Possiamo fare a meno di prestare ascolto alla voce degli dèi?

 Platone e Aristotele, Luca della Robbia, formella, 1437-1439.

Platone e Aristotele, Luca della Robbia, formella, 1437-1439

di Pietro Piro

L’uomo non porta come suo pathos in sé un unico dio; ma l’animo dell’uomo è grande e vasto. A un vero uomo appartengono molti dèi ed egli raccoglie nel suo cuore tutte le potenze che sono sparse nella cerchia degli dèi; tutto l’olimpo è raccolto nel suo petto.

G.W. F. Hegel, Lezioni di Estetica

L’uomo del nostro tempo, così docilmente programmato a vivere nella dimensione ovattata e sterilizzata del sistema tecnico [1], attinge raramente in maniera diretta agli elementi naturali che nutrono la vita [2]. L’aria, l’acqua, la terra, il cielo e tutte le sostanze naturali [3], esistono per lui solamente come materiali di consumo [4].

L’uomo ricorda vagamente la sua origine organica e naturale [5] e solo nei momenti peggiori in cui il corpo – residuo di una caducità carnale che prima o poi sarà superata e dimenticata – reclama attenzioni e cure. Le forze che interessano questo tipo d’uomo sono immateriali e astrattamente simboliche. Non sono fatte di materia organica ma di algoritmi, sequenze, transazioni. Il sistema tecnico garantisce continuità alle esperienze d’isolamento dagli elementi e li eclissa in una lontananza abissale.

L’uomo del sistema tecnico non ha dimenticato l’Essere [6] – occupazione di cui non conserva nessuna memoria e nessuna abilità – ma la totalità degli elementi naturali (che fino a pochi secoli fa rappresentavano il suo ambiente) che lo sostengono. Padrone autoproclamato del proprio destino, lo modella su macchine alla soglia della presa di coscienza della propria identità.

La connessione con il mondo che questo tipo d’uomo cerca non è armonica e naturale ma disarmonica e artificiale. Per sopravvivere gli bastano piccole, nevrotiche, distratte conferme narcisiste [7], ricavate attraverso un profilo digitale esposto al massacro.

Lontanissimo è il tempo in cui gli elementi naturali suscitavano un timore capace di terrorizzare e di generare la prima luce della coscienza religiosa. Il fulmine non è più un segno caduto dal cielo per ammonire gli uomini ma una scarica di energia elettrica che condiziona il traffico aereo e causa ritardi inaccettabili.

Persino un’eruzione vulcanica – segno innegabile della potenza degli elementi magmatici che agitano il sottosuolo – si trasforma in un’immane causa d’inceppamento di flussi umani, in una volgare materia di discussione tra studi legali addetti al calcolo dei rimborsi.

Certo, la vita continua a suscitare emozioni, ma solo se scorre entro gli schemi rigidissimi dei dispositivi sanitari, sociali, politici ed economici. Altrimenti, si trasforma facilmente in emergenza, devianza, malattia da contrastare con tutte le armi accumulate negli arsenali.

Anche la fede in un Dio subisce il fascino del dispositivo regolante e normativo che legiferando e giudicando, rende la vita religiosa tediosa e asfissiante. Pochissimi gli asceti che si ritirano nelle selve o in alti monti, desiderosi di un contatto diretto e implacabile con gli elementi. Forse, sono i soli che godono ancora del potere luminoso [8] di un fuoco nella notte oscura o dell’influsso notturno e benevolo della luna.

Per tutti gli altri, un ambiente quasi totalmente artificiale [9], garantisce esistenze precarie, indebitate, frustrate, monotone, ampiamente sostenute da rappresentazioni tanto oscure quanto ridicole dalla società dello spettacolo.

1Gli uomini antichi sapevano bene che il mondo è dominato da potenze sacre [10]. Potenze il cui segno più riconoscibile è agire contro il quotidiano. Potenze in grado d’invertire il corso degli eventi, di sottomettere i flussi ordinari al proprio potere, d’ingaggiare battaglie sconvolgenti contro tutto ciò che rende il mondo prevedibile.

Se l’uomo vuole vivere in armonia nel mondo, deve necessariamente conoscere queste potenze e sapere come trattare con loro. Il rischio, altrimenti, è altissimo. Tutta la vita può essere in pericolo e non solo, anche la vita stessa del mondo e dell’universo. È questo, forse, il significato più antico dei sacrifici: mantenere in vita un ordine in grado di sostenere tutto l’Universo [11]. A quest’ufficio l’uomo antico si è sempre dedicato con la massima attenzione, dedicandogli tempo ed energie, saggezza ed esperienza, potere e denaro, pur di mantenere “l’ordine cosmico” [12] di cui le potenze tessono continuamente la trama.

Le potenze possono distruggere tutta la vita, impossessarsene, farsi gioco dei progetti e delle aspettative umane. La creatura uomo sa che il suo creatore agisce con un disavanzo di potenza insormontabile, di fronte alla quale nessuno sforzo umano può resistere. Compito dell’uomo è tenere a bada le potenze. I mezzi per farlo possono essere molteplici e legati da un lato alla fantasia dell’uomo e, dall’altro, all’eclettica bizzarria delle manifestazioni della potenza.

Intrattenere rapporti con le potenze è stato sempre il compito di uomini con caratteristiche straordinarie. Sciamani [13], veggenti, invasati, posseduti, profeti, medium e altri mille termini sono stati utilizzati per definire la loro capacità di entrare direttamente in contatto con le potenze e interpretarne il volere.

Il loro compito è stato sempre difficilissimo. Ogni volo può portare alla caduta rovinosa. 2Ogni nuova rivelazione può causare la distruzione dell’intera comunità. Ogni dono può suscitare ira e distruzione. Gli uomini ordinari li temono e li invidiano, li ammirano e ne hanno timore. Questi uomini speciali rischiano molto ma, allo stesso tempo, sono portatori di privilegio, di esclusività, di eccentricità. Possono essere gentili e silenziosi, difficili alla parola o prolissi e aggressivi. Possono salire su una corda appesa al nulla o dimorare in una capanna nel centro del villaggio. Possono scomparire e riapparire a cavallo di una freccia o mostrare in pubblico una coscia d’oro.  Quello che importa non è la loro bizzarra esistenza di uomini ma la loro capacità di tenere a bada le potenze e fare in modo che gli altri uomini meno capaci non si allontanino troppo dal loro volere.

Anche la potenza stessa può assumere mille volti [14] e mille nomi e può anche eclissarsi per riapparire poi in mille e mille forme ancora. Può agire come singolarità e come pluralità, come un Tutto o come un infimo dettaglio. Potenza/potenze, nomi che non sono altro che semplici rimandi a un indicibile smisurato. Un eccesso che logora le forme.

Colomba o roveto ardente, folgore o fantasma, demone o dea, ninfa o serpente piumato. Non ci sono limiti all’intelligenza della potenza. Confonde e persuade, terrorizza e affascina, riempie i cuori di speranza e getta nella disperazione. Si direbbe quasi che gioca [15]. Ma un gioco grande, indefinito e indefinibile, dove dentro ci sono tutti i piani, tutti i livelli, fisici e metafisici.

Solo la potenza esiste, tutto il resto è manifestazione giocosa dell’illusione cosmica [16]. Debole tessuto che solo il saggio illuminato può percepire e squarciare per poi ricadere però nella matrice che tutto genera e distrugge. Creazione e distruzione, ordine e caos, materia e forma, tutto nasce e perisce nel gioco puerile e vegliardo della potenza.

Compito della cultura umana è provare a ricordare il volto di questa potenza con canti, racconti, immagini, monumenti o solo semplici sussurri. Segni materiali che conservano la memoria di un passaggio, il brivido di un attraversamento.

3Le acque che si aprirono, il cielo diurno che si fece notte, il drago sconfitto da un cavaliere, l’ascesa in cielo a cavallo di una mula, il serpente che fa da ombrello. Tutti segni dell’incredibile varietà delle forme della potenza. Forme che celano la sua essenza. Impossibile per l’uomo comprenderla fino in fondo.

Dall’uomo della caverna sino all’uomo sull’astronave si è sempre cercato di dare un volto alla potenza. Un nome e una forma. Non inganni lo stile asettico e distaccato dell’uomo di oggi. Egli si crede padrone del proprio destino. Un dio ben fatto in grado di manipolare con l’argilla della tecnica il futuro. Ma questa illusione dura pochissimo. Qualunque evento esterno o interno che sia capace di scuotere le fondamenta di questa illusione – la morte improvvisa di una persona amata, una malattia incurabile, una sventura economica, una perdita di efficienza, le conseguenze di una dipendenza – e la sua fortezza si sgretola e cade in rovina.

Allora, eccolo, pronto a ricercare in ogni angolo recondito del globo interconnesso uno stregone, un guru, un mago, un medium, chiunque dichiara di essere in grado di evocare in suo favore potenze di cui sente l’assoluta necessità.

E non stupisca nemmeno il circo dei presunti addetti alla potenza – moltissimi dei quali non sono altro che ciarlatani incapaci di qualunque sensibilità, straordinari sfruttatori delle debolezze umane [17] – perché la loro funzione è vitale e non può essere sostituita da un algoritmo o da un ufficiale di polizia.

4L’uomo oggi, rischia di riconosce la potenza solo nella disperazione. È questa la sua più grande condanna. Conoscere ciò che è più importante conoscere nella vita solo quando il suo universo d’illusioni egoiche cade in frantumi.  Se al centro della saggezza antica e della educazione che ne derivava molta importanza aveva la capacità di entrare in relazione con le potenze superiori, oggi, questa strada sembra essere quasi del tutto bloccata dalla valanga dello scetticismo e della tecnologia. Esiste ancora oggi la possibilità di entrare in contatto con la potenza senza esserne stravolti per ottenerne dei benefici? La malattia mentale è un momento privilegiato per entrare in contatto con questo piano di realtà?

Sono contrario all’ipotesi che la malattia mentale sia una porta privilegiata per la comprensione della potenza. Per lo più si tratta solo di sintomi di squilibrio che si può cercare di risanare con molte cure e tanta amorevole pazienza. Solo pochi uomini straordinari possono fare dei loro momenti di follia dei nuovi sentieri da percorrere per accrescere i già alti livelli di coscienza che già possiedono [18] – e se non li possedessero già non sarebbe certo la follia a fornirglieli – ma non è detto che non possano trovarli anche in situazioni più ordinarie che – a guardare bene – in realtà, non hanno proprio nulla di ordinario.

Tutta la vita, infatti, anche quella che sembra più ovvia e banale, poggia su una successione infinita di nessi, di rimandi evocanti, di cerchi concentrici, di piani simbolici, la cui natura ultima sfugge. La follia non parla necessariamente il linguaggio della potenza che però, a volte, per farsi largo nelle coscienze degli uomini deve stravolgere tutti gli ordinamenti, tutte le strutture, tutte le convinzioni.

5Oggi possiamo ancora dare voce alle manifestazioni della potenza, ripartendo dal dare ascolto al linguaggio degli elementi naturali, al loro grido [19] di disperazione di fronte a un uomo che inquina, devasta, brucia, accumula, come se non fosse più parte di quel Tutto di cui la potenza è la ragione ultima. Un uomo sordo e cieco, manipolato e manipolabile, preda dei saltimbanco e dei ciarlatani.

Di questo tipo di uomo incapace di ascolto, sono state date descrizioni minuziose nei testi di quegli uomini visionari che hanno cercato una relazione con la potenza. Uomini che sentirono con estrema lucidità il degradarsi delle capacità d’intuizione e di comprensione dei propri simili. Questi saggi hanno descritto questi ciechi che si affrettano all’abisso con ironia e ventre gonfio. Veri e propri signorini soddisfatti [20] che si avviano spediti al macello.

Gli strumenti tecnici che utilizzano – e che li hanno emancipati dalla relazione quotidiana con quegli elementi organici di cui sono composti – potrebbero aiutarli a sviluppare nuove forme di vita e a stabilire nuove priorità. Esplorare nuovi livelli di coscienza ma, purtroppo, come degli stolti, li utilizzano quasi solamente per accrescere il piccolo e limitato Io che li tiene imprigionati nell’illusione.

Pochi uomini dotati di altre sensibilità cercano invece d’invitarci a un diverso modo d’intendere la relazione con quegli dèi e demoni che sembriamo avere dimenticato per sempre ma che riappaiono immediatamente, ogni volta che sfiorando l’abisso della disgregazione finale dell’Io, sentiamo il bisogno di una consolazione più grande, di un destino meno orrendo, che possa dare un senso al nostro soffrire.

A queste voci che gridano nel deserto dovremmo cercare di prestare più ascolto, per non dimenticare del tutto il senso del nostro errare. Possiamo certamente fare a meno di prestare ascolto alla voce dei nostri “dèi” ma il prezzo da pagare sarà il tormento di chi non è più capace di accedere ai livelli più alti della propria coscienza.

Dialoghi Mediterranei, n.30, marzo 2018
Note
[1] «È facile costatare che tutto ciò che costituiva la vita sociale, il lavoro, lo svago, la religione, la cultura, le istituzioni, tutto ciò formava un insieme ampio e complesso, in cui s’inseriva la vita reale, in cui l’uomo trovava al contempo ragione di vita e angoscia, tutte queste attività “lacerate e più o meno irriducibili le une nella altre”, tutto ciò è ora tecnicizzato, omogeneizzato, integrato in un nuovo insieme che non è la società. Non c’è più alcuna significativa organizzazione sociale o politica possibile per questo insieme di cui ciascuna parte è sottomessa a tecniche, legata ad altre da tecniche» (J. Ellul, Il sistema tecnico, Jaka Book, Milano 2005: 32).
[2] «“L’arte di nutrire la vita” è la traduzione di un’espressione cinese molto nota, yang shen,  che definisce come l’unica vera responsabilità dell’uomo sia quella di prendersi cura del mantenimento e dello sviluppo del potenziale di vita di cui è investito; questo significa non solo ricreare le proprie forze man mano che si perdono, ma anche ravvivare le proprie capacità fisiche e mentali. […] Come per il metabolismo nutrizionale, “nutrire la vita” è mantenersi evolutivi: il nutrimento è rinnovamento e sul piano interiore è la capacità di liberarsi dai legami e dagli intralci che le faccende umane ci creano» (F. Berera-A.F. Franchini-E. Minelli, La riabilitazione e la Medicina tradizionale cinese. Mantenere la vita, recuperare la salute, in C. Cristini, A. Porro, M. Cesa-Bianchi (cur.), Le capacità di recupero dell’anziano: modelli, strumenti e interventi per i professionisti della salute, Franco Angeli, Milano 2011: 97). Su questo argomento è utile partire da F. Jullien, Nutrire la vita. Senza aspirare alla felicità, Raffaello Cortina Editore, Milano 2006. Ottima la recensione al libro di V. Cuomo: http://www.kainos.it/numero7/recensioni/jullien.html Si veda anche: W. Xuanjie, J. P. C. Moffett; Dall’arte di nutrire la vita: qi gong, gli esercizi del palo eretto, Jaca Book, Milano 2016.
[3]  Notevole quest’osservazione sul concetto di “elemento”: «I cinesi non considerano un elemento come sostanza materiale, bensì come un’energia – una qualità specifica dell’universo. Come dimostra la traduzione, questo termine non è limitato alla forza della natura, ma si riferisce in generale alle sue leggi e ai suoi princìpi. Gli elementi sono considerati come fasi di transizione delle diverse manifestazioni del qi – come stati energetici che ritornano ciclicamente. La concezione cinese delle fasi di transizione e degli stati energetici corrisponde, in modo sorprendente, alle moderne scoperte della fisica […] Gli elementi sono forze che si mantengono reciprocamente in equilibrio, che si creano reciprocamente, che reciprocamente si trasformano e si limitano. Se le correlazioni energetiche sono equilibrate, lo squilibrio si manifesta negli esseri umani come sconforto e malattia, nella società come debolezza, ingiustizia e guerra. Se gli elementi sono in stato di equilibrio, in una persona come in una società o in uno stato, ne deriva l’armonia e la salute, la bellezza e la grazia» (A. Eckert, Manuale pratico di medicina cinese: il potere dei cinque elementi: qi gong, tai chi, agopuntura, feng shui nella cura di corpo e anima, Hermes, Roma 2001: 27-28).
[4] «L’uomo, preso dal desiderio di avere e di godere, più che di essere e di crescere, consuma in maniera eccessiva e disordinata le risorse della terra e la sua stessa vita. Alla radice dell’insensata distruzione dell’ambiente naturale c’è un errore antropologico, purtroppo diffuso nel nostro tempo. L’uomo, che scopre la sua capacità di trasformare e, in un certo senso, di creare il mondo col proprio lavoro, dimentica che questo si svolge sempre sulla base della prima originaria donazione delle cose da parte di Dio. Egli pensa di poter disporre arbitrariamente della terra, assoggettandola senza riserve alla sua volontà, come se essa non avesse una propria forma e una destinazione anteriore datale da Dio, che l’uomo può, sì, sviluppare, ma non deve tradire. Invece di svolgere il suo ruolo di collaboratore di Dio nell’opera della creazione, l’uomo si sostituisce a Dio e così finisce col provocare la ribellione della natura, piuttosto tiranneggiata che governata da lui. Si avverte in ciò, prima di tutto, una povertà o meschinità dello sguardo dell’uomo, animato dal desiderio di possedere le cose anziché di riferirle alla verità, e privo di quell’atteggiamento disinteressato, gratuito, estetico che nasce dallo stupore per l’essere e per la bellezza, il quale fa leggere nelle cose visibili il messaggio del Dio invisibile che le ha create. Al riguardo, l’umanità di oggi deve essere conscia dei suoi doveri e compiti verso le generazioni future» (Giovanni Paolo II, Centesimus Annus, n. 37. Consultabile integralmente su: http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_01051991_centesimus-annus.html)
[5] «Noi siamo la Terra stessa che in questa fase della sua evoluzione ha cominciato a sentire, pensare, amare, venerare e avere cura. Per questo la parola uomo deriva da humus, ‘terra fertile’. Analogamente il termine adam, ‘uomo’ deriva da adamah, suolo, ‘terra fertile’. Noi siamo il frutto del suolo fecondo della Terra» (L. Boff-M. Hathaway, Il Tao della liberazione: esplorando l’ecologia della trasformazione, Fazi Editore, Roma 2014: 562).
[6] «L’impostazione data da Platone e la strada imboccata dalla metafisica occidentale spiegano il primato della tecnica nel mondo moderno: essa non è solo un elemento occidentale, ma è il risultato inevitabile di un processo per cui l’uomo ha dimenticato l’essere e si è imprigionato, aggrovigliato negli enti. Bisogna dunque cambiare strada e percorrere “nuovi sentieri”: rovesciare l’impostazione della metafisica classica e, invece di interrogare, dominare, sfruttare l’ente, dischiudere le porte all’essere perché riveli il suo senso più riposto. L’uomo deve diventare pastore dell’essere e non padrone dell’ente, deve essere testimone e ascoltatore della voce dell’essere e non dominatore e sfruttatore dell’esistente» (M. T. Pansera, L’uomo e i sentieri della tecnica: Heidegger, Gehlen, Marcuse, Armando, Roma 1998: 21).
[7]  Per una approfondita analisi delle forme del narcisismo: V. Cesareo – I. Vaccarini, L’era del narcisismo, Franco Angeli, Milano 2012. Si veda anche: L. Di Gregorio, La società dei selfie: Narcisismo e sentimento di sé nell’epoca dello smartphone, Franco Angeli, Milano 2017: 45- 52.
[8] Per una completa analisi di questo termine vedi: R. Otto, Il sacro: sull’irrazionale nell’idea del divino e il suo rapporto con il razionale, Morcelliana, Brescia 2011.
[9] «In un lasso di tempo brevissimo, infatti, la tecnologia ha abbreviato i nostri legami con l’ambiente fisico, modificato il nostro ambiente intellettuale, generato onde di cambiamento sempre più brevi e dalla forza d’urto senza precedenti, prodotto stravaganti flore sociali, compromesso i meccanismi integrativi del passato, opacizzato orizzonti di senso e corredi valoriali, accelerato la rotazione delle cose, introdotto problemi inediti per l’uomo contemporaneo (peraltro sempre più de-naturalizzato), immesso nella quotidianità un abbacinante dinamismo che raccoglie entusiastici, svaporati consensi» (E. Spedicato Lengo – G. Bongo, Società artificiale: dal consumismo alla convivialità, Franco Angeli, Milano 2015: 58.
[10] Fondamentale per intendere il termine potenza per come è utilizzato in queste righe: G. van der Leeuw, Fenomenologia della religione; Boringhieri, Torino 2017: 7-31.
[11] J. Ries, Alla ricerca di Dio: la via dell’antropologia religiosa, Jaca Book, Milano 2009: 184-185.
[12] «Verità significa restare nell’ordine cosmico, corrispondente alla realtà così com’è» (B. Baumer, Upanishad: spunti di meditazione per i cristiani, Edizioni mediterranee, Roma 2003:. 32.
[13] Resta fondamentale: M. Eliade, Lo sciamanesimo e le tecniche dell’estasi, Edizioni Mediterranee, Roma 2005. Utilissimo per ricostruire il dibattito su questo testo: G. Casadio, Lo sciamanesimo: prima e dopo Mircea Eliade, Il Calamo, Roma 2014. Si veda anche: A. Saggioro (cur.), Sciamani e sciamanesimi, Carocci, Roma 2010.
[14] Resta lettura proficua e nutriente: J. Campbell, L’ eroe dai mille volti, Lindau, Torino 2016.
[15] Su questo particolare gioco: N. D’Anna, Il gioco cosmico: tempo ed eternità nell’antica Grecia, Edizioni Mediterranee, Roma 2006. Sull’importanza del concetto di mondo come gioco (lila) di Dio nell’induismo: J. Herbert, L’ induismo vivente, Edizioni Mediterranee, Roma 1985: 33.
[16] Vedi: M. Eliade, Mefistofele e l’androgine, Edizioni Mediterranee, Roma 1995: 32.
[17] Può essere utile: A. Pavese, Il libro nero della magia: maghi, truffatori, ciarlatani & cialtroni in Italia oggi, Piemme, Casale Monferrato 2003.
[18] Si potrebbe partire da: K. Jaspers, Genio e follia: Strindberg, Van Gogh, Swedenborg, Hölderlin, Rusconi, Milano 1990.
[19] «Oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri» (Papa Francesco, Laudato Si’, n. 49).
[20] Potrebbe essere utile rileggere: J. Ortega y Gasset, La ribellione delle masse, SE, Milano 2001. Per una fenomenologia dell’uomo-massa con ricostruzione storica del termine: P. Piro, La peste emozionale, l’uomo-massa e l’orizzonte totalitario della tecnica: un seminario, alcuni saggi e materiali per uno schizo-umanesimo, Mimesis, Milano-Udine 2012.
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Pietro Piro, dottore di ricerca in Comunicazione Politica, si è formato nelle università di Urbino “C. Bo”, UNED Madrid, Complutense (UCM), Roma Tre. Ha insegnato Sociologia presso l’Università di Roma Tre. I suoi più recenti lavori sono: Nuovo Ordine Carnevale (2013); Francisco Franco. Appunti per una fenomenologia della potenza e del potere (2013); I frutti non colti marciscono (2014); Auschwitz è ancora possibile? (2015); La comunità dei virtuosi. Una sfida al conformismo sociale (2016); Tornino i volti. Scritti d’occasione (2017). Ha ideato e diretto le sei edizioni del Seminario Popolare sul Pensiero dell’Estremo Oriente. È stato redattore della Rivista “Filosofia e nuovi sentieri”. Suoi contributi sono apparsi in numerose riviste in Italia e all’Estero. È membro della Società Italiana di Storia delle Religioni.
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