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Mons. Luigi M Di Liegro: una vita tra fede e promozione umana

Luigi Di Liegro

Luigi Di Liegro

di Franco Pittau       

Il mio ricordo come suo collaboratore 

Nei tempi confusi di ripiegamento individuale la politica sembra aver smarrito l’importanza sociale e civile della solidarietà. Ecco perché è necessario recuperare alla memoria figure che hanno interpretato e incarnato questo valore, offrendo la propria vita al servizio della comunità e per il bene comune. Tra questi generosi esempi di sensibilità etica e civica Luigi Di Liegro merita senza dubbio di essere ricordato alle nuove generazioni.  Mons. Luigi Di Liegro (semplicemente don Luigi per quasi tutti) fu una personalità complessa e, a   seconda dei casi suscitò curiosità, interesse, rispetto, ammirazione, disponibilità, sospetto e contrapposizione. A lui importava solo di non lasciare insoluti i problemi delle persone.

Non si limitò a operare nell’area romana e, specialmente negli ultimi anni, veniva chiamato in tutta Italia come testimone credibile della sensibilità cristiana ai problemi sociali.  Per due decenni gli fui vicino, prima come volontario e poi come responsabile dell’Ufficio studi, stampa e documentazione della Caritas diocesana, un ufficio situato nell’attico del Palazzo del Laterano. Si trattava di un grande e suggestivo salone, frammezzato da alcuni scaffali di libri, un bancone, un ampio tavolo e scrivanie, tavolini con i rispettivi computer. Alle estremità si trovavano due stanze, una per il responsabile (dove mi trattenevo poco perché un po’ soffocante rispetto a quello spazio aperto) e l’altra per Alex Perera, uno olandese che curava minuziosamente la catalogazione dei ritagli stampa, tra i quali quelli segnalati direttamente da don Luigi. Lavorava con me anche un altro dipendente, Jamil Ahamdede, musulmano di origine indiana (una scelta incredibilmente innovativa e non solo per quei tempi) e diversi obiettori di coscienza (alcuni poi diventati lavoratori fissi e infine dipendenti), altrettanti diversi volontari: una presenza brulicante con una grande voglia di fare, uguagliata dal gruppo operante nell’adiacente Settore Pace e Mondialità. 

Il mio inizio fu “insanguinato” perché, il sabato antecedente l’inizio ufficiale del mio incarico, giorno in cui gli uffici erano chiusi, mi recai nel salone per sistemarlo con Bernadette Rigaud, una collega della Cisl dove prima lavoravo. A un certo punto, con immensa paura di Bernadette, mi rovinò addosso una pesante scaffalatura di ferro, ferendomi al viso e facendomi sanguinare. Il lunedì il mio viso non era intatto ma il salone era a posto e si iniziò alla grande.  A distanza di un quarto di secolo sono sfumati diversi particolar ma rimane il messaggio di questo gigante del cristianesimo postconciliare, animatore del volontariato e precursore di una seria materia migratoria. Il suo incommensurabile apporto personale trovò un valido sostegno in quelli che con lui collaborarono nei servizi della Caritas e sui territorî: tendenzialmente, per lui, l’intera cittadinanza doveva essere informata e coinvolta. Era convinto che la storia della Chiesa e quella sociale non dovessero svolgersi senza la partecipazione della base, e si impegnava nell’individuare gli obiettivi, discuterli, potenziarne la realizzazione. 

Apprezzava i collaboratori, li stimolava a fare di più, li sosteneva nei momenti difficili, trasmettendo la convinzione che le soluzioni giuste erano destinate a prevalere. In tanti condividemmo la sua visione di Roma come città più aperta e solidale, specialmente con i più bisognosi. Fummo anche influenzati dalla sua peculiare spiritualità cristiana, sulla quale ritornerò. Dedicò agli altri tutto il suo tempo, privilegiando chi soffriva o aveva sbagliato. Affrontava i casi difficili anche, quando ciò creava scandalo, dava preminenza agli orizzonti evangelici e agli orientamenti del Concilio Vaticinò II. Rispettava sentitamente le altre religioni, pur intimamente pervaso dal messaggio cristiano.     

forumAlcuni cenni biografici 

Nacque a Gaeta in una famiglia numerosa e povera nel 1928, suo padre fu costretto a emigrare negli Stati Uniti per sostenerlo. Studiò e diventò sacerdote a Roma. Fu vice parroco nella popolosa parrocchia di San Leone al Prenestino, approfondì le pratiche della pastorale nel mondo operaio [1]. Amava farsi un’idea personale delle questioni e decise di recarsi per un certo periodo in Belgio per frequentare le esperienze del movimento Jeunesse Fourvière Ouvitiène del card, cardinale Léon Cardijnn (1882-1967) all’avanguardia in quel settore pastorale. Quella permanenza gli permise di visitare le miniere di carbone della Vallonia, allora in piena attività, dove lavoravano molti emigrati italiani in condizioni di estrema emarginazione, poca conoscenza della lingua e lontani dai centri abitati. 

L’esperienza fatta in Belgio rafforzò in lui la sensibilità ai problemi sociali e i l’attaccamento ai valori di giustizia e di solidarietà [1]. Nel 1964 fu nominato responsabile dell’ufficio pastorale della diocesi e, nel 1972, del Centro pastorale per l’animazione della comunità cristiana e i servizi socio-caritativi. Attento agli aspetti organizzativi, fu sua l’idea di ripartire la diocesi di Roma in settori e, a loro volta, suddivisi in prefetture ecclesiali: la sua proposta era in linea con il decentramento amministrativo deciso dal Comune capitolino. La   riforma da lui proposta era finalizzata a rivitalizzare le strutture pastorali, rendendole più dinamiche e sia a livello ecclesiale che civile. 

Nel 1969, insieme al Centro di Studi sociali dell’Università Gregoriana di Roma, promosse un’indagine sulla religiosità dei cristiani di Roma. Emerse la divaricazione fra gli orientamenti cristiani e i comportamenti individuali. Questo divario fu uno dei motivi ispiratori del Convegno del febbraio 1974 sul tema “La responsabilità dei cristiani di fronte alle attese di giustizia e di carità nella diocesi di Roma”, noto come “Il convegno sui mali di Roma”. Egli, pienamente sostenuto dal cardinale Ugo Poletti (1912-1997), vicario del papa per la diocesi di Roma, organizzò il convegno con una grande ampiezza di vedute, incoraggiato da validi intellettuali cattolici come Giuseppe De Rita, destinato a rimanere a lungo protagonista del dibattito sociale come presidente del centro studi Censis. I politici (per la maggior parte della Democrazia Cristiana), non abituati in precedenza a essere criticati pubblicamente dagli uomini di chiesa per il loro operato, si dovettero abituare alla convivenza con questo prete fustigatore [2]. 

Non avendo alcun interesse a essere considerato un teorico in ragione delle sue continue prese di posizione, assunse subito dopo l’incarico di parroco del Centro Giano, una piccola borgata sorta sulle rive del Tevere in prossimità di Ostia: questo ulteriore incarico era un’espressione concreta della sua attenzione verso le periferie [3]. Quando tale incarico gli fu revocato, nonostante fosse un personaggio noto a livello nazionale, restò la parrocchia un campo di applicazione delle sue idee pastorali. 

Nel 1979 fu nominato direttore della neocostituita Caritas Diocesana di Roma e mantenne l’incarico per quasi vent’anni, fino alla morte, diventando un simbolo di quell’organizzazione ecclesiale. Sentiva l’incarico a lui congeniale e profuse un impegno straordinario nel conferire alla Caritas diocesana un’incisività operativa sorprendente, non solo per la funzionalità delle risposte ai bisogni delle persone in difficoltà, ma anche per le motivazioni cristiane e sociali che instillò negli operatori dei servizi e nelle centinaia dei volontari (si arrivò a stimarne circa 2.000), impegnati nei servizi centrali e parrocchiali, che avevano l’anima nei centri d’ascolto. Gli anni ’90 furono densi di significative realizzazioni. L’approvazione della “legge Martelli” nel 1990 iniziò a conferire una dimensione strutturale al fenomeno migratorio e anche i servizi non mancarono di rispondere a questa esigenza: in particolare, perché colsero una dimensione sostanziale del fenomeno, furono il “Forum per l’intercultura”, la nascita della medicina transculturale, e la realizzazione del primo Dossier Statistico Immigrazione, di cui parlerò nel paragrafo seguente. 

per-conoscereAlla vigilia dello scoppio della Prima Guerra del Golfo, ammonì che non si era di fronte allo scontro delle civiltà paventato da Huntington, bensì alla contrapposizione di altri interessi, che con l’idea di Dio poco avevano da spartire. Non è infondato ritenere che le sue prese di posizione, insieme ad altre analoghe siano valse a tenere lì Italia al di fuori degli atti di terrorismo perpetrati da organizzazioni di matrice islamica [4].  Nel 1991 memorabile fu la sua opposizione alla “deportazione” di quelli che si erano sistemati nell’ex Pastificio Pantanella. Fu solo una momentanea sconfitta per don Luigi, che nel corso degli anni ’90 condusse una continua opera di sensibilizzazione sui temi della politica migratoria, che ebbe il giusto coronamento nel 1998, un anno dopo la sua morte.  Nel 1994 fu costituita l’Associazione “Volontari in carcere”, animati dal sacerdote don Paolo Spirano. Con chi sbagliava don Luigi era ineguagliabile perché riusciva a trasmettere la volontà di riscatto. I volontari completavano la sua opera aiutando i detenuti a far fronte a difficoltà e bisogni di cui, stando fuori, neppure si sospetta l’esistenza. Naturalmente le strutture della sua Caritas rimanevano disponibili e rimasero aperte offendo diverse possibilità di un lavoro sociale in alternativa al carcere. Lui si occupò in tal modo di personaggi famosi e anch’io, diventato responsabile del Servizio studi e documentazione, ebbi l’opportunità di continuare questa tradizione, che, personalmente vissuta, induce a cambiare molti parametri nella maniera di pensare.   

Nel 1995 fu anche uno dei precursori nell’istituzione di un fondo per contrastare il prestito a usura, largamente praticato anche a Roma e da lungo tempo. Già in passato a Roma, per contratti debiti nell’acquisto dei mezzi di lavoro o di medicinali e alimenti, finivano in carcere migliaia di artigiani. Il popolo era costituito da manovali e artigiani spesso costretti all’indebitamento. Per contrastare questa piaga sociale, giunta in forme sempre più raffinate fino ai nostri giorni, Don Luigi pensò alla creazione di un’apposita fondazione, denominata “Salus Populi Romani”. Una sua amarezza era quella di riscontrare, nell’ambito della Caritas e della realtà ecclesiale e più in generale della società, un’attenuazione dell’impegno del volontariato. Era per lui penoso constatare l’aumento dell’età media dei volontari nei servizi della Caritas e nelle parrocchie. 

Don Luigi, conscio delle linee di sfaldamento della società postindustriale, interessato a ricostruire solidi legami attraverso il volontariato e il condizionamento in positivo dei decisori pubblici, spese la sua vita sul vessante sociale. Il fine della sua opera erano le persone, mentre i servizi erano il mezzo per incontrarle e tutelarne la dignità. Non ebbe mai la pretesa di sostituirsi al Comune di Roma o agli uffici pubblici nazionali e creare un mondo parallelo, ma volle solo scrollare dall’inerzia le istituzioni e pretese che si intervenisse sui solchi tracciati dal volontariato con risorse proprie, chiedendo che i soldi pubblici venissero utilizzati anche a sostegno delle iniziative intraprese dal mondo sociale ed ecclesiale. 

Praticava personalmente quanto chiedeva agli altri di fare. Nella parrocchia vicina alla sua abitazione (nella centralissima Piazza Poli), aveva quasi sempre dei poveri che gli volevano parlare (personalmente all’elemosina preferiva la soluzione dei problemi), operatori o altre persone bisognosi di un suo consiglio urgente: io stesso più volte ne approfittai per ottenere celermente una risposta e a me come agli altri offriva cappuccino e cornetto nel vicino bar. 

romaIl 1979 fu l’anno della fondazione della Caritas diocesana, di cui divenne direttore e simbolo, formando un tutt’uno con questa struttura pastorale. Il 1988 fu segnato da un forte contrasto con mentalità ben pensanti dei residenti dei Parioli, il quartiere più rinomato della città, fieramente contrario all’utilizzo di una vecchia struttura, ubicata nel grande parco che si stende all’estremità del quartiere, a Casa di cura dei malati Aids, all’epoca trattati con terapie dalla scarsa efficacia. La presenza di quei malati, seppure lontani dalle abitazioni, fu ritenuta una profanazione del loro spazio, abitato da diplomamici, professionisti, gente benestante, che non meritavano un affronto simile, a loro detta, gravido di pericoli, quasi che l’AIDS si potesse trasmettere per via aerea! Chissà cosa penseranno, a distanza di tempo, i pariolini che difesero con toni infuocati il loro rifiuto nelle assemblee di quartiere. 

Don Luigi non cessò di andare avanti, seppure spesso insultato, e le autorità comunali e sanitarie lo sostennero. La struttura, abbellita, opera ancora e nel tempo ha ospitato diversi convegni, sperimentato nuove cure su questi malati molto più efficaci di una volta, perché bisogna predisporsi al futuro con coraggio.  Il rapporto con i giornalisti per don Luigi era qualcosa di connaturato e non appreso in qualche corso di formazione specifica. Aveva una capacità innata a entrare in sintonia con loro e non li lasciava mai andare via a mani vuote. Benché immerso com’era nei problemi della città, offriva spunti per i pezzi di cronaca con le sue prese di posizione che talvolta facevano scintille. In un certo periodo gli fu anche imposto dalle autorità del Vicariato di non rilasciare interviste, ma questo a poco servì perché i singoli giornalisti lo   incontravano per strada, nei convegni e in altri luoghi e i colloqui non gli erano stati impediti e tanto bastava al singolo giornalista. Poi c’erano le grandi occasioni, come la giornata di presentazione del Dossier Statistico Immigrazione, in cui lo si citava nella più importante stampa nazionale e appariva nelle televisioni. Le citazioni e le apparizioni non erano finalizzate a un culto della personalità, schivo com’era, ma a far conoscere i problemi delle persone dimenticate e a perorare la soluzione dei loro problemi. 

Minuscolo prete dal coraggio senza limiti, dalla salute malferma, a causa del diabete e delle crisi cardiache, morì dopo un ricovero urgente, presso l’Ospedale S. Raffaele di Milano il 12 ottobre 1997. Mancava poco alla presentazione della settima edizione del Dossier Statistico Immigrazione, per il quale avevo raccolto la sua prefazione. Al rito religioso del suo funerale, officiato dal cardinale vicario Camillo Ruini, i poveri e gli emarginati accorsero in massa a salutare la salma di questo loro difensore, duro con i forti e tenero con i deboli. A stupire fu anche la massiccia presenza del variegato mondo laico, che mostrò come don Luigi si fosse sforzato di raggiungere tutti, credenti o meno. Vi fu anche una straordinaria partecipazione di politici e amministratori. come attestato dalla presenza del Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro e del presidente del Consiglio dei ministri, Romano Prodi, numerosi altri politici e rappresentanti del Comune e della Provincia di Roma e della Regione Lazio. 

In un certo senso la loro presenza apparve contrastante con quanto era avvenuto durante la sua vita, quando non tutti lo aiutarono: alla fine non ci si poteva non inchinare al suo messaggio di solidarietà. Come dire, don Luigi si prese la rivincita proprio nel momento in cui abbandonò lo scenario, perché la sua scomparsa lasciò il vuoto, facendo sentire la mancanza di questo profeta, umile ma portatore di messaggi forti, un polo dialettico di confronto custode dei valori della solidarietà e della gratuità, esempio di una vita cristiana, uomo di chiesa e cittadino sensibile delle necessità della città, temuto dai potenti e amato dagli poveri, continuatore della migliore tradizione ecclesiale e scombussolante nelle sue aperture     

Luigi Di Liegro e un gruppo di immigrati

Luigi Di Liegro e un gruppo di immigrati

I bisogni delle persone e le risposte con i servizi 

Don Liegro propose i servizi necessari per i più bisognosi con anni d’anticipo rispetto ad altre organizzazioni di ispirazione laica ed ecclesiale, e ciò era frutto solo di un intuito del metodo di discernimento, continuamente riproposto anche ai suoi collaboratori: vedere – giudicare – agire. Come direttore della Caritas diocesana fu protagonista di memorabili campagne per liberare le persone dal bisogno e ridare loro la dovuta dignità. Forse pochi hanno conosciuto come lui la storia e i problemi attuali di una città così amata e così accuratamente scandagliata ogni giorno attraverso la lettura mattutina dei giornali e la presa di visione delle cose che non andavano.  Con tale impegno egli volle mostrare ai decisori pubblici la necessità e la possibilità di aprire nuovi ambiti d’intervento per rispondere ai diversi bisogni. Volle servizi decorosi, efficienti, diretti da operatori preparati, a loro volta aiutati dai volontari: ogni servizio diventava, così, una palestra di incitamento agli amministratori a muoversi in quella direzione.

L’ambito d’intervento fu quanto mai ampio con una molteplicità di servizi: mense, ostello per i senza tetto, diversi servizi sanitari, case di accoglienza per i minori in situazioni di disagio, per i carcerati, per le donne sfruttate nella catena della prostituzione, progetti per i Paesi più poveri attraverso il servizio Pace e Mondialità e serie iniziative per Intercultura attraverso l’Area Intercultura [5]. Non meno importanti furono per lui i servizi immateriali: corsi di formazione, convegni, pubblicazioni e anche diversi progetti di solidarietà all’estero nonché alcune pubblicazioni, per la cui realizzazione ebbi l’onore di essere al suo fianco.  Don Luigi, oltre a essere generoso con i suoi soldi (era uno stipendiato della Santa Sede in quanto dipendente del Vicariato) promuoveva le raccolte necessarie tramite le strutture  pubbliche, le offerte e le donazioni, e le  impegnava nei servizi ai più bisognosi, dove si recava continuamente per accertarsi che essi fossero trattati con uno stile adeguato, con cura e il comportamento degli operatori e dei volontari fosse non solo accogliente ma professionalmente ineccepibile.     

pianetaIl precursore di una efficace politica migratoria 

Don Luigi negli anni ‘90 fu uno dei personaggi più in vista tra quelli che nel periodo della Prima Repubblica si adoperarono per l’approvazione di un’adeguata normativa sull’immigrazione. Ciò non sorprende quando si pensa che egli fu tempestivo nell’impegnare la neo-costituita Caritas diocesana a favore di questa nuova categoria bisognosa di tutela.  Non fu un cammino facile perché, oltre a un’ampia fascia della popolazione che lo seguì, non mancarono quelli (non pochi) che espressero un forte   dissenso.  Egli intuì tempestivamente che l’immigrazione era un fenomeno di straordinaria importanza in ragione delle sue cause nei Paesi di origine e anche della sua rispondenza ai bisogni della società di accoglienza. Erano continui i suoi richiami alla novità di questo incontro, che deve portare ad accettare “l’altro”, a prescindere dalle differenze etniche, culturali e religiose, praticando compiutamente la tolleranza e arrivando a una vera solidarietà [6]. 

In quegli anni si ritenne di dover perfezionare le strategie migratorie per meglio prepararsi ai futuri sviluppi e don Luigi si dedicò a questo compito, motivato anche dalle vicende migratorie di suo padre. Con un’approvazione plebiscitaria del Parlamento entrò in vigore nel 1986 la “legge Foschi” (n. 943), che si occupò solo degli aspetti lavorativi. Proposto dal governo nel mese di dicembre 1989 un decreto legge con nuove misure si rese necessario per acquisire e coordinare i suggerimenti ritenuti funzionali a un miglioramento del testo, peraltro già fortemente innovativo che affrontava gli aspetti riguardanti il soggiorno, l’integrazione e la presa in carico dei profughi provenienti da tutte le parti del mondo a seguito del superamento della “riserva geografica” (accoglienza limitata ai paesi dell’Est Europa) fatta valere dal governo in fase di ratifica della convenzione di Ginevra del 1951. 

Nella piccola sala sottostante l’abitazione di don Luigi al centro di Roma (un alloggio annesso all’Oratorio del Santissimo Sacramento di Piazza Poli) il direttore della Caritas, grazie al suo prestigio, da tempo era andato convocando periodicamente le più significative organizzazioni del mondo laico ed ecclesiale per discutere le proposte da presentare per migliorare il testo del governo. Ultimata questa messa a punto don Luigi invitò, per un confronto assembleare, l’on Claudio Martelli, vice presidente del Consiglio dei ministri, che accettò l’invito. Sede dell’incontro fu il Teatro dei Servi, una struttura vicina a Palazzo Chigi e a Piazza Poli. 

In un gremitissimo teatro fui io, carico di emozione, a leggere il testo elaborato dopo tante riunioni. L’on. Martelli ascoltò le richieste e riuscì anche a farne accogliere alcune nella fase di conversione del decreto governativo nella legge n.39/1990, meglio nota come “legge Martelli”. Si era verso la fine del mese di febbraio 1990 e questo sacerdote ci aveva aiutato a sentirci protagonisti delle scelte migratorie [7].  La sintonia tra politici e   sociali ebbe una breve durata e durante il primo governo di centrodestra, presieduto dall’on. Silvio Berlusconi, si predispose un testo unificato delle varie proposte di modifiche della normativa privilegiando quelle restrittive. Il governo cadde perché alla maggioranza venne meno il sostegno della Lega Nord, che poi nel governo tecnico presieduto dall’on. Lamberto Dini inserì nel nuovo decreto legge presentato sull’immigrazione disposizioni quanto mai restrittive. Don Luigi bollò con parole di fuoco gli esponenti politici che già allora volevano trasformare l’irregolarità della immigrazione in reato [8]. 

sodapdf-converted_page_1Nel suo ultimo libro pubblicato nel 1997, anno della sua scomparsa, affermò che i politici devono essere gli educatori e non i sobillatori dei cittadini e il ministro Giorgio Napolitano, chiamato a presentare la pubblicazione, confessò di essere stato inizialmente molto perplesso di fronte a una tale affermazione per poi condividerla. La “legge Turco-Napolitano”, approvata nell’anno seguente, ebbe il merito di portare la società italiana a prefiggersi, sul tema dell’immigrazione, livelli più alti di quelli usuali. Quest’uomo, che tanto si era battuto per l’approvazione di una legge aperta al futuro, morì un anno prima che venisse approvata questa che è diventata l’ossatura del Testo unico sull’immigrazione, ma ai suoi contenuti aveva ampiamente contribuito con il suo pensiero e le sue realizzazioni. In particolare egli sottolineò l’orientamento interculturale necessario in una società multietnica e multireligiosa. Alla sua lungimiranza sono dovuti apporti, realizzazioni importanti, tra i quali occorre ricordare la realizzazione del primo Rapporto statistico sull’immigrazione, la valorizzazione dei mediatori interculturali nel grande progetto “Forum per  l’intercultura”, durato due decenni e la nascita della medicina transculturale (con la costituzione della Società italiana di medicina delle migrazioni e i Gruppi regionali immigrazioni e salute), iniziative che continuano autonomamente mentre il “Forum per l’intercultura” da ultimo non è stato più sostenuto dalla Caritas diocesana di Roma. 

Don Luigi e con lui molti altri nella cosiddetta Prima Repubblica, pur venendo da una fase in cui a lungo l’Italia si considerò ed era effettivamente un Paese di emigrazione, capì di doversi aprire al nuovo fenomeno dell’immigrazione straniera, superando il rischio della chiusura xenofoba e razzista e aprendosi alla cooperazione con i Paesi meno favoriti anche tramite l’accoglienza dei loro cittadini [9]. Una città moderna, per potersi definire tale, deve imparare a essere internazionale, interculturale e interreligiosa. 

giovaniUn modello di santità sui generis 

Don Luigi non ebbe alcuna avidità di potere, non andò alla ricerca di gratificazioni personali, ma inflessibile e impaziente nel richiedere l’adozione delle soluzioni giuste. Aperto ai nuovi interventi non interpretò la prudenza come divieto di non scandalizzare i cristiani benpensanti e l’ubbidienza come un obbligo di non dire la sua di fronte all’urgenza delle soluzioni (già don Lorenzo Milani insegnò che l’ubbidienza, in certi casi, non doveva considerarsi una virtù). Quanto alle posizioni di chiusura dei decisori pubblici nel risolvere i problemi sociali nella figura di Gesù Cristo espresse il radicalismo. “Si incazzava”, come talvolta disse, sia di fronte a uditori che ne apprezzavano lo sdegno, sia di fronte ad altri che rimanevano costernati. Era però anche una persona dalla dolcezza eccezionale con tutti quelli che cercavano di redimersi. Faceva pensare a sacerdoti della tempra di don Milani come anche don Primo Mazzolari, don Zeno, Ernesto Balducci. 

Don Luigi possedeva alcune virtù della “santità tradizionale”, iniziava la sua giornata con il breviario e con la messa e rifletteva continuamente sul mistero di Dio, per tradurne l’ispirazione nelle vicende umane, congiungendo il “regno di Dio” con “la “città degli uomini”. Era umile e in continuo contatto con le persone umili, distaccato dai soldi e dal potere, in dedizione completa agli altri e una dolcezza straordinaria con chi soffriva o aveva sbagliato. Ma era anche un fustigatore di chi non voleva adoperarsi per le soluzioni giuste, le ritardava, non le applicava, restava intrappolato in visioni di corto raggio: in questi casi don Luigi rassomigliava, piuttosto, a Gesù che nel tempio fustigava i commercianti che pensavano ai loro commerci. Non fu titubante e melenso il suo tono nelle critiche ai politici e agli amministratori. Spesso con mia moglie Lidia, entrambi influenzati dal suo stile, sentimmo dirci dalle persone di vari ambienti che avvicinavamo nel nostro lavoro interculturale: “Voi della Caritas siete una chiesa diversa”. La cosa non faceva piacere ma c’era del vero e, a distanza di tempo, la sua assenza si è fatta sentire. Il suo cristianesimo era comprensibile anche da parte di chi non andava in chiesa o aveva una fede malferma. 

Un latino-americano di nome Hidalgo, che si dichiarava avvocato (e forse lo era), noto per partecipare a tutti gli incontri organizzati sull’immigrazione a Roma, dove ad ogni costo voleva intervenire, capì come pochi altri che con la morte di don Luigi veniva meno il loro più forte difensore e non faceva che ripetere: “Di Liegro santo subito”. Molti altri la pensavano come lui e, se un criterio fondamentale per tale rinascimento è la tutela eroica di chi ha bisogno, come disse Gesù nel discorso sulle beatitudini, Hidalgo era nel giusto.     

Il suo lascito pastorale: un protagonismo generalizzato nel servizio 

L’azione di questo sacerdote si ispirava al Concilio Vaticano II, non coltivava tentazioni egemoniche (ritenute fuori posto in uno Stato laico e pluralista), nel quale però i cristiani dovevano farsi carico di una specifica testimonianza, per il bene comune. Rispettava i decisori pubblici, ma si impuntava quando aveva la consapevolezza della frapposizione di ostacoli ai progetti ritenuti necessari per esprimere solidarietà a categorie bisognose.  Secondo don Luigi, anche dopo l’inserimento dell’assistenza nell’ambito della sicurezza sociale pubblica, rimane fondamentale l’apporto del volontariato e della gratuità, senza la quale una vita non potrebbe definirsi umanamente ricca.

img_20221003_131816-1024x1024La gratuità è indispensabile agli operatori che vengono retribuiti nei servizi, perché non si tratta solo di erogare prestazioni bensì di avvicinarsi a persone che hanno in comune la dignità umana. Non bisogna poi dimenticare che i servizi operanti in ambito sociale e sostenuti dal volontariato hanno solitamente antenne più sensibili. È perciò un bene che essi ricevano finanziamenti pubblici. Essi sono configurabili come un polo dialettico che aiuta i servizi pubblici a non fossilizzarsi e a cadere nei mali della burocratizzazione.

Semplificando il suo pensiero, incarnato nello stile del suo operato, possiamo riassumere il alcuni punti il suo insegnamento. La progettazione sociale presuppone un’approfondita conoscenza dei problemi in tutti, dai decisori pubblici ai responsabili ecclesiali, dagli operatori ai volontari. Uno degli aspetti della personalità di Don Luigi che maggiormente colpiva era la sua conoscenza dei problemi della città e delle sue implicazioni, una conoscenza unità alla piena disponibilità a “sporcarsi le mani” immergendosi nell’operatività, perché non basta avere individuato le soluzioni giuste per i nuovi problemi, ma bisogna anche impegnarsi concretamente per arrivare a una vera progettazione del futuro, cercando di evitare  l’assistenza priva di capacità promozionale.

Questo suo insegnamento conserva la sua attualità e merita di essere riproposto ai giovani.  Annualmente, il 12 ottobre, si celebra presso la Basilica dei Santi Apostoli,  una messa per ricordare la scomparsa di questo grande protagonista, frequentata per lo più da persone che lo conobbero personalmente, quindi di una certa età. Ma il suo insegnamento, non è limitato al passato e mantiene una straordinaria attualità. Nessuno può pensare che il futuro equivalga alla mera riproposizione del passato; ma nell’esperienza fatta si possono trovare delle indicazioni preziose per affrontare i nuovi compiti. Mi riferisco a un concetto di storia che si sostanzia di un protagonismo collettivo, nel cui ambito vi sono delle persone straordinarie, come quella di don Luigi. Tali figure non sarebbero state così efficaci se non avessero potuto contare su una base molto ampia di collaboratori e, a loro volta, questi non sarebbero stati così aperti e operosi. La storia di don  Luigi è quella di un grande uomo e di una comunità sensibile.              

 Dialoghi Mediterranei, n. 60, marzo 2023 
Note
[1] Sulle difficili condizioni degli italiani, che semplificando si disse “venduti per un sacco di caribe”, si può consultare on line: Pittau F. “L’emigrazione italiana in Belgio: da minatori emarginati a cittadini e funzionari europei”, in Dialoghi Mediterranei, n. 54, marzo 2022. 
[2] Cfr. Galeone P., L’indebolirsi del tessuto sociale e il moltiplicarsi di chi vive per le strade. L’esclusione e il disagio sociale nelle condizioni precarie del lavoro operaio, https://www.unoetre.it/radici/1900-italiano-e-altro/item/11168-don-luigi-di-liegro-e-la-frontiera-del-disagio-sociale.html.
 [3]  Fu significativo il convegno organizzato nel quartiere periferico di Tor bella Monaca dedicato alle future generazioni e tradottosi in una pubblicazione: Caritas diocesana di Roma, Giovani periferici. Condizione giovanile e servizi di accoglienza nell’area Romana, Roma, 1996. L’intervento di don Luigi si trova nelle pp. 5-9. 
[4]  Per far conoscere la sua posizione sui rapporti tra il cattolicesimo e la religione musulmana mons. Di Liegro prima organizzò un ciclo di affollate conferenze e poi le compendiò in un volume, con l’autorevole prefazione del card. Camillo Ruini, Vicario del papa per la diocesi di Roma: Di Liegro L., Pittau F. (a cura di), Per conoscere l’islam. Cristiani e musulmani nel mondo di oggi, Edizioni Piemme, Casale Monferrato, 1990.
 [5]  In locali messi a disposizione dalle Ferrovie dello Stato presso la centralissima Stazione Termini fu organizzata una mensa (poi replicata in altre zone della città), un ostello per i senza tetto e un poliambulatorio e un armadio farmaceutico per gli immigrati privi di assistenza sanitaria pubblica. 
[6] Subito dopo la “legge Martelli” (n. 39/1990) uscì questo volume, che analizzava il fenomeno migratorio nei suoi principali aspetti: Di Liegro L., Pittau F., Il pianeta immigrazione: dal conflitto alla solidarietà, Edizioni Dehoniane, Roma, 1990. 
[7] Questi sviluppi sono ampiamente spiegati in Idos, a cura di Pittau F., L’immigrazione in Italia nella Prima Repubblica, Edizioni Idos, Affari Sociali Internazionali n., n.1-4, 2021. L’intensa attività della Caritas diocesana in quel periodo è attestata anche da queste pubblicazioni, riguardanti rispettivamente un’analisi strutturale del fenomeno migratorio e i rapporti con l’islam: Di Liegro L., Pittau F., Il pianeta immigrazione: dal conflitto alla solidarietà, Edizioni Dehoniane, Roma, 1988; Di Liegro L., Pittau F (a cura di), Per conoscere l’islam: cristiani e musulmani nel mondo di oggi. Editrice Piemme-Caritas di Roma, Casale Monferrato, 1990. 
[8] Di Liegro L., Immigrazione: un punto di vista, Edizioni Sensibili alle Foglie, Roma, 1997: questa pubblicazione uscì pochi mesi prima della sua morte, a febbraio. L’incontro qui menzionato si svolse qualche settimana prima e fui io stesso a leggere il documento delle forze sociali: don Luigi volle che fossi io perché, pur essendo solo un volontario della Caritas (professionalmente lavoravo al patronato Inas Cisl) ero assiduamente impegnato con lui: di lì a un anno avrei curato l’uscita del Dossier Statistico Immigrazione, insieme a molti altri, tra i quali Sergio Briguglio che si segnalò con un inserto ricco di una poderosa documentazione sull’immigrazione e Mimmo Frisullo, scomparso nel 2003 che fu per così dire l’alter ego di don Luigi nell’area laica. 
[9] Cfr. Pittau F., “Politiche migratorie: la lezione della prima repubblica”, in Dialoghi Mediterranei, n. 46, novembre 2020. Le persone interessate ad approfondire hanno a disposizione le annate, rispettivamente da 1991 e dal 2006, ad oggi, i Rapporti annuali, rispettivamente dal 1991 e dal 2006 ad oggi, del Dossier Statistico Immigrazione e ’Osservatorio romano sulle Migrazioni.  Questi volumi non sono disponibili on line. mentre le ampie schede annuali riassuntive sono consultabili sul sito del Centro Studi e Ricerche Idos: www.dossierimmigrazione.it
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Franco Pittau, dottore in filosofia, è studioso del fenomeno migratorio fin dagli anni ’70, quando ha condotto un’esperienza sul campo, in Belgio e in Germania. È stato ideatore del Dossier Statistico Immigrazione (il primo annuario del genere realizzato in Italia). Già responsabile del Centro studi e ricerche IDOS (Immigrazione Dossier Statistico), continua la sua collaborazione come Presidente onorario. È membro del Comitato organizzatore del Master in Economia Diritto Intercultura presso l’università di Roma Tor Vergata e scrive su riviste specialistiche sui temi dell’emigrazione e dell’immigrazione.

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