
Le militanti della famiglia Gallico: da sinistra a destra Eliane Assid, Diana e Nadia Gallico, Helyett Azan
di Rym Lajmi [*]
Ripercorrere la storia del gruppo di militanti italiane in Tunisia, la cui mobilitazione ha preso avvio prevalentemente attorno agli anni Trenta del Novecento, spinge a riflettere sulle complesse interazioni intessute con la popolazione locale e, in particolare, con le diverse comunità femminili presenti nel Paese. Il contesto storico del Protettorato francese imponeva rigide gerarchie sociali ed etniche, configurando una struttura coloniale che non concedeva reali spazi di libertà d’azione né favoriva l’emancipazione femminile.
Le militanti italiane ‒ appartenenti tanto all’immigrazione economica (lavoratrici agricole, operaie, sarte) quanto all’esilio politico antifascista ‒ hanno inizialmente strutturato la propria azione per sostenere le persone più bisognose in nome di ideali di giustizia, solidarietà e libertà. Tuttavia, le ricerche su questo gruppo dimostrano come l’impegno delle italiane in Tunisia abbia rapidamente travalicato (superato) i confini dell’antifascismo, includendo nella propria prospettiva la lotta per l’emancipazione sociale e la liberazione della popolazione autoctona.
Come osservato da Albert Memmi, il sistema coloniale tendeva a introdurre latenti dinamiche di segregazione, situando gli europei (compresi italiani e maltesi) in una posizione privilegiata che rischiava di riprodurre logiche di subordinazione e di compromettere l’ibridazione culturale e la compenetrazione sociale con gli autoctoni [1]. Ci si deve pertanto chiedere se, pur appartenendo a comunità separate da marcate barriere etnico-religiose e ideologiche, le donne abbiano saputo mantenere contatti continui nel corso del loro attivismo.
Nonostante il contesto segnato da autoritarismo coloniale, fascismo e collaborazionismo, il gruppo delle militanti italiane è riuscito a integrarsi e a costruire reti di solidarietà con donne appartenenti alle diverse componenti della società tunisina. Il contesto urbano e multietnico ha favorito l’espressione di rivendicazioni condivise. Permeate da una cultura cosmopolita e laica, queste militanti hanno trovato un terreno fertile di contaminazione e ibridazione con la componente femminile autoctona. L’analisi delle forme di convivenza, alleanza e collaborazione rivela come, all’interno dello spazio multietnico offerto dal Partito Comunista Tunisino (PCT), dal sindacalismo e dalle organizzazioni di massa collaterali, queste donne abbiano intessuto una trama di emancipazione femminile che è divenuta parte integrante del percorso verso l’indipendenza della Tunisia.
Per comprendere la natura delle relazioni interpersonali e politiche, occorre superare una lettura omogenea delle comunità europee ed ebraiche presenti in Tunisia, distinguendo almeno tre componenti socioculturali fondamentali:
- Le italiane proletarie/meridionali (d’immigrazione popolare o esilio politico): Lavoratrici di estrazione proletaria e subalterna (in larga parte siciliane e sarde) o attiviste antifasciste giunte negli anni Venti e Trenta.
- Le ebree-livornesi (Grana / italo-tunisine): Élite borghese e intellettuale di origine toscana, detentrice di un viscerale legame linguistico e culturale con l’Italia. Come descritto da Nine Moati in Les belles de Tunis [2], i Grana si distinguevano per la raffinatezza e la cultura d’impronta occidentale, pur mantenendo un profondo radicamento nella realtà locale.
- Le ebree-autoctone (Touensa): Comunità ebraica storicamente integrata nel contesto sociale maghrebino, la cui gioventù ha progressivamente intrapreso un percorso di emancipazione laica e politica.
Le testimonianze familiari della famiglia Gallico-Spano illustrano questa identità allargata. Pur conservando l’orgoglio per la tradizione risorgimentale e laica italiana, queste famiglie vivevano in un’atmosfera profondamente integrata:
«C’era questa loro italianità, e in realtà loro erano più legati alla Tunisia che all’estero [...]. mia nonna aveva usanze speciali, il giorno di Youm Kippur andava a fare delle visite, diceva sempre: “Visto che viviamo in Tunisia, ci sono i musulmani, i cristiani e gli ebrei, noi facciamo tutte le feste delle tre religioni, ma non facciamo i digiuni!”» [3].
Questa apertura culturale ha permesso alle italo-tunisine di agire come ponti naturali tra le diverse componenti del Paese [4].
Negli anni Trenta, l’incontro tra le diverse componenti femminili si è consolidato attraverso “spazi terzi” (luoghi informali d’incontro/spazi intermedi di socializzazione) e pratiche informali quotidiane. Come riferito dalla storica Lucette Valensi, la crescita urbana, la scuola pubblica, il cinema, il teatro, i saloni letterari e persino la spiaggia di Kheireddine ‒ indicata da Béatrice Slama come il luogo informale dove avvenne il suo reclutamento al PCT ad opera di Velio Spano ‒ hanno offerto alle giovani donne opportunità di svincolarsi dal controllo patriarcale e comunitario.
Le prime manifestazioni di solidarietà si sono strutturate intorno ad attività di assistenza che hanno rapidamente assunto un significato politico:
- Le sale delle feste maltesi (1938): Durante le festività («L’Albero di Natale» a esempio) organizzate dall’Unione Popolare Italiana (UPI) – Sezione Femminile il 25 dicembre 1938, questi spazi accolsero bambini e famiglie italiane, ebraiche e arabe per la distribuzione di doni, prefigurando una sociabilità popolare condivisa.
- La solidarietà per la Spagna repubblicana (1937): L’alleanza operativa tra l’Unione Popolare Femminile (UPI Sezione Femminile) e les Jeunes Filles de Tunisie per la raccolta di viveri e latte condensato destinate all’infanzia spagnola testimonia l’esistenza di un asse d’azione diretto tra italiane, francesi e giovani tunisine.
Sul piano ideologico, le militanti italiane hanno operato una chiara rottura con l’imperialismo fascista. La scheda biografica del Casellario Politico Centrale su Caradonna Angela moglie di Vincenzo Spada (1939) dimostra come l’antifascismo femminile si esprimesse nel rifiuto di qualsiasi rivendicazione italiana sulla Tunisia e nell’adesione ai valori della “Francia democratica” del Fronte Popolare:
«La Caradonna è una convintissima e fanatica comunista. Esplica la propaganda comunista ed antifascista fra le amiche, congiunte e conoscenti […] Parla male delle Gerarchie di Tunisi. Si augura un movimento rivoluzionario in Italia che riesca ad abbattere il Regime Fascista. Fa propaganda per la Francia democratica. È contraria a qualsiasi rivendicazione italiana sulla Tunisia. Quando venne a Tunisi il presidente Daladier, la contro scritta mise sul petto una grande coccarda dai colori francesi» [5].
Questa posizione trovava una naturale convergenza e un pieno riscontro nelle posizioni delle militanti francesi progressiste: nell’aprile 1939, durante il Comizio alla Borsa del Lavoro, Roberte Cabrit Bigiaoui (Segretaria dell’Union Locale des Syndicats) sostenne con forza la necessità di distinguere il popolo lavoratore italiano dal regime fascista, invitando a una fraternità sindacale e laica tra italiani, francesi e tunisini.
Con la repressione, la guerra e l’occupazione (1942-1943), la condivisione degli spazi clandestini si è trasformata in un potente laboratorio politico e affettivo. In questo contesto di emergenza, Roberte Bigiaoui, Nadia Gallico e Lucienne Hadria hanno condotto interventi coordinati presso le autorità per sottrarre i compagni comunisti, italiani e tunisini, alla deportazione e alla condanna a morte. La testimonianza di Neyla Jrad sulla vita clandestina evidenzia come le case-rifugio abbiano favorito il definitivo superamento dei confini comunitari:
«Quand elles sont sorties, le Parti était dans la clandestinité, elles se sont cachées avec les militants… D’ailleurs c’est là que de grands amours se sont construits, ils ont vécu dans des maisons fermées, hommes et femmes. Elles avaient avec elles les Italiennes, Nadia Gallico qui était cadre du parti…» [6].
Questa esperienza comune ha dato vita a unioni matrimoniali che incarnavano la rottura delle barriere etnico-religiose e l’adesione alla causa anticoloniale:
- Il matrimonio tra Suzanne Meimon (italiana/grana) e Ali Jerad (arabo-musulmano, militante e segretario del Partito Comunista Tunisino);
- L’unione tra Gilda Saada (origini italiane e tunisine) e Belhassen Khiari;
- L’integrazione di militanti ebree-autoctone (Touensa) come Simone Bessis all’interno del gruppo Grana e delle reti comuniste oltre al suo matrimonio con Marco Vais.
L’azione di queste donne ha dimostrato che l’ibridazione non consisteva in un’assimilazione passiva al modello coloniale, ma in una scelta consapevole di alleanza con il movimento di liberazione nazionale.
Oltre all’impegno direttivo e organizzativo, la militanza femminile durante la repressione e la guerra si è declinata nelle forme irrituali di un attivismo solidale, congenere alla storia e prima ancora al corpo stesso delle donne. In questo contesto d’emergenza, la solidarietà politica è passata attraverso la pratica concreta della “mutua assistenza” per l’allattamento dei neonati le cui madri erano incarcerate o in clandestinità ‒ come nei casi delle sorelle Vais, con Anita allattata da Elda Zuili e Paola da Denise Sfez. L’atto corporeo e condiviso dell’allattamento non solo ha salvato vite, ma ha generato un legame profondo e duraturo, una vera e propria sorellanza che ha garantito la continuità degli affetti e delle reti di protezione tra le militanti e le loro famiglie ben oltre la fine del conflitto.
Le figlie di Simone Vais restituiscono con intensità il valore etico e politico di questa pratica:
«Mi ha colpito molto [...] rispetto alla resistenza e alla militanza generica, è una specie di solidarietà femminile incredibile [...]. Era spontanea, [...] quando dici che una donna è tra le tue migliori amiche, stiamo parlando di una che ti ha allattato le figlie» [7].
Questo episodio dimostra come la dimensione privata della cura si sia fatta pratica politica e comunitaria, infrangendo la separazione tra sfera domestica e spazio pubblico e cementando la coesione tra militanti ebraiche, europee e tunisine. L’adesione alla militanza si è strutturata attraverso legami personali e un continuo passaggio di testimone tra le diverse componenti della società tunisina. Fin dal 1936, l’ingresso di Béatrice Slama si è fatto tramite il gruppo italiano, mentre quello di Eliane Assid è avvenuto attraverso Clelia Barresi.
Verso la seconda metà degli anni Quaranta, l’esperienza militante si è trasmessa ulteriormente: Gladys Adda è arrivata alla militanza tramite Béatrice Slama ‒ così come Fatma Djellouli ‒, e successivamente è stata la stessa Gladys ad avvicinare Chérifa Saadaoui alla lotta sociopolitica. Allo stesso modo, l’ingresso delle giovani ragazze musulmane nell’UJFT (Union des Jeunes Filles de Tunisie), organizzazione satellite del PCT, è avvenuto grazie alla presenza e all’impulso di Juliette Bessis e Gilda Saada Khiari.
La fine della guerra e il rientro in patria di una parte del gruppo non hanno segnato la fine dell’impegno politico delle militanti italiane per la causa tunisina. Al contrario, la documentazione d’archivio rivela la prosecuzione delle loro attività e la continuità del loro ruolo dirigenziale anche dopo la partenza per l’Italia, avvenuta all’indomani della liberazione di Tunisi nel maggio 1943.
Particolarmente interessante è il caso di Litza Cittanova, la cui missione in Tunisia nell’autunno del 1946 come inviata speciale del Partito Comunista Italiano evidenzia la considerazione politica di cui godevano i quadri femminili all’interno delle direzioni comuniste della sponda nord del Mediterraneo.
Un rapporto delle autorità francesi del 23 ottobre 1946 ne registra la vivace attività di conferenziera e coordinatrice presso la sezione italiana del PCT:
«Madame Cittanova a tenu plusieurs réunions dont une assez importante dans le local du Dr Guttieres […] Dans le résumé de ses propos, il paraît que l’on reproche aux Italiens de la Tunisie la vague de naturalisation qui se dessine. Le Parti Communiste et ses membres de la section italienne ne doivent lutter contre cette position. Car la France est fichue en Tunisie (à leur avis), par la suite de l’hostilité du Parti de gauche et des Arabes, il est donc sûr que le PCT compte sur la masse des Italiens pour jouer un rôle quand cette indépendance aura lieu […] L’Italie selon Litza Cittanova sera entièrement communiste et alors le voisinage entre l’Italie communiste et la Tunisie indépendante aurait une grosse importance» [8].
Questo documento è importante perché attesta in primo luogo, la netta presa di distanza della sezione italiana del PCT dalle politiche di assimilazione o di difesa dell’ordine coloniale francese, nella consapevolezza che il futuro della Tunisia risiedesse nell’emancipazione e nell’indipendenza nazionale. In secondo luogo, la visione prospettica di una cooperazione transnazionale e di vicinato pacifico tra un’Italia democratica (o comunista) e una Tunisia sovrana, un processo nel quale la massa degli italiani residenti ‒ coordinata e guidata da figure come Litza Cittanova ‒ avrebbe dovuto svolgere una funzione di ponte e di solidarietà attiva.
Nel contesto tunisino, figure chiave quali Diana Gallico, Gladys Adda e Fatma Djellouli mantennero costante amicizia e il legame politico con le compagne italiane rientrate in patria. La coesione di questo nucleo poggiava sulla condivisione dell’ideale comunista, espresso nella militanza di partito e nelle sue organizzazioni satellite (UFT e UJFT). Insieme alle compagne tunisine, esse portarono avanti la causa anticoloniale in una fase di progressiva tunisificazione dei quadri dirigenti e dell’agenda politica. Questo impegno collettivo si mantenne vivo fino al 1963, data spartiacque che vide il bando delle opposizioni e la chiusura degli spazi d’azione indipendente sotto il regime a partito unico.
Parallelamente, va sottolineata la profonda continuità degli affetti tra le militanti italiane e tunisine, rimasta viva anche dopo la diaspora e le rispettive partenze, sia verso l’Italia (per le donne del gruppo Grana come Nadia Gallico, Litza Cittanova, Clelia Barresi, Vera Disegni, compresa Simone Vais), sia verso la Francia (con Béatrice Slama, Juliette Bessis, Elda Zuili, Delia Cittanova, Roberte Bigiaoui e altre).
Tra le Grana vi era il rituale di incontrarsi e di perpetuare la tradizione del couscous: un pretesto per stare insieme che costituiva una specificità tutta femminile, assente tra gli uomini del gruppo. Trasferitosi in Francia il gruppo è rimasto strettamente legato soprattutto attorno alla figura di Béatrice Slama, amica di tutte, la quale ogni anno si recava in vacanza a Napoli con Delia per fare visita alla sorella Litza. Juliette Bessis, da parte sua, visse un periodo della sua vita a Roma, dove frequentò assiduamente Nadia Gallico; parlando di lei, Juliette dirà: «per me Nadia è stata una madre».
In ultima analisi, queste traiettorie dimostrano che le reti femminili antifasciste e anticoloniali nate sotto il Protettorato non sono state un’esperienza effimera, ma hanno saputo costruire uno spazio permanente di solidarietà laica, politica e affettiva capace di travalicare i confini nazionali e di resistere al tempo.
Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
[*] Testo dell’intervento presentato al Convegno di Matabbia, “Convivenze Mediterranee”, Messina 1-3 ottobre 2026
Note
[1] A. Memmi, Sociologie des rapports entre colonisateurs et colonisés, in Cahiers internationaux de sociologie, 3ème trimestre 1957 : 96.
[2] N. Moati, Les belles de Tunis, Tunisi 2010, Cérès éditions.
[3] Intervista a Chiara e Paola Spano, Roma, 22.05.2015.
[4] Per eventuali approfondimenti si veda in merito la nostra monografia Femmes de tous les combats dans la Tunisie du XXe siècle, Tunisi 2026, Editions Santillana.
[5] Copia dell’appunto n 500/12461 del 27 aprile 1939, ACS, Casellario Politico Centrale, Busta 1060.
[6] Intervista a Neyla Jrad, Ariana 25.02.2015.
[7] Intervista a Anita e Alice Vais, Roma, 31.05.2015.
[8] Centre des Archives Diplomatiques de Nantes, Rapport du 23.10.1946, 1Tu/2/V/2MI884.
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Rym Lajmi, PhD Storia, cultura e religioni. Maître assistante, Sezione d’italianistica dell’Università La Manouba, membro del laboratorio di ricerca Régions et Ressources patrimoniales (LR99ES23) e dell’Archivio della Memoria degli Italiani in Tunisia. Pubblicazioni: Le vie del sacro e la gelosia mistica: un modello di santità al femminile; Simone Bessis: una militante comunista tra Tunisia e Italia (2024); The Italian Women of Tunisia: Affinities and Cultural Divides Within a Framework of Militant Activity in Tunisia (2025); Storia e silenzio sui racconti di vita e di militanza femminile, in corso di pubblicazione: Naġra ou la jalousie mystique dans le soufisme féminin en Tunisie, La cooperazione Unione Europea-Tunisia per l’affermazione dei diritti delle donne, Portraits et engagements de femmes en Tunisie dans les luttes féministes, antifascistes et pour l’indépendance.
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