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Mediterraneo, mare della speranza

downloaddi Vincenzo Guarrasi [*] 

Tutto ebbe un inizio, tutto avrà una fine 

«Tutto ebbe un inizio, tutto avrà una fine». Così inizia Il secolo mobile, il bel volume di Gabriele Del Grande dedicato a La storia dell’immigrazione in Europa (2023). Qui in Sicilia, questa frase riecheggia quanto diceva Giovanni Falcone a proposito della mafia – «un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà una fine» – una frase che, aldilà di ogni evidenza, continua ad alimentare la nostra speranza di poterci proiettare un giorno in un futuro non dominato da tale nefasta organizzazione criminale.

Il tema di cui tratta Gabriele Del Grande è diverso, ma la constatazione iniziale, nella sua apparente banalità, è la stessa: non disperiamo, tutto questo avrà fine. Ma ciò non avverrà per inerzia, né per fatalità, avverrà soltanto se i nostri sforzi – come auspica, ad esempio, papa Francesco – convergeranno verso tale obiettivo.

A prima lettura, il sottotitolo in questione – Storia dell’immigrazione illegale in Europa – mi aveva fatto sobbalzare. Se non avessi conosciuto l’Autore, avrei potuto pensare che l’illegalità dell’immigrazione fosse data per scontata. Ma l’Autore lo conosco bene: dai tempi di Fortress Europe, il primo osservatorio sulle vittime della frontiera, da lui creato nel 2006. L’ho pure incontrato in occasione della presentazione a Palermo del film-avventura di cui è stato coregista, Io sto con la sposa (2014). Quando, insieme a tanti altri, anch’io ho gridato pubblicamente: “Io sto con la sposa”.

Ma appena girate il risvolto di copertina, l’arcano si svela e l’intento dell’Autore si rivela in tutta la sua dirompente verità: «Cent’anni fa non esistevano passaporti, si viaggiava senza permessi né lasciapassare». Ce n’eravamo quasi dimenticati. È cambiata da allora la natura del nostro viaggiare: oltrepassare la frontiera richiede la presentazione di un documento di riconoscimento valido per l’estero e la disponibilità di un’autorità di frontiera a lasciarci passare. Il mosaico degli Stati Nazionali – altro fatto che diamo ormai per scontato – ha introdotto nel mondo una disparità di trattamento tra gli esseri umani. Gli Stati il cui accesso, senza visto, dagli Emirati Arabi e da tanti Paesi europei, tra cui l’Italia, sono più di 175; all’altro estremo troviamo, ad esempio, gran parte degli Stati africani cui è garantito l’accesso senza visto a non più di una sessantina di Stati (cfr. il Global Passport Power Rank del 2023). 

11Approdo Italia 

Anche per entrare in Italia – un Paese che nel primo secolo della sua storia (1861-1961) ha espresso ben 28 milioni di emigrati all’estero – se si proviene dall’Africa o dall’Asia bisogna affrontare un viaggio molto periglioso: superare catene montuose, attraversare deserti, affrontare una traversata del Mediterraneo con imbarcazioni, che definire di fortuna appare oggi un eufemismo.

La bella trasmissione di Riccardo Iacona – Approdo Italia trasmessa su Presa Diretta dell’11 settembre 2023 – ha messo a fuoco soprattutto la diaspora africana. Aiutiamoli a casa loro? Non scherziamo: 

«Seicentosessantasette milioni di euro del budget destinato al piano 2021-2027 dello strumento europeo di Cooperazione e aiuto umanitario sono stati destinati a sostenere attività che mettono a rischio il rispetto dei diritti umani dei migranti, invece di essere impiegati per la lotta alla povertà nei Paesi in via di sviluppo. Oltre un intervento su tre finanziato dall’Ue per il controllo dei flussi migratori in Libia, Tunisia e Niger rischia di violare le norme internazionali e comunitarie sulla destinazione degli aiuti allo sviluppo. Stati in cui violazioni e abusi di ogni sorta sono all’ordine del giorno: è l’allarme lanciato da Oxfam (Federazione internazionale di organizzazioni no profit che si dedicano alla riduzione della povertà globale) in un nuovo rapporto che racconta come la Commissione Ue stia utilizzando in modo improprio le risorse per esternalizzare il controllo delle frontiere. A essere interessati sono 6 dei 16 interventi europei nei tre Paesi presi in esame. Interventi che pesano per oltre il 60% delle risorse stanziate, pari a circa un miliardo di euro. In Niger un solo intervento, tra quelli finanziati, ha come obiettivo il sostegno a una migrazione sicura e regolare verso l’Europa. In Libia nessuna delle attività sostenute dall’Ue ha questo scopo. Tuttavia l’Ocse stabilisce che gli aiuti debbano essere destinati “alla promozione della crescita economica e del benessere dei Paesi in via di sviluppo” specificando che “le attività che trascurano i diritti degli sfollati e dei migranti non si qualificano come tali”. Altrettanto grave è che siano a rischio le stesse regole dello strumento finanziario europeo che ha come obiettivo «ridurre e, a lungo termine, eliminare la povertà» (Pollice, 2023). 
Foto di Valerio Bellona

Krabi, Thailandia, 2020 (ph. Valerio Bellone)

La diaspora africana 

È vero piuttosto che sono loro stessi, gli africani, che si aiutano a casa loro. Le rimesse della diaspora africana – come evidenziato da Presa Diretta – dai 37 miliardi del 2010 sono diventati 96 nel 2021, a fronte dei 35 miliardi, tanto strombazzati, degli aiuti internazionali. La storia di Ibrahima Dieng, proveniente da Louga, capoluogo di regione sito a duecento chilometri a nordest di Dakar, capitale del Senegal, è, in proposito, esemplare: da venditore ambulante è, poi, divenuto titolare di un’officina di riparazioni di biciclette, subentrando al suo datore di lavoro, un italiano buono e generoso. Da allora, Ibrahima Dieng sostiene la figlia, che è con lui, in Italia e altri undici componenti della famiglia allargata a Louga, aprendo così anche alla moglie e i figli la possibilità di vivere decorosamente in Senegal o venire, se vogliono, in Italia. Anche la moglie e gli altri figli hanno, infatti la cittadinanza italiana. Da sottolineare è, inoltre, che ad amministrare i risparmi sia la madre di Ibrahima a testimonianza del fatto che in questo caso, come in tanti altri, la migrazione non è riuscita a intaccare i legami familiari e tale integrità permane come la principale risorsa su cui può contare l’intero nucleo.

D’altronde, anche gli altri intervistati in Approdo Italia confermano quanto Ibrahima ha affermato: la prima cosa che fanno, non appena ritirano la paga, è di mandare i soldi a casa (in genere, tra 400 e 600 euro). Intere famiglie in Senegal, come in altri Paesi del mondo, contano per vivere sulle rimesse degli emigrati. Lo spirito d’iniziativa individuale e la solidità del sistema dei rapporti tradizionali costituiscono un patrimonio di base da poter investire sia nel Paese di origine che nella terra d’elezione, in questo caso l’Italia. 

Io Capitano: formazione alla cura della vita e percorso verso la solidarietà

Dal Senegal provengono anche i due giovani protagonisti di Io Capitano, il bel film di Matteo Garrone presentato con successo alla 80° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia (2023). Il regista rivendica la scelta di raccontare la migrazione dei giovani e non di chi fugge dalla guerra:

«Esistono tanti tipi di migrazione. C’è quella di chi scappa dalla guerra, quella legata alla crisi climatica o a un’autentica disperazione. Invece ho voluto raccontare i giovani africani, categoria che rappresenta il 70% della popolazione del continente, cresciuti in una “dignitosa povertà”. I social, la globalizzazione, e il desiderio legittimo di esplorare il mondo li spinge a lasciare casa e a cercare un futuro migliore» (intervista di Lucrezia Ercolani a Matteo Garrone). 

Un aiuto decisivo al regista è venuto da Kouassi Pli Adama Mamadou, detto Mama, che nel 2005 ha lasciato la Costa d’Avorio per raggiungere l’Italia, dove vive dal 2008. È lui, infatti, il prototipo del viaggiatore che con il suo coraggio e la determinazione non riesce soltanto a salvare se stesso, ma anche la vita di tanti altri insieme a lui. 

«Dopo aver ascoltato i racconti di chi ha vissuto questa esperienza in prima persona, – prosegue Matteo Garrone – ho cercato di mettere al servizio di queste storie la mia visione e le mie conoscenze. Avevo l’idea di questo film da molto tempo, da quando diversi anni fa in un centro d’accoglienza un ragazzo di 15 anni mi aveva raccontato di essersi dovuto mettere alla guida del barcone senza averlo mai fatto prima. Un’immagine che mi era rimasta impressa. Poi però avevo accantonato il progetto, soprattutto perché avevo qualche timore nell’entrare in una cultura che non era la mia, non volevo essere l’ennesima persona a speculare sui migranti» (Ercolani, 2023). 
Da "Io capitano", di Garrone

Da “Io capitano”, di Garrone

Nel suo film non si parla mai di migranti. Così Garrone sfugge a ogni retorica – il rischio era alto – e ci consente di vivere, nella trasposizione filmica, la vicenda dei due giovani protagonisti senegalesi come qualcosa che appartiene ai giovani di ogni continente, la curiosità e il gusto dell’avventura. Questo è l’impulso iniziale: Seydou e Moussa, suo cugino, all’inizio sembrano due sprovveduti, del tutto ignari del destino che li aspetta. Eppure, sono stati ammoniti: il viaggio implica tanta sofferenza. Si rischia la morte. Durante la travolgente avventura che li attende al varco, Seydou, il più titubante dei due, riesce 

«a trovare un modo di sopravvivenza, a resistere anche alla solitudine e alla paura. Quel mondo che scopre – e noi spettatori insieme a lui – non ha nulla di ciò che aveva immaginato nei sogni, eppure lui che era il più dubbioso diventerà il più ostinato; a quel punto vuole solo andare avanti, continuando a improvvisare in ogni circostanza, anche la più assurda e terribile, a cercare in quelle fratture la sua resistenza. Garrone non ce lo mostra mai come una vittima, Seydou è un combattente, qualcuno che non vuole farsi intrappolare, portare via tutto, sentimenti, empatia. E in questo movimento del suo protagonista Io Capitano è anche un film sulla cura e sulla solidarietà, la lotta di quel giovane uomo che non dimentica gli altri – il cugino, i suoi occasionali compagni di strada – e che non cede al cinismo» (Piccino, 2023).

La frontiera: una vecchia rete bucata 

«Perché non c’è muro che tenga. Per quanto il regime dei visti abbia trasformato la mobilità in un percorso a ostacoli fatto di inutili perdite di tempo e denaro con ambasciate, falsari e contrabbandieri – per non parlare dei traumi  di chi, anziché poche ore di viaggio in aereo, affronta mesi di torture nelle prigioni oltremare e vede morire gli affetti più cari durante le traversate –, la verità è che, al netto dei miliardi di euro investiti per militarizzare i confini con barriere di filo spinato, telecamere a infrarossi, droni, navi da guerra, centri di detenzione e voli charter per i rimpatri forzati, vista da vicino la frontiera non è che una vecchia rete bucata. Una vecchia rete bucata la cui reale funzione è innanzitutto e forse unicamente simbolica.
D’altronde non potrebbe essere diversamente: soltanto nel momento in cui viene attraversato, assediato e in fondo irriso, quel confine è in grado di generare un racconto. Un racconto che ci interroga e ci costringe a prendere posizione […] Noi, che a forza di assistere alle notizie degli attraversamenti illegali diffuse quotidianamente e acriticamente dai media abbiamo finito per scambiare finzione e realtà e abbiamo iniziato a credere che davvero lungo quella fossa comune in mezzo al Mediterraneo corra il limite ultimo e quasi sacro tra un “noi” e un “loro” e tra un dentro e un fuori. Laddove nella percezione del cittadino medio europeo, il “dentro” è uno spazio familiare, idealmente ancora bianco, certamente egemone, ricco, sano, razionale e cristiano. Mentre il “fuori” è un indefinito spazio coloured subalterno, povero, lordo, fanatico e miscredente, uno spazio dal quale la legge vieta di spostarsi verso la Fortezza dorata. Fatta eccezione per i ricchi sbiancati dal dio denaro, per i pochi e istruiti lavoratori altamente qualificati, e per qualche manciata di perseguitati politici accolti per bontà d’animo e autocompiacimento. Un po’ come accadeva ai tempi della segregazione negli Stati Uniti fino agli anni Sessanta o in Sudafrica fino a trent’anni fa. Soltanto che questa volta l’apartheid è in frontiera» (Del Grande, 2023: 529-30). 
Foto di Valerio Bellona

Erg Chebbi, Marocco 2014 (ph. Valerio Bellone)

Lampedusa, Cutro, il cimitero mediterraneo non segnano soltanto il clamoroso insuccesso – il fallimento, diciamolo – dei tentativi del governo Meloni di arrestare all’origine il movimento dei migranti, non facendosi scrupolo di stipulare perfino scellerati accordi con autocrati turchi, libici, tunisini, arruolati dall’Europa per opporre una cortina insuperabile a fronte di una migrazione epocale (Debarge, 2023: 19-20; Poletti, 2023: 41-42). Segna anche il fallimento delle miopi politiche migratorie europee, tese ad affrontare le dimensioni strutturali del fenomeno migratorio con gli strumenti appropriati, piuttosto, ad un fenomeno di natura emergenziale (Bassi, Schmoll, 2023: 21-22). Ciò spiega l’inanità degli sforzi di chiunque provi ad arrestare o quanto meno deviare, attenuare in qualche forma l’impatto sull’Europa di tale movimento [1].

Tutto ciò, oltre che dannoso, è inutile. Le menti più illuminate affermano che un fenomeno che non si può arrestare, bisognerebbe piuttosto governarlo. Ma ciò non basta a cambiare prospettiva e ciò che si richiede è, per l’appunto, un cambio di prospettiva. 

9788840018638_0_536_0_75Il cambio di prospettiva 

Proviamo a rispondere alla seguente domanda: chi deve governare un fenomeno migratorio di tali dimensioni? Non certamente l’Italia, né l’Unione Europea, che continuerebbero a esprimere politiche di corto respiro (Pollice, 2023). E allora? La mia risposta vi sorprenderà, ma spero non del tutto: gli unici che possono governarlo sono i migranti stessi. Sono loro i soggetti che devono prendere in mano il proprio destino. E i loro progetti di vita non devono trovare in noi un ostacolo – com’è avvenuto fino adesso – ma un aiuto e tutta la cooperazione possibile [2]. Sì, perché le energie necessarie al cambiamento sono evidentemente nelle mani, nei corpi (Giubilaro, 2016), nelle famiglie e nelle reti messi in opera dai migranti stessi, ma le risorse economiche, le leve giuridiche e istituzionali sono nelle nostre mani.

Così come cent’anni fa non esistevano passaporti, si viaggiava senza permessi né lasciapassare, anche nel mondo di domani sarà possibile spostarsi da un Paese all’altro senza visti né lasciapassare. Non è un’utopia questa, ma l’unica alternativa possibile e praticabile se ci si rende conto che il problema non è la mobilità degli esseri umani, quanto piuttosto l’idea folle di volere impedire il flusso di qualcosa che ha la stessa natura dell’aria, dell’acqua, degli uccelli del cielo e dei pesci del mare. La mobilità umana deve tornare a essere naturale come l’aria che respiriamo. 

9788857512846_0_536_0_75Salviamo dalla piaga del razzismo almeno le generazioni future 

Solo allora il Mediterraneo cesserà di apparire come un cimitero e tornerà a essere percepito, piuttosto, come una sala parto, destinato a elargire i suoi frutti migliori: una nuova umanità, che non riconosce e non legittima alcuna frontiera.

Sì, perché ancora una volta abbiamo dovuto assistere nei giorni scorsi a Lampedusa al turpe spettacolo del confine (Cuttitta, 2012). Un’ignobile messa in scena artatamente allestita per dimostrare che l’invasione è in atto. Solo perché tutti gli altri approdi sono stati negati, i soccorsi in mare rarefatti, le ONG criminalizzate… e tutto si scarica con effetti dirompenti su una piccola isola di appena 20 kmq.

Dove nascono coloro che non hanno le frontiere inscritte nei propri cromosomi? Nascono dalle migrazioni, si forgiano nelle migrazioni. Le generazioni future si formano proprio lì. Nel Mediterraneo. Se vi domandate quando tutto questo sarà possibile, vi dico: è quanto avviene già adesso, se è vero come è vero che a fronte di più di 50 mila morti accertati – sono tanti, lo so, anche uno solo a mio giudizio sarebbe troppo – ce ne sono 3 milioni e mezzo che sono comunque sopravvissuti in questi ultimi trent’anni e vivono per larga parte in Europa. 

«L’occasione per cambiare la storia è adesso. Se davvero crediamo che tutti gli esseri umani siano pari in diritti e dignità, apriamo quella porta. Facciamolo innanzitutto per noi stessi: Noi che siamo i figli orgogliosi di questa Europa globalizzata. Cresciuta fianco a fianco con genti venute da lontano. Così diverse da noi e così uguali. Delle quali abbiamo imparato a essere compagni di banco, vicini di casa, colleghi di lavoro, amici fidati, amanti appassionati e infine compagni di vita uniti in famiglie sospese in bilico tra i due versanti di una frontiera che non ci appartiene.
Facciamolo per i nostri bambini. Per interrompere una volta per tutte la catena che da secoli si tramanda di padre in figlio: il razzismo. Affinché possano crescere liberi dal fardello del suprematismo. E raccolgano dalle nostre mani i germogli di un nuovo umanesimo. Nella certezza che sapranno fare meglio di noi» (Del Grande, 2023: 545-46). 
Dialoghi Mediterranei, n. 64, novembre 2023 
[*] Ho sottoposto questo testo, che mi sta molto a cuore, alla lettura di una stretta cerchia di persone, i cui consigli sono stati preziosi per la stesura finale. I benevoli lettori, oltre naturalmente a Giovanna Soffientini, che come un naufrago mi soccorre in ogni frangente della mia vita, sono stati Antonino Cusumano, Chiara Giubilaro, Ola Söderström, Annibale Raineri e Cecilia Francaviglia, Massimo Santoro, Niny De Nicola Piazza e Valerio Bellone (che ringrazio per le foto). 
Note
[1] «Penso che l’isteria con cui si grida all’invasione – afferma Massimo Santoro in un colloquio privato – sia l’altra faccia della stessa espressione “migrazione” con cui si evoca l’idea di un movimento biblico di intere popolazioni. Queste suggestioni, sommate, agitano ansie e paure che hanno a mio avviso origini più profonde e che sono quelle con cui guardiamo al nostro presente e, in proiezione, al futuro. Penso che guardiamo al futuro in modo pessimistico, sentendo che non sarà positivo come invece è stato il recente passato che ha dato vita al nostro presente. L’idea che il futuro dei nostri figli e nipoti non sarà certo migliore del nostro, circola abbondantemente nella nostra società. Credo che questo sentire diffuso sia strettamente connesso con l’invecchiamento delle nostre popolazioni, che sono solo preoccupate di perdere e non hanno più spinta propulsiva. Figurarci se possiamo identificarci con giovani che vengono nei nostri paesi per aprirsi spazi e mordere una nuova vita alla ricerca di speranze! In ogni caso, credo che in nessun altro periodo della storia si sia assistito ad una così assoluta distanza tra le due sponde del Mediterraneo, nord e sud, come se i destini dei popoli che le abitano non fossero stati da sempre interconnessi».
[2]  «La Svezia – ha commentato Ola Söderström – ha accolto da decenni, come sai, molti rifugiati politici, in particolare nel 2015. Fino agli anni Novanta, il governo svedese ha speso molto per dare ai migranti delle prospettive di vita e di lavoro, con un certo successo. Negli ultimi anni il governo (socialdemocratico) non ha potuto e voluto politicamente e economicamente mettere in campo questi mezzi. Il risultato sono i ghetti nelle città svedesi, il più alto tasso di omicidi in Europa legati alla guerra tra gang, e da un anno un governo di destra che include l’estrema destra. Quindi, per me ci vuole una politica migratoria basata su una proporzione tra il numero di persone accolte e gli sforzi per dare delle condizioni e delle prospettive di vita dignitose; e questi sforzi devono essere considerati accettabili da una maggioranza della popolazione, se no, programmiamo l’arrivo al potere dell’estrema destra». 
Riferimenti bibliografici 
Approdo Italia, puntata dell’11 settembre 2023 di Presa Diretta di Riccardo Iacona.
Bassi, M, Schmoll, C., “Trent’anni di errori nelle politiche europee”, Internazionale, 22 settembre 2023: 21-22.
Cuttitta, P., Lo spettacolo del confine. Lampedusa tra produzione e messa in scena della frontiera, Mimesis, Milano 2012.
Debarge, C., “Lampedusa è il fallimento di Giorgia Meloni” Internazionale, 22 settembre 2023: 19-20.
Del Grande, G., Il secolo mobile. Storia dell’immigrazione illegale in Europa, Mondadori, Milano 2023.
Ercolani, L., “Matteo Garrone: Ho ascoltato le storie di chi lascia l’Africa e ho messo la mia visione al suo servizio”, Il Manifesto, 7 settembre 2023.
Giubilaro, C., Corpi, spazi, movimenti. Per una geografia critica delle dislocazioni, Unicopli, Milano, 2016.
Io capitano, film di Matteo Garrone, 2023.
Piccino, C., “Io Capitano, inseguendo la vita oltre il mare”, Il Manifesto, 7 settembre 2023.
Poletti. A. “Il doppio gioco di Giorgia Meloni”, Internazionale 29 settembre 2023:41-42.
Pollice, A., “Libia, Tunisia e Niger: il 60% dei fondi europei per lo sviluppo usati per bloccare i flussi dall’Africa”, Il Manifesto, 22 settembre 2023. 
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Vincenzo Guarrasi è professore emerito di Geografia presso il Dipartimento Culture e società dell’Università di Palermo. I suoi principali interessi sono stati: la condizione marginale; le migrazioni internazionali; le città cosmopolite. Ha pubblicato numerosi saggi e monografie su vari temi connessi alle dimensioni della geografia urbana e culturale.

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