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Museo etnografico della vita popolare di Tricase

 

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Quartara, anfora di rame per l’acqua, Museo etnografico della vita popolare (ph. Daniele Metrangolo)

il centro in periferia

di Ornella Ricchiuto

«(…) cose che sembrano morte alla memoria immediata ed alla coscienza distratta, ma che invece agiscono ancora a livelli profondi, se è vero che tutto quello che gli uomini ed il mondo sono stati ci fa essere quello che siamo e progettare più o meno consapevolmente quello che il mondo sarà». Alberto Mario Cirese

È più “urgente salvare il salvabile” tralasciando il fine socio-culturale di raccolta del patrimonio materiale o è più urgente attivare una selezione mirata di oggetti rischiandone la perdita che un domani risulterebbe preziosa? Preservare la funzione di memoria o la funzione d’uso degli oggetti? I musei sono “bazar” di conservazione o centri di cultura dove si pratica la ricerca, produzione ed elaborazione di documenti?

Questi e altri interrogativi affrontati da Alberto Mario Cirese in Oggetti, Segni, Musei appaiono ancora oggi di vitale importanza di fronte ai cambiamenti e dislivelli culturali della società odierna, divenuti ancor più repentini a causa della pandemia da covid-19. Da un’osservazione sui social network durante il lockdown italiano nel 2020, ho rilevato personalmente che sono stati recuperati o utilizzati oggetti abbandonati o poco utilizzati nell’odierna quotidianità per la realizzazione di pratiche e ritualità ampiamente diffuse nella società pre-moderna; mi riferisco ad esempio alla spianatoia in legno e al matterello per impastare e stendere la pasta o al ferretto per creare i maccheroncini fatti in casa. Io stessa ho rispolverato dalla mensola della cucina di mia madre un vecchio mortaio in legno con annesso pestello, realizzato manualmente da mio nonno, e con fatica ho preparato un piccolo barattolo di pesto fatto in casa.

Ci sono individui che cestinano gli oggetti perché privi di una reale funzione rispetto alla vita quotidiana, altri li conservano, seppur non funzionali, in quanto simboli di ricordi e legami affettivi con il passato; ad ogni modo col passare del tempo ci troviamo di fronte a oggetti che escono di scena, ritornano e intrecciano scenari passati, presenti e futuri. Gli oggetti non sono la cultura ma prodotti di qualcosa di invisibile: sapere incorporato, disposizione, valore e concezione del mondo (Bock, 1978).

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Tragnu, Secchio di metallo per tirare l’acqua dai pozzi, Museo etnografico della vita popolare (ph. Daniele Metrangolo)

Quando gli oggetti “parlano” attraverso la voce di uomini e donne e intorno ad essi si ricostruiscono le differenze dei valori, degli stili, dei cibi, dei sentimenti, delle pratiche della vita di tutti i giorni, entra in campo l’antropologia. Tra le cose e le persone esiste un legame culturale di ricordi, storie, esperienze, relazioni simboliche, condivisioni sociali e tale connessione tra patrimonio culturale materiale e immateriale rappresenta il cuore di un museo etnografico da valorizzare e presentare al pubblico (Lattanzi in Paini e Aria, 2014). Per attuare politiche di salvaguardia del patrimonio culturale è opportuno realizzare delle misure d’intervento concrete, soprattutto quando si tratta di beni immateriali come un canto, una poesia o un rito tradizionale, ovvero utilizzare dei metodi di ausilio della memoria (trascrizione, registrazione o semplice annotazione) (D’Elia, 2010). In questa direzione si inseriscono il Museo etnografico della vita popolare e l’archivio LiquiMag – Magazzino delle memorie, entrambi ideati e creati da Liquilab a Tricase, in provincia di Lecce, un’organizzazione che si occupa di recupero, salvaguardia, valorizzazione e diffusione del patrimonio culturale tangibile e intangibile nel sud Salento.

La sede associativa costituisce un punto di riferimento per le comunità del sud Salento e negli anni i cittadini hanno donato, oltre alle testimonianze orali, alcuni oggetti materiali della cultura popolare, dando vita a un mondo da indagare, inteso come opportunità di esplorazione collettiva. Da qui prende origine l’idea di creare un Museo etnografico della vita popolare, caratterizzato da oggetti della memoria delle comunità del sud Salento dalla fine dell’‘800 al secondo dopoguerra. Una collezione del Museo è già stata oggetto di avvio del procedimento di dichiarazione dell’interesse culturale ai sensi del D.lgs. 42/2004, da parte della Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio per le province di Brindisi e Lecce, con nota prot. nr. 76-P del 26/03/2021.

Si tratta di testimonianze materiali della civiltà contadina, marinara e di antichi mestieri che tendono ormai a scomparire o a divenire meri simboli d’arredo perdendone la storia e l’originaria funzionalità.

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Quadaròttu, Calderotto, paiuolo, Museo etnografico della vita popolare (ph. Daniele Metrangolo)

Negli anni ’40 – ’60 del secolo scorso i lavori sulla cultura meridionale parlano poco di oggetti e molto di credenze e visioni del mondo; a partire dalla fine degli anni ’60 cambia la situazione, perché assieme alla consapevolezza della frattura prodottasi con il passato, in seguito all’avvento di un nuovo sistema di vita è cresciuta l’attenzione verso quella cultura, la civiltà rurale – contadina, pastorale –, che decisamente concludeva il suo ciclo. Infatti, in quegli anni di radicale de-ruralizzazione italiana, i manufatti in uso nel mondo contadino, marinaro e artigianale (per esempio gli oggetti della cucina, gli strumenti di lavoro, i mobili, ecc.) hanno subìto un cambiamento di status: da supporti vivi della vita quotidiana, sono stati gettati via in quanto emblema di una miseria che si cercava di dimenticare.

Successivamente, quella realtà non è stata più rimossa e rifiutata, bensì è divenuta oggetto di memoria della nostalgia che celebra le cose perdute; soprattutto, in chiave politica, la vita contadina era letta in contrapposizione ai valori trionfanti del sistema di vita borghese: in modo molto schematico, si è creata una contrapposizione tra i valori umani del vecchio mondo e l’inautenticità e l’“alienazione” della società industriale e urbana. Così, gli oggetti sono stati rivalorizzati proprio in virtù del loro carattere povero e tradizionale. Sono stati patrimonializzati sia in ambito commerciale che culturale e al centro di operazioni di memoria e musealizzazione da parte di singoli, associazioni e istituzioni.

Nelle forme dell’heritage, la cultura materiale e immateriale contadina a sfondo magico-rituale continua a sopravvivere oggi, diviene oggetto di studio, elemento fondamentale nella rappresentazione dei luoghi e delle comunità, acquisisce una nuova vitalità e richiede un costante lavoro di recupero e di indagine. Recuperare e dare voce a chi non ne ha ma soprattutto «stabilire connessioni tra gli eventi, tra presente e passato, tra passato e futuro (fare storia), penetrare nella vita culturale degli oppressi, indagarne la visione del mondo, gli aspetti intellettuali e ideologici, non solo quelli pratici, farne oggetto di comunicazione (…)» (Imbriani, 2017). Riti, leggende, canti, proverbi, scongiuri, storie di eroi e di briganti, ecc., uniti a oggetti della memoria di provenienza lontana o di fabbricazione locale hanno il loro referente nella storia antica e attuale del Mezzogiorno. La cultura popolare si inscrive nella micro/macrostoria e nella società contemporanea occorre riconoscerne lo spessore sociale, la sua dimensione nello stesso tempo memoriale e dinamica, collettiva e individuale. Dunque, l’unione tra “LiquiMag – Magazzino delle memorie” e il “Museo etnografico della vita popolare” rappresenta l’utilità di valorizzare le rappresentazioni culturali degli oggetti in disuso; oggetti che producono da un lato ancora racconti, emozioni e passioni, di chi li usava quotidianamente (ex contadini e pescatori, massaie, calzolai, barbieri, ricamatrici, ecc.) e dall’altro lato interesse e curiosità da parte di giovani generazioni e viaggiatori.

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9 Agosto 2018, Piazzetta Dell’Abate, Tricase, Performance “Le mani de le fimmane” (ph.Giuseppe Ricchiuto)

Le storie di vita, i ricordi e i racconti legati a quegli oggetti, inseriti all’interno di LiquiMag, consentono di recuperarne i valori simbolici e affettivi, e quindi l’aspetto antropologico e la loro dimensione relazionale. Considerando che gli oggetti sono densi di pensieri di chi li ha posseduti, usati, vissuti, il museo intende approfondirne la sostanza, ascoltare la voce di chi li ha usati e pensati nella vita quotidiana. Quindi i manufatti raccolti nel museo etnografico non mettono in mostra semplicemente se stessi, ma sono testimoni, evocano e suscitano memorie, narrazioni, tecniche, saperi riproducibili e attualizzabili. Memorie che designano una presenza alla pluralità del tempo e non si limitano al passato; esse prevedono le molte strade del futuro combinando le particolarità antecedenti o possibili.

Come gli uccelli che depongono le uova solo nel nido di altre specie, la memoria genera qualcosa in un luogo che non le è proprio (Michel De Certeau, 2001). Il concetto di memoria mobile, spostabile, senza fissa dimora di De Certeau è trasferibile a quella di un museo dove le memorie degli oggetti si costruiscono e ricostruiscono attraverso il rapporto, gli incontri interpersonali e conservando le impronte dell’altro, memorie che non hanno un luogo fisso ma entrano ed escono dal museo come se questo possedesse un’“arte della memoria”, un’attitudine a essere sempre nel luogo dell’altro senza possederlo. Ben lontano dall’essere un reliquiario o la “pattumiera del passato”, le memorie vivono al varco del museo in un gioco di rimando tra il dentro e il fuori: bagliori, dettagli in più, frammenti particolari, ognuno dei quali singolarmente circondato dall’ombra se non inserito in un insieme collettivo di ricordi popolari.

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19 Agosto 2018, Torre di Salignano, Castrignano del Capo, Perfomance “Le mani de le fimmane” (ph. Alexander Corciulo)

Il museo di Liquilab vuol essere portavoce della memoria passata, attualizzata nel presente e immaginata per il futuro delle comunità locali del sud Salento, parte attiva del paese capace di coinvolgere i cittadini; del resto, come è già successo in vari progetti di Liquilab, gli oggetti della cultura contadina sono stati impiegati e rifunzionalizzati in contesti educativi, formativi e artistici, evidenziando come essi nascano con una propria “biografia culturale” che si può trasformare all’interno di altri sistemi sociali e valoriali, talvolta essere anche abbandonati e in seguito recuperati. Si riportano due esempi di attività artistiche di Liquilab che hanno ripreso alcuni oggetti della civiltà contadina e marinara custoditi dall’organizzazione stessa.

“Le mani de le fimmane” performance ideata da Anna Cinzia Villani, cantante e danzatrice della tradizione orale salentina, al termine della residenza etnoantropologica e artistica della Scuola di Storia delle Tradizioni Popolari organizzata da Liquilab nel 2018, in cui si ripropone la ritualità della preparazione del pane attraverso la mattra-banca (vecchia madia salentina montata in un tavolo), del bucato mediante lu stricaturu (tavola scanalata sulla quale si stropiccia il bucato) e alcune seggie mpajate (sedie impagliate).

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3 Febbraio 2019, Sala del Trono di Palazzo dei Principi Gallone, Tricase, Spettacolo “Quella materna e quella naturale” (ph. Ornella Ricchiuto)

Quella materna e quella naturale” spettacolo dedicato alla Madre-Donna-Terra e ideato nel 2019 dall’artista Anna Cinzia Villani a seguito di una ricerca antropologica di Ornella Ricchiuto, svolta all’interno della comunità rurale del Mito (area comprendente i comuni salentini di Tricase e Andrano), in cui tra i vari oggetti di scena sono stati utilizzati: le cucedde, grossi aghi con cui le tabacchine infilzavano le foglie di tabacco nella prima metà del ‘900; una vecchia rete da pesca in cotone; pentole di alluminio usate in passato per cucinare. Le attività etnoantropologiche e artistiche di Liquilab rientrano nel progetto di Europa Creativa „CU TENDA” – Stories, Images and Sounds on the Move [Living memory of southeastern Europe].

Il Museo etnografico della vita popolare, inserito nel quadro della società contemporanea, intende promuovere l’oralità per la salvaguardia, produzione, comprensione e trasmissione della cultura popolare salentina. Gli oggetti, all’interno del Museo di Liquilab, non costituiscono una prova del passato bensì attivatori di narrazioni, processi di patrimonializzazione partecipata, dialoghi e scambi, nuove visioni del mondo, futuri progetti di analisi e indagine. Del resto il museo ha senso solo se è un dispositivo dialogico e collaborativo di continua definizione e ridefinizione dell’identità: il museo plasma l’identità del visitatore e allo stesso tempo quest’ultimo, con i propri interrogativi e/o proprie visioni, stimola il cambiamento dell’identità stessa del museo. «Un qualcosa che rappresenta ciò che un territorio è, e ciò che sono i suoi abitanti, a partire dalla cultura viva delle persone, dal loro ambiente, da ciò che hanno ereditato dal passato, da quello che amano e che desiderano mostrare ai loro ospiti e trasmettere ai loro figli», questa è la definizione di ecomuseo che Huges de Varine ha coniato nel 1971 e che ben rappresenta l’idea di luoghi aperti, dinamici, di congiunzione e negoziazione tra passato, presente e futuro, luoghi di ascolto e di trasmissione delle voci della comunità. 

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3 Febbraio 2019, Sala del Trono di Palazzo dei Principi Gallone, Tricase, Spettacolo “Quella materna e quella naturale” (ph. Ornella Ricchiuto)

Non c’è nulla di più attuale e tecnologico del museo inteso come mezzo di comunicazione di massa legato alla scolarizzazione diffusa, all’educazione collettiva, alla crescita del turismo di cultura e alla domanda speciale di radici e identità territoriali da costruire e rappresentare (Pietro Clemente, 2006). In quanto mezzo di comunicazione di massa, oggi il museo è da concepirsi come riduttore dei dislivelli di cultura in relazione alla fruizione e alla produzione; ciò significa garantire ai ceti privilegiati così come ai ceti poveri l’accesso ai saperi popolari eliminando la differenziazione culturale nei termini di produzione e godimento dei beni culturali.

Sviluppare la conoscenza della cultura popolare e riconoscerne il valore storico delle azioni umane significa tradurre il lavoro dell’intellettuale in atti morali e politici (Imbriani, 2017). «Comunicheremo a tutti ciò che abbiamo visto e ascoltato (…) renderemo pubblico questo dimenticato regno degli stracci, faremo conoscere a tutti le storie che si consumano senza orizzonte di memoria storica nel segreto dei focolari domestici» (de Martino in Gallini, 1996).

 Dialoghi Mediterranei, n. 50, luglio 2021
Riferimenti bibliografici
Philip K. Bock, Antropologia culturale moderna, Einaudi, Torino, 1978
Alberto Mario Cirese, Oggetti, segni, musei. Sulle tradizioni contadine, Einaudi, Torno, 1977
Alberto Mario Cirese, Dislivelli di cultura ed altri discorsi intellettuali, Meltemi, Roma, 1997
Pietro Clemente, La poubelle agrèe: oggetti, memoria e musei del mondo contadino, in “Parolechiave”, n.9, Roma, 1996
Michel De Certeau, L’invenzione del quotidiano, Edizioni lavoro, Roma, 2001
Gianni D’Elia, Sui patrimoni immateriali del Salento e del Gargano: problemi e prospettive, Squilibri Editore, Roma, 2010
Clara Gallini, L’opera a cui lavoro. Apparato critico e documentario alla “Spedizione etnologica”, in Lucania, Argo, Lecce, 1996
Eugenio Imbriani, La strega falsa, Progredit, Bari, 2017
Irene Maffi (a cura di), Antropologi tra museo e patrimonio, Meltemi, Milano, 2006
Anna Paini e Maria Aria, La densità delle cose. Oggetti ambasciatori tra Oceania e Europa, Pacini Editore, Pisa, 2014

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Ornella Ricchiuto, sociologa e ricercatrice in Antropologia Culturale, si occupa di ricerca antropologica finalizzata all’identificazione, salvaguardia e diffusione del patrimonio culturale immateriale e materiale nel sud Salento. Collabora con la Cattedra di Antropologia Culturale dell’Università del Salento. È fondatrice e presidente di Liquilab. Ha esperienza di: project manager, youth worker in progetti europei; regista di documentari di Antropologia Visuale; organizzatrice di eventi, manifestazioni e fiere; autrice di pubblicazioni a stampa e report di ricerca. Tra i suoi lavori: Oltre il tabacco. Storie di donne a Tricase. Una ricerca antropologica, 2015; CantiCunti. Una ricerca antropologica a Tiggiano nel Salento, 2017; Beni intangibili. Ricerche etnografiche nel sud Salento, 2018; Salvatora Marzo. Biografia di una guaritrice, 2019.

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