di pena del Lazio, Rapporto di Ricerca, CSPS Università di Roma Tor Vergata, 2012 scaricabile a:
http://www.ristretti.it/commenti/2012/ottobre/pdf3/lazio_religione.pdf
e per gli altri Progetti citati: https://future.unimi.it/progetti/simurgh/
https://www.gnewsonline.it/lotta-alla-radicalizzazione-conferenza-finale-del-progetto-train-training/
[9] In particolare con riferimento a Romano, Carlo Alberto, Ravagnani Laura, Il radicalismo estremo in carcere: una ricerca empirica, Rassegna Italiana di Criminologia n.4 del 2017, che pur essendo diretta all’approfondimento del tema del radicalismo fa emergere da parte dei detenuti, inequivoca, la richiesta di figure religiose all’interno delle carceri aldilà del pericolo del radicalismo; alludiamo anche a Rhazzali, Khalid Mohammed L’ Islam in carcere. L’esperienza religiosa dei giovani musulmani nelle prigioni italiane, Franco Angeli Milano, 2010.
[10] Esattamente come in Romano, Carlo Alberto, Ravagnani Laura, Il radicalismo estremo in carcere: una ricerca empirica, Rassegna Italiana di Criminologia n.4 del 2017.
[11] Mounia El Fasi e Alessandro Bonardi sono stati relatori al convegno Condotte parasuicidiarie nella popolazione detentiva: motivazioni, significato e trattamento: Le dinamiche relazionali nell’impulsività autolesiva della persone private della libertà, Parma 8 settembre 2023, dove hanno portato la testimonianza descritta nell’articolo e sottolineato la coincidenza che esiste tra la presenza in carcere di una guida religiosa e quei fattori inibenti le condotte autolesive così come sottolineato nel basilare Buffa P., Alcune riflessioni sulle condotte autoaggressive, Rassegna Penitenziaria e Criminologica, n.3, 2008.

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Alessandro Bonardi, coordinatore Gruppo Nazionale di Lavoro per la “Stanza del Silenzio e dei Culti” e Formatore Rer. https://www.stanzadelsilenzio.it/ 
Mounia El Fasi, mediatrice linguistico culturale, Murshida della Comunità Islamica di Parma e Provincia nonché Presidente della associazione musulmana Donne di Qua e di Là.

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