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Riabitare L’Italia: un focus sui PO-ri (Pomeriggi di Riabitare)

Scuola Giovani Pastori Madonie (PA)

Scuola Giovani Pastori Madonie (PA)

CIP

di Daniela Storti 

Un’associazione che è prima di tutto un’idea di Paese 

L’associazione Riabitare l’Italia nasce nel 2020 con un progetto culturale e politico preciso: invertire lo sguardo, e partire dai luoghi “che non contano” per ripensare il Paese nel suo insieme. L’associazione si configura da subito come una piattaforma di pensiero e azione che muove dall’incontro tra studiosi, amministratori, ricercatori e attori sociali con un obiettivo ambizioso: rimettere al centro le aree marginalizzate non come problema, ma come risorsa. Il suo Manifesto propone una vera e propria “riconquista” delle aree interne, non in chiave nostalgica ma contemporanea: nuove mappe, nuovi immaginari, nuove politiche. 

Attorno a questa visione si è costruita negli anni una rete ampia e trasversale, che mette insieme università, centri di ricerca (come il CREA), istituzioni locali e nazionali, fino alle imprese e alle comunità territoriali. Il tratto distintivo è proprio questo: Riabitare l’Italia non si limita a osservare i territori, ma li attraversa, li connette, li attiva. 

Giornate di approfondimento, "Giovani dentro". ottobre 2021, Caselle in Pittari (SA), Cilento interno

Giornate di approfondimento, “Giovani dentro”. ottobre 2021, Caselle in Pittari (SA), Cilento interno

Tra ricerca, libri e progetti territoriali: una visione in evoluzione costante  

L’attività dell’associazione si muove su più piani, intrecciando produzione culturale e progetti concreti sui territori. Da un lato c’è il lavoro editoriale e di ricerca: libri, report, indagini. Tra questi, l’indagine “Giovani Dentro” ha evidenziato un dato controintuitivo: una larga quota di giovani vorrebbe restare o tornare nei propri territori, a condizione che esistano le opportunità per farlo.

Dall’altro lato, una fitta agenda di convegni, festival e momenti pubblici di confronto – spesso ospitati proprio nei territori periferici – che diventano luoghi di co-progettazione tra attori locali e nazionali. In questo ambito ricadono i PO-ri (Pomeriggi di Riabitare), momenti di confronto su temi chiave per le aree interne, promossi dall’associazione con il coinvolgimento di esperti e attori rilevanti e rivolti in particolare alla comunità dei soci. La scrittura di libri, la promozione di seminari e i momenti di confronto costruiscono un immaginario alternativo rispetto a quello dominante, spesso centrato sulle grandi città. 

E poi c’è la dimensione più operativa: la costruzione di progetti focalizzati sul tema del riabitare co-progettati con i territori, come l’ “Hub di Montagna” in Valle Subequana, un hub che vuole facilitare il ritorno e l’insediamento nelle aree interne, mettendo in rete risorse locali, comunità e nuovi abitanti. Ma anche la realizzazione, con metodi esperienziali e partecipativi, di percorsi formativi e professionali innovativi capaci di tradurre la visione in opportunità concrete. Rientrano in questo ambito la Scuola Giovani Pastori promossa insieme al CREA e la collaborazione alla Londa Shool of Economics. 

Dietro le Scuole ci sono storie, traiettorie individuali, modelli economici emergenti, nuove relazioni tra città e montagna che meritano uno sguardo più approfondito. Su questi percorsi torneremo in un prossimo scritto. 

Petralia Sottana, Madonie

Petralia Sottana, Madonie

Dai Pomeriggi di Riabitare (PoRi). La Politica Agricola Europea e le prospettive per le aree interne 

In questo contributo ci concentreremo sui PoRi, i Pomeriggi di Riabitare. Uno degli ultimi appuntamenti dei Pomeriggi di Riabitare è stato dedicato alla rilettura della Politica Agricola Comune, con l’intervento di Franco Sotte e l’introduzione di Daniela Storti. Ne è scaturita un’analisi della policy che non si è limitata a una ricostruzione storica, ma ha rappresentato un tentativo di mettere a fuoco i nodi irrisolti di una delle politiche più emblematiche dell’Europa comunitaria. 

Istituita nel 1957 con il Trattato di Roma — tra i cardini dell’integrazione europea — la PAC si proponeva di modernizzare l’agricoltura europea colmando il gap strutturale delle regioni meno sviluppate, garantire sicurezza alimentare e stabilità sociale. Tuttavia, i ritardi attuativi e la complessità legate alla messa a terra di una politica strutturale che contemplasse anche misure di accompagnamento economico e sociale spingono a cercare un compromesso, che prende la forma dei prezzi garantiti elevati, che consentono di avviare il mercato comune agricolo. Nel giro di pochi anni la CEE passa da primo importatore a secondo esportatore mondiale. Ma il costo esplode: il bilancio comunitario va fuori controllo, i consumatori pagano prezzi elevati e l’80% del sostegno si concentra sul 20% dei beneficiari. La PAC si consolida così come politica fortemente redistributiva, influenzata dalle lobby agricole e agroindustriali, capace di generare consenso ma anche rigidità. 

È in questo passaggio che si radica il paradosso costitutivo della PAC: pensata come politica funzionale all’integrazione e alla coesione, viene progressivamente praticata come politica settoriale, rivolta alle aziende e ai mercati più che ai territori e ai contesti differenziati in cui quelle aziende operano. Questo scarto — evidenzia Franco Sotte — non è marginale, ma rappresenta il filo rosso che attraversa tutta la storia della PAC: da progetto di integrazione territoriale a meccanismo spesso indifferente alle differenze geografiche, ambientali e sociali. Per comprendere le evoluzioni della PAC propone tre parole chiave: perennità, invarianza ed eccezionalità. 

Perennità, perché la PAC resiste nel tempo adattandosi “camaleonticamente”. Negli anni ’90 si riducono i prezzi garantiti e si introducono pagamenti compensativi (riforma MacSharry), poi i pagamenti diretti (Fischler). Nel 2000 nasce il secondo pilastro dedicato allo sviluppo rurale, ma con risorse limitate (circa il 10%). Nel 2019 il Green Deal rilancia l’ambizione climatica, con l’obiettivo della neutralità al 2050. Nel 2023 il nuovo delivery model affida agli Stati i Piani Strategici Nazionali: Bruxelles indirizza e controlla, ma non gestisce direttamente. La forma cambia, ma la struttura di fondo resta sorprendentemente stabile. 

Caselle in Pittari (SA), Cilento interno

Caselle in Pittari (SA), Cilento interno

Invarianza, perché nonostante le riforme, la sostanza muta poco. Permane una forte proiezione verso il breve termine: aiuti al reddito per ettaro, sostegno allo status più che ai comportamenti. L’aiuto al reddito — osserva Sotte — rischia di diventare una “droga” che indebolisce la capacità imprenditoriale e rafforza una logica individualistica, “one size fits all”. Manca spesso una visione strategica fondata su ricerca, innovazione, formazione, aggregazione e investimenti. E permane la concentrazione della spesa: 80% al 20% dei beneficiari, con effetti a cascata lungo filiere oligopolistiche. 

Eccezionalità, infine, perché la PAC vive in una condizione di separatezza rispetto alle altre politiche europee. Pur assorbendo oltre il 30% del bilancio UE, raramente è posta al centro delle priorità strategiche dell’Unione, oggi orientate verso sicurezza, competitività, innovazione. Questa separatezza alimenta tensioni: le proteste dei trattori esprimono un disagio reale, ma evidenziano anche la difficoltà di costruire alleanze più ampie con cittadini e consumatori. 

Eppure, la PAC non è un monolite. Nel tempo sono stati introdotti correttivi importanti. Accanto alla politica di mercato si è sviluppato il secondo pilastro, dedicato allo sviluppo rurale. Strumenti come LEADER hanno tentato di riportare il territorio al centro, valorizzando cooperazione e progettazione dal basso. Tuttavia, questa componente è rimasta minoritaria e finanziariamente debole, incapace di riequilibrare l’impostazione settoriale dominante. 

Il limite più profondo resta l’integrazione incompiuta con le politiche di coesione e con quelle per i servizi essenziali — salute, scuola, mobilità. Superarlo richiede non solo coordinamento tra fondi, ma un cambio di paradigma: approcci whole of government, capaci di mettere in relazione livelli amministrativi e politiche settoriali diverse intorno a obiettivi territoriali condivisi. 

In Italia, il tentativo più avanzato in questa direzione è rappresentato dalla Strategia Nazionale Aree Interne (SNAI), avviata nel 2012: una politica place-based che integra interventi di coesione e PAC con quelli per i servizi essenziali, investendo sulla costruzione di associazioni permanenti di sindaci come snodo di una governance multilivello. 

La SNAI, nel suo disegno originario, non si limita a erogare risorse, ma interviene sui processi: co-progettazione, rafforzamento delle capacità locali, costruzione di reti tra produttori, istituzioni e ricerca. È un modello esigente, che presuppone una collaborazione interistituzionale sostanziale, in particolare tra amministrazioni responsabili della PAC, della coesione e delle politiche nazionali per i servizi, che non sempre trova pieno riscontro in fase attuativa. 

Nella parte conclusiva del seminario Sotte riporta l’attenzione sul futuro di questa policy introducendo la discussione sulle prime proposte per il Quadro Finanziario Pluriennale 2028–2034. Le priorità europee — sicurezza, competitività, innovazione, transizione verde — entrano in tensione con la struttura della spesa. Si prospetta una possibile riduzione del budget PAC, un minore impegno per ambiente e clima e una forte centralità degli aiuti al reddito.  

Tra gli elementi positivi emerge la prospettiva di una maggiore integrazione tra sviluppo rurale e politica di coesione attraverso il Piano di partenariato nazionale e regionale unico. Ma il rischio, anche alla luce delle criticità attuative della SNAI, è che questa integrazione rimanga solo formale finendo per tradursi, paradossalmente, in una maggiore separatezza della PAC e nella rinazionalizzazione di fatto della politica agricola e di quella di coesione, con il rischio di sacrificare proprio gli interventi territoriali più complessi e di lungo periodo. 

Per le aree interne il passaggio è cruciale. Senza politiche realmente orientate ai luoghi, la transizione ecologica e sociale rischia di restare astratta. In questo scenario, Riabitare l’Italia assume un ruolo particolarmente significativo: connettere ricerca, pratiche pubbliche e vissuti territoriali; portare nel dibattito europeo e nazionale la voce dei luoghi in cui le politiche producono effetti concreti. 

Alla luce di queste considerazioni e dei rischi che si prospettano con la riforma in corso, ripercorrere la storia della PAC non è un esercizio nostalgico, ma un’operazione critica volta a comprendere come le scelte del passato condizionino le opportunità nel presente. 

La questione purtroppo resta aperta: l’Europa saprà dotarsi di una politica agricola e rurale ambiziosa, coerente e realmente place-based? Il seminario non ha offerto risposte definitive. Ha però riaperto uno spazio di confronto, ricordando che una politica agricola orienta non solo produzioni e mercati, ma territori, comunità e possibilità di futuro.

Dialoghi Mediterranei, n. 79, maggio 2026
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Daniela Storti, esperta di sviluppo territoriale, economia dei sistemi agro-alimentari e valutazione delle politiche pubbliche, è ricercatrice senior presso il CREA, dove dal 1997 si occupa di politiche agricole, sviluppo rurale e governance territoriale, con posizioni di responsabilità nell’ambito dei programmi di supporto alle istituzioni nazionali e comunitarie e un ruolo attivo nei processi di policy a livello locale. Ha conseguito il dottorato in Istituzioni, Agricoltura e Sviluppo Economico presso l’Università La Sapienza di Roma e un MSc in Agricultural and Resource Economics all’Università del Connecticut (USA). È stata membro del Comitato tecnico Aree Interne ed è componente del gruppo politiche rurali OCSE, nonché socio fondatore e membro del direttivo dell’associazione Riabitare l’Italia. È ideatrice e direttrice scientifica della “Scuola dei Giovani Pastori”, iniziativa innovativa di capacity building e formazione per le aree interne riconosciuta a livello europeo, e autrice di numerose pubblicazioni scientifiche e divulgative.

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