Narrare la migrazione: tra memoria e dolore

copertinadi Annamaria Clemente

«This is the end, beautiful friend/ This is the end, my only friend, the end», suona l’intro, girano  gli accordi e sulle note ricama la voce di Morrison: sussurra che è la fine, è la fine mia bellissima amica, è la fine mia unica amica, ma non per me. Il mio sguardo indugia sul titolo di un libro appena pubblicato ed è un attimo il pensiero che collega e include The end, Jim Morrison, i Doors, Apocalipse Now, il Vietnam, Cuore di tenebra, Joseph Conrad. Scelgo così I rifugiati (Neri Pozza, 2017, trad. it. Luca Briasco) di Viet Thanh Nguyen, classe 1971, scrittore vietnamita naturalizzato statunitense e premio Pulitzer nel 2016 per la narrativa con Il simpatizzante. Docente universitario presso la University of Southern California di Los Angeles è attivamente impegnato in iniziative interessate a diffondere e sostenere la cultura vietnamita negli Stati Uniti coinvolgendo gli intellettuali della diaspora, come il DVAN, il Diasporic Vietnamese Artist Network, organizzazione che promuove festival ed eventi ai fini di dar voce ad artisti di origine vietnamita. È editor del blog Diacritics che si occupa di arte, cultura e politica vietnamita in modo transnazionale ed è membro del comitato scientifico del Center for Transpacific Studies, dell’University of Southern California istituto impegnato nella promozione degli scambi tra i Paesi del Pacifico.

Sono otto  i racconti che compongono I rifugiati, racconti che hanno sì per oggetto la comunità vietnamita americana ma − come suggerisce il titolo, eccedente l’identità etnica, e la dedica, «Ai rifugiati sparsi per il mondo» −  devono essere letti come storie universali e contemporanee. Come del resto lo stesso autore dichiara:

 «[…] Con questo titolo, I rifugiati, vorrei mettere in primo piano la loro esperienza. Credo che la discriminazione del popolo vietnamita abbia anticipato l’attuale crisi globale dei rifugiati. Ma c’è anche qualcosa di più personale. Ero e rimango un rifugiato, non sono un immigrato. I rifugiati sono esseri umani uguali agli altri, oggi va detto e ripetuto più che mai. I vietnamiti sono persone che si sono inserite con successo in molti Paesi, il che porta i loro nuovi concittadini a dimenticare che erano profughi. Annullando questo passato le persone guardano con sospetto ai nuovi profughi, come se fossero fondamentalmente diversi dai vietnamiti che hanno conosciuto un tempo» (in Maggiorelli 2016).

Otto racconti che forniscono uno spettro ampio dei retaggi storici, delle dinamiche sociali e culturali, dei meccanismi psicologici attivi ed operanti all’interno della comunità diasporica vietnamita, ne presentano i problemi causati dalla nostalgia legata all’abbandono del proprio Paese, la delicata gestione di identità composite, le difficoltà di inserirsi nel nuovo tessuto sociale, finanche i rapporti asimmetrici e ambivalenti che il rifugiato spesso nutre nei confronti delle istituzioni/Paese che lo supportano.

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Vietnam, 8 giugno 1972  (ph. Nick Ut)

Fil rouge che percorre e attraversa tutti i racconti è la Memoria nell’accezione più ampia del termine: non mero contenitore di esperienze passate ma spazio dinamico edificato dalla incessante negoziazione tra il ricordo e l’oblio,  in continuo rapporto dialettico con quella che definiamo come Memoria collettiva, con quell’insieme di ricordi costruiti, condivisi e trasmessi dal gruppo. La memoria individuale dei soggetti presentati è una memoria traumatica: il trauma si innesta sui ricordi che coinvolgono la guerra del Vietnam, l’abbandono del proprio Paese, la fuga per mare, gli anni passati presso i campi di detenzione.

Spesso i protagonisti dei racconti posti di fronte la rievocazione anche involontaria, tramite per esempio un stimolo sensoriale che ricorda vagamente la sensazione provata in quelle contingenze, arretrano, sfuggono al ricordo, rimuovono preferendo il silenzio. Nguyen propone dei personaggi la cui interiorità è fortemente contesa e pressata tra due esigenze: la necessità di ricordare e il bisogno di dimenticare. Ricordare per commemorare e dare significato e ragione allo status di Rifugiato come richiesto dalla collettività intra ed extra comunitaria, ma dimenticare per soppravvivere come richiesto dalla psiche che non sembra in grado di gestire il carico e l’intensità emozionale che determinati ricordi evocano. Scrive Beneduce:

«Il passato non appartiene mai soltanto ai singoli individui ma sempre, che lo si riconosca o meno, si intreccia ai discorsi collettivi sul presente e sulla storia. La memoria è inevitabilmente fatto individuale e sociale ad uno stesso tempo: le sue “leggi” non sono unicamente quelle fisiologiche dell’organizzazione neurale o quelle psicologiche dettate dalle passate esperienze infantili ma anche quelle, altrettanto inesorabili, derivanti dalle norme sociali (norme che prescrivono la forma dei discorsi e indicano quali sono i luoghi della memoria che si possono esplorare, quali quelli che devono essere lasciati nell’ombra). Sono queste norme a decidere dunque cosa può essere ricordato, detto, raccontato, e cosa no. Ricordare e dimenticare devono pertanto essere considerate pratiche collettive, che s’incarnano nella voce di singoli protagonisti ma s’intersecano a rapporti di forza, a scelte di valore, a compromessi. La memoria può essere pensata anche nella singola persona come un “passaggio” dove l’individuale e il collettivo talora confliggono, dove spesso si contrappongono discorsi elaborati da gruppi con interessi diversi» (Beneduce 2004: 105).

Ciò è particolarmente vero per ciò che attiene il racconto Anni di Guerra, dove la tranquillità di una famiglia di negozianti di generi alimentari viene turbata dall’arrivo della signora Hoa, una donna che si occupa di raccogliere fondi per sostenere alcuni ex soldati sudvietnamiti che non avevano dimenticato il passato: «Il piano prevedeva di fomentare il malcontento del popolo contro governanti comunisti, scatenare una rivoluzione e fa risorgere la Repubblica del Sud. «I nostri uomini hanno bisogno di sostegno − disse la signora Hoa − E noi abbiamo bisogno che i buoni cittadini come voi diano il loro contributo», richiesta stringente che diviene estorsione quando seguita dalla minaccia di essere etichettati come filocomunisti. Intimidazione fatale «[...] visto quanto erano forti e radicati i sentimenti anticomunisti all’interno della comunità vietnamita» o «I comunisti sono l’incarnazione del male», leggiamo pertanto come essere associati al partito comporta una stigmatizzazione sociale, un effetto ghettizzante che isolerebbe il market dalla frequentazione dei connazionali e priverebbe il piccolo nucleo familiare dei rapporti di solidarietà intracomunitari. La richiesta di denaro vissuta e interpretata come ricatto e la forte opposizione da parte della madre si sostanzia nel giudizio dell’ingiustizia perpetrata dalla signora Hoa e nella convinzione che «una guerra sia impossibile da vincere», tali certezze vengono sorrette da un soggetto, quello della madre, dotato di una personalità resiliente. Dinnanzi all’ennesimo rifiuto la signora Hoa concretizza quanto preannunciato: «Rivolse un’occhiata furibonda ai clienti e disse: «L’avete sentita tutti, vero? Non intende sostenere la causa. Magari non sarà comunista, ma non è comunque migliore di loro. Perciò se continuerete a fare la spesa in questo negozio, sarà come se sosteneste i comunisti».

Munch, Malinconia, 1894

Munch, Malinconia, 1894

Se è vero che i motivi che sorreggono il rifiuto vengono ricondotti alla fatica del guadagno, alle esigenze economiche cui una famiglia di rifugiati deve far fronte all’interno di un nuovo Paese, ma al lettore comunque non sfugge come il comportamento della madre indirizzi l’interpretazione verso altri significati. Evidenze supportate dall’incipit del racconto in cui l’io narrante, che coincide con la figura del figlio adolescente, nota come l’arrivo della signora Hao coincida con un cambiamento della personalità materna e come l’ostentata sicurezza e prevedibilità del suo comportamento vengano turbate mostrando alcune falle: l’ansia di scrollarsi dalla richiesta e l’esasperazione nel cercare di chiudere in fretta la vicenda celano, insieme ad altri dettagli, come il vissuto della guerra e dell’esodo non sia stato di fatto elaborato.

Altro indizio è individuabile nella reattività psicofisica suscitata dalla tentata rapina: la madre in un primo momento viene infatti paralizzata dalla paura manifestando un evidente tremore ed è noto come «i sopravvissuti al trauma, se portati a rivivere il trauma loro occorso, manifestano la stessa reazione fisiologica avuta durante l’evento traumatico. In questo modo, mentre provano paura, essi possono sudare, tremare e diventare tachicardici» (cfr. Mereu, 2008). Lo stesso richiamo a Il crollo della casa degli Usher, dove la sorella morta riappare segnando la fine della casa e dei suoi abitanti, prefigura il crollo della psiche posto innanzi a ricordi non metabolizzati, immagine che ritorna al momento dello scontro con la signora Hoa tramite la metafora: «Era come se nelle sue fondamenta si fosse aperta una crepa, una linea di frattura che le screziava una guancia, dal naso alla mandibola».

Nel confronto tra le due donne si colgono le esigenze della memoria collettiva, incarnate nella figura della signora Hoa portavoce della comunità, scontrarsi con quelle della memoria individuale, con i ricordi silenti della madre. L’incalzare della signora Hoa e i suoi atteggiamenti persecutori trovano conferma in quanto scritto da Beneduce: questa pone involontariamente la madre di fronte alla necessità di ricordare il passato, di assumere delle responsabilità di fronte alla comunità accettando probabilmente il destino di essere stata una vittima, è la memoria collettiva che obbliga quella individuale a recare testimonianza compromettendone il fragile e delicato equilibrio dell’individuo. Nel prosieguo del narrazione scopriamo quanto il vissuto individuale della signora Hoa si aggrappi a sua volta al viticcio della memoria collettiva, fornendo un sostegno e un significato alla propria sofferenza:

«Il problema di ricordare o dimenticare, di offrire amnistie e indennizzi, si avvita infatti direttamente sulla vita dei singoli individui, diventa un problema materiale delle loro esistenze, partecipando alla costruzione delle loro identità e al senso della loro sofferenza» (Beneduce 2004:105).

La mancata elaborazione del vissuto emozionale unitamente al desiderio di una rimozione dei ricordi dolorosi è presente, in misura maggiore o minore, in quasi tutti i racconti, ma nel racconto Donne dagli occhi neri, l’esperienza traumatica della protagonista raggiunge l’apice della sofferenza e dell’orrore traducendosi, in una prima istanza, nell’impossibilità narrativa. Protagonista è una ghostwriter, espressione che indica uno scrittore fantasma, un professionista che dietro compenso scrive libri o articoli attribuiti ad altri. Ombra essa stessa, nascosta dietro altri nomi, lavora durante la notte, non riesce a stabilire relazioni affettive significative, viene riportata in vita dal fantasma del fratello, morto per salvarla da un tentativo di violenza durante la traversata: «Anche tu sei morta disse. Solo che non lo sai». I

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Munch, Madonna, 1895

Il comportamento della protagonista manifesta tutti i disturbi legati ad un esperienza traumatica  come sentimenti di distacco e di estraneità resi evidenti dalla descrizione di una significativa mancanza di interesse e partecipazione verso azioni semplici e quotidiane, tanto che la madre la rimbrotta: «Non riesci a ricordarti neppure di buttare l’immondizia, o di pagare le bollette. Non usciresti neppure per fare la spesa» o ancora «Da allora evitavo la luce del giorno, e il sole. Perfino mio fratello se ne accorse, accostando l’avambraccio al mio per mostrarmi che ero più bianca di lui». La materializzazione del fantasma coincide nei tempi con l’incarico di scrivere la storia di un uomo, Victor Devoto, unico sopravvissuto di un incidente aereo nel quale avevano perso la vita 173 persone incluse la moglie e i figli e la visione del dolore dell’altro funge probabilmente da riattivatore traumatico, disotterando visioni e frammenti di ricordi che la protagonista ha tentato di rimuovere, ma che continuamente si manifestano attraverso flashback intrusivi.

I ricordi vengono evitati, vissuti come presenze minacciose, tanto da  prendere sostanza ed essere definiti creature. Il sostantivo utilizzato è rivelatore nell’accezione orrifica del termine, come qualcosa di vivo, di fisico, di materiale, in grado di poter fare del male, i ricordi hanno una corporeità che minaccia l’integrità fisica della persona e in effetti è noto come uno dei sintomi collegati ad un disturbo post traumatico da stress sia quello dell’evitamento: i soggetti non vogliono ricordare perchè la rievocazione dell’evento porta con sè una tale vividezza e intensità emotiva che sembra che l’episodio traumatizzante si stia vivificando, accompagnato da un malessere reale e generalizzato nella persona. Beneduce a proposito di soggetti che subiscono torture ed esperienze affini scrive:

«Gli strumenti di tortura, i luoghi delle applicazioni, le umiliazioni, le sensazioni di soffocamento e la perdita della coscienza, il sacco di plastica avvolto intorno alla testa, la paura: frammenti di esperienza e di tempi lontani vengono portati disordinatamente, “incoerentemente”, ma in modo singolarmente vivido, che quasi contrasta con l’assenza di una sequenza temporale ordinata. Sembra quasi che manchi la volontà (o la possibilità) di comporre un discorso, un racconto, o forse il racconto è già tutto in quelle frasi spezzate: ogni silenzio, ogni pausa, ogni sguardo diretto a guardare e sentire nuovamente le esperienze del carcere sono il dolore che non può essere detto, che ormai è dentro di sé. Le immagini rievocate come un margine di inenarrabilità, si affollano alla memoria “resistendo” alla loro trasformazione in una narrazione come un’altra: c’è forse meno il bisogno di comunicare che non quello di riprendere il controllo − ancor prima che sul proprio agire −  sul proprio sentire, sulla propria memoria, un controllo dal  quale si è stati espropriati» (Beneduce 2010: 103-104).

Il dolore che non può essere detto, l’incompletezza della trama narrativa, l’inenarrabile, sono sintomi di una sottrazione coattiva degli attributi che definiscono l’essere umano come essere senziente, la sottrazione del proprio sentire, del proprio vedere, la perdita del controllo sul proprio essere, sul proprio corpo: è questa la situazione descritta da Nguyen quando presenta i suoi personaggi, persone attraversate da un dolore che li rende spettrali: «[…] Victor, che a sua volta aveva un aspetto spettrale, come se il dolore che gli bruciava dentro lo rendesse pallido o quasi trasparente, e l’unica macchia di colore fosse rappresentata dai suoi capelli, rossi e scarmigliati».

Le Breton (2007) indagando il dolore, in quella trama di significati che l’uomo attribuisce all’evento, marca come l’esperienza nella sua violenza evidenzi i limiti della natura umana distorcendone prospettive e priorità: il dolore sarebbe un’esperienza autoreferenziale che isola l’individuo immergendolo in un dialogo solipsistico con la propria pena, il dolore è incomunicabile perchè è esperienza altamente intima, risultato di una percezione eminentente individuale e in quanto tale sfuggente ad ogni tentativo di descrizione e di comprensione da parte dell’altro. In tale incomunicabilità e nella «sofferenza che strappa da sé» (ivi:35),  l’antropologo scorge una somiglianza con la morte: «Questo sradicamento da sé che è la morte corrisponde a quello sradicamento dell’esistenza  che è il dolore. Si è costretti a vivere vicini a sé, senza potersi ricongiungere con se stessi» (ivi: 36). Il dolore lacera la coscienza e l’impossibilità di condividerlo ne acuisce la sofferenza, il dolore separa dagli altri e separa da se stessi: «Distrugge le frontiere dell’uomo, lo scombussola con un terrore il cui primo assaggio è il pensiero della morte; il dolore immerge in un ignoto che disarticola il linguaggio e libera l’angoscia» ( ivi).

4Queste riflessioni sul dolore, i concetti di espropriazione e di sradicamento richiamano alla memoria delle frasi lette in uno di quei rari libri che, in qualche modo, riescono a rendere ragione di un evento, come quello migratorio, sfuggente e ineffabile: Esodo. Storia del nuovo millennio del giornalista Domenico Quirico (2016, Neri Pozza). Un libro potente, realizzato tramite una partecipazione attiva del giornalista, perchè «quando si scrive di loro, è impossibile ignorarne stato civile, mestiere, geografia. La Grande Migrazione comporta un mutamento obbligatorio di vita per il cronista, ma anche per il narratore, il sociologo o l’analista, che devono avventurarsi non più solo con la testa, ma con il corpo». E Quirico per raccontarli ha cercato di usare la loro stessa sintassi, il loro stesso linguaggio, un linguaggio che non è quello dei suoni e della lingua ma quello corporale, quello della fatica e del dolore di un corpo errabondo, ed è così che il giornalista si mischia a loro, parte da Zarzis, in Tunisia, insieme ai giovani che si imbarcano su carrette insicure condividendo con essi  «l’acqua e il pane, la comunione eterna degli umili, dei poveri, dei naviganti antichi».

Quirico ha guardato negli occhi il dolore dei relitti, di quelli che vedono infrangere il proprio sogno e  rimbalzati dal muro amministrativo dell’Europa vengono rispediti a casa. Si reca a Lampedusa dove apprende: «Non sapevo, prima di rimettervi piede, che esistessero esseri buttati via come l’immondizia quando non sono ancora morti, esseri che nessuno vuole soccorrere e che muoiono a poco a poco stremati, disfacendosi lentamente all’aria aperta». Si spinge in Africa, nel Mali abitato da fantasmi e attonito vede agire la legge tribale, l’orrore di un pubblico linciaggio che ha i medesimi gesti compiuti dai boia nelle piazze europee nei secoli precedenti, mentre a Kayes conosce un ragazzo che sembra uscito da un romanzo fantastico, è Nyang, che conta i migranti morti, «tiene la contabilità e dà un nome a quelli che non sono tornati dal deserto e dai naufragi», e ancora il deserto libico e le sue barbariche stragi, la Siria con i suoi orrori, lo sgombero di Calais, i sobborghi romani animati dai conflitti della guerra dei poveri contro i poveri, i centri di accoglienza a Catania, il Marocco, la Spagna, Melilla, Gourougou «smemorato regno della tristezza e del dolore».

Libro superbo di ampio respiro e dall’imperioso obiettivo di narrare la Migrazione, ma da un’angolazione che non è quella sociologica o statistica ma quella dell’esperienza prettamente ed elementarmente umana:  «Avrei potuto spiegare che voglio narrare di loro nel momento in cui passano da una condizione a un’altra, durante il viaggio, quando scavalcano la frontiera, non amministrativa e poliziesca, ma quella della propria condizione umana e diventano altri. Ma non avrebbe capito. Perchè io sono solo un testimone. Io li guardo. Loro lo vivono». E del resto cosa è questo scalvalcare la frontiera se non uno sradicamento da se stessi? Non è forse un’espropriazione del proprio essere per tramutarsi in altro? Ritorna l’impossibilità narrativa: loro lo vivono,  mentre ricorre tra le pagine una parola, sempre e solo una parola per dare ragione del racconto: il dolore.

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Munch, Separazione, 1896

La migrazione è una storia costruita sul dolore e lo conferma lo stesso Quirico quando parlando con Nyang leggiamo: «La migrazione è una religione per noi, siamo tutti migranti, la nostra vita è la migrazione. Perchè studiamo francese a scuola? Per migrare. Perchè lavoriamo come bestie? Per avere i soldi e migrare. Il poco che abbiamo in Mali, in questo Paese, è pagato dai migranti». Ma del resto le grandi religioni non vengono fondate sul sacrificio? Sul sangue? Sul dolore?

Il dolore separa, divide l’uomo dagli uomini, divide l’uomo da se stesso, e in tale separazione scorgiamo il sacro, il sakros, l’essere altro, la separazione che rende altri, esseri al di là del mondo fenomenico, incollocabili, inclassificabili:

«La loro identità è completamente nuova, formata nella tragedia del viaggio, imbevuta in quell’acido cloridrico che è la vertigine del vuoto. Se riescono a sopravvivere  alla guerra, ai mercanti di carne umana, al mare, la vita si aprirà davanti a loro a ventaglio, con un nuovo avvenire».

Il dolore che provano i migranti non è fine a se stesso, ma è reinvestito socialmente, il significato attribuito alle loro sofferenze diviene il credo da portare avanti, i sacrifici che quotidianamente compiono assumono la forma dell’atto fondante, i giovani immolati al mare sono il sangue su cui si edificherà un popolo nuovo:

«La conseguenza di questa emigrazione nuova del nostro tempo, è la creazione di tipi completamente nuovi di esseri umani, individui che si radicano in idee piuttosto che in luoghi, tanto nelle memorie che nelle cose materiali, gente obbligata a definirsi sulla base della propria alterità. La paura li accompagna. La paura e la fuga: i vari segni del nostro tempo»,

questa la grande intuizione di Quirico, il vedere la sacralità di un fenomeno che troppo spesso è relegato sotto la meschina dicitura di problema e presentare, al contempo, i migranti come nuova linfa vitale per rinvigorire un’Europa ormai disseccata. E se narrare a fondo la migrazione non è possibile, e mentre scrivo mi sembra di sentire le ultime parole di  Kurtz «L’orrore! L’orrore!», è però possibile scrivere per riflettere, per capire.

I due libri, quello di Viet Thanh Nguyen e quello di Domenico Quirico,  riescono, per vie diverse, a restituire una visione della migrazione totalizzante: se infatti Quirico si pone a monte del fenomeno, Nguyen ne traccia il percorso,  mostra come nonostante questo dolore continui ad accompagnare i protagonisti dei suoi  racconti, questi lo attraversino e lo oltrepassino nel rispetto della seconda possibilità che sono riusciti a conquistare, come la madre che dopo aver visto il dolore della signora Hoa oltrepassa il proprio limite e stupisce il figlio compiendo un gesto che prima di allora non avrebbe mai fatto, e come la ghostwriter che esce dall’ombra eliminando il ghost e divenendo solo writer, uno scrittrice di storie. Isn’t the end mio caro Morrison, ma è l’inizio:

«Abitanti di un mondo in declino, trepidiamo soltanto per la nostra ricchezza, proprio come i popoli vecchi, le civiltà al tramonto. E non ci accorgiamo che nelle nostre tiepide città, in cui coltiviamo la nostra artificiale solitudine, vi sono già alveari ronzanti, di rumore e di colore, di preghiera e furore. Il mondo di domani».
Dialoghi Mediterranei, n.28, novembre 2017
Riferimenti bibliografici
Beneduce R., (2004), Frontiere dell’identità e della memoria. Etnopsichiatria dell’identità e della memoria in un mondo creolo, Franco Angeli, Milano
Le Breton D., (2007), Antropologia del dolore, Meltemi, Roma
Maggiorelli S., Un vietcong a Los Angeles. Incontro con Thanh Nguyen, Pulitzer 2016, 27 Dicembre 2016: https://left.it/2016/12/27/un-vietcong-a-los-angeles-a-colloquio-con-viet-thanh-nguyen-pulitzer-2016/
Mereu G., La memoria Tramautica e il ricordo tramautico, 17 Settembre 2008, articolo disponibile: http://www.psicoterapia.it/rubriche/print.asp?cod=14010
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Annamaria Clemente, giovane laureata in Beni Demoetnoantropologici presso l’Università degli Studi di Palermo, è interessata ai legami e alle reciproche influenze tra la disciplina antropologica e il campo letterario. Si occupa in particolare di seguire autori, tendenze e stili della letteratura delle migrazioni.

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