Orizzonti e sguardi sul Mediterraneo

copertinadi Alberto Claudio Sciarrone

Che il Mediterraneo sia sempre stato centro di produzione di storia e di immagini, crocevia di fatti e di simboli è noto non solo agli studiosi. Appartiene al senso comune,  al retaggio culturale nonché al patrimonio di un’amplissima letteratura. Il Mediterraneo per il fatto di essere stato alle origini di civiltà, economie e religioni è permanente oggetto di elaborazione e plasmazione di discorsi, teorie, ideologie e, inevitabilmente, di stereotipi e luoghi comuni. Attorno a questo mare apparentemente chiuso ma storicamente aperto ad attraversamenti e insediamenti, ad un movimento continuo di uomini e cose, oggi prepotentemente tornato al centro dell’attualità politica e del dibattito pubblico, si sono generate e sviluppate rappresentazioni spesso contraddittorie e ingannevoli.

Sull’analisi di queste rappresentazioni che hanno dato vita a concetti e concezioni largamente diffusi e penetrati nel sentire e pensare collettivo si è cimentato Francescomaria Tedesco con il suo ultimo libro, Mediterraneismo – Il pensiero antimeridiano (Meltemi Roma 2017), affrontando questioni che spaziano tra la filosofia, l’antropologia, l’arte e il diritto. Tutto ciò sembra riepilogare il percorso finora intrapreso da Tedesco: filosofo del diritto e della politica, attualmente assegnista di ricerca in Filosofia del diritto presso l’Università degli studi di Camerino e autore di cinque monografie che vanno dalla storia del pensiero economico all’accoglienza dei rifugiati e richiedenti asilo fino ai diritti umani.

Nell’introduzione l’autore enuncia da subito i contenuti dell’opera, chiarendo che «questo è un libro sugli sguardi occidentali verso il Meridione e verso il Mediterraneo» e sugli approcci orientalizzanti con i quali l’Occidente tenta di descrivere e rappresentare quest’area. I punti di riferimento per Tedesco sono certamente il libro di Edward Said Orientalism, uno dei saggi più importanti in ambito antropologico, e l’opera fondamentale di Fernand Braudel La Méditerranée et le monde méditerranéen à l’époque de Philippe II, laddove lo storico francese proponeva la visione del Mediterraneo come di un soggetto unitario, un’area culturale che accomuna genti di vari Paesi come gli andalusi, i siciliani, i libanesi etc.

Muovendo da queste due fonti di documentazione capitale, Tedesco analizza il concetto coniato dallo studioso Michael Herzfeld di mediterraneismo, ovvero come l’Occidente ha rappresentato e rappresenta il Mediterraneo. Nel definire preliminarmente il termine “orientalizzazione” come «la pratica discorsiva mediante la quale una cultura egemone descrive performativamente l’altro, con il duplice scopo di dominarlo e di definire se stessa», l’autore ribadisce il concetto che l’Occidente viene «pensato come un monolite di senso, un compatto luogo percorso da una omogeneità di valori, tradizioni e diritti».

La cultura occidentale, una volta costruita la sua identità, ha ideato una rappresentazione non solo dell’Oriente ma anche del Mediterraneo stigmatizzandolo come “arretrato”, “barbaro e irrazionale”, conferendogli cioè delle formule stereotipate e generalizzanti. Non è un caso constatare come nel corso dei secoli i paragoni tra queste due aree si sprecano, tanto che il Sud d’Italia venne anche descritto come “India italiana” (anche se molti autori non hanno sperimentato la conoscenza diretta di queste zone e si sono avvalsi delle rappresentazioni proposte da libri scritti con un chiaro approccio etnocentrico).

Baglio nel Trapanese, 1953 ( ph. R.Pestalozzo)

Baglio nel Trapanese, 1953 ( ph. R. Pestalozzo)

È in questa ottica che Tedesco analizza i due tipi di mediterraneismo: il primo realizza una diretta esotizzazione rappresentando da un lato il Nord/ Occidente con connotazioni positive come modernità, efficienza e benessere, e dall’altro il Sud/Oriente con gli stereotipi sopra menzionati. Il secondo approccio mediterraneista attua invece un’orientalizzazione rovesciata, laddove il Sud è raffigurato come un posto elegiaco, ricco di valori umani, una “vera alternativa” alla visione corrotta e amorale dell’Occidente.

Partendo da questi presupposti, che pencolano tra etnicismo ed esotismo, l’autore passa in rassegna eventi storici come le primavere arabe,  che hanno portato alla caduta di vari regimi e a situazioni di instabilità politica e di guerre civili nel Medio Oriente. Avvenimenti che sono stati letti con una chiave etnocentrica di tipo occidentale, etichettati come fatti estemporanei, eruzioni effimere, ritenendo l’Oriente un soggetto passivo, stagnante, inerte e non predisposto alla rivolta. Le primavere arabe sono state paragonate da studiosi come Ulrich Beck ad eventi europei come la Rivoluzione francese o la Primavera di Praga, e non sarebbero potute avvenire se non ricalcando il paradigma “rivoluzionario” e “civile” occidentale. In quest’ottica, anche una volta conquistato lo spazio pubblico, il modo di vivere di questi Paesi deve essere ricondotto alle forme politiche occidentali.

Il mediterraneismo si manifesta anche nella lettura e interpretazione di fenomeni negativi come l’Isis, visto come una creatura creata da “noi” occidentali poiché “l’altro” non è capace di produrre da sé il male. Questa prospettiva eurocentrica permea settori di varia natura come il campo dei diritti umani, della filosofia, del diritto internazionale: nello specifico Tedesco affronta il dilemma della sovranità nei Paesi arabi, l’intervento militare in Libia, l’empowerment delle donne citando il caso di Amina Tyler.

 Campofranco, 1962 (ph. Anfosso).

Campofranco, 1962 (ph. Anfosso)

Dall’altra parte la lettura mediterraneista di secondo tipo considera le primavere arabe come delle proteste politiche che ambiscono ad ottenere la libertà e tutti quei valori che l’Occidente sta smarrendo, ponendo così il Sud sul fronte più avanzato per la lotta per i diritti umani e l’emancipazione sociale. Sarebbe questa “l’alternativa mediterranea” alla ameri- canizzazione del mondo dopo la caduta del Muro di Berlino. Questa voglia di “riscatto” è presente anche nel Sud Italia, poiché il processo di orientalizzazione non opera solo tra culture, ma anche all’interno di una stessa cultura. Questo capovolgimento dello stereotipo negativo del Sud è alla base di una volontà di  emancipazione e di rivendicazione politico-culturale del Meridione attraverso l’elaborazione di una sua presunta e incontaminata identità, che lo pone al disopra del Nord.

Il rischio che tuttavia evidenzia l’autore è che, nel tentativo di smontare la visione dell’Occidente come luogo sviluppato e civilizzato, si può produrre un rovesciamento che di fatto continua ad alimentare l’immagine stereotipata dell’Oriente, attuando cioè un’orientalizzazione rovesciata. Questo processo avviene anche quando, adottando una lente autoetnografica, si descrive se stessi agli occhi degli altri ed è proprio ciò di cui scrive Tedesco nel quinto e ultimo capitolo, intitolato “Qualunquemente Sud”, nelle cui pagine affronta questo concetto nel campo della musica e della letteratura.

L’opera di Tedesco, che offre un amplissimo repertorio di riferimenti scientifici  e letterari, ha il pregio di analizzare il mediterraneismo sotto vari aspetti, attuando una attenta ricognizione trasversale e multidisciplinare, risultando pertanto un importante contributo agli studi che si occupano del Mediterraneo e di come questa area è rappresentata. Le due visioni del mediterraneismo presentate nel libro sono state utilizzate negli anni per raffigurare il Mediterraneo sia come un luogo arretrato, barbaro e incivile, sia come faro per una rinascita dei valori e dei diritti umani: da un lato una alterità disprezzata e  ghettizzata nella sua storica subalternità; dall’altro lato un antidoto intellettuale e sentimentale agli esiti di una modernità disumanizzante. L’autore spiega come entrambe le visioni siano false, poiché tentano di racchiudere questo luogo enorme e complesso, inclusivo di popoli e tradizioni differenti, in un dato unitario, omogeneo e sostanzialmente immaginario. Per non incorrere in una rappresentazione distorta della realtà mediterranea dovremmo partire dal rimettere in discussione il concetto stesso di cultura che, come spiega Tedesco seguendo le orme di Clifford, «non è un monolite ma un processo negoziale in atto», mai statico né compiutamente definito.

Dialoghi Mediterranei, n.28, novembre 2017

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Alberto Claudio Sciarrone, laureato con una triennale in Lingua e Comunicazione Internazionale all’Università di Roma Tre e specializzato in Studi Afroasiatici a Pavia, i suoi interessi scientifici sono orientati su temi e questioni relativi al mondo arabo. Ha svolto diverse esperienze di studio e ricerca allʹestero: un Erasmus allʹIEP di Tolosa e un soggiorno linguistico al Bourghiba School a Tunisi dove ha ottenuto il diploma finale dʹarabo. Ha lavorato prima allʹISEM (CNR), mentre attualmente collabora con UNIMED.
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