Maestri d’arte di fine ’700 nella chiesa di Santa Caterina di Mazara

Chiesa di S.Caterina - Altare - Mazara del Vallo

Chiesa di S.Caterina – Altare – Mazara del Vallo

di  Rosario Lentini

Il sacerdote mazarese Pietro Safina, Dottore e maestro di sacra Teologia, nonché socio ordinario dell’Accademia cattolica palermitana, pubblicava nel 1900 La Mazara sacra, opera sottotitolata “Illustrazione storico-ecclesiastica della Chiesa mazarese”. Tra i diversi paragrafi dedicati ai numerosi edifici religiosi della città, anche quello sulla chiesa di Santa Caterina nel quale, oltre a ricordare le origini trecentesche e il nome della sua fondatrice, donna Giovanna Surdis, padre Safina così commentava i rilevanti interventi architettonici e decorativi: «rinnovata a gusto greco, oggi si fa ammirare da tutti per l’oro e la pittura di cui per mano di Giuseppe Testa, palermitano, fu decorata dal 1794 al 1810».[1] Le spese non indifferenti vennero sostenute principalmente, se non esclusivamente, dal borgese Vincenzo Romano «il quale, dopo aver fatto Moniale Benedettina dell’annesso Cenobio l’unica figlia che avevasi, profuse, propriamente parlando, quasi tutto il suo tesoro a vantaggio di questa Chiesa e del giornaliero suo culto. Perciò se essa da un lato porta lo stemma di Mons. D. Orazio La Torre, sotto il di cui governo è stata riccamente adornata, dall’altra presenta le armi della famiglia Romano, che sono una colonna sormontata da una corona».[2] Qualche decennio dopo, nella sua agile guida storico-artistica sulla città, il medico e storiografo Filippo Napoli si sarebbe limitato a citare solo il nome del pittore  Giuseppe Testa, esecutore degli affreschi della volta,[3] che in quegli stessi anni (fine ’700) era impegnato a dipingere alle pareti dell’Oratorio dei Bianchi di Palermo.[4] Lo stesso Napoli, tuttavia, sarebbe tornato sull’argomento, lasciando in fogli manoscritti i risultati di ulteriori ricerche, pubblicati solo nel 1978, a cura di Gianni Di Stefano,[5] nei quali si soffermava più approfonditamente soprattutto sulla storia del monastero e su alcuni capolavori: il crocifisso ligneo, le due grandi tele raffiguranti rispettivamente l’Annunziata e i santi Vito, Modesto e Crescenza, nonché la statua marmorea di Santa Caterina, scolpita da Antonello Gagini nel 1524. Più recentemente, anche lo splendido pavimento maiolicato settecentesco, opera di maestranze napoletane,[6] è stato oggetto di accurato studio di Maria Reginella e «di cui – come ha sottolineato  Sergio Troisi – ed è un esempio rarissimo, si conserva il cartone preparatorio»[7] presso il Museo Diocesano di Mazara.

Tuttavia, c’è ancora molto da sapere e da svelare sulle committenze e sulle maestranze che nel tempo sono state chiamate a eseguire lavori nella chiesa di Santa Caterina, sulle quali la bibliografia corrente non ha ancora fornito alcuna notizia, né traccia documentale. Appaiono, quindi, di estremo interesse le informazioni rinvenute nei registri delle minute del notaio palermitano Giuseppe Maria Maggio e Maltese, relative alla realizzazione dell’altare maggiore per mano del “mastro marmorajo” Gioachino Boatta,[8] dello scultore Filippo Quattrocchi,[9] del “mastro intagliatore” Benedetto Giacalone”,[10] del “mastro decoratore” Francesco La Cagnina[11] e, infine, di Giuseppe Barbaria «per le opere di metallo dorato».[12] In particolare, si legge negli atti che, nel corso del 1798, Gioachino Boatta ricevette complessivamente 514 onze «a bon conto dell’Altare di pietre forti sta compiendo»; che lo scultore Quattrocchi ricevette 15 onze per «tutti li bassi rilievi di figure storiate e delle statuette di legname fatte e da farsi per l’altare di pietre forti si sta costruendo»; che l’intagliatore Giacalone – probabilmente mazarese – fu pagato anch’egli 15 onze per «tutti l’intagli rabischi, capitelli, basi e corniciame lavorata di legname, di stiglio, fatti per il nuovo altare»; che mastro La Cagnina si fece pagare 50 onze «per l’indoratura in oro di zecchine di tutti l’intagli, bassi rilievi di figure, vasi e candelieri del nuovo altare maggiore», nonché delle «statuette di scultura di legname». Dei maestri sopra indicati, indubbiamente, quello più noto è lo scultore gancitano Quattrocchi, le cui numerose pregevoli opere lignee sinora censite sono disseminate prevalentemente nelle chiese della provincia di Palermo. Ma gli atti sopra sintetizzati forniscono ancora altri due importanti elementi di valutazione utili per gli storici dell’arte.

Il primo riguarda il pagamento ai citati maestri per i lavori eseguiti, che avveniva tramite indicazione scritta a firma dell’architetto palermitano Emmanuele Cardona – già allievo di Giuseppe Venanzio Marvuglia – di cui si conoscono numerosi progetti, compreso quello della facciata della Chiesa Madre di Alcamo.[13] La singola nota veniva consegnata al barone alcamese Nicolò Pastore, che risiedeva pure a Palermo, il quale provvedeva personalmente al pagamento. La presenza del Cardona potrebbe essere stata richiesta dal Pastore semplicemente per un vaglio tecnico della congruità dei compensi richiesti dai singoli maestri e per una valutazione della effettiva corretta esecuzione dei lavori; ma potrebbe anche essere stata più rilevante, quale progettista  dell’altare mazarese, ai cui disegni i maestri avrebbero dovuto attenersi, così come il Cardona avrebbe fatto nel caso di altri due altari disegnati per le chiese palermitane di San Matteo (1798-1799) e del Gesù (1819-1822).[14]

La seconda questione da spiegare e interpretare riguarda il “pagatore” barone Pastore; che ruolo ebbe nella vicenda? Solo quello di cassiere sulla piazza di Palermo, per conto del Monastero o del finanziatore, don Vincenzo Romano, in considerazione del fatto che le maestranze e l’architetto operavano quasi tutti nel capoluogo siciliano? È plausibile, ma non è desumibile dai documenti sin qui rilevati. Il personaggio, peraltro, non era affatto di secondo piano ed anzi mostrava di possedere requisiti e caratteristiche imprenditoriali che lo discostavano non poco dalle figure prevalenti nel mondo aristocratico siciliano.

Nicolò Pastore – padre di Felice, che ricoprì numerosi incarichi politico-amministrativi tra Palermo e Trapani nella prima metà dell’800[15] – oltre a essere proprietario di 4 feudi e 6 masserie, aveva preso in gabella dal duca di Ferrandina i vasti latifondi di Caltavuturo, Sclafani e Scillato, per nove anni, a decorrere dal 1797, per la rilevante somma di 11030 onze.[16] Riforniva di orzi la  città di Palermo;[17] vendeva grani alla Deputazione frumentaria di Marsala e da questa veniva pagata con i fondi anticipati dai mercanti-imprenditori inglesi fratelli Woodhouse.[18] Ad Alcamo aveva realizzato un albergo nel quale soggiornò Johann Wolfgang Goethe tra il 18 e il 19 aprile 1787 e di cui il poeta tedesco scrisse nel suo diario di viaggio: «un albergo ben tenuto che merita d’essere raccomandato a chi viaggia; da qui si può infatti compiere comodamente la visita al solitario e appartato tempio di Segesta».[19] E nei primi anni novanta del ‘700 ricevette l’incarico dal Tribunale del Real Patrimonio di realizzare la costruzione della nuova strada per collegare Alcamo a Partinico.[20]

Se, dunque, questo è il profilo del barone Pastore, altro potrebbe essere stato il suo ruolo in rapporto al Monastero e alla Curia mazarese. Sarebbe auspicabile che queste brevi notazioni documentarie venissero sviluppate con ulteriori ricerche da giovani laureandi delle discipline storico-artistiche.

Dialoghi Mediterranei, n.5, gennaio 2014
Note

[1]    SAFINA P., La Mazara sacra. Illustrazione storico-ecclesiastica della Chiesa mazarese, Stab. Tip. Del Boccone del Povero, Palermo, 1900, p. 28.

[2]         Ivi, p. 29.

[3]        NAPOLI F., Guida storico-artistica di Mazara, Tip. Montes, Agrigento 1928, p. 78.

[4]     PALERMO G., Guida istruttiva per potersi conoscere con facilità  tutte le cose istruttive tanto dal siciliano, che dal forestiere tutte le magnificenze, e gli oggetti degni di osservazione della Città di Palermo (Giornata II), Reale Stamperia, Palermo 1816, p. 336.

[5]      NAPOLI F., Il monastero e la chiesa di Santa Caterina, in Scritti inediti di Filippo Napoli, a cura di Gianni Di Stefano, Accademia Selinuntina di Scienze, Lettere e Arti, Mazara del Vallo 1978, pp. 7-44.

[6]      REGINELLA M., Il pavimento maiolicato di Santa Caterina a Mazara del Vallo, «Quaderno», Centro Studi per la Storia della Ceramica Meridionale, Napoli 1998, pp. 39-51.

[7]      TROISI S., Dall’eredità arabo-normanna a Consagra. La vicenda  storico-artistica, in CUSUMANO A., LENTINI R. (a cura di), Mazara 800-900. Ragionamenti intorno all’identità di una città, Sigma, Palermo 2004, p. 153.

[8]      Archivio di Stato di Palermo, Notai defunti, not. Giuseppe Maria Maggio e Maltese, Palermo, min. 19712, c. 31r, 2-2-1798; min. 19714, cc. 818r-819v, 28-4-1798.

[9]     Ivi, min. 19715, c. 5r, 1-5-1798.

[10]     Ivi, c. 102r e v, 3-5-1798.

[11]      Ivi, min. 19716, cc. 484r-495r, 16-6-1798; min. 19718, cc. 627r-630r, 23-8-1798.

[12]      Ivi, min. 19718, cc. 688r-689v, 27-8-1798.

[13]     MAURO E., Cardona Giovanni Emanuele, in SARULLO L., Dizionario degli artisti siciliani – Architettura, Novecento, Palermo 1993, pp. 87-88.

[14]     TORNATORE S., Altari neoclassici a Palermo: lettura iconografica tra teologia e arte, «Rivista dell’Osservatorio per le Arti Decorative in Italia», Palermo, n. 6, 2012, on-line.

[15]     CALIA R., La famiglia del Barone Felice Pastore in Alcamo, «La Fardelliana», 1985, n. 2-3, pp. 97-105.

[16]      Archivio di Stato di Palermo, Notai defunti, not. Giuseppe Maria Maggio e Maltese, min. 19720, c. 540r e v., 19-10-1798.

[17]       Min. 19719, cc. 89r-90r, 2-9-1798.

[18]    Not. Francesco Maria Albertini, min. 32948, cc. 340r e v, 28-3-1805; cc. 616r, 18-4-1805.

[19]     GOETHE J. W., Viaggio in Italia, traduz. Emilio Castellani, Mondadori, Milano 1993, pp. 296-297.

[20]   Archivio di Stato di Palermo, Tribunale del Real Patrimonio. Numerazione provvisoria, b. 2339, doc. 2, Lettera del principe di Caramanico al presidente del Tribunale del Real Patrimonio, Palermo 27-4-1794.

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