Pino Veneziano, cantastorie e anarchico selinuntino. Una conversazione con Consolo e Ovadia

Foto copertinadi Umberto Leone e Rocco Pollina 

Poeta popolare che si accompagnava con la chitarra, Pino Veneziano gestiva a Selinunte negli anni ’70, e ancora agli inizi degli anni ’80, una di quelle terrazze sul mare che era meta di buongustai, amanti delle antiche rovine della Magna Grecia e di una natura ancora incontaminata.

Personaggio singolare, Pino non nutriva particolare interesse per la notorietà o le luci della ribalta: il suo palcoscenico preferito erano i tavoli del suo ristorante. Ma ad ascoltarlo non furono solo amici o avventori di passaggio. Rimasero incantati dalla sua voce anche Lucio Dalla, Fabrizio De André (che lo volle come spalla al suo primo concerto in Sicilia), il poeta Ignazio Buttitta (che scrisse la presentazione al suo unico disco pubblicato nel 1975) e il poeta Jorge Luis Borges che, ormai cieco, trovandosi a Selinunte insieme a Ferdinando Scianna, dopo aver ascoltato le sue canzoni, si commosse e volle toccargli il viso. Ancora oggi è rimasta viva l’eco della sua poesia e dei suoi ritornelli, che non è raro ascoltare dai giovani selinuntini tra i falò delle spiagge o nei ristoranti.

Nel 2009 l’Associazione che organizza il Premio Pino Veneziano, in occasione del quindicesimo anno dalla scomparsa del cantastorie di Selinunte, ha raccolto in un libro e in un cd, Di questa terra facciamone un giardino (a cura della Associazione Pino Veneziano, Coppola editore, Trapani), alcune delle sue più significative canzoni di protesta e d’amore, reinterpretate da personalità del panorama musicale nazionale. Oltre a raccontare la vita, gli aneddoti e i testi delle canzoni di questo straordinario interprete della musica popolare siciliana, il libro contiene gli interventi di Vincenzo Consolo, Gaetano Savatteri e Ascanio Celestini. All’incisione hanno partecipato: Peppe Barra, Roy Paci, Sud Sound System, Moni Ovadia, Officina Zoè, Etta Scollo, Pippo Pollina, Gabriele Rampino, Enrico Stassi, Clara Salvo, Matilde Politi, Mondorchestra e Umberto Leone.

Presentammo il libro il 5 novembre 2009, presso il circolo Arci “La Scighera” di Milano, insieme a Vincenzo Consolo e Moni Ovadia, con la moderazione di Lorenzo Valera, ex speaker di Radio Popolare e collaboratore del circolo che ci ospitava.

Il testo proposto qui di seguito è la trascrizione degli interventi della serata. Pino Veneziano è stato il punto di partenza di una conversazione che ha abbracciato l’etnomusicologia e alcuni aneddoti personali dei partecipanti raccontati in modo informale, eppure quasi più preziosi e illuminanti di un trattato storico-antropologico sulla musica popolare.

L’Associazione che organizza il Premio Pino Veneziano vi dà appuntamento alla nuova edizione, che si svolgerà a Selinunte, quest’estate, rinnovando una tradizione che ha portato artisti straordinari in quei luoghi meravigliosi. Per l’edizione 2016 si prevede la partecipazione dell’ex ministro Fabrizio Barca, degli scrittori Franco Arminio, Gaetano Savatteri, Pietrangelo Buttafuoco, Matteo Collura, Antonino Cangemi.

Veneziano e Borges (ph. F. Scianna)

Veneziano e Borges (ph. F. Scianna)

Lorenzo Valera – Buonasera a tutti, benvenuti alla Scighera, ringraziamo subito Umberto Leone per aver introdotto questa serata, passiamo subito a presentare gli ospiti di questa serata, ché siamo veramente molto orgogliosi di ospitare qui in Scighera gli altri che vedete sul palco, che sono ovviamente Moni Ovadia, Vincenzo Consolo e Rocco Pollina, che insieme a Umberto Leone è curatore del libro-cd che stiamo presentando questa sera. Dicevo: siamo orgogliosi e anche molto felici di avere scoperto qualcosa, perché questa proposta ci è arrivata, come dire, come un fulmine a ciel sereno. Io non conoscevo assolutamente questo cantastorie ed è stata veramente una bella scoperta e sono molto felice di questa scoperta. Iniziamo rapidissimi, soprattutto perché Moni ha avuto la gentilezza di essere qui questa sera, ma sappiamo che ha spettacolo e quindi dovrà abbandonarci presto e quindi subito gli diamo la parola, non prima, però, Rocco, di avere spiegato in due parole magari, di chi stiamo parlando. Chi è questo eccezionale cantastorie che probabilmente tanti, come me, a Milano non conoscono?

Rocco Pollina– Stiamo parlando di Pino Veneziano, cantastorie o cuntastorie di Selinunte. Con Umberto Leone, appunto, come dicevi, abbiamo curato questo che è il primo libro che parla della vita di Pino Veneziano, che raccoglie non soltanto episodi della sua biografia e i testi di molte sue canzoni, ma anche testimonianze e analisi della sua opera. Io lancerei la sponda immediatamente a Umberto, che mi sembra la persona migliore per poter raccontare in pochissime parole chi era Pino Veneziano, perché, Umberto, mi sembra che non possiamo considerarlo soltanto un cantante, un cantautore o un cantastorie…

Umberto Leone – Infatti lui era un cameriere che aveva un ristorante! In questo suo ristorante era un punto d’incontro, a Selinunte. A un certo punto della sua vita, a 42 anni, lui sentì l’esigenza di scrivere canzoni, quindi imparò a suonare la chitarra dallo zu’ Vicenzu Piricuddu, si chiamava così, uno che vendeva granite e aggiustava chitarre. Tu gli portavi una chitarra e un mandolino e lui ti faceva uno strumento solo: una chitarra a mandolino. Se gliene portavi tre, una chitarra, un mandolino e un banjo, lui ti faceva la chitarra a banjo a mandolino. Un inverno, Pino chiamò lo zu’ Vincenzo dicendogli “insegnami a suonare la chitarra”. Imparò a suonare la chitarra e cominciò a scrivere subito canzoni. La prima canzone che scrisse è Lu sicilianu, che Moni interpreta magistralmente nel cd, che parla di emigrazione. Dovete immaginare una persona semplicissima, a cui non interessava per niente il palcoscenico, le luci della ribalta, la notorietà. Lui aveva il ristorante. E tutti gli eventuali impegni, quando lo chiamavano, in giro, a fare qualche festival dell’Unità, parliamo degli anni fine Sessanta-Settanta e ancora metà degli anni Ottanta, lui subordinava questi impegni all’impegno di un banchetto, un matrimonio, un battesimo, quindi, era un personaggio davvero autentico, direi. E mi fermo qui. 

 Veneziano e Umberto Leone

Veneziano e Umberto Leone

Lorenzo Valera – Poi ovviamente avremo altro tempo per raccontare ancora, perché una parte veramente molto bella e godibile del libro sono proprio gli aneddoti sulla vita di questa persona, prima ancora che personaggio interessante. Moni Ovadia, anche tu, da quel che ho capito, hai avuto un incontro abbastanza fortuito con questa persona…

Moni Ovadia – Sì, abbastanza. Ne avevo sentito parlare, ma non lo conoscevo bene e ho aderito immediatamente al progetto, grazie per il complimento, che non merito, diciamo che me la sono cavata dignitosamente. L’importanza di personaggi come Pino Veneziano va molto al di là di quello che appare a un primo incontro. Noi entriamo, con questi personaggi, nella profondità di una storia millenaria, perché il cantastoria, il contastorie, chi fa canzoni di questo tipo, affonda le sue radici in una cultura straordinaria. Io mi ritengo un uomo privilegiato e fortunato perché ho incontrato questi esseri umani, questi artisti del popolo, che una volta non avevano neanche nomi che si tramandavano, più che tanto, non fuori dell’ambito. Io ho conosciuto e ascoltato per la prima volta, a quattordici anni Ciccio Busacca, quello che ho ritenuto il grande, leggendario cantastorie siciliano. Io quella sera ero stato al Piccolo Teatro con Roberto Leydi, un grande maestro, un etnomusicologo, a portarlo al Piccolo Teatro. Ecco: ascoltai le prime parole di Ciccio Busacca… E non ero già più la stessa persona. Incontri qualcosa con un valore immenso che ha anche un valore mistico-spirituale, se posso dire. Io non sono un credente, però mi piace molto il detto chassidico «Dio ha creato gli uomini perché amava sentir raccontare storie o meglio, cantare storie». Questi straordinari personaggi ci portano il senso primo, l’urgenza dell’uomo di raccontare e di raccontarsi, senza mediazioni, senza il mercato, senza la logica della compravendita, perché raccontano e cantano perché sono i contastorie di una comunità, di una gente, di un popolo, e lo fanno perché è un servizio umano, sociale, e incontrarli, per la generazione come ancora la mia, avere incontrato questa gente straordinaria è stata una fortuna immensa che è giusto che noi tramandiamo. Noi abbiamo il dovere di fare conoscere questo straordinario mondo ad altri. Abbiamo il dovere, io credo, e il privilegio, di farcene portavoce. Ho un’altra fortuna: per qualche ragione, misteriosa ma non tanto.  Io sono un ebreo sefardita, quindi in Sicilia sono a casa mia, perché la Sicilia è stata terra di accoglienza di arabi e di ebrei…

Vincenzo Consolo – Sono stati cacciati via nel 1492 dalla santa Chiesa Cattolica…

Moni Ovadia – Sì, però, aspetta Vincenzo, perché solo i siciliani cercarono di opporsi all’espulsione.

Vincenzo Consolo – Questo è vero…

Moni Ovadia – I siciliani furono gli unici, di tutta la corona spagnola, a cercare di opporsi all’espulsione degli ebrei. Ci sono tre suppliche straordinarie, una delle quali ho recitato nel 1992 a  Palazzo Steri, a Palermo, e ho avuto questo privilegio a cinquecento anni dal decreto dell’espulsione. Le ho recitate, dopo essermi fatto guidare dal coach-trainer in siciliano, e sono meravigliose, queste suppliche. Dunque questo è un valore aggiunto. E poi ho avuto la fortuna di avere tanti amici siciliani e anche amici importanti. Condivido ancora la mia strada teatrale con un grande regista, artista e uomo di pensiero, Roberto Andò, facciamo spesso spettacoli insieme. E io capisco molto bene il siciliano. Per ragioni molteplici: per otto anni, un amico di Butera mi ha parlato tutti i giorni in siciliano, eravamo dirimpettai nella casa di ringhiera. Sono andato a scuola di siciliano! Mi gridava dalla finestra – sai come sono le case di ringhiera milanesi –  e lui mi gridava, ricordo, questo era negli anni Settanta, Moni, acchiana! Fici la zuppa di cìciri! Sono parole che capisco immediatamente, non ho bisogno di traduzioni. Sono stato amico di Ignazio Buttitta, grandissimo poeta di popolo e forse uno dei più grandi poeti italiani del secolo scorso, che ha scritto in questa lingua prodigiosa. Allora ecco: è un’immensa ricchezza che ci fa capire anche quanto siamo caduti in basso. Quanto ci siamo impoveriti? Quanto abbiamo perso la capacità della gratuità del racconto? Della passione della comunicazione? Della bellezza e di quella parola che accende davvero la comprensione prima della ragione per cui siamo stati messi su questo mondo? Su questa terra di cui siamo ospiti, che ci è stata donata perché la rendessimo bella, perché la abitassimo, non perché la riducessimo in una specie di cloaca a furia di sfruttamento e a furia di devastazione. Pensate: dice della Sicilia, una canzone che ho cantato, «na terra ca duna aranci; ca duna vinu», la terra che dona arance e vino e adesso si vorrebbe, con una impresa assolutamente impossibile, che probabilmente non verrà mai fatta, ma che rischierà di devastare quella terra, a fare un ponte idiota, insensato, per creare ulteriori disastri, invece di capire che la ricchezza e il futuro nasce in quella terra proprio da questa cultura, dalla possibilità di fare della cultura veramente ricchezza, di fare dell’economia sana che si fonda sulla centralità dell’uomo e la capacità di rendere bello il mondo che abita, perché questa capacità esiste. E Pino Veneziano era uno di questi uomini, per cui, ho conosciuto il primo cantastorie che faceva il cantastorie di mestiere: Ciccio [Busacca] andava in giro con i cartelli con la storia di Salvatore Giuliano o la storia straordinaria di Turiddu Carnevali, sindacalista assassinato dalla mafia. Vi dirò – questo non so se lo sai, Vincenzo – ma io ho la cittadinanza onoraria di Sciara, proprio per la mia passione per Turiddu Carnevali, di cui ho sempre parlato. Ho raccontato di quest’uomo di straordinario coraggio… E Ciccio cantava la sua storia, di uomo coraggioso, sindacalista che fu assassinato dalla mafia perché non voleva star zitto, perché lui aveva deciso di fare i nomi e i cognomi dei mafiosi, dei criminali. Ebbene, Ciccio faceva così. Poi è finito, dopo essere stato con Dario Fo, ad aprire un ristorante, e, evidentemente, fra il mestiere di chi dà valore all’anima con le sue storie e di chi rincuora il viandante con i suoi cibi, ci dev’essere una relazione forte, si capisce da sé. Io finisco qui, voi avete un sapiente come Vincenzo Consolo che ha scritto parole bellissime e che conosce molto meglio di me tutte queste vicende, io purtroppo devo lasciarvi perché il teatro, anche se il ministro Brunetta dice che è luogo di parassitismo, è invece luogo di fatica e disciplina totale. Mentre un ministro può essere assenteista, cosa che il ministro Brunetta sa molto bene, per via che è stato uno dei campioni di assenteismo, a teatro, assenteista non lo puoi essere mai, neppure se reciti gratuitamente. Grazie. 

Vincenzo Consolo e Rocco Pollina al Premio Pino Veneziano

Vincenzo Consolo e Rocco Pollina al Premio Pino Veneziano

Lorenzo Valera – Grazie mille naturalmente, a Moni Ovadia, anche per questa fuga che siamo costretti a fargli fare, per questo bellissimo intervento che ha fatto. Questa serata si compone in diverse parti, c’è una parte, come avete sentito, anche dedicata alla musica, ci saranno alcune canzoni tra un intervento e l’altro, e poi , dopo una pausa, che io penso a questo punto arriveremo a fare dopo le otto e mezza, si riprende questa sera anche con una parte più festosa, più cantata, più informale, come credo sia anche giusto e nello spirito della persona che stiamo qui ricordando. Io passerei però, a questo punto, a dare la parola a Vincenzo Consolo, che ringrazio di essere qui questa sera. Citava poco fa Moni Ovadia il suo intervento sul libretto in cui si parlava appunto di cantastorie. Lui ha citato un altro grande cantastorie, ce ne sarebbero tanti altri da citare, ma qual era la specificità di Pino Veneziano, rispetto a queste altre grandi figure della cultura orale e musicale italiana, pensiamo a Rosa Balistreri, Busacca – diceva lui, prima – e anche Buttitta?

Vincenzo Consolo – La diversità di Pino Veneziano sta nel fatto che lui è approdato al canto e alla musica già da adulto, quando era già molto grande, diciamo, perché non è arrivato, purtroppo, alla vecchiaia. Mentre gli altri cantastorie, diciamo che incominciavano da ragazzini, in una sorta di scuola, di tradizione, compresi Rosa Balistreri e Ciccio Busacca, invece Pino Venziano scopre questa tradizione, questa musica, quando era già un giovane adulto. È diventato, però, Pino Veneziano.

Io non ho avuto la fortuna di conoscere personalmente Pino Veneziano. Ma ho conosciuto Ciccio Busacca,che è stato anche a Milano, ospite di Dario Fo, alla Palazzina Liberty, Rosa Balistreri, Ignazio Buttitta, che era quello che raccoglieva queste voci. Nella sua casa dell’Aspra, andavamo con Leonardo Sciascia a sentire Rosa Balistreri e Ignazio Buttitta che raccontava le sue poesie. Voglio raccontare una storiella molto bella di Ignazio Buttitta, che era qui a Milano per fare un recital al Piccolo Teatro, come lo chiamava lui. Un giorno mi telefona e mi dice «Vice’, mi sono stancato di stare in albergo, vengo a casa tua», e io: «Va bene, Ignazio». È arrivato, è stato lì per una settimana, ci ha bloccato per una settimana, e una sera mi dice «Mi devi portare in piazza Lima, perché lì – scusate quest’aneddoto, che è molto divertente –, perché lì c’è un mio amico poeta, con cui abbiamo avuto un dibattito poetico». Mi ha detto «Guarda se c’è il nome!», perché era un notaio che scriveva poesie, ma il nome non c’era… e allora si è messo sotto un balcone a recitare poesie in siciliano. Si è raccolta una piccola folla che ascoltava questo vecchio che gesticolava e recitava, ed erano tra loro pure delle prostitute, che erano lì a fare il loro mestiere, ed erano meravigliate e affascinate da questo vecchio che recitava le poesie.

Dunque, la tradizione del canto popolare e del cunto popolare è molto antico nel Mediterraneo. Scusate se vado molto indietro, ma il nome Omero viene dall’antico «omeros» che significa ostaggio. Io mi sono sempre chiesto perché: ostaggio della memoria. Perché c’era sempre, nella storia del Mediterraneo, questa tradizione del cantastorie che raccontava le imprese degli eroi, della guerra di Troia, eccetera. E poi c’era, naturalmente l’Odissea, che nasce dai racconti dei viaggiatori che portavano le loro storie in città. Non c’era la scrittura, e quindi sia l’Iliade che l’Odissea sono nate in forma orale. Loro, poi, per un fattore mnemonico, avevano bisogno del ritmo, del verso. Questa tradizione è continuata nel Mediterraneo. In Marocco, ad esempio, nella piazza di Marrakech che si chiama Jemaa El Fna, ci sono ancora i counteurs, cioè i narratori. Da noi, in Sicilia, c’erano, fino a poco tempo fa i cantastorie e poi i cuntastorie. Si passava dalla prosa alla musica. Molti etnologi siciliani si sono occupati di questa tradizione, dal Pitrè a Cocchiara, Alessio Di Giovanni, Salomone Marino. Una sera, Alessio Di Giovanni, sentendo proprio il canto di un carrettiere, che sembrava una nenia spagnola ammaliante, decise di scrivere tutto in siciliano. Quando uscì I Malavoglia di Verga, lui scrisse a Verga: «Bellissimo romanzo, peccato che sia stato scritto in italiano»: lui avrebbe voluto che Verga lo scrivesse in siciliano.

Dunque, la tradizione del contastorie e del cantastorie è una tradizione nobilissima. Pino Veneziano è stato uno degli ultimi epigoni. E poi devo dire che questi raccontavano del mondo cui appartenevano, non erano piccolo-borghesi, erano popolani e raccoglievano le istanze popolari. Nel Val di Noto o nella contea di Modica, i contadini facevano delle manifestazioni e nelle piazze cantavano tutta la loro rabbia nei confronti dei padroni e poi arrivavano a dire che rubare non è reato perché dicevano «loro rubano a noi e noi a loro». Ci sarebbe molto da dire su Pino Veneziano: invidio Borges che l’ha incontrato, io non ho avuto questa fortuna. Questa tradizione è un peccato che si sia persa, perché la nostra società ha perso quest’anima profonda, popolare, questa memoria, e ormai viviamo in una dimensione di spettacolo e di piccola borghesia. Grazie.

Umberto Leone – Una caratteristica di Veneziano è che raccontava proprio le cronache di quei giorni, di quegli anni. Succedeva un fatto e lui quasi sempre aveva la canzone pronta. Questa che canto adesso è Piazza di la Loggia.

Rocco Pollina – Nel suo LP Lu patruni è suvecchio (suo primo e unico LP), Pino Veneziano cantava: «Chistu vulemu! / Vulemu tuttu chiddu chi facemu! / Vulemu tuttu chiddu ch’ è nostru! / Lu vostru? / Vi lu lassamu! / Tantu è nenti!». La canzone da cui sono tratti questi versi si intitola Soccu vonnu e tra un po’ Umberto ce la farà sentire. La traduzione italiana, però ve la voglio dare: «Questo vogliamo. / Vogliamo tutto quello che facciamo. / Vogliamo tutto quello che è nostro. / Quello che è vostro? / Ve lo lasciamo. / Tanto è niente». Ci sentiamo di condividere queste parole insieme ad altre, tratte dallo stesso cd, dalla canzone Lu sicilianu, cantata da MoniOvadia: «Chissa è ‘na terra ca nni duna aranci, / chissa è ’na terra ca nni duna vinu, / si nni po’ fari un beddu jardinu, / ma cca cu havi li guai si li chianci». Sarebbe superflua la traduzione, ma ve la voglio dare lo stesso: «Questa è una terra che ci dà arance, / questa è una terra che ci dà vino, / se ne può fare un bel giardino, / ma chi ha guai se li piange». Questo è l’inizio dell’appello per Selinunte contenuto nel libro che si intitola appunto Di questa terra facciamone un giardino e vorrei proprio leggervi la conclusione di questo appello, che è stato firmato da moltissimi intellettuali, artisti di ambito nazionale e internazionale. […]

Consolo e Leone a Selinunte per il Premio Veneziano

Consolo e Leone a Selinunte per il Premio Veneziano

Umberto Leone – Devo raccontare un aneddoto curiosissimo su Vincenzo. Il nostro primo incontro, mi è venuto in mente proprio su questa canzone. Parto dalla Sicilia per incontrarlo e parlargli del Premio. Allora, arrivo a casa sua e mi fa accomodare in salotto. Gli parlo del progetto e decido di cantagli subito una canzone, che, nella fattispecie, è Lu sicilianu, la prima che Pino ha scritto. In salotto c’erano solo Vincenzo e Caterina. Finisco di cantare e, inaspettatamente, entrambi scoppiano a piangere e se ne vanno… Mi abbandonano lì, e, per un attimo, incredulo, mi dico: «Faccio così schifo a cantare?». Dopo un paio di minuti, si sono ripresentati, con dei fazzoletti in mano, e, facendo finta di niente, abbiamo ripreso a parlare…

Vincenzo Consolo – Comunque quella è stata un’azione sleale da parte tua, perché io sono un emigrante, quindi mi sono sentito… Mia moglie è un’emigrata da Bergamo, però è profondamente siciliana. A proposito di emigrazione… Io ho fatto l’università a Milano, abitavo in piazza Sant’Ambrogio, e lì, io l’ho chiamata «la piazza dei destini incrociati»: c’era l’Università Cattolica che io frequentavo, poi c’era la caserma della Celere, quando c’era ancora ministro degli interni Scelba, e poi c’era il C.O.I., che era il Centro Orientamento Immigrati. Io ogni giorno passavo per questa piazza per raggiungere la mia pensione, la pensione della signorina Colombo. Era una pensione attaccata alla ringhiera della basilica di Sant’Ambrogio, e vedevo questa massa di meridionali, era l’inizio degli anni Cinquanta, che venivano scaricati lì davanti al C.O.I., con un numero, venivano prelevati dalla Stazione Centrale e passavano lì dei giorni, venivano censiti, poi le visite mediche, e poi spediti nelle varie destinazioni, nelle fabbriche del centro Europa… C’erano di quelli, soprattutto siciliani, che uscivano dalle miniere di zolfo che chiudevano perché non erano più produttive e venivano mandati nelle miniere di carbone in Belgio, soprattutto a Marcinelle, dove c’è stata poi quella disgrazia dell’esplosione e dei morti. Io ho riflettuto su questa realtà.

Allora, i miei compagni di università, se non dello stesso anno, un po’ più avanti, si chiamavano Ciriaco De Mita, Gerardo Bianco, che poi sono diventati eminenti uomini di potere democristiano di allora, e non so se loro hanno visto quella realtà. Io, finita l’università e il servizio militare, sono tornato in Sicilia e ho insegnato per cinque anni nelle scuole agrarie, avendo la laurea in legge e non volendo fare l’avvocato, ma ho capito che questa scuola era una finzione, perché ho capito che questi ragazzi si sarebbero diplomati in agraria e sarebbero finiti ad emigrare come i loro padri. Quindi, dopo cinque anni ho capito che dovevo fare le valigie e andare via. Mi sono consigliato con Leonardo Sciascia, il quale mi ha detto «Se io fossi giovane come te e non avessi famiglia, anch’io farei le valigie come te e me ne andrei, perché qui non c’è più speranza» e sono approdato a Milano, perché Milano era per me l’unica città dove poter arrivare, è quella che Salman Rushdie chiama «la patria immaginaria»: era la città democratica che io avevo conosciuto, la città che avevo lasciato e che conoscevo dagli anni Cinquanta, dove erano avvenuti gli scioperi, con i celerini che reprimevano questi scioperi con il manganello. Era città democratica, accogliente, molti sono arrivati anche qui nell’hinterland milanese. C’è stato un autore che ha scritto un libro sui luoghi in cui sono arrivati questi emigrati meridionali, un luogo particolare che si chiama Pioltello Limito, dove ci sono le filiere, le catene di richiamo. A Pioltello Limito sono quasi tutti provenienti da un paese della Sicilia che è Pietraperzia, per cui, dopo che è arrivato il primo sono arrivati tutti gli altri, per cui c’è una comunità di pietraperziesi, che ha rifatto la statua del Cristo Morto del loro paese, fanno la processione del loro paese con i loro canti. Il prete gli ha detto «Ma cosa sono questi canti che non si capisce niente, sembra arabo! Smettetela!». Questi sono aneddoti, ma per dire che questo signore [Umberto Leone, ndr], quando è venuto a casa mia, è stato sleale, perché non doveva cantarmi la canzone sull’emigrazione.

Umberto Leone – Infatti poi cambiai scaletta e ne cantai una che era divertentissima!

Lorenzo Valera – A proposito di Milano e di quella Milano che veniva evocata poco fa e che naturalmente è superfluo dire quanto sia cambiata. Mi viene in mente che, proprio un annetto fa, abbiamo ospitato qua Antonio Buzzetti, poco prima che morisse. Credo che, sebbene non cantasse ma recitasse, era proprio un cuntastorie, aveva questa capacità di evocare il ricordo di questa città, che era estremamente civile ed estremamente importante, per esempio per chi ormai c’è nato e non ha memoria della città com’era prima che diventasse quella che è adesso. Entrambi, MoniOvadia e lei, avete fatto riferimento alla memoria che si è venuta a perdere, con questi padri musicali della cultura orale e la società che è cambiata. Dov’è andato a finire questo legame, cosa succede a una società che perde questo legame?

Vincenzo Consolo –Io, da un po’ di anni ho scritto che questo Paese è un paese telestupefatto, per cui la memoria è azzerata, si vive nel presente e soprattutto si vive nella spettacolarizzazione della vita. Basta andare in giro, basta vedere come ci comportiamo. L’altro non esiste. Ma comunque questa è una piaga italiana, ma non da ora. Già Leopardi, nel suo Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani, annotava, questo genio, che – facendo il paragone con la Francia e con l’Inghilterra – in Italia non esisteva una società civile, che esisteva l’individualismo. Dall’individualismo siamo passati al familismo, quello che è stato chiamato familismo amorale. Oggi vediamo nel nostro parlamento chi sono questi familisti amorali, che spesso vengono anche dalla Sicilia, sono anche ministri. In Sicilia hanno sempre pescato i nostri governanti, loro sono come un esercito di volontari: loro vanno, diventano ministri, diventano personaggi di altissimo livello. Oggi abbiamo in parlamento dei ministri importanti.

Rocco Pollina – Come da un altro pianeta, le lotte di quegli anni a cui accenna Vincenzo Consolo, questa canzone che si intitola Soccu vonnu, “Cosa vogliono”.

Lorenzo Valera – C’è un intervento importante, all’interno del libro che presentiamo questa sera, sull’attualità dell’essere artista di un certo tipo…

Rocco Pollina – Sì, ed è un intervento di Ascanio Celestini che dice così: «La cosa che mi colpisce di Pino Veneziano è che è uno di quei cantanti-artisti della cultura orale che in altre nazioni, per esempio gli Stati Uniti d’America, sarebbero diventati oggetto di culto, un po’ come Woody Guthrie o i padri del blues. Purtroppo in Italia si è perso questo legame con i nostri padri musicali della cultura orale e, nel caso di persone come Pino Veneziano o Matteo Salvatore – pensando a un’altra zona d’Italia, il Gargano –, purtroppo non c’è stata una storia che ha avuto un seguito. La loro musica si è fermata alle loro qualità artistiche, è andata poco oltre la loro esperienza personale. […] Bisogna ricominciare “come” loro prima ancora che “da” loro. Raccontare attraverso la canzone non per fare musica, ma per “fare” attraverso la musica come fece Pino Veneziano, che imparò a suonare la chitarra perché sentiva l’urgenza di raccontare».

Lorenzo Valera – Cosa trovi di così attuale, importante?

Rocco Pollina – Lancia una sfida. Pone questo grosso interrogativo: come mai, in un’altra parte del mondo, una figura come Woody Guthrie, che ha fatto nascere un genere musicale completamente diverso, in Italia ci siamo completamente dimenticati della nostra cultura, delle classi subalterne? Questa è una bella domanda. E poi, sul futuro di questo, guardandoci un po’ intorno, ascoltando la musica popolare o folk che c’è oggi in giro, mi sembra che siamo veramente ben lontani dall’orizzonte di Pino Veneziano, che era il fare, era il modo di raccontare di Pino Veneziano, perché così al massimo si arriva a far ballare la gente con un po’ di pizzica. La lancio come una provocazione perché la storia dei cantastorie mi sembra che non ci sia e che debba essere recuperata.

Lorenzo Valera – Io su questo faccio una domanda a tutti e tre, tutti e tre narratori, artisti o musicisti, o comunque narratori con altri mezzi. È possibile recuperare questi mezzi, questo ascolto, io parlo per esperienza personale come organizzatore di eventi, qui in questo posto dove spesso cerchiamo di proporre delle cose che non sono le solite cose che si sentono, anche di proporre degli autori giovani che hanno l’urgenza di comunicare: ma non sempre, quasi mai, la curiosità e la voglia di ascoltare e di scoprire anche qualcosa che non si conosceva prima, non sempre c’è e questo rende tutto più difficile. La possibilità esiste, di fare questa operazione di cui parlava Ascanio Celestini, non di partire da loro ma di fare come loro?

Rocco Pollina – Secondo me esiste, però credo ci sia un grosso problema di linguaggi, nel senso che forse con lo stesso linguaggio che aveva Pino Veneziano, forse no. Bisogna capire se questo oggi è possibile con altri linguaggi. Ne abbiamo parlato al di fuori di questo palco e sono pessimista. Credo che anche nella mia esperienza musicale bisognerebbe muoversi in questo senso e chiedo scusa se riporto anche la mia esperienza come autore, ho sentito poco fa, ascoltando Pino Veneziano, è cambiata qualcosa nel proprio modo di porsi. Quando l’ho conosciuto è cambiato qualcosa nel mio modo di pormi: ho capito che si poteva fare, ho capito che era possibile raccontare, ho capito che era possibile essere “veri” e raccontare in siciliano, in questa lingua “altra”, mia, veramente mia, ed esprimersi con verità. La speranza sarebbe che in questo tempo continuando a proporre Pino Veneziano, questo forse possa dare una spintarella anche a qualcun altro. Non so se Umberto vuole aggiungere qualcosa… Perché Umberto ha portato la chitarra a Pino Veneziano e la sua vita è cambiata, a contatto con Pino.

Umberto Leone – Sì, non a contatto solo con lui, avevo solo sedici anni, potete immaginare. Questo ristorante pieno di gente, questa figura così… Pino era bellissimo, era una bella persona. Era una scultura, era una faccia scolpita dal Libeccio, dallo Scirocco, proprio un gitano. E le canzoni che cantava lui, era così bello ascoltarle quando le cantava lui. Diventava tutto una scultura, secondo me. Io sono figlio di una farmacista, non sono figlio di contadini, non ho quella cultura, quelle tradizioni lì. Posso anche portare in giro le canzoni, le tradizioni di Pino, però sono un po’… Spiazzo un po’ perché non sono “bello come lui”, è un po’ come la pasta con le sarde mangiata a Milano e mangiata a Selinunte, dove ci sono le migliori sarde delle Sicilia, non perché siano di Selinunte, ma per una questione di fondale, ché quando passano da lì è argilloso, prende un altro sapore, c’è una ragione specifica. Sempre pasta con le sarde è, però un po’ meno saporita, ecco. Penso che sicuramente sia importante e adesso bisogna “fare con la musica”, però non siamo anche soltanto giustizia sociale, siamo anche giustizia interiore, per cui, non sarei così drastico, e Rocco l’ha detto provocatoriamente. Però, anche l’operazione della pizzica è interessante, anche per vedere com’è venuta fuori. Di questo gruppo di artisti e intellettuali che hanno lavorato nel Salento, vi racconto brevemente: intanto erano degli artisti abbastanza determinati, andavano dai contadini e gli dicevano: «dunque tu hai questa masseria, che un tempo ci hai abitato, però ora non ci abiti più, è più comodo abitare in paese per mille ragioni, però l’hai ridotta a magazzino. Se tu ce la presti per un mese, noi te la ripuliamo, te la rimettiamo a posto, ci facciamo una festa e tu, in cambio dei lavori che facciamo, ritieniti obbligato a venire con tutta la tua famiglia», a questo punto il contadino, il proprietario rientrava in possesso della casa e dello spirito di quella casa. E, allora, secondo me, noi abbiamo bisogno di tutt’e due le cose.

Vincenzo Consolo – Non so rispondere a questa domanda. Certo, ci sono delle persone che continuano questa tradizione. C’è una cantante popolare che è stata a Selinunte con noi nella manifestazione, si chiama Etta Scollo e a Berlino è molto famosa. Io sono stato a Berlino per presentare un mio romanzo nell’edizione tedesca e l’ho fatta invitare dall’Istituto Italiano di Cultura. Lei ha cantato due canzoni e ha avuto più applausi di me, devo dire che ero molto invidioso. Questa cantante nordica, Giovanna Marini, raccoglie i canti. La sua è una sopravvivenza miracolosa. Speriamo che questa tradizione del canto popolare non venga cancellata come è stata cancellata tanta altra cultura e poi devo dire che dovrebbero, i nostri governanti lombardi, reperire i canti popolari di colonie lombarde che ci sono in Sicilia. Scusate questo excursus, ma quando sono arrivati i normanni in Sicilia, Ruggero il Normanno che aveva sposato questa signora, che era la contessa Adelasia del Monferrato, questa signora, invece di portare in dote al marito delle lenzuola ricamate, aveva portato delle truppe mercenarie raccolte nella Val Padana. Quando è finita la riconquista, perché c’erano gli arabi in Sicilia, queste truppe mercenarie si sono stanziate in Sicilia e hanno formato sette colonie lombarde, dove parlano ancora il galloitalico mediolatino che era l’antica lingua che si parlava nel 1200 nella Val Padana. Questa lingua si parla ancora a Corleone. E, allora, quando è stata lanciata da Bossi, o da chi per lui, l’idea di fare imparare il lombardo ai professori che vengono dal sud, io ho scritto e ho consigliato di chiamare Riina e Provenzano che conoscono benissimo questo dialetto lombardo, di chiamarli per insegnare.

Umberto Leone – Ricollegandomi al discorso di prima, mettendo assieme il recupero di Veneziano che è una musica e una poesia molto impegnata, ma anche della pizzica eccetera, io penso che il lavoro importante bisogna vederlo in generale. L’importanza è la memoria. La memoria deve essere conservata. Perché avevamo la credenza, Vincenzo, ti ricordi la credenza? Anticamente, noi avevamo la credenza e dentro c’era la pussirenza, che era il posto, il possesso la tua ricchezza, quello che avevi. Quel posto in cui si andava a guardare nei momenti di carestia. E si andava a guardare il piatto d’argento o quella mezza lira che avevamo conservato, o il tozzo di pane. Questa era la pussirenza. È questo il valore della memoria: è quella ricchezza che poi ti permette di affrontare il futuro nei momenti di difficoltà, momenti in cui non solo l’Italia, ma buona parte del mondo, è completamente smarrito e in preda alla modernità. Siamo tutti moderni, ma siamo antichi, non usciamo dal tubo catodico, ma dalla terra, da ciò che abbiamo coltivato. Allora per me la pussirenza è la memoria. A Selinunte, dove siamo tutti moderni, che abbiamo le discoteche in spiaggia e dobbiamo costruire, in nome del turismo, tutti questi alberghi perché «se no, le persone dove le mettiamo?», a parte che gli alberghi già c’erano, e allora secondo me il valore della memoria è proprio questo: ciò che ti permette, nei momenti di smarrimento, di chiederci «dove siamo, da dove veniamo?», e allora è questo.

(Trascrizione del testo a cura di Valentina Richichi)
 Dialoghi Mediterranei, n.20, luglio 2016

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Umberto Leone, nato a Castelvetrano nel 1961, insieme a sua moglie, Ute Pyka, vive e lavora a Marinella di Selinunte (frazione di Castelvetrano). Alcune sue opere in scultura – realizzate con Ute Pyka – sono presenti nelle collezioni di importanti musei e fondazioni, come la Fondazione Orestiadi di Gibellina, la Fondazione Antonio Presti-Fiumara d’Arte di Castel di Tusa, il Palazzo Reale di Giordania e la sede di Telekom Arabia a Riyadh. Umberto Leone e Ute Pyka sono stati premiati dalla rivista I.D. Magazine (New York) e dalla Fondazione Buttitta (Palermo). Musicalmente, Umberto Leone è stato da giovane molto vicino a Pino Veneziano e per tenerne viva la memoria, insieme alla famiglia del cantautore, a Rocco Pollina e ad alcuni amici a lui vicini, ha fondato l’Associazione che organizza il Premio Pino Veneziano.
Rocco Pollina, musicista e insegnante, di origini trapanesi, vive e lavora a Milano. Con Coppola Editore ha pubblicato i romanzi Il XXI Mistero (2008), Madre Mediterranea (2009) e Le teste di Cozzo (2011), ora riediti in versione ebook da VandA.ePublishing (2014). Sempre per Coppola Editore, ha curato con Umberto Leone il libro-cd dedicato al cantastorie Pino Veneziano Di questa terra facciamone un giardino (2009). Nel 2015, per i tipi di VandA.ePublishing, è uscito Sesso e decesso, una raccolta di tre racconti uniti dal filo rosso della passione e della morte. Con il gruppo etno-rock Mondorchestra ha pubblicato il cd La mafia non esiste (2007) e si esibisce dal vivo con le sue canzoni in siciliano.

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