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NAZA, l’antisemitismo, la morte del linguaggio e la fine della storia

01-nazadi Leo Di Simone

Sembra che NAZA sia un acronimo derivato dall’ebraico Nezek Agavi, che significa letteralmente “danno collaterale”. Secondo l’intelligence israeliana NAZA indica la stima del numero di civili che potrebbero essere uccisi durante un attacco aereo, le cosiddette “vittime collaterali”. La dicitura “danno collaterale” appartiene al linguaggio militare per indicare le conseguenze indesiderate delle operazioni belliche che comportano costi altissimi in termini di vite umane e di distruzioni materiali e morali. Questa è l’opinione di Zygmunt Bauman che nel suo libro Danni collaterali sostiene che questi non sono soltanto prerogativa della guerra, ma rappresentano uno degli aspetti più diretti e sconcertanti dell’ineguaglianza sociale che caratterizza la nostra epoca. Perché ad essere votati ai danni collaterali sono i poveri, per sempre segnati dal duplice marchio dell’irrilevanza e dell’indegnità. 

«Causare danni collaterali è più facile nei quartieri loschi e tra le strade più malfamate delle città che nelle tranquille zone residenziali abitate da uomini potenti e altolocati. Tra l’occupare il gradino più basso della scala della disuguaglianza e il ritrovarsi vittima collaterale di un’azione umana o di un disastro naturale esiste lo stesso rapporto che intercorre tra i poli opposti delle calamite che tendono e gravitano l’uno verso l’altro» [1]. 

Definire “collaterali” alcuni effetti devastanti delle operazioni militari può essere inteso in un duplice senso: si può supporre che 

«questi non siano stati messi in bilancio né al momento in cui l’operazione è stata pianificata, né al momento in cui alle truppe è stato dato l’ordine di entrare in azione; oppure che l’eventualità del loro possibile verificarsi sia stata considerata e soppesata, e tuttavia ritenuta un rischio che valesse la pena correre, alla luce dell’importanza degli obiettivi militari in gioco» [2]. 

C’è tuttavia una terza ipotesi che appare più plausibile: che i danni siano stati scrupolosamente calcolati e corrispondano all’intenzione della totale distruzione del nemico, anche al costo di provocare danni interni all’istituzione che pianifica l’azione distruttiva. 

«Molti di coloro che impartiscono ordini sarebbero felici di poter giustificare a posteriori la propensione da loro dimostrata nel mettere a rischio la vita e la sussistenza di altri esseri umani con la motivazione che non è possibile fare una frittata senza rompere delle uova» [3]. 

Purtroppo, però, non si tratta di uova ma di figli propri ed altrui, e la giustificazione si appoggia su una dose massiccia di cinismo.

02I danni collaterali causati dagli studiati piani bellici emersi alla luce dell’informazione nel docufilm NAZA, diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor, sono enormi, tanti da perdere la qualifica della collateralità e causati da una premeditazione determinata. Sono complessivi, poiché nessun componente di ciò che esisteva a Gaza è rimasto sano, niente si è salvato di ciò che viveva: la morte ha distrutto sia i corpi che le anime dei “sopravvissuti”, la sanità delle membra, l’innocenza dei bambini, i cuori delle madri, la speranza di una vita futura, di una libertà mai posseduta e sempre sognata e combattuta. Il documentario racconta proprio questo: la disumanizzazione di un popolo in cui ogni persona, un bambino, una madre, una famiglia viene trasformata in un numero previsto ipoteticamente prima dell’attacco.

Il film, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, si basa sulle testimonianze anonime di 24 ufficiali israeliani dell’intelligence e dell’esercito. Le interviste, ambientate di notte sui tetti di Tel Aviv, si alternano a immagini della quotidianità cittadina, creando un contrasto tra la vita ordinaria in Israele e gli effetti dei bombardamenti che di preferenza vengono effettuati in orario notturno contro le abitazioni private, con la preventiva accettazione di precise quote di perdite civili: circa venti per obiettivi di basso rango e cifre fino a dieci volte superiori per figure di rilievo. Gli intervistati descrivono le procedure operative e l’uso di tecnologie di sorveglianza e analisi automatizzata dei dati. In particolare, testimoniano l’impiego del sistema di intelligenza artificiale Lavender per la stesura automatica di liste di bersagli, del programma Homeland per le intercettazioni telefoniche e della procedura Where’s Daddy, ideata per tracciare i sospetti attraverso le comunicazioni dei familiari.

Il numero elevato di vittime civili costituisce una caratteristica sistemica delle operazioni, nonostante l’ufficialità israeliana rivendichi l’adozione di misure per limitare le vittime tra la popolazione civile. Il numero delle vittime a Gaza è oggetto di controversie. Le autorità sanitarie di Gaza, le cui cifre sono da tempo considerate affidabili dall’ONU, riportavano più di 72.000 morti 28 mesi dopo l’inizio del conflitto, ma si stima che altre migliaia di persone giacciano sotto le macerie degli edifici distrutti. In base a ciò la tesi secondo cui Israele starebbe commettendo un genocidio è supportata da diversi storici e accademici esperti di genocidio e Olocausto, anche se Israele contesta tale definizione. Ma questo è un inutile e sterile dibattito che distoglie lo sguardo dalla natura “apocalittica”, cioè rivelativa di ciò che sta accadendo a Gaza e dintorni: la sconfitta totale del nostro mondo “civilizzato” dove la follia umana si fa sostituire dall’intelligenza artificiale per potenziare le sue prerogative distruttive. Restano sepolte sotto le macerie il sistema giuridico internazionale, il diritto, la giustizia, le istituzioni internazionali e nazionali che dovrebbero tutelarli e la cognizione del concetto di “umanità”, ormai privo di significato. Una coltre spessa di pietre e cemento insanguinato è la forma della tomba della civiltà del XXI secolo. Se l’umanità sopravviverà a questa tornata di follia collettiva, di bellicismo istituzionalizzato, per generazioni e generazioni sarà chiamata a rimuovere montagne di macerie materiali e soprattutto morali. Impresa a dir poco titanica!

03Ora bisogna «raccogliere il corpo della città», argomenta Paola Caridi in Sudari, elegia per Gaza; ora che «le macerie di Gaza sono mappa geografica del genocidio, scena del crimine che contiene le prove, i misfatti, i corpi del reato. Le tracce materiali. Tutto contengono, infatti, le macerie di Gaza. I sepolti vivi, i dissolti dalle bombe lanciate sui palazzi e quartieri residenziali», gli ospedali, le scuole, le moschee storiche, le chiese dei primi secoli, sospettate sedi di una ubiqua residenza di Hamas. «Tentativo di annullare la storia di Gaza, e così facendo ritenere compiuto lo sterminio, umano e culturale» [4]. All’inizio fu detto, con sfacciata ironia mediatica, che si trattava di un film, che Gaza era un set cinematografico dove il disastro era simulato, mentre altri media prezzolati e senza pudore diffondevano immagini di mercati pieni di gente che acquistava ogni ben di Dio. Non mancava certo il pane, né l’acqua, né il cibo per sfamare vecchi e bambini. “Si voleva far credere” che ci fosse stato il disastro, ma era “propaganda mediatica”, per screditare Israele: era antisemitismo. Si dice anche, oggi, e molti già lo hanno detto, che NAZA è una fiction che narra l’assurdo della totale scomparsa dell’etica, della coscienza davanti al mistero della morte, che è eredità comune, della fede nella vita eterna e nella redenzione, per chi dice di fondare le proprie azioni nel comandamento del Dio della vita che prescrive di «non uccidere» per poter conservare dignità umana e sanità di intelletto.

Ma la fiction, anche se fosse tale, non ricompone cinquanta milioni di tonnellate metriche di macerie che costituiscono la pietra tombale più grande del pianeta. «Gaza non esiste più. O almeno, quella che è stata Gaza nel più recente capitolo della sua lunga storia: un universo chiuso e sigillato [5]. Il dolore, oggi, è la realtà più tangibile, in Palestina e in Israele, e benché in forme diverse i due popoli vi sono completamente immersi e pagano il «danno collaterale», non si sa fino a che punto preventivato, di una soluzione esclusa dal loro dolore, l’assenza di un lenimento razionale e spirituale che plachi la furia dell’odio votato alla distruzione.

Assumere come orizzonte della riflessione il dolore non significa coprire tutti con lo stesso sudario, non vedere, di volta in volta, chi infligge il dolore e chi lo subisce, quando la causa di questo irrompe a fasi alterne, da una parte e dall’altra, come conseguenza dell’incomprensione, del non sentire le ragioni dell’altro, o dell’Altro come nomos assoluto di pacificazione nella vita per bandire la morte. Semmai rinunciare alla ragione che vaglia le ragioni, rinunciare a distinguere tra oppressi e oppressori, non discernere le cause specifiche e antagoniste del dolore palestinese e di quello israeliano, questo sì è insensato. Insensato trincerarsi dietro un linguaggio pregiudizievole che non rappresenta, non dice pur dicendo molte parole svuotate della significazione del vero, non dice che quel dolore non ha monopoli, non sta da solo, fa parte del dolore del mondo.

Mai come oggi il dolore è così osceno, messo in scena senza pudore, senza linguaggio che lo possa spiegare, giustificare. Oscenità irreale e distaccata quella narrata da NAZA, dove in scena sono le parole che narrano davvero di quella “banalità del male” affidata all’algoritmo; male perpetrato in maniera impersonale, lubricamente ludica, con gli strumenti del videogame, per cui pigiando un tasto il nemico è vaporizzato e il premio vinto. Gioco di calcolo pianificato con obiettivo geometrico, virtualità di morte nascosta, di vittime anonime inscritte nel quadro d’azione di un piano strategico senza uscite.

C’è una insufficienza del linguaggio a supportare la descrizione di questa fenomenologia corrente. Il linguaggio è ormai usurato, capace solo di generare luoghi comuni, per cui domande serie ricevono risposte vuote e banali, aride petizioni di principio. Un linguaggio corrente che spalmato sugli strumenti dei media per nove decimi, almeno, corrisponde a bugia, poiché la parola significante non trova più il suo significato reale ma il suo presunto o il suo opposto. Data l’incapacità culturale moderna di Raids on Unspeakable come vaticinava Thomas Merton [6], è possibile riportare nell’informazione teorie o dottrine che da molto tempo hanno abbandonato la storiografia o le scienze umane; i media non devono più rendere visibile le profondità del mondo con le cause dei suoi mali, e neppure l’annuncio di una realtà veramente reale, né la predicazione di una verità che si affaccia alla storia. L’informazione non è per nulla identificabile col resoconto di “fatti” da sottoporre con calma ad ermeneutica rigorosa; piuttosto un sistema precostituito di scrittura con una sua logica interna, autoportante, algoritmica che seleziona il dicibile e l’informabile che una intelligenza superiore, che magari si trincera dietro l’impersonalità artificiale, ha predeterminato con finalità precise, avulse da logica ed etica. Così i racconti persistenti e martellanti delle agenzie di “informazione di massa” mitizzano la realtà vivente.

Questa produzione di grandi leggende popolari, con e dentro l’elemento quotidiano, è l’equivalente delle mitologie di un tempo. Risponde a una funzione e obbedisce a regole che imbastiscono stereotipi e figure di stile in vista dell’omogenizzazione di un’ermeneutica implicita che non lascia scampo ad altre interpretazioni. Gli organi di informazione quotati e patentati da munifici mecenati, demiurghi della finanza planetaria, sanno perfettamente qual è la definizione scientifica di “genocidio”, così come la distinzione socio-teologica tra ebraismo, giudaismo, sionismo in relazione alla questione dell’antisemitismo nel suo intricato sviluppo diacronico. Lo sanno a prescindere dalla mole di studi scientifici che antropologi, sociologi, storici, archeologi, biblisti, filosofi, filologi hanno condotto in ordine alla demitizzazione e alla verità storica della reale significazione di questi termini che restano sconosciuti ai più, e vengono utilizzati in maniera indifferenziata. La confusione che ne consegue è babelica.

04L’essere ha così perso la sua casa, che secondo la celebre espressione di Heidegger è il linguaggio. Con la perdita del nome proprio è cancellato il prestigio che si accordava alla coscienza, artefice della solidarietà ormai senza proprietario e del tutto nominale. Ipocritamente nominale. I lemmi suonano perciò vuoti e il tempo occorrente per risignificarli astutamente nell’ottica globalista è sprecato sulla scena del dramma infinito, dove il massacro di esseri umani è imputato alla ragion di stato, alla sicurezza nazionale, alla coerenza politica o celebrato sull’altare della finanza globale, dea del pantheon di Cibele. Vera vocabula rerum amisimus, lamentava lo storico latino Sallustio. Così che anche «i cultori meno avveduti della “filosofia della storia”, della storia proclamano, addirittura la conclusione» come sagacemente afferma Luciano Canfora nella prefazione al libro di Elena Basile L’Occidente e il nemico permanente [7], dove sono messe in luce l’illusione e la presunzione dell’Occidente nel ritenersi architetto e artefice del faro della democrazia e dei diritti umani. Dimenticando la sua storia profonda e considerando soltanto le luci di superficie delle arti e del pensiero teoretico, collocate però su strati e strati di guerre e di stragi, di imperio e di ingiustizie. Decostruendo i miti delle “patrie” si possono rintracciare le nefandezze che hanno mosso la storia e che questa ci ha lasciato come povera e triste eredità.

Troppe parole nella tragedia palestinese sono state usate inutilmente perché insignificanti. E sempre le stesse, ostinatamente, e con una patologica coazione a ripetere vengono ripetute come ipnotici mantra. Affrontare oggi la questione di Israele e della Palestina comporta, dopo che tutte le parole politiche e diplomatiche e i disegni militari sono falliti, cercare di andare più a fondo al senso dell’essere scandagliando i recessi della parola e facendo discorsi che non si sono mai fatti. Questo il senso di Raids on Unspeakable, testo denso di profezia che Thomas Merton scrisse per stigmatizzare lo stallo della disastrosa guerra del Vietnam coperta da una coltre di retorica criminale. Fare un’incursione nell’indicibile è compito ineludibile di dinamica culturale contro la sua statica, contro la stagnazione che sta ammorbando la cultura planetaria. Dire l’indicibile è missione profetica del “dire in favore”, parlare altrimenti per chi non ha parole o perché ne è stato privato, per calcolo strategicamente culturale, o perché qualcuno gli ha sparato in gola, lo ha soffocato in una camera di tortura. Oggi si insiste nel soffocare in gola l’indicibile, con la violenza delle mani armate e con provvedimenti legislativi a tutela dell’indecenza della menzogna. Non si deve dire che ciò che si vede è orribile, indecente, mostruoso, inumano, né si deve criticare chi dell’ignominia è l’artefice o il complice. Non si deve ricostruire la trama di morte che culmina nell’orrore, semmai appigliarsi a giustificazioni sostenute dal pensiero dominante.

Il pensiero che domina sui fatti, li controlla, li seleziona e se i fatti lo contraddicono peggio per loro, vengono eliminati dallo schermo, vengono demonizzati, vengono considerati “danni collaterali”, necessità storica, sacrificio redentivo nella migliore delle ipotesi. I carnefici vengono travestiti da vittime e le vittime tacciate di delinquenza. «È meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera»; è la celebre frase pronunciata da Caifa, il Sommo Sacerdote, riportata nel Vangelo di Giovanni (Gv 11,50) che traduce la logica del capro espiatorio e il cinismo del potere. I morti in guerra sono sempre stati olocausti per la gloria della patria, per un bene più grande e hanno ricevuto onori imperituri con commozione a posteriori. Magnifico mausoleo l’altare della patria che custodisce le spoglie di un milite ignoto, uno tra le migliaia di vittime innocenti inviate alla carneficina da un avido potere rimasto “al sicuro” nei dorati palazzi.

05Sembrava che dopo l’ecatombe della Seconda guerra mondiale i miti nazionali avessero allentato la presa. Diverse correnti culturali e diverse istituzioni accademiche avevano proposto una diversa visione del passato, messo in discussione i fondamenti dei nazionalismi che provocarono i disastri del “secolo breve”, adottando metodi più scientifici per lo studio della storia. Shlomo Sand, da accreditato storico ebreo, ha seguito questa strada e nel suo celebre volume L’invenzione del popolo ebraico arriva alla conclusione indicibile che «per salvare lo Stato di Israele dalla voragine che si sta spalancando al suo interno e migliorare i suoi esili rapporti con il mondo arabo sarebbero necessarie modifiche radicali alla politica identitaria ebraica e una svolta decisiva nelle relazioni con il contesto arabo-israeliano» [8]. Studiando a fondo la storia, in maniera scientifica e non ideologica, ha potuto criticamente concludere che «la soluzione ideale per mettere termine ad un conflitto vecchio di secoli e consentire la coesistenza di ebrei e arabi sarebbe la creazione di uno Stato democratico binazionale che si estenda dal mar Mediterraneo fino al fiume Giordano» [9]. Ha detto l’indicibile che la verità storica gli ha suggerito, e viene accusato di tradimento. Ma, l’aver criticato il corrente sistema di valutazione dell’identità di Israele in quanto Stato moderno e nominalmente democratico può sfociare in un’accusa di antisemitismo? Da uomo di scienza ha semplicemente cambiato paradigma ermeneutico:

«Le conclusioni cui sono giunto dispiegano una narrazione completamente diversa da quella che mi era stata insegnata da giovane. Sfortunatamente pochi dei miei colleghi – coloro che insegnano storia in Israele – ritengono loro dovere intraprendere la pericolosa missione pedagogica di denunciare le tradizionali bugie che si dicono sul passato. Non avrei potuto continuare a vivere in Israele se non avessi scritto questo saggio. Non penso che i libri possano cambiare il mondo, ma quando il mondo comincia a cambiare ha bisogno di nuovi libri» [10].

Tutto il volume di Shlomo Sand è una critica serrata e documentata dei criteri con i quali per secoli e fino al presente è stata letta ideologicamente la storia di Israele: in chiave identitaria, nazionalista e suprematista, nel rispetto di un pensiero dominante che ha condizionato le sorti del suo popolo, conducendolo adesso sull’orlo della catastrofe. E non è una critica malevola quella dell’ebreo Sand; semmai costruttiva, in cerca di soluzione di una situazione drammatica e disonorevole in cui Israele si trova e che è causa non seconda della riviviscenza dell’antisemitismo a livello mondiale. Prima di questi ultimi anni tragici non si registravano episodi veementi di antisemitismo e la bandiera di Israele era rispettata come tante altre. È un bene la critica costruttiva, è un bene che lo storico Sand abbia sfatato tutti i miti che privi di supporto storico si rendono al presente anacronistici e incredibili, come quello dell’elezione del popolo ebraico e del possesso esclusivo della terra voluto da Dio. In un mondo laicizzato non importa a nessuno dell’elezione divina, mentre si cercano piuttosto contratti per comprovare la proprietà della terra e supporti giuridici internazionali ad azioni delittuose che si vogliono giustificare col fanatismo religioso della tradizione dei mitici avi.

Se la Sharia come sistema giuridico religioso e morale dell’Islam è incompatibile con gli ordinamenti giuridici laici degli Stati democratici occidentali, non si capisce perché l’Occidente difenda uno Stato il cui ordinamento giuridico è fondato sui precetti religiosi della Torà e del Talmud, anch’essi in collisione col Diritto internazionale. È lecito un rilievo di questo tipo o corrisponde ad atteggiamento di antisemitismo? Non è rivolto agli ebrei che si dicono in diaspora. Di certo i milioni di ebrei che vivono fuori di Israele si attengono alle leggi dei Paesi di residenza. Per loro il rilievo non vale e non c’è accusa contro di loro. È quando si pretende che Sharia, Torà e precetti del Talmud abbiano valore giuridico universale che le cose si complicano tramutandosi in conflitto. Sullo sfondo del conflitto israelo-palestinese c’è, anche se non esclusivamente, la questione religiosa che si polarizza simbolicamente nella moschea al-Aqṣā, costruita sull’area di risulta del Tempio distrutto di Gerusalemme. Un monumento islamico su territorio rivendicato dagli ebrei: c’è di che contendere! Ormai molti anni fa, racconta Anna Foa, uno dei maggiori scrittori della scorsa generazione, Amos Oz, scrisse pagine illuminanti “contro il fanatismo”: «Protagonisti ne erano quei fanatici che credono di essere gli eletti di Dio in terra per ricostruire la grande Israele». Si tratta di coloni religiosi che vivono nelle colonie della West Bank, dove abitano anche i ministri Ben Gvir e Smotrich. «I loro insediamenti sono protetti da civili da loro stessi armati e dall’esercito, che li rifornisce di armi. La loro ala più rigidamente messianica vorrebbe ricostruire il Terzo Tempio (il secondo è quello distrutto nel 70 d.C.), un progetto che implica evidentemente la distruzione delle moschee esistenti sulla spianata del Tempio» dove recentemente Ben Gvir si è recato a pregare con i suoi seguaci come atto di sfida [11].

06Tanto irrazionale fanatismo non può essere accettato da persone sane di mente, né tantomeno da studiosi seri della storia di Israele che hanno avviato, non senza difficoltà, una corrente culturale che va sotto il nome di “post-sionismo” cui ha aderito anche Shlomo Sand che all’inizio del suo libro parla delle difficoltà ostracizzanti che hanno accompagnato la sua ricerca, dato che per gli storici del “pensiero dominante” parole come «“Popolo ebraico”, “terra avita”, “esilio”, “diaspora”, “‘Aliyah”, “terra di Israele”, “terra di liberazione” eccetera, sono le parole chiave impiegate in tutte le ricostruzioni del passato nazionale entro i confini di Israele, e il rifiuto di un simile lessico è considerato un’eresia» [12]. Come premessa metodologica al suo studio Sand dichiara che il suo scopo è stato quello di «mettere in discussione il discorso storiografico tradizionale», il che conduce a dover proporre narrazioni alternative sulla scorta degli studi di Marcel Detienne: «Come denazionalizzare le storie nazionali? Come si può smettere di proseguire lungo le medesime strade pavimentate di sogni nazionalistici?». Da qui la necessità di «decostruire sempre più le grandi narrazioni nazionali, in particolare i miti dell’origine» che hanno segnato le cronache del passato, per evitare che «gli incubi identitari di ieri costituiscano i sogni identitari di domani» [13].

Ma questa lezione è difficile da apprendere, non solo per Israele ma anche per il “progredito” Occidente dove il rigurgito nazionalistico non è da dimostrare, ed anzi si corrobora con connotazioni etniciste che vengono smentite dagli studi scientifici. Tra la fine del Ventesimo e l’inizio del Ventunesimo secolo l’etnicità, giustamente definita dal filosofo francese Etienne Balibar «assolutamente fittizia», gode adesso di una nuova popolarità. Il filosofo ha più volte ribadito «come le nazioni non siano etniche e sia incerta persino quella che viene considerata la loro “radice etnica”» [14]. Ciò che ci si deve chiedere, insieme a Balibar, a Sand e a tanti altri studiosi, è come sia possibile, oggi, una etnocrazia nell’era della globalizzazione. Dopo quasi seicento pagine Sand conclude che «il mito di un “éthnos” ebraico inteso come corpo storico autonomo che ha sempre evitato l’inclusione di stranieri (e di conseguenza deve continuare a farlo) scorre vitale nelle vene dello Stato di Israele e potrebbe provocarne il collasso» [15]. Scritta nel 2008 questa conclusione mostra tutta la sua profetica lungimiranza.

07Shlomo Sand, comunque, non è la sola voce ebraica autorevole a criticare e denunciare l’operato dello Stato sionista di Israele e la sua condizione di sempre più ampia emarginazione nell’opinione pubblica mondiale. L’abbandono dell’aula dell’ONU da parte di più di un centinaio di diplomatici rappresentanti di una cinquantina di nazioni il 26 settembre u. s., per il discorso di Benjamin Netanyahu, la dice lunga sull’indice di gradimento di cui gode Israele nel mondo, con l’aggravante del danno collaterale della crescita dell’antisemitismo nell’opinione pubblica, che non distingue tra ebraismo e sionismo, la questione etnica, anch’essa molto complessa, da quella politica non meno complicata, per non parlare di quella religiosa carica di tre millenni di stratificazioni ermeneutiche. Se si vogliono affrontare seriamente simili questioni non lo si può fare per via di slogan e sventolando bandiere, o facendo riferimento a ideologie scientificamente obsolete ma radicate nell’inconscio culturale collettivo.

Censurare ogni critica allo Stato di Israele, come paventato dal Governo italiano per attutire manifestazioni antisemite è un errore di valutazione enorme, che denota disinformazione circa lo status quaestionis e non si sa quanta complice connivenza con una ideologia che continua a produrre distruzione, terrore e morte. Non si può continuare, piagnucolando, a voler far cominciare la tragedia il 7 ottobre 2023, o a ripetere acriticamente che Israele ha diritto a difendersi. Abbiamo visto che i termini dell’offesa hanno superato di gran lunga quelli della difesa. «L’ipocrisia, i doppi pesi e le doppie misure sono sotto gli occhi del resto del mondo», afferma Elena Basile, ex ambasciatrice italiana di lungo corso che denuncia come «le democrazie appaiono svuotate di valori e sembrano moralmente inferiori rispetto alle autocrazie» [16].

È troppo difficile e culturalmente impegnativo per chi vuole sbrigare velocemente e propagandisticamente le ragioni israeliane e solo israeliane del conflitto, ripercorrerne la storia vera che ha radici bibliche, come altrove ho cercato di dimostrare [17] e che lo studio di Sand ha analizzato a fondo, rilevando l’intreccio di tali radici con quelle meramente antropologiche dei popoli europei, per l’approdo ad una diversa narrazione fenomenologica. Ma se si vuole leggere solo l’ultimo tratto di questo conflitto millenario lo si deve focalizzare nell’ottica del sionismo, fenomeno non univoco ed equivocamente poliedrico, e comunque chiedersi cosa è accaduto nel campo di concentramento a cielo aperto di Gaza prima del 7 ottobre 2023: nel 2009, nel 2005, … nel 1948, nel 1917 quando a cura del ministro degli esteri britannico Balfour cominciarono ad approntarsi i progetti per «l’insediamento in Palestina di un focolare nazionale ebraico»; senza che nessuno si preoccupasse minimamente di consultare gli autoctoni palestinesi [18].

Perché la Palestina era una terra già abitata, non era “una terra senza popolo per un popolo senza terra”; e questo sin dai tempi dei biblici Filistei (pelištīm in ebraico) che provenendo dal mare si erano stabiliti in quella terra intorno al 1200 a. C.; per il profeta Geremia erano “popolo di Cretesi” (Ger, 2, 4-5 e 47, 4.), mentre Ezechiele (25,16) li chiama “Cretei” nel corso di un oracolo di maledizione. Del fatto che la terra dove volevano stabilirsi fosse abitata i sionisti erano consapevoli, e già nel 1891 Achad Ha’am, il celebre saggista, giornalista e filosofo ebreo russo, universalmente riconosciuto come il padre fondatore del sionismo culturale e spirituale lo diceva: «All’estero tendiamo a credere che la Palestina sia una terra quasi del tutto isolata, un deserto non coltivato. In realtà non lo è affatto: su questa terra è difficile trovare appezzamenti arabili che non siano seminati […] All’estero tendiamo a credere che gli arabi siano tutti selvaggi del deserto […]. È un grande errore […] Non sarà di buon grado che ci cederanno il loro posto» [19].

09Ma i buoni sionisti, come gli eponimi biblici, seppero farsi spazio. Nel 1948 nacque lo Stato di Israele e tale nascita coincise subito con la Nakba, la catastrofe, ovvero la cacciata di 250.000 palestinesi dalla loro terra. La vulgata israeliana ha sempre narrato che in quell’anno, allo scadere del mandato britannico in Palestina, le Nazioni Unite avevano proposto di dividere la regione in due Stati: il movimento sionista era d’accordo, ma il mondo arabo si oppose e, per questo, entrò in guerra con Israele e convinse i palestinesi ad abbandonare i territori. La tragedia dei rifugiati palestinesi, dunque, non sarebbe direttamente imputabile ad Israele. Questa tesi delle origini della Nakba è confutata radicalmente da Ilan Pappé. In qualità di storico ebreo appartenente alla corrente dei New Historians israeliani ha studiato a lungo la documentazione esistente su questo punto cruciale, compresa quella degli archivi militari desecretati nel 1998, ed è giunto ad una visione più chiare di ciò che accadde nel 1948; una visione drammaticamente in contrasto con la storiografia ufficiale. Nel suo libro La pulizia etnica della Palestina, rende pubblico che già negli anni Trenta la leadership sionista del futuro Stato di Israele, sotto la direzione del mitico “padre fondatore” David Ben Gurion, aveva ideato e programmato in modo sistematico un piano di pulizia etnica della Palestina. Ciò comporta, senza alcun dubbio, implicazioni di natura morale, politica e religiosa; un colpo mortale all’establishment politico e accademico di Israele. Nell’introduzione al volume scrive:

«Dopo l’Olocausto è diventato quasi impossibile occultare crimini contro l’umanità su vasta scala. Il nostro mondo moderno, dominato dalla comunicazione, specialmente dopo l’avvento dei media elettronici, non permette più che le catastrofi prodotte dall’uomo rimangano nascoste al grande pubblico o vengano negate».

E per concludere aggiunge:

«È nostro dovere strappare all’oblio la semplice ma orribile storia della pulizia etnica della Palestina, un crimine contro l’umanità che Israele ha voluto negare e far dimenticare al mondo. Non tanto per un atto di ricostruzione storiografica o per un dovere professionale, ma per una decisione morale, in assoluto il primo passo da compiere se vogliamo che la riconciliazione possa avere una possibilità e la pace possa mettere radici nelle terre lacerate di Palestina e Israele» [20].

La decisione morale comporta dunque il risveglio della coscienza davanti alla verità dei fatti, di ciò che si è fatto: operare il taglio con la menzogna (de-cidere). La verità non è un concetto metafisico ma un fare adeguato al bene, al bello e al giusto: «chi fa la verità viene alla luce» si legge nel vangelo di Giovanni 3, 21 (o, “chi opera la verità”: ὁ δὲ ποιῶν τὴν ἀλήθειαν ἔρχεται πρὸς τὸ φῶς), e questo fare, operare, è l’atto della fenomenologia del vero, del vero nel suo manifestarsi al mondo. E la luce è la possibilità della manifestazione del vero, la luce-vita, come troviamo nel prologo di Giovanni (1,4), ipostasi del Logos divino offerta agli uomini (ἐν αὐτῷ ζωὴ ἦν, καὶ ἡ ζωὴ ἦν τὸ φῶς τῶν ἀνθρώπων). Il rifiuto della luce sta nel nascondimento, nel buio, ed è rifiuto della vita, cioè morte. Ogni istinto di morte abita i recessi del buio, deve starsene nascosto per non morire per via della luce che mette allo scoperto la sua malizia, la sua ontologia mortifera. Il male ama nascondersi e si adopera con ogni mezzo perché altri non lo scoprano. La verità è scoprimento, ἀλήθεια, e nell’ordine etico scoprimento del male, per cui ad un certo punto “si scopre” ciò che non si vedeva, ciò che non si sapeva, ciò che era stato occultato.

Verità, dunque, come ricerca di luce, come anelito alla vita, al buono, al giusto, al bello. Senza lo sforzo etico della ricerca tutte le tesi che si proclamano vere sembrano ragionevoli, tutti i diritti sembrano giusti, tutte le posizioni intoccabili, tutte le violenze giustificabili in nome di una verità preconcetta, di una metafisica ragione superiore non identificata nella luce ma celata nelle ombre della caverna platonica, dove solo l’ombra pare reale. E colui che si è liberato dalle catene del buio e annuncia la verità vista nel suo disvelarsi alla luce viene prima sbeffeggiato, poi screditato, poi ucciso. Più di trecento giornalisti palestinesi sono stati trucidati, per consentire il prevalere della tenebra, poiché quanto più una società si allontana dalla verità, tanto più odierà e combatterà quelli che la raccontano, quelli che la vivono, quelli che la fanno.

Affrontare la questione millenaria del conflitto israelo-palestinese a partire dal dolore della morte dovrebbe comportare la determinazione di uscire dal buio, verso la luce. Ora che tutti i disegni politici, diplomatici, militari in cerca di soluzione sono falliti, bisognerebbe cambiare metodo e abbandonare quegli inutili strumenti culturali forgiati da una malizia secolare. È mancato l’anelito alla verità, e ciascuna delle parti ha cercato la verità dove non si poteva trovarla: nel buio dell’odio, della vendetta, dell’esclusione, del pregiudizio, della morte. Ha una grande dose di saggezza il detto popolare che “la verità fa male”. Fa male perché disarciona dalle presunzioni, dalle convinzioni erronee che hanno consentito di radicarsi nel privilegio, nella superiorità, nella legittimazione del predominio di qualsiasi natura, politica, sociale, economica, religiosa. La verità è disarmante, e disarma senza violenza, con la sola forza dell’evidenza. “È evidente” vuol dire che non c’è altro da dire. Il vero è dall’ e-videre. Se tutto è distrutto non c’è niente da dire, c’è evidenza allo sguardo. Per cui non c’è pace disarmata e disarmante senza la verità che disarma. Ma la nostra cultura globale, irrazionale e vacua non è in grado di incamminarsi verso una seria ricerca della verità nella sua e-videnza, mentre siede tra le tenebre e le ombre di morte.

Sarebbe una rivoluzione culturale attualmente impossibile, soltanto auspicabile. Una metanoia culturale comporterebbe cercare di andare più a fondo delle cose, degli atti della storia per comprendere l’origine di questo dolore mondiale di cui il dramma israelo-palestinese è emblema terrificante ma vero; indagare a fondo il perché della sua irriducibilità. Significherebbe mettere in atto energie culturali e religiose che nel dibattito pubblico, a cominciare dal nostro Occidente e dalla nostra Europa vengono ignorate e ostracizzate perché di ostacolo all’unidirezionalità imboccata da una potenza oscura distruttrice che conduce solo alla morte. Lo disse tanti anni fa papa Benedetto XVI che in Occidente si rileva, tristemente, un istinto di morte. Da qui la propensione all’occultamento, la cura e la consegna del silenzio mafioso, la censura dei pensieri che superano gli standard prestabiliti dal potere, il disprezzo per lo studio della cultura e il depotenziamento della ricerca scientifica contenuta anch’essa nei limiti degli ambiti più utili al funzionamento della Matrix governata, ora, dall’intelligenza indotta dell’algoritmo, implacabile esecutore di pseudo verità confezionate ad hoc per gli scopi più iniqui. I poteri sanno che l’intelligenza vera, quella che intus-lege, che scava fino alla sorgente luminosa, è più pericolosa delle armi, e la combattono con ogni subdola astuzia, anch’essa nascosta, non rivelata, conservata negli scrigni di conventicole egemoni senza nome.

10Per questo l’Europa si agita battendo l’aria, avendo abdicato non solo alla sua tradizione cristiana ma anche a quella intellettuale e filosofica. Non so di cosa si parla quando si dice di voler tutelare l’identità culturale europea o le tradizioni cristiane, quando non si conosce veramente la storia e se ne estrapolano soltanto episodi ad usum Delphini; o quando si sentono ragionamenti politici dissonanti con la logica, l’etica filosofica e la filosofia del diritto; o peggio, quando si proclama una identità cristiana senza Vangelo e senza Cristo, senza le ragioni di Cristo e del suo Vangelo. È impensabile per i saputi governanti europei o occidentali in genere, che l’utilizzo di una fenomenologia della religione possa essere utile, fattivamente utile, all’invenzione della verità, al suo ritrovamento dunque, nella ricerca comparata per risolvere l’annosa questione della guerra. Il conflitto israelo-palestinese, in specie, è animato al suo interno non solo da questioni geopolitiche ed etniche, ma primariamente religiose, che sono state e sono ancora affrontate in maniera mortifera, nell’ottica dei fondamentalismi che sono la deformazione di ogni religione [21]. Proprio per questo né si capiscono le questioni vere, né si possono trovare soluzioni a questioni fondamentalmente false. L’Europa fa finta di fare ma è condizionata dai suoi fondamentalismi politici, ormai logori e dannosi che si fronteggiano da destra a sinistra in uno stagnante moto perpetuo. L’America fa il contrario di quello che dicono i suoi “alti principi democratici” e aggiunge disastri a disastri. Il resto del mondo sta a guardare in attesa che sbuchi qualche preda da sbranare, come dice il vangelo: «Dove sarà il cadavere, lì si raduneranno gli avvoltoi» (Lc 17, 37).

Una spiegazione dell’esclusione dell’arma culturale come catalizzatore della soluzione politica e umanitaria del conflitto israelo-palestinese, ma valevole per ogni altro, l’ha data più di vent’anni fa Raniero La Valle che di quel conflitto ha indagato ogni piega, con analisi documentate e dettagliate, offrendo prospettive sagge e fuori convenzione, di orientamento cristiano. Convinto anche lui che senza un lavoro dell’intelligenza c’è lavoro solo per militari e kamikaze scriveva:

«La questione non si può risolvere: ciò non va bene per i palestinesi e per noi, ma va bene per chi in Israele ritiene che non debba esserci soluzione, perché qualunque soluzione praticabile oggi non corrisponderebbe all’attuazione integrale del progetto sionista. È per questo che l’intelligenza è d’intralcio, e nello stesso Israele il dibattito culturale languisce; sommerso dal dilagare della guerra e soffocato dalla paura di un nemico peraltro continuamente aizzato, mentre anche gli intellettuali israeliani che vedono l’abisso non riescono a pensare fuori dalla logica che lo produce» [22].

Obliterando l’intelligenza e immergendo nell’oblio la storia, riducendo il lessico al minimo della sussistenza, la nostra contemporaneità ha rinunciato alla rappresentazione del mondo, affidandosi alla volontà dispotica o “di potenza” dell’intelligenza delegata, per cui fatti e misfatti hanno la stessa valenza e la differenza è fatta da chi li pronuncia, li de-scrive ad una conoscenza passiva ed ignara. La verità, (quella ritenuta tale), come i capi di vestiario firmati ma uguali in sostanza a quelli non firmati, deve recare un marchio autorevole che incuta rispetto perché crismato dalla forza istituzionale. Così si avvia il processo della mitizzazione della realtà vivente cui abbiamo già accennato, e il ritmo delle narrazioni a senso unico, per indicare l’unica meta della vittoria sul nemico.  Il discorso ormai corrente, autorevole perché avallato da grandi potenze autoritarie esplicitamente o implicitamente, e dal doppiopesismo dei media allineati, è che la distruzione totale di Gaza e l’eccidio (non chiamiamolo genocidio per i cultori della purezza semantica) di decine se non centinaia di migliaia di Palestinesi è da attribuire al diritto di Israele a difendersi, in quanto è costantemente negato il suo stesso diritto all’esistenza. L’esistenza di una potenza nucleare! L’ecatombe ha avuto inizio il 7 ottobre con l’evento criminoso che ha turbato “un assetto di pace ormai consolidato” mettendo in piena luce l’identità del nemico finalmente venuto allo scoperto. Ognuno può far passare al vaglio critico della storia queste affermazioni volutamente provocatorie, studiando le più documentate e serie valutazioni cui studiosi accreditati come quelli su citati sono approdati. Sicuramente sono stati commessi, il 7 ottobre, azioni criminose di indicibile efferatezza e crudeltà. Ma il quesito è se si può rispondere a tale disumana violenza con una violenza e crudeltà centuplicate; se sia moralmente accettabile e giusto che uno Stato che si dice democratico reagisca con tanta programmata brutalità infrangendo ogni regola di diritto interno ed internazionale, ignorando i richiami che gli stessi organismi internazionali gli hanno rivolto.

11Sarà vero che il diritto internazionale “vale fino a un certo punto”, come ha sentenziato un illustre ministro italiano? E qual è il punto fino al quale ci si può spingere per evitare che uno Stato venga qualificato come “terrorista” al pari di chi lo ha oltraggiato? Molti hanno gridato allo scandalo quando il professor Alessandro Orsini ha pubblicato il suo volume sul “terrorismo di Stato” [23], dove distingue due grandi approcci sulla nozione di terrorismo, così come altri disputano sulla nozione di genocidio. Nel primo approccio il terrorismo è definito in base all’attore, solitamente un movimento collettivo o un gruppo sociale, comunque attore non statale. Il secondo approccio, invece, propone di definire il terrorismo in base all’azione e non all’attore. Gli Stati possono essere terroristi come i movimenti collettivi. In definitiva

«non è l’attore che definisce l’atto; è l’atto che definisce l’attore. Un attore sociale è un terrorista se fa qualcosa, non se è qualcuno. Chiunque usi il terrore per perseguire i propri scopi è un terrorista, sia esso un cristiano, un ebreo, un musulmano, un ateo, uno Stato, un partito politico, una setta religiosa o un’associazione culturale» [24].

Anche Elena Basile condivide la tesi del terrorismo di Stato di Israele, perpetrato grazie all’inspiegabile impunità di Tel Aviv concessale dalla immorale complicità occidentale:

«Noi non siamo complici dei crimini di Hamas, ma lo siamo di quelli di Israele […] L’azione di forza brutale contro gli innocenti di Gaza viene perseguita con ostinazione dal premier israeliano, che sembra pensare al suo destino politico più che alla sicurezza del Paese. Il terrorismo nasce storicamente quando si chiudono i canali politici: è un’idea, una fede, provocata dalla violenza e dal terrorismo di Stato. I bimbi sopravvissuti all’inferno di Gaza, che hanno sperimentato sulla loro pelle la forza bruta dell’occupazione, riempiranno nuovamente le fila per nuove azioni criminali, contro Israele e il suo popolo» [25].

Ed è per questo che i bambini sono i bersagli preferiti del cecchinaggio israeliano. Agire con il terrorismo di Stato equivale a lanciare un boomerang che ritorna carico di odio esplosivo. La storia ce ne fornisce esempi paradigmatici. Questo eterno ritorno del sangue e della violenza in Palestina nasce da un paradosso: dal fatto che «nell’ultimo decennio la destra israeliana ha come migliore alleato l’estremismo terrorista di Hamas», afferma ancora Elena Basile [26]. Quando si dice «un nemico continuamente aizzato» si intende l’agire in un modo provocatorio tale da costringere l’altro a ribellarsi, per approntare poi una reazione repressiva più grande e sproporzionata. Bisogna andare indietro al 7 ottobre, e se non al tempo di Gedeone contro i Filistei almeno fino al 1948, con il massacro di Deir Yassin che ebbe luogo il 9 aprile, quando circa 120 combattenti ebrei sionisti appartenenti all’Irgun e alla Lehi (comunemente nota come “Banda Stern”) attaccarono il villaggio palestinese di Deir Yassin massacrandone gli abitanti. Eccidio collaterale alla Nakba (in arabo “catastrofe”), l’esodo forzato e la cacciata di circa 750.000 arabi palestinesi dalle loro case e terre tra il 1947 e il 1949, in concomitanza con la nascita dello Stato di Israele il 14 maggio 1948. Si può dire che non sia stata una provocazione che ha scatenato l’onda lunga del disastro umanitario che è sotto i nostri occhi? Ora, con tutto il cordoglio possibile per le 1200 vittime israeliane del 7 ottobre e i 250 ostaggi poi quasi tutti morti, sarebbe giusto ricordare anche i 2300 morti, di cui 500 bambini, dell’operazione militare israeliana a Gaza, denominata “Margine di protezione” del 2014. Nessuno se ne ricorda. Non possiamo qui scorrere tutta la letteratura che documenta l’oppressione del popolo palestinese, sia a Gaza che in Cisgiordania, mentre Israele e i suoi sostenitori disquisiscono contestando l’applicazione del termine apartheid alla situazione dei palestinesi, senza saper trovare un nome, se non quello di NAZA, per il “fortuito danno collaterale” delle uccisioni di massa della popolazione civile. E si può continuare a disquisire, mentre il mondo rischia la conflagrazione causata dal fuoco appiccato in Medio Oriente e rinfocolato il 7 ottobre 2023 con grande sorpresa del governo israeliano, che vide infrangersi la possente barriera protettiva costruita per separarsi dal nemico eterno.

Ma cosa è successo davvero il 7 ottobre 2023, si chiede Bernard-Henry Lévy, filosofo, giornalista, attivista e regista francese di famiglia ebraico algerina, nel suo libro Solitudine di Israele? [27]. Pur ritenendo inutile affermare la tesi complottista demolita dal forte pensiero dominante «di un governo diabolico che permette consapevolmente di essere attaccato nella speranza di porre fine, una volta per tutte, a un nemico giurato», dando seguito alla «leggenda urbana mondiale che rende Israele complice di Hamas, di cui avrebbe intenzionalmente lasciato crescere l’influenza» [28], al di là del credito che si può dare a queste illazioni che in questi giorni sono tornate alla ribalta, e continueranno ad essere un enigma dubbioso della storia fino a prova contraria, qualche domanda quasi a caldo (era il 2024) se la faceva: 

«Si è molto discusso su come il Mossad abbia potuto lasciarsi ingannare e non abbia presagito nulla di quello che sarebbe stato il peggior massacro di ebrei dopo la Shoah. La realtà è che forse l’aveva preconizzato. E la verità è che tutti i servizi segreti del mondo avevano la possibilità di vedere e sapere» [29]. 

È scaltramente dialettico il testo di Lévy che non è un apologeta acritico della causa palestinese e parte da lontano per approdare ad una sintesi pacificante; addirittura da Amalek, «il più antico nemico del popolo ebraico, colui che si è dichiarato subito dopo l’uscita dall’Egitto», che nella tradizione ebraica simboleggia il cinismo, la codardia e il male che colpisce i deboli. Si evoca così l’atavica lotta tra i due popoli “fratelli”, essendo Amalek nipote di Esaù, il primogenito di Isacco tradito dal fratello Giacobbe/Israele vittorioso nella lotta con l’Altissimo benedetto. Lotta per la primogenitura, per l’eredità, per la vita insidiata dall’ira di Esaù, per il predominio sull’altro avendo vinto sull’Altro. Ma Amalek, nonostante la consanguineità è visto come antagonista, vindice del primogenito tradito dal quale scaturisce «l’odio originario, radicale, eterno che prova per gli ebrei»: «Amalek che ci ricorda e ci fa sapere che sarà sempre con noi, fino alla fine, come un cattivo destino [30].

Lévy rimanda al suo libro del 2018, L’Empire et le cinq rois, in riferimento alla storia biblica dei cinque re che Abramo combatté per salvare suo nipote Lot. Elogio del combattimento, della forza, della resilienza di Israele che combatte ora come allora con altri cinque re: «la Russia, la Cina, la Turchia neo-ottomana, l’Iran degli ayatollah e i califfi o aspiranti califfi del jihaidismo». Alla tesi apologetica del “tipo ebraico” si contrappone l’antitesi demolitrice del “tipo arabo” (anch’esso erede di un altro fratello primogenito tradito, Ismaele, figlio di Abramo e della schiava araba Agar), enumerando i mali che Israele ha subìto dal «fascislamismo», affermando che per «lo sterminio degli ebrei, l’esecuzione del crimine non spetta alla sola Germania; essa coinvolse altri attori altrove, in tutti i continenti; e il mondo arabo, o arabo-musulmano, risultò meno innocente di quanto si sostenga» [31]. Dopo la Shoah il ritorno alla “patria sì bella e perduta” rimembrata e cantata nel Nabucco verdiano sembrò il riscatto dalla maledizione amalecita, anche se molti intellettuali, ragionando sugli esiti non fausti di quel “ritorno” ripresero l’interrogazione di Claude Lanzmann: Pourquoi Israel, senza punto interrogativo, titolo del suo film del 1972, subito dopo la guerra dei Sei Giorni.

E si riaccese un’altra dialettica d’impronta metafisica: Perché uno Stato piuttosto che niente? piuttosto che l’assimilazione tra i popoli nella diaspora, la fine dell’eccezione, la pace tra famiglie e nazioni? E di contro: Perché uno Stato piuttosto che tutto? Uno Stato invece che l’universalità della diaspora, il buon lievito del cosmopolitismo per tanto tempo vocazione degli ebrei? Non erano domande oziose e negli anni Venti del Novecento accesero il dibattito tra Gersom Scholem e Franz Rosenzweig, quello della Stella della redenzione che ispirò Emmanuel Levinas e gli fece preferire Francoforte a Gerusalemme. Era infatti dubbioso sull’opportunità di tornare a Sion, perché ciò avrebbe “normalizzato” il giudaismo, lo avrebbe soffocato in una striscia di terra che secondo il Libro era una frazione infinitesimale dell’umanità. E il Dio del Libro non era poi venuto anche per tutti i popoli che insieme sarebbero saliti festanti sul monte Sion? Scholem invece, e non a torto, non si faceva molte illusioni sul futuro dell’ebraismo in Germania e nutriva la sola speranza della rinascita del popolo ebraico nella propria terra. Nel 1926, dopo aver scritto Da Berlino a Gerusalemme scriverà a Rosenzweig una lettera che gli dava quasi ragione a posteriori, dopo aver constatato la desacralizzazione della lingua ebraica, la sua volgarizzazione per il commercio e la comunicazione. In quella lingua, usata in esilio solo per il culto, risiedeva – rifletterà Bernard Lévy in Esprit du judaisme – il compito degli ebrei di «riparare il mondo […] di tendere la mano agli afflitti e ai dannati o, come Giona, alle anime giudicate perdute» [32]. Il cuore cioè dell’ebraismo: il cammino universale verso la redenzione.

La conclusione di Lévy è quasi mistica. Dopo le critiche di fuoco ai nemici di Israele evoca i sogni dell’autentico sionismo, la sua anima credente: sogna «un altro sionismo che non era certo che valesse la pena di riunire il popolo ebraico, far risorgere la sua lingua e fare l’immenso sforzo di far fiorire i deserti, se si trattava solo di creare una nazione in più, uno Stato in più, solo un altro mostro freddo come tutti gli altri mostri freddi» [33]. La sua sintesi si focalizza sulla “singolarità ideale” di Israele, sul target metafisico che non ha mai incarnato, non sfuggendo, invece, «alle malattie infantili delle nazioni»: l’arroganza per esempio, l’autocompiacimento, il nazionalismo, lo sciovinismo come odio degli altri, mentre la sua “diversità” sarebbe dovuta consistere nel creare uno Stato ebraico «in cui si sia “straniero e residente”, in casa propria e in visita» e la terra «non abitarla con leggerezza, santificarla senza sacralizzarla e soggiornarvi come un ospite». Il confronto con l’Israele reale è invece stridente:

«Al governo vedo uomini i cui nomi mi fanno scorticare la lingua: uno si definisce “fascista omofobo” che incoraggia “spedizioni punitive” nelle città della Cisgiordania e che predica “l’emigrazione”, dopo la guerra, di tutti i gazani; l’altro si definisce kahanista, non cananeo, kahanista, discepolo di Rabbi Meier Kahane, il quale prima di vedere il suo partito messo al bando nel 1994 per terrorismo e razzismo, sosteneva la revoca del diritto di voto agli arabi israeliani e poi la loro espulsione dal paese. Vedo un primo ministro che, forse per compiacerli, forse per ragioni di bassa politica […] ha perso la bussola ebraica, si è ostinato prima della guerra a svendere un sistema giudiziario che era l’orgoglio di Israele […] La democrazia non è forse la traduzione profana meno disonesta del giuramento fatto al popolo di Israele di rimanere un popolo giusto?» [34].

Qual è il rimedio a questa situazione, ma anzitutto, quali cause l’hanno provocata? Quella di Lévi è una metafisica del sionismo redento, non l’analisi delle metamorfosi nella sua incarnazione. Se è vero, come afferma, che «non c’è problema più ossessionante, per l’umanità moderna, del male che l’uomo può fare all’uomo», problema metodicamente rimosso dall’Occidente [35], quale indicazione si può dare allo Stato di Israele per farlo uscire dalla sua solitudine e farlo rientrare nella relazionalità con le Nazioni? Chi e cosa potranno arrestare il suo impeto violento animato da una forza titanica che travolge tutto e tutti al passaggio dei suoi carri armati e delle sue ruspe? Poiché non ci sono soltanto i danni collaterali dei bombardamenti, ma anche quelli intenzionali delle fonti d’acqua avvelenate, dei pozzi cementati, degli ulivi sradicati, delle case demolite dei palestinesi poi rinchiusi a carcere duro, senza processo né diritto a difendersi, brutalizzati nel corpo e nell’anima. I media di stato, anche in Europa, anche in Italia, non ne parlano, ma grazie alla circolazione di immagini di privati sui social lo spettacolo israelo-palestinese è sulla scena del mondo e ognuno può fare le sue considerazioni, chiudere o aprire il proprio cuore alla sofferenza degli innocenti, cercare la verità o credere per ignoranza nella menzogna.

Inoltre, è poi vero che Israele è solo? Finora ha operato con l’aiuto di molti amici potenti come gli Stati Uniti e col sostegno morale e materiale di quasi tutti i Paesi europei. E poi c’è il lobbismo sionista americano che ha contribuito alla creazione dello Stato d’Israele nel 1947-48 e continua a sostenere con la forza di grandi capitali la politica statunitense sotto il cui ombrello si ripara Israele. O viceversa. Non importa, poiché Bernard Lévy non ne parla, la sua condizione di miliardario non glielo consente, però è molto sensibile alla salvaguardia dei diritti umani e ha pianto per i bambini gassati a Damasco da Bashar al-Assad, per i bambini annegati a Lampedusa, per i bambini dissanguati nello Yemen, in Nigeria o a Mogadiscio [36]. Viene allora da pensare: sarà la profondissima disuguaglianza tra ricchi e poveri, costante assoluta nella storia dell’umanità, la causa prima del conflitto israelo-palestinese e di tutti gli altri che stanno incendiando il mondo? Lo stato di povertà estrema del popolo palestinese sembra non essere un’evidenza, né la causa della sua reazione nel tentativo di un riscatto economico e sociale da secoli di sudditanza e umiliazioni.

Nel 2020 la diplomazia europea approntò un’operazione “cosmetica” per quietare la situazione mediorientale, ma la causa palestinese fu messa in un angolo, stralciata. Gli accordi di Abramo di Israele con i ricchissimi Paesi arabi sunniti riguardarono la cooperazione economica e militare e salvaguardarono lo status quo; non modificarono il trattamento dei palestinesi, la loro condizione di inferiorità politica ed economica, il blocco via mare e via terra, l’apartheid in Cisgiordania con gli atti terroristici dei coloni legalizzati dal governo. Può chiamarsi NAZA tutto questo? Danni o effetti collaterali causati da interessi finanziari? Sicuramente non solitudine di Israele ma della Palestina. I palestinesi ci sono ma è come se non ci fossero, non hanno consistenza, visibilità, storia, diritti. Il progetto nascosto di Israele per realizzarsi ha bisogno della scomparsa dei palestinesi, della loro cancellazione dai quadranti geografici del territorio e dai quadranti della storia. Questo narra NAZA! La strategia notturna di un annientamento lento e costante.

Palestinesi a Ramla, 1948

Palestinesi a Ramla, 1948

C’è tutta questa complessità dietro NAZA, dietro le immagini e le storie narrate che hanno lasciato sconvolti gli spettatori. Ma in fondo non c’è da meravigliarsi troppo; non è stato rappresentato l’impensabile, solo il possibile, né l’improbabile, anch’esso possibile. I tempi cambiano ed anche le situazioni e le tecnologie, ma resta costante l’inclinazione perversa dell’essere umano ad accanirsi sul proprio simile. Non abbiamo visto scene simili girate in altre parti del mondo, ma è probabile che ci siano. Non è impossibile, anzi plausibile. Cosa è successo davvero quel 7 ottobre, il giorno dell’attacco sciagurato di Hamas ad Israele? È stata un’aggressione che ha colpito soltanto l’universo ebraico o un fatto che riguarda la coscienza morale universale? Che riguarda il mondo delle ingiustizie istituzionalizzate, delle violenze gratuite nei confronti dei più deboli, donne, bambini, anziani, disabili, popoli inermi privati della libertà sotto la minaccia delle armi e della reclusione, della pena di morte … Il mondo ne è pieno. Non solo Hamas, non solo Israele, non solo l’Iran, non solo Mosca, non solo gli USA; ci sono tutti quelli che giacciono sotto il dominio universale del profitto, della grande risorsa commerciale mondiale che è la vendita di armi, sempre più sofisticate, più chirurgiche, più redditizie … È questo che mostra NAZA. Anche se fosse una fiction è questo che narra nel clima notturno perfettamente consono alla verità dei fatti.

Non ho buoni presagi per Gaza, né per il resto del mondo; un mondo ignaro della complessità sempre più intricata nella quale siamo immersi e di cui non riusciamo a districare le fila o individuare i nodi, perché ci sono stati sottratti gli strumenti utili al discernimento, tutti in mano della dittatura tecno-economica e controllati da regimi autoritari con verniciature democratiche. Parlo degli strumenti della cultura: la lingua anzitutto, mediante la quale si articola il pensiero, e il pensiero che arricchisce la lingua di nuove significazioni, in osmotica reciprocità, nell’ottica della relazione. I regimi autoritari tacciono e zittiscono, censurano, tagliano, uccidono, ostacolano e condannano tutto ciò che rende umano l’umano: la comunicazione, il pensiero, la critica che non è un peccato: il lemma viene dal verbo greco κρίνω (krino) che significa separare, distinguere, discernere, e per converso giudicare, decidere, stabilire.

«Il cammino verso l’avvenire passa per il ritorno alle fonti» diceva Edgard Morin, filosofo della complessità di origine ebraica. Se solo scorressimo la lista di grandi uomini e donne di origine ebraica che hanno utilizzato questo metodo dello scavo fino alla fonte, per portare alla luce la verità, ci renderemmo conto del grande servizio che l’ebraismo ha fatto all’umanità in ordine alla crescita umana; ciò che Morin chiama «umanesimo rigenerato» che altro non è se non «il sentimento di essere all’interno di questa avventura ignota e incredibile, e sperare che essa continui verso una metamorfosi da cui nascerebbe un nuovo divenire [37]. Per chi è cristiano, discepolo di Gesù di Nazareth, questo è il vero lascito spirituale dell’ebraismo a cui il cristianesimo è debitore: l’umanesimo rigenerato da Dio fonte della vita che il Nazareno estrasse dal fondo di una tradizione che lo aveva seppellito sotto l’orgoglio di un messianismo politico e ritualista, in mano alle caste del Tempio colluse con l’Impero, che opprimevano il popolo con la paura della colpa e le prescrizioni della legge. Operò con la forza della parola e con le opere che le erano conformi nella verità, per sollevare i poveri dalla miseria, ridare vista ai ciechi e parola ai muti. A questa missione consacrò la propria vita. I luoghi dove operò e visse sono ora teatro di morte e dimentichi di quella lezione.

Non stacchiamo gli occhi dalla Palestina e attendiamo che con il nostro contributo umano, politico, intellettuale, religioso il deserto rifiorisca. Ora, in questo momento drammatico, possiamo soltanto sognare i due popoli fratelli viventi e operanti in un unico Stato, con pari diritti e pari responsabilità, e Gerusalemme come città dei popoli, nostra vera patria in cui regnano il diritto, la giustizia e la pace.

Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
Note
[1] Z. Bauman, Danni collaterali, Laterza, Roma-Bari 20186, IV di copertina.
[2] Ivi: IX.
[3] Ivi: XII
[4] P. Caridi, Sudari. Elegia per Gaza, Feltrinelli, Milano 2025: 55.
[5] Ivi: 56.
[6] Ne ho scritto nel capitolo La guerra e la morte del linguaggio in Il romanzo di Thomas Merton. Un umanista cristiano nell’era postcristiana, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2018: 205-214.
[7] Cit in E. Basile, L’Occidente e il nemico permanente, PaparFIRST by il Fatto Quotidiano, Roma 2024: 12.
[8] S. Sand, L’invenzione del popolo ebraico, Mimesis, Milano Udine 2024: 569.
[9] Ibid.
[10] Ivi: 19.
[11] A. Foa, Il suicidio di Israele, Laterza, Bari-Roma 2024: 73-74.
[12] S. Sand, cit.: 17.
[13] Ivi: 57-58.
[14] E. Balibar, La forma nazione: storia e ideologia, in I. Wallerstein, Razza nazione classe. Le identità ambigue, Edizioni Associate, Roma 1991: 105.
[15] S. Sand, cit.: 563.
[16] E. Basile, cit.: 107.
[17] L. Di Simone, La terra di Israele. Una divisione originaria, in «Dialoghi Mediterranei» 66, marzo 2024.
[18] E. Basile, cit.75-76.
[19] Cit. in A. Foa, cit.: 19-20.
[20] I. Pappé, La pulizia etnica della Palestina, Fazi ed., Roma 2008: 5. 11.
[21] Cf. L. Di Simone, Le aporie della pace. I fondamentalismi e la cultura di guerra, in «Dialoghi Mediterranei» 76, novembre 025
[22] R. La Valle, Prima che l’amore finisca, Ponte alle Grazie, Milano 2003: 272.
[23] A. Orsini, Ucraina Palestina. Il terrorismo di stato nelle relazioni internazionali, PaparFIRST by il Fatto quotidiano, Roma 2024.
[24] Ivi: 73.
[25] E. Basile, cit.: 116.
[26] Ivi: 107.
[27] B. H. Lévy, Solitudine di Israele, La nave di Teseo, Milano 2024.
[28] Ivi: 29.
[29] Ivi: 26.
[30] Ivi: 40
[31] Ivi: 53. 54. 140.
[32] Ivi: 121.
[33] Ivi: 160.
[34] Ivi: 161-162.
[35] Ivi: 43.
[36] Ivi 149.
[37] E. Morin, Lezioni da un secolo di vita, Mimesis, Milano – Udine 2021: 118.

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Leo Di Simone, teologo, scrittore, liturgista, esperto di musica liturgica e di arte sacra, è Interlocutore Referente presso la Pontificia Accademia di Teologia (PATH). Ha insegnato Antropologia culturale e Liturgia presso la Facoltà Teologica di Sicilia (Palermo), l’Istituto di Scienze Religiose di Mazara del Vallo e l’Istituto Teologico di Scutari (Albania). È presbitero della Diocesi di Mazara del Vallo, docente e Direttore della Scuola Diocesana di Teologia e della Biblioteca diocesana. Nella stessa Diocesi coordina il progetto “Operatori di pace” e dirige l’Ufficio Diocesano per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso. Attualmente è anche Referente diocesano per il Sinodo. Tra le sue pubblicazioni, si segnalano i seguenti volumi, editi da Feeria (Panzano in Chianti – Firenze): Liturgia secondo Gesù. Originalità e specificità del culto cristiano. Per il ritorno a una liturgia più evangelica (2003); Vexilla Regis. La croce dipinta di Mazara del Vallo. Icona pasquale della liturgia (2004); Beato Angelico. L’estetica del Verbo incarnato (2004); Le rotte dei Misteri. La cultura mediterranea da Dioniso al Crocifisso (2008); Liturgia medievale per la Chiesa postmoderna? La questione del “rito antico” nel racconto del “rito romano” (2013). Ha curato, per i tipi de Il Colombre, il volume Trasfigurazione. La Basilica Cattedrale di Mazara del Vallo. Culto Arte e Storia (2006). L’ultimo suo volume è un saggio biografico su Thomas Merton: Il romanzo di Thomas Merton. Un umanista cristiano nell’era postcristiana, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani (2018). Nel campo dell’innografia liturgica ha pubblicato con le Edizioni Paoline due volumi di inni: O fonte della luce; O Cristo splendore del Padre.

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