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Ripensare Rocco Scotellaro e il Mezzogiorno

murale_scotellarodi Ferdinando Mirizzi 

Ripensare oggi la figura di Rocco Scotellaro significa innanzitutto riflettere sul reale rapporto che egli ebbe con i “suoi” contadini, esplicitato sul piano poetico nei versi Sempre nuova è l’alba, che Carlo Levi definì la ‘Marsigliese contadina’, configurando Scotellaro come poeta della libertà contadina e la sua poesia dalle radici culturali contadine rappresentativa di un sentire collettivo, una poesia epica, espressione della sofferenza del mondo rurale meridionale e della sua volontà di emancipazione e di riscatto sul piano storico e sociale.

Si trattava, però, di una idea parziale della poesia scotellariana, funzionale al dibattito politico-culturale in atto all’interno della sinistra italiana nel corso degli anni Cinquanta del ’900, con il rischio di rendere inavvertibile il complesso lavorìo intellettuale di Scotellaro su un terreno che connetteva la sua poesia alla storia e alla letteratura nazionale.

Ma, si sa, in quegli anni nel nome di Scotellaro, assunto a pretesto, si verificò un duro scontro ideologico tra gli intellettuali della sinistra, nella contrapposizione tra il comunismo rivoluzionario e il socialismo riformista, con l’intervento di terzaforzisti e azionisti, come lo stesso Carlo Levi e Manlio Rossi-Doria, intorno al tema del realismo nella letteratura e nell’arte, ai problemi del Mezzogiorno, ai rapporti tra classe operaia e contadini del Sud, alle politiche culturali e al ruolo dell’intellettuale nel processo di liberazione delle classi subalterne dalla condizione di dominio esercitata dalle classi egemoni e borghesi del nostro Paese.

Uno scontro, questo, che culminò, subito dopo la sua morte improvvisa e prematura, nel Convegno “Rocco Scotellaro intellettuale del Mezzogiorno”, promosso dal PSI (Matera, 6 febbraio 1955), al quale parteciparono: Tommaso Fiore, che presiedette i lavori, Luigi Anderlini, Carlo Muscetta, Mario Alicata, Franco Fortini, Carlo Levi, Raniero Panzieri, Vincenzo Milillo, Giovanni Pirelli, Vincenzo Tarricone, Muzio Mazzocchi Alemanni, Alberto M. Cirese [1].

locandna_ritaglio-1Tornando a Sempre nuova è l’alba, emersero in quegli anni giudizi molto diversi: se sul versante comunista Carlo Muscetta aveva sostenuto che in essa «le immagini leviane del brigantaggio, che vengono a tentare la fantasia anarchica del mondo contadino, sono respinte e insieme accarezzate […] quello che [però] si muove nella vita reale non è forse la coscienza più diffusa anche nel mondo contadino, che la lotta è guidata dalla classe operaia? La novità dell’alba è in questo, e questo sfugge alla poetica di Rocco» [2], su quello socialista Franco Fortini rilevava che «chiedere a Rocco di non esprimere il momento della protesta bensì quello della rivoluzione è chiedere troppo più di quanto egli potesse [perché] per poter esprimere un momento veramente rivoluzionario avrebbe dovuto gettar via tutta la tenerezza e l’angoscia della sua natura elegiaca, partire da un altro punto, [laddove invece] l’istintiva ricchezza umana di Rocco gli ha fatto sentire il valore di una particolare protesta, quella astuta, dei piccoli e tenaci roditori contadini; e anche la disperazione implicita in questa protesta» [3].

Ma quale era la ragione dell’asprezza delle discussioni sulla natura progressiva, o meno, della poesia di Scotellaro, e sul suo reale, o presunto, impegno nella storia reale del Mezzogiorno e in quella vissuta dei suoi contadini? Come si sa, Rocco ebbe una vita breve, ma densa di esperienze tanto in campo politico, quanto in quello culturale, sino a diventare una figura-simbolo di nuovo intellettuale del Sud, che non sarebbe, però, divenuto un patrimonio unitario e condiviso della sinistra italiana, in quanto egli si trovò al centro di quel profondo dissidio ideologico sul rapporto tra contadini e classe operaia, che aveva visto Scotellaro collocarsi sul versante socialista, quello di un partito che aveva aperto un processo di ripensamento del proprio ruolo nella politica nazionale e di riposizionamento in funzione di una “opposizione propulsiva”, e che lo aveva portato a condividere con i suoi due amici-mentori, Levi e Rossi Doria, l’idea di una autonomia della cultura e dell’azione contadina, da sostenere politicamente e poeticamente, in un quadro svincolato dall’indirizzo comunista di una egemonia esercitata dal movimento operaio.

61vaac5vjl-_ac_uf10001000_ql80_Fu probabilmente questo il motivo degli attacchi di figure di rilievo nella cultura italiana del secondo dopoguerra, come Carlo Salinari, che nell’«Avanti» del 3 settembre 1954 aveva scritto: «Rocco Scotellaro poeta contadino è solo un’intelligente e affettuosa invenzione di C. Levi. Nelle cosiddette poesie sociali, troppo stridente è il contrasto fra una materia nuova che preme e le forme e le parole ancora troppo essenziali e allusive per dar voce a quelle speranze e a quella lotta». E, a sua volta, Carlo Muscetta sarebbe stato ancora più duro nel sostenere come Rocco fosse stato un «piccolo borghese», che non aveva veramente assimilato il socialismo e non sarebbe, per esempio, mai riuscito a completare la sua inchiesta sui contadini meridionali, perché già la prima elaborazione dei materiali biografici raccolti dimostrava come egli fosse troppo legato «alle zoppe ideologie della ‘civiltà contadina’» [4].

Ma Rocco fu effettivamente un sostenitore mitico di quella civiltà contadina di cui Levi aveva dato una interpretazione romantico-libertaria? Se così fosse stato, le critiche di Salinari e di Muscetta avrebbero forse colto nel segno. Se si leggono, però, gli scritti di Scotellaro, superando la frammentarietà derivante dalla sua morte precoce, essi offrono il quadro di un intellettuale sostanzialmente estraneo alle implicazioni mitiche e neoromantiche della civiltà contadina leviana. Essendo personalmente immerso nella realtà del Mezzogiorno rurale, egli la viveva nella sua densità quotidiana, nei suoi slanci, ma anche nelle sue arretratezze da superare. E, specie nella prosa, come scriveva efficacemente Pietro Clemente nell’introdurre sul versante antropologico quello che nel 1976 ebbe a definire Il “caso” Scotellaro [5], «si scoprono continuamente moti di impazienza per la tradizione, per le usanze obbliganti, per le piccinerie di un mondo paesano, per le insistenze dei postulanti, per l’incomprensione della politica e la sua riduzione a potere (forse per la poesia può farsi un diverso discorso, ché in essa momenti mitici sembrano esservi)» [6].

81txwobqmjl-_ac_uf10001000_ql80_Una considerazione ulteriore è necessario fare: la partecipazione di Scotellaro alle vicende che segnarono la stagione politica e culturale del secondo dopoguerra e il relativo dibattito sul meridionalismo era segnata da una condizione oscillante tra l’utopia e la realtà, che era propria dei giovani della sua generazione e che era basata, in fondo, su un avvicinamento passionale all’unica tradizione politica democratica presente nei piccoli centri del Mezzogiorno interno, quella fornita dal Partito Socialista, alla quale un po’ genericamente ci si riferiva  per attivare un processo di radicale trasformazione della vita.

Insomma, non si deve trascurare un dato di fondo: Scotellaro apparteneva a quella generazione di ventenni che con entusiasmo e impegno ma, in fondo, anche con scarse conoscenze delle elaborazioni politico-economiche che erano state fino a quel momento prodotte sul tema del meridionalismo e del riscatto del Sud contadino rispetto al Nord industriale, si era lanciata nella lotta politica in ambiti per lo più periferici. Si trattava di una generazione, di cui Scotellaro era un emblema, che era entrata nella vita pubblica in maniera empirica e animata da speranze riformatrici, che sembravano trovare un convincente ancoraggio nel Cristo di Levi.

Fu in quel clima che egli, a soli ventitré anni, riuscì ad accedere al potere locale vincendo le elezioni grazie alla sua capacità di convogliare energie nuove e diverse intorno a un progetto di cambiamento che appariva credibile nel contesto della sua Tricarico e che si tradusse in effettive e pratiche realizzazioni, tra cui soprattutto l’istituzione dell’ospedale civile. Ma ciò avveniva tra molteplici difficoltà, derivanti per esempio dal fatto che l’unica mediazione tra la base popolare e l’istituzione comunale era affidata alla sua persona e alla molteplicità dei ruoli che si trovava a dover rivestire: organizzatore politico e sindacale da una parte, assistente sociale e quasi confidente dei suoi concittadini dall’altra.

L’esperienza amministrativa di Scotellaro si svolgeva peraltro in un periodo di intensi stravolgimenti che si risolse in una doppia delusione: dapprima la sconfitta amara del Fronte Popolare il 18 aprile 1949, che generò in lui rabbia e disillusione, poi la constatazione che, successivamente, sia le forze di governo che quelle di opposizione, sul piano nazionale, si sarebbero fronteggiate nel Mezzogiorno come in una terra straniera a entrambe, facendo solo prevalere interessi elettoralistici e non elaborando alcun progetto organico di riscatto delle regioni meridionali e delle loro popolazioni contadine. Fu questa situazione che agli inizi degli anni Cinquanta portò Rocco alla convinzione che, tra la rivendicazione dei partiti della sinistra, in particolare il PCI, alla unità tra operai e contadini e la politica democristiana incentrata sullo Stato paterno e assistenzialista, l’unica via era tornare alle idee di quel filone meridionalista di cui Levi e Rossi-Doria costituivano punti di riferimento.

91Era in tale contesto che nasceva l’aspra polemica contro Scotellaro e, attraverso lui, soprattutto Levi e Rossi-Doria, a cui si accennava all’inizio di queste note e che si sviluppò dopo la morte di Rocco e assumendo a pretesto le sue opere postume.

Ripensare Scotellaro significa dunque, ora, tornare a riflettere più in profondità sul rapporto reale che Scotellaro e la sua generazione ebbero con un mondo contadino meridionale investito da dinamiche di cambiamento e per nulla immobile e chiuso in sé stesso, relazione che si esplicitava, in maniera chiara ed evidente, soprattutto nella sua inchiesta sulle biografie contadine, di cui resta mutila testimonianza nelle cinque vite pubblicate postume da Laterza per iniziativa congiunta di Levi e Rossi-Doria [7], a proposito delle quali Tommaso Fiore, uno dei maestri del meridionalismo riformista per quella generazione di ventenni impegnati in politica, avrebbe scritto pochi mesi dopo la scomparsa di Rocco (in «Paese Sera» dell’8 luglio 1954): «si tratta di quattro biografie di contadini, o piuttosto di autobiografie, ché l’idea di far parlare lavoratori della terra, non però inventanti frottole o facenti poesie ma dei propri interessi, delle vicende della propria vita, è nuova, cioè sentita e allargata a una specie di esame della società contadina di oggi, sotto la guida, si intende di uno spirito di poeta, il cui occhio vede al di là delle forme esteriori e ordina e illumina e crea in maniera imprevedibile».

Su quelle vite, che erano solo le prime di un piano più vasto che l’editore Laterza, a cui Vittore Fiore, figlio di Tommaso, aveva presentato Scotellaro, voleva come risultato di una inchiesta che fosse «iniziativa di conoscenza, non di letteratura e tanto meno di folclore» e sul ruolo propulsivo che Rocco aveva pensato di affidare alla rappresentazione della realtà dei contadini meridionali, alla loro capacità creativa e al dialogo tra essi e gli intellettuali che si ponevano al loro fianco, al problema della co-autorialità nelle espressioni, anche letterarie, di emancipazione e di riscatto, è dunque opportuno ancora soffermarsi per meglio comprendere il ruolo di Scotellaro nel suo tempo, lungo le coordinate della storia e fuori dalle suggestioni del mito.

md31055641987Ma vorrei chiudere con un’ultima e rapida notazione: le numerose incomprensioni dell’opera di Scotellaro derivavano per lo più da una generica lettura politica delle sue opere, che cioè erano considerate alla luce del dibattito teorico e della dialettica tra posizioni ideologiche differenti, senza tenere conto del contesto reale in cui esse ebbero la loro genesi, vale a dire senza una conoscenza approfondita del contesto in cui Rocco era vissuto, aveva condotto le sue prime esperienze e stretto le sue relazioni sociali e umane. A mio avviso c’è ancora molto da lavorare in questa direzione e delle indicazioni utilissime possono venire da chi, come ad esempio Aurora Milillo, ha condotto a lungo e continuativamente ricerche sul campo a Tricarico e negli altri paesi della cosiddetta area grigia, per riferirci ancora alla zona di appartenenza dei protagonisti di Contadini del Sud, dimostrando come la produzione poetica e saggistica di Scotellaro si spiega solo con la conoscenza profonda di quel mondo di cui egli era partecipe e con il suo essere insieme protagonista e osservatore [8].

In questa direzione sarebbe, inoltre, a mio avviso interessante riprendere a riflettere in maniera parallela, come aveva suggerito anni fa Michele Dell’Aquila [9], su Contadini del Sud e un altro libro apparso anch’esso per i tipi di Laterza nel 1951, Un popolo di formiche di Tommaso Fiore [10], di cui quest’anno ricorre il cinquantenario della morte: due libri che partivano da una materia d’indagine, «attiva nell’immediato e dolorosa» [11], e da una conoscenza minuziosa dei luoghi e delle persone filtrata attraverso lo strumento della letteratura, entrambi libri lontani sia dal dibattito politico astratto e teorico sia dalle aride scritture delle commissioni parlamentari d’inchiesta. 

Dialoghi Mediterranei, n. 63, settembre 2023 
Note 
[1] Sul convegno di Matera, si veda A.M. Cirese, Per Rocco Scotellaro: letizia, malinconia e indignazione retrospettiva, in «SM Annali di San Michele», 2005, n. 18: 201-233. 
[2] C. Muscetta, Rocco Scotellaro e la cultura de l’Uva Puttanella, in «Società», ottobre 1954: 911-933; poi in Id., Realismo e controrealismo, Milano, Del Duca, 1958: 289-228. 
[3] F. Fortini, La poesia di Scotellaro, Matera, Basilicata editrice, 1974: 8. 
[4] I passi citati sono tratti da C. Muscetta, Realismo e controrealismo cit.: 222-223. 
[5] P. Clemente, Il “caso” Scotellaro, in P. Clemente, M.L. Meoni, M. Squillacciotti, Il dibattito sul folklore in Italia, Milano, Edizioni di Cultura Popolare, 1976: 145-164. 
[6] Ivi: 156. 
[7] R. Scotellaro, Contadini del Sud, Prefazione di M. Rossi-Doria, Bari, Laterza, 1954. Sulle biografie scotellariane non mi soffermerò in questa sede, rinviando alla ricca letteratura disponibile su di esse, tra cui innanzitutto A.M. Cirese, Rocco Scotellaro e cinque contadini del Sud, in Intellettuali, folklore, istinto di classe. Note su Verga, Deledda, Scotellaro, Gramsci, Torino, Einaudi, 1976: 47-64, e, in ultimo, anche al mio F. Mirizzi, Contadini del Sud tra valore documentario e dimensione letteraria, in «Forum Italicum», vol. 50, n. 2: 739–751. 
[8] A. Milillo, L’occhio estraniato. La vocazione antropologica di Rocco Scotellaro, in Scotellaro trent’anni dopo. Atti del Convegno di studio (Tricarico-Matera, 27-29 maggio 1984), Matera, Basilicata editrice, 1991: 263-277. 
[9] M. Dell’Aquila, «Un popolo di formiche»: la scrittura ‘nuova’ dell’intellettuale/letterato, in Tommaso Fiore umanista scrittore critico, a cura di G. Dotoli. Atti del Convegno nazionale (Bari-Altamura 13-14 febbraio 1985), Manduria, Pietro Lacaita editore, 1986: 13-25.
 [10] T. Fiore, Un popolo di formiche, Bari, Laterza, 1951, dove erano raccolte le lettere a Piero Gobetti pubblicate negli ultimi numeri di «Rivoluzione Liberale» del 1925 e due edite nel 1926 sulla rivista «Conscientia», diretta da G. Gangale. 
[11] M. Dell’Aquila, «Un popolo di formiche» cit.: 19.

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Ferdinando Mirizzi, professore ordinario di Discipline demoetnoantropologiche presso l’Università degli Studi della Basilicata, Dipartimento di Culture Europee e del Mediterraneo: Architettura, Ambiente, Patrimoni Culturali (DiCEM), di cui è stato direttore dal 2012 al 2020. È presidente della Società Italiana di Antropologia Culturale (SIAC), componente del Consiglio Scientifico presso l’Istituto Centrale per i Patrimoni Immateriali, presidente del Comitato Tecnico Scientifico del Museo della Cultura Arbëreshe di San Paolo Albanese (Pz), socio fondatore della Società Italiana per i Musei e i Beni Demoetnoantropologici (SIMBDEA) e del Centro Internazionale di Ricerca e Studi sul Carnevale, la Maschera e la Satira. Ha, inoltre, fatto parte del Comitato Tecnico Scientifico per la redazione delle Linee Guida finalizzate alla progettazione del Museo Demoetnoantropologico dei Sassi a Matera. È direttore responsabile della rivista «Archivio di Etnografia» e della Collana «Etnografie» presso la Casa editrice Edizioni di Pagina ed è componente dei Comitati Scientifici delle Collane “Antropologia Culturale e Sociale” e  “Il debol parere. Itinerari alternativi di storia linguistica italiana”, edite rispettivamente dalle Case editrici FrancoAngeli e Biblion Edizioni, e delle riviste «Antropologia», «Lares», «Il De Martino».

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