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Per un nuovo umanesimo dell’architettura

1-invito_convegno_etica_ricostruzionedi Olimpia Niglio  [*]

Promossa da ArchiLogos, gruppo di architetti umbri di recente costituzione e dalla Fondazione Umbra per l’Architettura (F.U.A.) dal 5 al 6 giugno 2019 si è svolto a Solomeo (Perugia) presso il Teatro Brunello Cucinelli il convegno nazionale “Un’etica per la ricostruzione tra memoria e futuro”. L’incontro ha riunito 22 relatori di differente formazione e con diversificate esperienze accademiche e professionali. Il Comitato Scientifico è stato composto da professori e architetti di chiara fama quali Riccardo Dalla Negra, Giovanni Carbonara, Antonio Pugliano, Pietro Paolo Pellegrini, Bruno Toscano e Paolo Belardi.

Il convegno ha inteso aprire un interessante dialogo sul ruolo dell’architetto quale figura “culturale” capace di affrontare l’analisi e il progetto attraverso una visione ampia e soprattutto multidisciplinare. In un mondo che ha messo fortemente in crisi il profilo dell’architetto, tradizionalmente inteso, il ruolo “culturale” assume una connotazione fondamentale per ridare il giusto valore, all’interno della società, a questa rinnovata figura professionale e alla sua creatività. Ci sono quindi tutte le premesse per un nuovo “umanesimo dell’architettura”.

Per iniziare il nostro dialogo analizziamo il significato di Cultura e Etica. Sono due termini entrambi molto impegnativi e complessi ma in questa sede ritengo opportuno condividere con voi riflessioni e pensieri connessi al significato di queste due parole per poi calare il tutto nei due esempi esplicativi che a loro volta fanno riferimento ad esperienze personali in ambito internazionale.

Iniziamo con Cultura e partiamo dall’etimologia della parola. Deriva dal latino colĕre «coltivare» e dal suo participio passato cultus. Il termine indica l’insieme delle cognizioni intellettuali che una persona ha acquisito grazie allo studio, all’osservazione attenta della realtà in cui opera e alle diversificate esperienze che la vita le ha offerto e alle quali non si è sottratta ma piuttosto, da queste ultime, ha colto il significato e gli strumenti necessari per convertire semplici nozioni in elementi costitutivi della sua personalità. La cultura alimenta la personalità morale, spirituale e relazionale dell’individuo e lo rende consapevole difronte al mondo, disponibile verso il prossimo, interessato all’ignoto e poco partecipe delle assolute certezze.

La cultura costituisce l’insieme delle conoscenze e include in sé tutte le discipline, quindi la multidisciplinarietà. Un testo di storia che narra di un’antica civiltà acclude necessariamente in se riferimenti alla letteratura, alla filosofia, all’arte, all’antropologia e pertanto ad un insieme articolato di conoscenze dove ogni fattore conoscitivo non è un tassello a sé ma è parte di un «tutto» molto complesso dove entrano poi in gioco le competenze.

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Solomeo (Umbria)

Ma la cultura è anche rappresentazione delle istituzioni sociali, politiche ed economiche, delle attività artistiche, delle imprese culturali, delle manifestazioni spirituali e religiose, che caratterizzano la vita di una determinata società in un dato momento storico e in un dato ambito geografico e pertanto culturale.

Sicuramente il termine cultura ricopre un significato ben più ampio se lo analizziamo sotto il profilo squisitamente semantico e quindi proprio della scienza dei significati e degli aspetti simbolici connessi alla cultura. Il termine infatti viene ad acquisire un valore sempre più crescente con riferimento ai temi del sociale e quindi propri della sociologia. Una buona cultura infatti aiuta a leggere, praticamente, i sistemi di vita, di costume, di comportamento e in particolare contribuisce a determinare quei valori fondativi propri di una sensibilità e di una consapevole coscienza collettiva che oggi più che mai tutti dobbiamo avere difronte ai problemi dell’umanità, problemi che non possono essere più ignorati e trascurati e tra questi certamente la ricostruzione dei borghi distrutti dagli eventi sismici, ma aggiungerei anche considerazioni rispetto a quelli che invece vengono abbandonati a causa di impressionati processi migratori.

Ma cultura è ovviamente ancora tutto ciò che concerne la conservazione del nostro patrimonio, la tutela dell’ambiente, la risoluzione di problemi connessi al rispetto del territorio, al “buon governo” e quindi alla capacità di saper rispondere a problemi reali della società e alle esigenze dei differenti assetti multiculturali. Cultura significa quindi sapersi interrogare, sapersi comportare, sapere agire per il bene comune.

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Teatro Cucinelli, Solomeo

Ma cosa intendiamo quando parliamo di Etica. Aristotele affermava che «[…] l’etica è quella branca della filosofia che studia la condotta degli esseri umani e i criteri in base ai quali si valutano i comportamenti e le scelte». Dal greco ἦθος, il termine indica una parte della filosofia che si occupa di analizzare il comportamento umano e va distinta sia dalla politica sia dal diritto, in quanto questo ramo della filosofia si occupa più specificamente della sfera delle azioni buone o cattive del comportamento dell’uomo. Intanto da sempre la filosofia si è occupata di etica e quindi di comportamento morale dell’uomo.

Sicuramente le basi vanno ricercate nelle lezioni di Socrate, di cui ci parla Platone, in cui la ricerca del “bene” rappresenta un primo importante tentativo per definire le virtù dell’uomo. Aristotele da parte sua fonda il concetto di bene non tanto su un’idea di perfezione ma piuttosto di natura propria dell’uomo e si concentra sulla definizione di felicità che può essere perseguita solo attraverso un comportamento rispettoso nei confronti della natura umana. Solo la cultura e quindi il prevalere delle facoltà razionali può rendere l’uomo felice e libero di agire per il bene comune.

All’etica segue poi la morale, dal latino moràlia, che indica la condotta che l’uomo dovrebbe seguire nelle sue azioni. La morale infatti studia il comportamento umano e i suoi valori nel rispetto della comunità e pertanto è intesa come parte dell’etica.

Ma come tutto questo trova applicazione nelle azioni che un architetto deve compiere nel pensare alla trasformazione di un territorio in funzione del benessere della società, senza che prevalgano altri fattori che esulano dall’interesse per il bene comune?

Forse una chiave di lettura la ritroviamo nelle parole di papa Francesco in occasione del V° convegno nazionale della Chiesa italiana, svoltosi a Firenze il 10 novembre 2015. Il Santo Padre ci invita all’umiltà e afferma che l’ossessione di preservare la propria gloria, la propria magnificenza a discapito della “dignità altrui”, non deve essere alla base dei nostri sentimenti e delle nostre azioni.

Cercherò pertanto di dare una risposta a questa complessa domanda che io stessa mi sono formulata facendo seguire degli esempi e quindi passando alla seconda parte di questa relazione.

Il focus di questo convegno si concentra giustamente sul terremoto del 2016 che ha inciso un segno su un territorio già fortemente marcato da altri importanti eventi sismici. Ma il nostro è un territorio molto vulnerabile e la storia ci ha tramandato numerosi accadimenti calamitosi che hanno modificato più volte questo importante patrimonio ereditato. Al fine di poter fornire una risposta alla precedente domanda non mi concentrerò su quanto accaduto e sta accadendo nel nostro Paese ma piuttosto ritengo opportuno analizzare insieme come altre realtà culturali hanno affrontato e affrontano questi temi di ricostruzione post-sisma.

Mi concentrerò principalmente su due Paesi che conosco molto bene: Giappone e Colombia, per averci vissuto e per essere stata anche partecipe di eventi piuttosto disastrosi. Il primo caso che voglio analizzare con voi è quello del terremoto di Sendai del 2011 in Giappone. Un terremoto che tutti ricordiamo per il forte movimento tellurico che aveva provocato anche un disastroso tsunami. Molte città, sul fronte marittimo, furono fortemente danneggiate ma a pochi mesi dal disastroso evento il professore Taro Miura della Meiji University in occasione dell’Assemblea Generale dell’IFLA (International Federation of Library Associations) a San José in Costa Rica affermava:

 «Il grande terremoto del Giappone orientale e lo tsunami hanno causato ingenti danni. Le biblioteche nella zona colpita dal disastro necessitano di un sostegno a lungo termine in ogni campo per ricostruire e ripristinare i loro servizi. Il supporto può includere il recupero e la riparazione dei materiali, la fornitura di libri, l’assistenza di servizi di riferimento e la formazione. È importante per le persone il ruolo delle biblioteche quale bene comune e per questo motivo è fondamentale identificare i principali bisogni della comunità e fornire il supporto necessario perché ogni servizio funzioni correttamente».
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Sendai, dopo il sisma, 2016

 Al centro della ricostruzione delle città giapponesi si è cercato di rispondere immediatamente alle esigenze delle persone, ossia di quello che amo definire “patrimonio umano”, quindi alle loro esigenze reali e qualsiasi cosa è stata programmata e realizzata in funzione di questo “patrimonio umano” e quindi della collettività.

La cultura e l’etica sono state alla base delle operazioni di ricostruzione delle città danneggiate dal sisma del 2011 nella prefettura di Sendai. Esemplare il caso della mediateca realizzata nel 2001 dall’architetto Toyo Ito e fortemente danneggiata dal sisma del 2011. Ma dopo meno di due anni la mediateca ha riaperto le porte ed è divenuta un punto nevralgico di contatti e condivisioni all’interno di una città che oggi ha risanato le sue ferite, seppure quelle invisibili mai si cicatrizzeranno.

Qui mi collego al tema di questa sezione del convegno il cui titolo è “Crimini invisibili” e quando penso a questi crimini penso ai dolori delle persone e a coloro che non ci sono più anche per cause spesso determinate da una mancanza di cultura e di etica professionale. Le numerose esperienze giapponesi certamente hanno sempre messo in evidenza come il fattore culturale ed etico siano fondamentali per perseguire ottimi e lungimiranti obiettivi finalizzati al bene comune.

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Sendai, la mediateca, progetto di Toyo Ito, 2001

Ma oltrepassiamo l’Oceano Pacifico ed arriviamo in Colombia, un altro Paese ad alta sismicità, attraversato dai tre assi della Cordigliera andina e lungo le cui pendici si trovano le principali città, molte delle quali di fondazione coloniale.

Nel sud-est del Paese nel dipartimento del Cauca si trova la città di Popayan fondata dagli spagnoli nel 1537. La storia ci tramanda vari fatti sismici che hanno colpito questa città nel corso dei secoli e in particolare si trovano informazioni sul terremoto del 1736. Tra questi l’ultimo forte sisma risale al 1983 quando la città fu totalmente distrutta. Nota anche come “città bianca” per il colore di tutti gli edifici che caratterizzano il centro storico, Popayan è immediatamente rinata a seguito di un progetto culturale che ha visto fiorire, subito dopo l’evento sismico, diverse sedi universitarie proprio nel nucleo di fondazione.

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Cattedrale di Nuestra Señora de la Asunción di Popayán, dopo i lavori di restauro

I programmi attuati dal governo centrale hanno visto in pochi anni ricostruire i principali monumenti e le cortine edilizie del centro storico tanto che già al principio degli anni’90 del XX secolo la città era completamente rifiorita. Dopo 25 anni dall’evento sismico il Committee on Economic, Social and Cultural Rights delle Nazioni Unite ha redatto un interessante report che fa riferimento anche a precedenti incontri svoltisi tra il 1999 e il 2001, evidenziando la positività degli sforzi congiunti compiuti dai vari organismi statali della Colombia per compilare un resoconto completo dei progressi nonché anche delle difficoltà, per quanto riguarda le questioni regolamentari, giudiziarie e amministrative, in merito agli interventi eseguiti sulle città danneggiate dai terremoti.

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Popayan (Colombia), pubblicazione del 1984 che ricorda i danni del sisma

Il caso di Popayan certamente costituisce un caso esemplare in Colombia di ricostruzione nel rispetto dell’estetica ereditata ma principalmente la rapida ricostruzione è stata favorita da uno stimolante progetto culturale che ha visto l’insediamento di diverse istituzione ed accademie provenienti da differenti realtà del Paese e che hanno riconosciuto in questo luogo un contesto adeguato a garantire uno sviluppo di tipo culturale, quale tutt’oggi si presenta la città.

Seppure per dimensione di abitanti ed estensione territoriale i due esempi, tra Giappone e Colombia, sono alquanto differenti, presentano però un denominatore comune caratterizzato dalla cultura e dai programmi basati su principi etici in cui la vita dell’uomo e il suo benessere sono al centro delle proposte progettuali messe in campo in modo idoneo e soprattutto produttivo e ben strutturato.

L’augurio è che questi esempi concreti possano costituire un riferimento di analisi e di conoscenza anche per quanto è importante attivare nel nostro Paese in quanto progetti culturali non sono affatto visionari, e pertanto l’ipotesi formulata, dal comitato di questo convegno, di insediare centri di studio e di ricerca, anche di istituzioni internazionali, nei nostri antichi borghi, certamente renderà possibile un virtuoso dialogo tra antico e nuovo, tra passato e futuro.

Concludo questa relazione con un riferimento al pensiero di Max Weber ripreso dalle pagine del libro L’etica protestante e lo spirito del capitalismo (1904) in cui il filosofo ed economista tedesco affermava che solo l’apprezzamento per un lavoro professionale continuo, sistematico e ben strutturato, insieme all’autentica rinascita delle fede della persona, può costituire una potente leva per una concezione della vita quale “vocazione” (Beruf) a servizio della comunità affrontando consapevolmente i doveri di questo mondo.

Dialoghi Mediterranei, n. 38, luglio 2019
 [*] Il contributo rappresenta l’intervento che la scrivente ha tenuto nel convegno a Solomeo (Umbria), Un’etica tra ricostruzione e memoria del futuro (5-6 giugno 2019. ) Il testo si divide in due parti. La prima parte è dedicata ad analizzare insieme ai presenti due termini che ho estrapolato dalla relazione di sintesi fornita dai curatori: Cultura e etica. La seconda parte è invece rivolta alla presentazione di due casi significativi sui metodi adottati, in differenti realtà geografiche e politiche, in merito alla ricostruzione post-sisma dei centri abitati, tema ovviamente centrale di questo importante convegno.
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Olimpia Niglio, architetto, PhD e Post PhD in Conservazione dei Beni Architettonici, è docente di Storia dell’Architettura comparata. Da dicembre 2018 è Ministro della Cultura presso il Ministero della Cultura in Asgardia, Aerospace International Research Center con sede in Vienna, Austria. È Follower researcher presso la Kyoto University, Graduate School of Human and Environmental Studies in Giappone. E’ stata full professor presso l’Universidad de Bogotá Jorge Tadeo Lozano (Colombia) e Visiting Professor in numerose università sia americane che asiatiche. Dal 2016 in qualità di docente incaricato svolge i corsi di Architettura sacra e valorizzazione presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Santa Maria di Monte Berico” della Pontificia Facoltà Teologica Marianum con sede in Vicenza, Italia.

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