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Rappresentazioni inedite di esseri zoomorfi della tradizione orale del Cicolano

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Abbazia di Sant’Antimo (Montalcino), part. di capitello della facciata, XII sec.

di Settimio Adriani, Antonella Ruscitti, Luigi Verzilli [*]

Gli esseri antropomorfi e zoomorfi abbondano nelle culture di ogni tempo e di molte parti del Mondo. Giorgio Pacifici in un suo recente libro sostiene che «La rappresentazione del male nel passato dell’uomo è stata in genere antropomorfa o zoomorfa, il male è stato personificato come un individuo vagamente umano o come animale» (Pacifici, 2015: 103). Durante gli studi delle grandi culture antiche

 «Questa folla di entità antropomorfe, ma spesso zoomorfe o miscuglio di varie parti umane e animali, lasciò disorientati i primi egittologi, dando origine a una congerie di ipotesi, interpretazioni alcune volte distorte, e duelli letterari di vario genere. [Inoltre, gli studiosi hanno rilevato che] La maggior parte delle entità ‘demoniache’ sono maschili e raramente sono femminili» (Testa, 2018),

considerazione di carattere generale che trova pieno riscontro nel catalogo di figure italiane di tale fattispecie, più avanti dettagliato. Alcune forme di Antropozoomorfismo al femminile si sono però affermate in Gran Bretagna, tra le quali sono particolarmente note «La “glaistig” inglese, ad esempio, per metà capra e per metà donna, [che] indulge nell’ematofagia. [E] La “lianaun shee” (amante fatata) delle leggende irlandesi [che] risucchia il sangue dagli organi vitali maschili» (Jerace, 2002: 57). Del medesimo genere è uno strano essere, definito «femmina», delineato ne

«Il Fisiologo, singolare trattato di fantazoologia che conobbe nel medioevo una fortuna straordinaria, [e] ci fornisce fra altre curiosità la descrizione della echidna, una specie di sirena che aveva forma umana fino all’ombelico, mentre dalla cintura in giù esibiva una coda di coccodrillo. Ma questa creatura aveva una particolarità ancora più intrigante: benché di genere femminile (“donna” la definisce il Fisiologo), essa non disponeva né dell’utero, né di un condotto che vi desse in qualche modo accesso. In luogo di quest’ultimo, l’echidna esponeva solo un pertugio stretto come la cruna di un ago, che funzionava anche come meato urinario» (Longo, 2013).

Tale vasto insieme di insolite forme, che la scienza ha definitivamente riposto nell’armadio delle leggende, non deve far pensare che i “saperi” correlati all’Antropozoomorfismo fossero afferenti esclusivamente al ceto popolare e meno erudito, anzi:

«Insetti, rettili, uccelli, animali domestici e selvatici, predatori della terra e del cielo. Le creature fantastiche della mitologia classica, le “forme mutate in corpi nuovi” delle Metamorfosi di Ovidio. Gli animali simbolici dei bestiari medievali. I volti e i corpi antropomorfi e zoomorfi che si sovrappongono e si confondono tra loro nel corso della plurisecolare tradizione fisiognomica che va dalla Storia degli animali di Aristotele al Della fisonomia dell’huomo di Giovan Battista Della Porta. Tutte queste immagini rivivono – in forme talvolta debitrici della tradizione sia popolare che colta, talvolta affatto nuove – nel corpus drammatico di Shakespeare: migliaia di allusioni al regno animale che, ponendosi di volta in volta come fulcro semantico di molteplici figure sintagmatiche o paradigmatiche, sono tra gli strumenti espressivi e cognitivi più fecondi di cui Shakespeare si serve per osservare e rappresentare l’uomo in tutto ciò che lo definisce nel bene e nel male» (Leonardi, 2008: 3).
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Cattedrale di Autun (Francia), part. di capitello

Non mancano, inoltre, e fin dall’antichità, i punti di contatto tra zoomorfismo e religioni [1], tematica che è stata ampiamente dibattuta tra gli esperti del settore. A tale proposito, e a solo titolo di esempio, si ricorda il paragrafo di uno scritto di Pietro Testa, intitolato «Lo zoomorfismo delle divinità in rapporto alla religione» (Testa, 2018), in cui l’autore mette in relazione dèi ed esseri fantastici.

«Una questione suggestiva, che meriterebbe specifica trattazione e approfondimento, è quella che sui temi del “contrasto” chiama in ballo la fantazoologia. Tale è il caso, ad esempio, della «Anfibologia del pazzo e del savio, del puttaniere e dell’uomo dabbene. [Che Armando Verdiglione definisce:] Impossibile fantazoologia sessuale» (Verdiglione, 1994: 12). In seno alla conflittualità dei ruoli e delle attitudini rientrano appieno alcune simbologie del nord Italia e d’oltremanica, una delle quali coinvolge la triade uomo-cane-lupo: «Un esempio di apparizione, per altro benefica, di uomo-cane ci viene proposta dalla leggenda medioevale, presente in Francia e nella Valle Padana, di San Guinefort, salvatore di fanciulli. [...] Sui carri medioevali emiliani del rituale agreste, la testa del cane, o del lupo, veniva abbinata al corpo del serpente, come sugli stendardi militari dei Daci. Al contrario, invece, per la superstizione inglese, nei cani neri si sarebbero nascosti spiriti malvagi, mentre i cani con la testa umana, “seven wisthless”, sette fischiatori, o Gabriel hounds, segugi di Gabriele, sarebbero stati presaghi di morte» (Jerace, 2002: 57).

 In stretto riferimento all’Italia, nel 1991 Silvio Bruno scrisse:

 «Un appassionato di criptologia non avrà difficoltà a reperire, sia nelle librerie che nelle biblioteche, opere generiche o specifiche su angeli, diavoli, draghi, folletti, mostri, orche, streghe e su ogni altra creatura dell’immaginario. Tuttavia, nell’ambito di questi testi, i soggetti discussi e illustrati sono perlopiù non europei e, quando riguardano anche l’Europa, nella maggior parte dei casi le tradizioni italiane sui parazoi, o esseri inesistenti, non sono considerate o hanno una parte marginale. I pochi bestiari moderni, che prendono in esame anche i casi di fantazoologia o di criptozoologia, dimenticati o ricordati, dal nostro folclore, sono spesso lacunosi nell’ambito dei soggetti italiani considerati e, talvolta, mancano di critiche e di spiegazioni oggettive in merito. In questa sede esamino e commento brevemente alcune voci del nostro bestiario comune, scelte in media tra quelle che, per mia esperienza, godono ancora di un credito da parte della cultura popolare. Sia queste voci, che molte altre qui non trattate, costituiscono un bagaglio di nozioni che dovrebbe essere meglio approfondito e che, a certi livelli, è stato o ignorato o scarsamente studiato» (Bruno, 1991: 127).
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Ouroboros, chiesa romanica di santa Maria e san David di Kilpeck

Dell’accattivante Fantazoologia oltre a Silvio Bruno ne parlano anche Folco Quilici (2014), Irene Palladini (2016: 36), Oddone Longo (2013) e Ivana Fogliati (2007: 27). In un’ipotetica competizione di fantaspecie tra Europa e India, è proprio la Fogliati a segnalare per il Paese asiatico il Dhenukasura, un asino dalla forza smisurata; il Kaliya, un serpente con cento teste e fumi tossici che escono dalle narici; il Pralambasura, un mostro dai denti appuntiti e gli occhi di fuoco; l’Aghasura, un serpente terrifico che non chiude mai la bocca; ed infine la Bakasura, un’anatra dalle dimensioni sproporzionate.

Silvio Bruno, invece, fornisce una dettagliata panoramica della collezione di creature zoomorfe, e soltanto alcune volte antropomorfe, che rendono ricco e variegato lo specifico patrimonio culturale immateriale italiano (Bruno, 1991: 127-148):

Anfisbena, è un Sauro anticamente considerato serpente, singolarmente dotato di due teste, una su ogni estremità dal corpo;

Aspio, secondo il folklore del Trentino è un essere dalle sembianze ambigue e derivante dall’incrocio di una salamandra con un pipistrello;

Aspisurdo (nel Cicolano [2] detto Aspusùrdu (Adriani, 2001: 4), è il settimo figlio sordo e cieco di una particolare vipera detta Aspide. Essendo particolarmente velenoso la madre si difende dai morsi mortali del nascituro “partorendolo” sopra un cespuglio, da dove lo lascia cadere senza venirci mai a contatto;

Bezoaro, nome di origine araba, si riteneva che fosse un essere con il potere di curare i malati senza ricorrere alla chirurgia e a ogni altro sistema innaturale, poteva conferire a chi lo deteneva il potere di mutare gli eventi atmosferici;

Biedano, di antica tradizione nel viterbese, era anche chiamato ragno o drago dai popolani meno istruiti;

Bis, tipico del Trentino, veniva descritto con le sembianze di un piccolo drago che abita le cavità di vecchi alberi.

Canett, tipico della cultura piemontese, è la reincarnazione delle anime dei dannati, condannati a scontare i peccati correndo senza sosta per pianure e montagne;

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Parma, Battistero

Celimontano, descritto come un orribile mostro era noto ai romani del quartiere Celio già dai primi decenni del XIX secolo, fu addirittura studiato dal famoso accademico Luigi Metaxà e scientificamente classificato come Anguis latrans;

Cianciut, di origine triestina, suggeva il sangue dei dormienti;

Colapesce, diffuso nei paesi mediterranei e nell’Europa occidentale, localmente gli vengono attribuite sembianze differenziate. Una versione scritta lo mette in relazione con un tale Cola, ragazzo siciliano (per altri pugliese) che aveva mani e piedi palmati, e passava gran parte del tempo immerso nelle acque marine;

Dahu, tipico dell’arco alpino occidentale, si caratterizza per avere gli arti di un lato più corti rispetto a quelli dell’altro lato, caratteristica anatomica che lo obbliga a procedere inesorabilmente in un solo senso di marcia e sempre alla stessa quota sui versanti intorno alle montagne.

Farfaro (o Farfo, o Fabaro), un drago noto fina dal V secolo che «commetteva ogni sorte di nequizie»;

Falsineo, il più noto dei draghi italiani, della sua presenza ne fu addirittura informato il «dottissimo Ulisse Aldrovandi» scienziato bolognese che «ne disegnò la figura [ed] ebbe cura di appenderlo in un Museo, dove si può visitare»;

Haselwurm, noto in Alto Adige e in Trentino, chi ha la fortuna di osservarlo, di tenerlo in mano o mangiarlo acquisisce poteri straordinari come diventare invisibile, scoprire tesori nascosti, comprendere ogni lingua, essere immune da ogni malattia, prevedere il futuro, comandare gli eventi atmosferici ecc.;

Iseno hof (o Isenhof), meglio noto come zoccolo di ferro valdostano, simile ad un bue, rispetto al quale è dieci volte più grande e ha lo metallico che lo caratterizza;

Marroca, tipico della Toscana e derivante dall’incrocio di un serpente con una lumaca, veniva invocato come spauracchio per i bambini;

‘Mbriana, tipico delle zone ombrose campane, si manifesta con le sembianze di farfalla, lucertola o ragno e ha il nome in comune con «una bellissima fata o strega benigna»;

Menardo, nei primi anni del secolo scorso fece molto clamore il ritrovamento di alcune ossa enormi e «di foggia insolita» all’interno di una grotta nei pressi di Castelmenardo (Rieti) che «la fantasia popolare assegnò [...] a un mitico e non meglio precisato bestione di qualche tipo scomparso»;

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Chiesa dei santi Pietro e Paolo, Rosheim, Ansalzia

Muglione, essere originario delle sorgenti prossime a Rosia (Siena), metà bue e metà pesce.

Munaciello, vecchio folletto vestito da frate, tipico delle selve e delle grotte pugliesi, calabresi, lucane e campane;

Murbl, drago o serpente alato dell’Alto Adige;

Nepa, legato all’antica tradizione di Nepi, cittadina del viterbese, il termine in etrusco significherebbe serpente;

Orchera, mostro gigantesco piemontese, poteva muoversi sull’acqua e sulla terra, aveva l’attitudine di divorare tutti gli uomini che riusciva ad acciuffare;

Pantesca, fu udito per la prima volta nel 1982 a Pantelleria;

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Mpastoravacchi (disegno originale di Sara Accettulli)

Pasturavacche (nel Cicolano detto ‘Mpastoravàcchi – Adriani, 2001: 4), lunghissimo serpente che immobilizza le vacche al pascolo cingendole alle zampe posteriori per suggerne il latte;

Regolo (o Basilisco, nel Cicolano Régolu [3] – Adriani et al., 2013: 118), serpente terrifico con la testa di gatto, descritto da Plinio il Vecchio in Naturalis Historia;

Sabini, terrificante branco di cani inselvatichiti che durante il XVII secolo scorrazzava nel reatino più interno e montano facendo razzie;

Settepassi, perfido anguide vampiresco che nelle notti di plenilunio esce all’aperto per aggredire e divorare i viandanti;

Silvestro, orribile essere serpentiforme dei monti sabini che emette fumo dalle narici, noto fin dal 200 d.C.;

Splorcia, essere mostruoso piemontese rapitore dei bambini che al tramonto non rientrano in casa;

Tarànto (o Tarantàsio), mostro anfibio con le zampe simili a quelle della Tarantola, vive nel Lago Gerundo (Lodi) ed è noto fin dall’anno Mille.

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Monreale, Le Arpie, part. di capitello

Per quanto ampia e accurata, questa rassegna non è assolutamente esaustiva, limite già apertamente dichiarato dall’autore.

In generale, le entità della fattispecie in questione appartengono al patrimonio culturale immateriale delle specifiche comunità territoriali che le hanno generate, patrimonio che nella quasi totalità dei casi è tramandato esclusivamente per via orale. Per un’ampia gamma di motivi, essenzialmente correlati alle più o meno recenti dinamiche sociologiche interne alle piccole comunità detentrici, la modalità di trasmissione verbale «di generazione in generazione» si è interrotta, o si sta interrompendo, condizione che pone l’intero patrimonio a rischio di perdita definitiva. Rispetto al trend complessivo non fanno eccezione gli esseri zoomorfi beffardi e terrifici della tradizione del Cicolano. Il grave e incontrastato processo di spopolamento che sta vivendo il territorio è il principale fattore che spinge inesorabilmente in quel verso. In questa situazione non è stato arduo rilevare l’urgenza di correre ai ripari, documentando adeguatamente quanto è stato prodotto nell’ambito delle diverse microrealtà locali. Tutto ciò per evitare che la memoria delle fantaspecie vada incontro all’inesorabile destino dell’oblio nel volgere di poco tempo.

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Chiesa di Saint Pierre, Chauvigny, XII sec.

L’attuale massima premura, quindi, consiste nel garantire continuità alle figure zoomorfe popolari del Cicolano (Rieti), più avanti dettagliatamente presentate, perché, come ha scritto Paula Gunn Allen, autrice originaria Pueblo, le culture che si basano sull’oralità sono costantemente «a una generazione dalla scomparsa [ed è sufficiente] il silenzio di una generazione» (Portelli, 2007: 66-69) per farle perdere definitivamente; infausto evento che si sta tentando di scongiurare con la produzione di questa documentazione.

Considerato che le fantaspecie sono componenti delle culture territoriali, questa testimonianza si colloca nello scenario generato dalla Convenzione per la Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale e dalla Convenzione Quadro sul Valore dell’Eredità Culturale per la Società. La prima emanata dall’Unesco nel 2003 e ratificata dall’Italia nel 2007, l’altra promulgata dal Consiglio d’Europa nel 2005. L’azione sinergica delle convenzioni ha introdotto una nuova visione del patrimonio culturale, non più rivolta in modo esclusivo agli aspetti materiali delle opere d’arte,

«ma considera il patrimonio culturale in una prospettiva integrata, territoriale e partecipativa, capace di guardare alla globalità del territorio nei suoi aspetti materiali e immateriali, alla sua storia, alla memoria, al paesaggio (che è paesaggio culturale), ai saperi e alle pratiche locali relative al lavoro, ma anche agli aspetti festivi e cerimoniali. Tale patrimonio immateriale si sta rivelando fondamentale ai fini di un rafforzamento del sentimento identitario e della trasmissione culturale, soprattutto nelle generazioni più giovani e nel loro radicamento al territorio. Si parla allora di “senso dei luoghi” di “spirito dei luoghi” o di “coscienza dei luoghi”, che soprattutto i più giovani hanno bisogno di recepire non in un’ottica passatista e nostalgica, ma come risorsa, come “forza creativa” sulla quale investire, capace di attivare in futuro progettualità di valorizzazione e di sviluppo» (Padiglione & Broccolini, 2018: 37).
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Abbazia di Vezelay, part. di capitello

Sulla stringente urgenza di dover documentare ciò che si sta rischiando di perdere è stato articolato il progetto che ha coinvolto la Pro Loco di Fiamignano, la neonata Associazione culturale Il Punto e il Liceo Artistico “Antonio Calcagnadoro” di Rieti, inedita e promettente sinergia che ha prodotto questo lavoro. I ruoli assunti dai componenti del sodalizio, definiti a priori e complementari rispetto all’obiettivo che si intendeva perseguire, sono stati così suddivisi: la Pro Loco ha condotto l’indagine di campo e la raccolta della documentazione disponibile sul tema trattato; all’Associazione Il Punto, che riunisce un gruppo significativo di giovani dell’area indagata, è stato chiesto di fungere da snodo per riallacciare quel fondamentale raccordo tra generazioni che si sta drammaticamente perdendo; ai più volenterosi artisti in erba del “Calcagnadoro” è stato affidato il compito di tratteggiare, per la prima volta, le entità fantastiche del Cicolano qui trattate. A tal fine, come da antica consuetudine, agli studenti sono state narrate le vicende degli esseri zoomorfi della tradizione cicolana, e poi è stato chiesto loro di rappresentarli graficamente così come il racconto glieli ha fatti immaginare e dando libero sfogo alla «forza creativa» auspicata da Padiglione e Broccolini (2018: 37). Tutto ciò nella certezza che le morfologie prodotte non sarebbero state identiche a quelle idealizzate in passato, ma anche nella piena consapevolezza, e condivisione, che le manifestazioni folkloriche non sono e non debbano restare immutabili nel tempo, ma siano invece soggette a una progressiva evoluzione.

Concetto chiaramente esemplificato da Leslie Marmon Silko, un’altra autrice americana indiana Pueblo:

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Regolu (disegno originale di Igli Ranxha)

«Oggi la gente pensa che le cerimonie dovrebbero essere eseguite esattamente come si è sempre fatto, e che basta un lapsus perché la cerimonia debba essere interrotta o il disegno di sabbia distrutto. Ma il cambiamento è cominciato già molto tempo fa, quando la gente ha ricevuto in eredità queste cerimonie, non fosse altro che per l’invecchiare del sonaglio di zucca giallo o il restringersi della pelle sull’artiglio d’aquila, o anche solo per come cambiavano le voci di generazione in generazione di cantori» (Portelli, 2007: 66-69).

È questa un’opportunità che garantisce agli appartenenti delle nuove generazioni che vogliano cimentarsi, la possibilità di esprimere la propria singolarità pur conservando viva la tradizione.

 «[...] lavorare per i beni immateriali della tradizione orale [-sostiene Portelli-] non significa proteggere l’immutabilità di culture folkloriche pensate come residui congelati di passati localistici (come nel folklorismo fascista che relegava il mondo popolare in uno spazio di subalternità con la pretesa di esaltarne le tradizioni). Significa, piuttosto, garantire il diritto e la possibilità che la tradizione si trasformi con i suoi stessi mezzi e secondo le proprie necessità, e che questa trasformazione non sia né eterodiretta né imposta» (Portelli, 2007: 66-69).

Tra le entità zoomorfe cicolane, delle quali qui si presentano le immagini inedite, ci sono gli ‘Mpastoravàcchi, serpenti eccezionalmente lunghi, che pare abbiano l’abitudine di cingere le zampe posteriori delle vacche al pascolo per suggerne il latte;

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Scopaculu (disegno originale di Mariangela Ottaviani)

i Régoli (Adriani et al., 2013: 118; Bruno, 1991: 142), anch’essi serpenti, descritti con una inusuale testa di gatto che li rende terrifici;

i Mazzamorélli, notturni e appartenenti alla «“eredità culturale” [dei] terrori superstiziosi» di Alberto Mario Cirese (1961/62: 74), a causa dell’inquietante consuetudine di abitare le aree prossime ai cimiteri e di trascinare agl’inferi chiunque riescano a catturare;

gli Scopacùli [4], esseri contemporaneamente uccelli e mammiferi, tipici delle aree agricole e forestali, accomunati ai precedenti dalla terrificante attitudine di trascinare agli abissi chiunque riescano ad acciuffare.

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Mazzamorellu (disegno originale di Igli Ranxha)

Grazie all’inedita galleria di rappresentazioni prodotta dagli studenti del Liceo Artistico “Antonio Calcagnadoro” di Rieti, finalmente gli esseri zoomorfi beffardi e terrifici della tradizione orale del Cicolano prendono forma. In tal modo, analogamente a quanto è positivamente accaduto in altri ambiti territoriali, come è il caso del Dahu nell’arco alpino occidentale [5], anche il Turrinsàccu e i suoi fantastici conterranei sono definitivamente messi a riparo dal rischio di “estinzione mnemonica”.

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Turrinsàccu (disegno originale di Igli Ranxha)

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Saìnu (disegno originale di Laila Martinelli)

La nuova condizione consentirà «di attivare in futuro progettualità di valorizzazione e di sviluppo» (Padiglione & Broccolini, 2018: 37) che contribuiscano all’auspicabile rinascita del territorio che li ha concepiti [6], e che oggi è in gravissima e inascoltata sofferenza.

Se fin qui si è argomentato sulle entità zoomorfe del Cicolano, senza essere esaustivi per la vastità della materia [7], un tema che per lo stesso territorio resta inesplorato e merita attenzione è il Fitomorfismo simbolico. In tale ambito sono ampiamente noti l’Albero di maggio, che si celebra in molte aree nazionali e oltre confine, e la Pagliara maje maje, benevola figura molisana descritta intorno alla metà del secolo scorso da Alberto Mario Cirese (1955: 207-224).

Ad essa sembra corrispondere un’analoga entità simbolica recentemente riscoperta nella media Valle del Salto, chiamata Saìnu (Adriani & Morelli, 2018: 216), che si sta ancora studiando ma ha già evidenziato alcune caratteristiche molto interessanti.

Dialoghi Mediterranei, n. 37, maggio 2019
 [*] Ringraziamenti. Gli autori ringraziano Lorenzo Battella, Beatrice Ciccotti, Sofia D’Angeli, Gianlica Di Gennaro, Alessio Ilari e Federico Pedetti, studenti della classe IVC del Liceo Artistico “Calcagnadoro”, per essersi impegnati nelle rappresentazioni degli esseri zoomorfi di fantasia. Grazie infine a Vincenzo Ruscitti, che ha dato molto per la protezione ambientale e la documentazione delle tradizioni del Cicolano.
Note
[1] Un chiaro esempio lo fornisce la mitologia romana con l’iconografia antropozoomorfa dei Fauni.
[2] Il Cicolano è una subregione interna e montana della provincia di Rieti.
[3] Di questo strano serpente così ne parlava Vito Fabellini da Sant’Elpidio di Pescorocchiano (Rieti), contadino e casaro (1908-2013): «Ci stàvanu l’animali strani. Se dicéa de certe vipere có’ la còccia de attu; chi le chiamava in una manèra e chi in un’atra. Certi vécchi dicévanu de li régoli, io nó’ l’ho mai visti».
[4] Il nome sembra avere origine dai benevoli colpi di ramazza che le madri davano sul sedere dei bambini quando c’era bisogno di richiamarli all’ordine.
[5] «[...] l’animale che si è meglio adattato alla marcia a mezza costa in montagna. Le gambe a valle, più lunghe di quelle a monte, gli consentono un’eccezionale stabilità sui pendii ripidi. È molto conosciuto nell’area francofona europea, dalle Alpi ai Pirenei» Studylib, Salviamo il Dahu…, <https://studylibit.com/doc/7431478/%C3%A8-l-animale-che-un-po–di-storia-antica-molti-nomi-per-un…>, 2019/01/03.
[6] Per l’uso del Dahu nella promozione territoriale e di alcuni prodotti tipici delle Alpi occidentali vd.:
a) Prodotti tipici del Piemonte, Formaggio dahu, <prodottidelpiemonte.blogspot.com/2016/02/formaggio-dahu.html>, 2019/14/03.
b) Torinoggi, Quattro comuni seguono le orme del mitico Dahu, <torinoggi.it/2019/03/04/leggi-notizia/argomenti/eventi-11/articolo/quattro-comuni-seguono-le-orme-del-mitico-dahu.html>, 2019/14/03.
c) Formaggio tipico Parchi Alpi Cozie, Progetti di territorio, <parchialpicozie.it/project/detail/formaggio-tipico-parchi-alpi-cozie/>, 2019/14/03.
[7] Su questo tema, con specifico riferimento al Turrinsàccu, è in preparazione un apposito saggio che documenta i presupposti e le dinamiche delle vicende che lo riguardano.
Riferimenti bibliografici
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Pacifici, G. (a cura di) (2015), Le maschere del male. Una sociologia, Milano, Franco Angeli: 103.
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Palladini, I. (2016), Occhi da incantamondo. Un ritratto critico e tredici dialoghi su Sergio Atzeni, Milano, Franco Angeli: 36.
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 Settimio Adriani, laureato in Scienze Naturali e Scienze Forestali, si è specializzato in Ecologia ed ha completato la formazione con un Dottorato di ricerca sulla Gestione delle risorse faunistiche, disciplina che insegna a contratto presso l’Università degli Studi della Tuscia di Viterbo (facoltà di Scienze della Montagna, sede di Rieti) ed ha insegnato presso le Università degli Studi “La Sapienza di Roma” (facoltà di Architettura Valle Giulia) e dell’Aquila (Dipartimento MESVA). Per passione studia la cultura del Cicolano, ed ha pubblicato numerosi saggi.

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 Antonella Ruscitti, laureata in Lingue e mediazione culturale presso l’Università degli studi dell’Aquila. Nel 2017 ha conseguito il master di primo livello in Global marketing, comunicazione e made in Italy, nel 2018 ha conseguito la laurea magistrale in Scienze linguistiche letterarie e della traduzione presso l’Università La Sapienza di Roma. Per passione personale da alcuni anni è attiva nella raccolta degli usi e dei costumi tradizionali del Cicolano. Nel 2010 ha contribuito alla stesura del racconto di memoria orale Transumanza, inserito nel libro Racconti di briganti.

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 Luigi Verzilli, dal 1984 frequenta l’Accademia di Belle Arti di Roma nella sezione di Scultura, dal 1989 al 1993 è insegnante di scultura presso il Liceo artistico di Omegna, in provincia di Novara, dove frequenta lo studio dello scultore Raffaele Polli. Nel ’93 vince il concorso a cattedre presso il liceo artistico Paul Klee di Genova, dove rimane fino al ’96, quando ottiene il trasferimento all’Istituto Statale d’Arte di Rieti (attuale Liceo Artistico) dove attualmente lavora. È autore di numerose opere ceramiche, in marmo e in bronzo.

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