L’Unione Europea: situazione attuale e prospettive

copertina di Benedetto Coccia e Franco Pittau

Abbiamo curato un volume per commemorare i 60 anni del Trattato di Roma, che il 25 marzo del 1957 ha istituito la Comunità Economica Europea [1]. Ai capitoli di questa ricerca faremo riferimento per ricavarne degli spunti adatti a illustrare la situazione attuale e le prospettive dell’Unione Europea.

Nel 2007 la celebrazione del 50° anniversario del Trattato cadde in un contesto più favorevole e suscitò un sentimento di speranza nel 57% degli italiani (contro il 49% riscontrato in media tra gli europei). Il 27% degli italiani provò anche fierezza e soddisfazione, mentre solo il 17% ammise di non avere avuto alcuna reazione (atteggiamento che riguardò invece il 36% dei cittadini europei).

Oggi, a dieci anni di distanza, l’Italia e l’Europa non mostrano lo stesso entusiasmo e non tutti i segnali sono incoraggianti, a partire dal referendum popolare che ha sancito l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea e dalla crescita dei movimenti antieuropeisti in vari Stati Membri.

Dai cittadini europei, come si rileva da Eurobarometro 2015, l’UE è conosciuta in positivo per la libertà di viaggiare, studiare o lavorare in più Stati (49%), ma anche per l’euro (35%), la pace (27%), la diversità culturale (26%). Comunque, il 58% degli europei (solo il 49% tra gli italiani, con un ribaltamento di posizioni rispetto all’indagine condotta dieci anni prima) è convinto che per affrontare il futuro è preferibile rimanere nell’Unione, contro il 30% che pensa il contrario, mentre il 12% non si esprime). Nel sondaggio del 2015 solo il 40% degli intervistati dichiara la sua fiducia nell’UE (contro il 46% di quelli che ne sono privi): come ad attestare che la struttura è necessaria ma non gestita come si deve. Dall’Unione si lamenta non solo la burocrazia ma anche l’incapacità di lanciare messaggi chiari, così come si lamenta la burocrazia e lo spreco. Seppure con queste riserve, persiste l’apertura ai nuovi impegni dell’Unione, non solo per continuare a portare avanti gli ambiti già di sua competenza (aspetti economici, finanziari, sociali), ma anche per potenziarli e ampliarli a livello di politica estera, di difesa, energetica e altri settori, al fine di affrontare le sfide globali, pervenire a una migliore qualità della vita e farsi carico in maniera più soddisfacente di problemi quali la disoccupazione, l’immigrazione, il terrorismo.

In un siffatto contesto si è situata la ricerca da noi condotta, per la quale abbiamo sollecitato l’apporto di una cinquantina di rappresentanti del mondo della ricerca e dell’ambito sociale. In questo modo è stato possibile offrire un quadro realistico che, da una parte analizza diversi aspetti critica, dall’altra si sofferma anche sulle grandi realizzazioni favorite dal processo di integrazione europea nonché sulle prospettive ancora percorribili..

Anche a nostro avviso è condivisibile l’opinione che l’Europa unita debba essere considerata la più rilevante realizzazione del mondo occidentale dal Dopoguerra ad oggi per diverse ragioni: il quasi miracoloso superamento della rivalità tra nazioni prima belligeranti, il numero di Paesi coinvolti nel processo di integrazione, il progressivo equilibrio tra competenze comunitarie e sovranità di nazioni; il metodo democratico seguito per mediare tra i diversi punti di vista; il rispetto delle diversità culturali; l’apertura alla cooperazione con gli Stati non comunitari; la realizzazione di quell’eccezionale istituto che è la libera circolazione dei cittadini europei (con una successiva estensione di parte dei benefici anche ai migranti non comunitari), la vocazione agli aiuti umanitari e l’apertura (da ultimo molto problematica) ai richiedenti asilo.

Attualmente, anche se sono aumentati quelli che puntano nuovamente sulle soluzioni nazionali,  molti sono coloro per i quali ritirarsi dal percorso comune sarebbe di grave pregiudizio al futuro del continente e dei singoli Stati Membri e si tratterebbe solo di rimediare agli aspetti carenti e di accentuare quelli positivi. Quest’ultima è anche la convinzione che ha animato la nostra ricerca, con una forte analogia ad altre fasi della storia dell’integrazione europea nelle quali la soluzione delle crisi è esitata nel rafforzamento della coesione. Qui di seguito sintetizziamo gli aspetti sostanziali proposti dagli autori dei vari capitoli della pubblicazione, ai quali rimandiamo per un approfondimento.

                                                                         Aspetti della realtà economica nell’UE

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Scheda segnaletica di Altiero Spinelli

Il Mercato Unico Europeo, realizzato con l’Atto Unico Europeo del 1986, secondo le attese avrebbe dovuto accrescere il PIL dei 12 Stati Membri tra il 4,25% e il 6,5% e creare 2 milioni di posti di lavoro. I risultati siano stati inferiori alle attese, seppure non trascurabili. L’integrazione economica e la produttività hanno conosciuto un aumento a livelli differenziati nei diversi Stati Membri e la ripresa, dopo la crisi del 2008, si è rivelata più difficile del previsto, specialmente in Paesi come l’Italia.

Anche il residuo protezionismo ha impedito di sfruttare le economie di scala; inoltre, i servizi, che costituiscono la parte più cospicua dei sistemi nazionali, non essendo commerciabili, hanno goduto marginalmente dei benefici dell’integrazione. Le politiche comunitarie – viene da molti osservato – hanno dato maggiore risalto agli equilibri di bilancio piuttosto che agli squilibri macroeconomici e territoriali, carenze queste poi enfatizzate dalla crisi finanziaria ed economica poiché ne è conseguito un aumento del livello di disoccupazione e di povertà, per giunta in un contesto di crisi umanitarie e incremento dei flussi migratori, mentre è mancato il sostegno di un atteggiamento di fiducia nelle istituzioni comunitarie e nella possibilità di una soluzione europea ai problemi.

Mel 2010 è stata lanciata una strategia decennale per una crescita intelligente, sostenibile ed inclusiva al fine di conseguire cinque importanti obiettivi, riguardanti rispettivamente l’occupazione, la ricerca e l’innovazione, il cambiamento climatico e l’energia, l’istruzione e lo sradicamento della povertà. Per ciascuno di questi obiettivi si registrano dei miglioramenti (seppure non sempre pari alle attese), mentre non è stata realizzata la riduzione della povertà. Tra l’altro, in molti Paesi dell’UE la crescita economica è assorbita prevalentemente dalle esportazioni, generando consistenti avanzi commerciali, mentre la domanda interna resta molto debole. Sul piano economico hanno suscitato interesse il Quantitive Easing (impiego di 600 miliardi mensili da parte della Banca Centrale Europea), fondi che però sono a termine, e il Piano Juncker per gli investimenti, i cui fondi però sono stati rinvenuti sottraendoli a quelli già previsti da Horizon 2020.

La piccola e media impresa e l’imprenditoria immigrata

Sono 32,6 milioni (dato Eurostat 2015) gli imprenditori e i lavoratori autonomi attivi nell’Ue-28 (2,1 milioni gli stranieri, 30,5 milioni gli autoctoni) e rappresentano 1 ogni 7 occupati. Un imprenditore ogni sei vive in Italia, che con 5,1 milioni guida l’apposita graduatoria, seguita da Germania (4,1 milioni) e Regno Unito (4,5 milioni). Nell’UE e negli altri Paesi OCSE questa componente incide per circa il 13% sulla forza lavoro nata all’estero

L’Anno Europeo per l’artigianato, promosso nel 1983 dalla Commissione Europea, ha rappresentato il primo embrione di una politica europea per le imprese di minore dimensione, notoriamente caratterizzate da proprie specificità professionali, storico-culturali e territoriali. In seguito è stata elaborata una vera e propria politica europea, con i relativi programmi, per le micro, piccole e medie imprese, trovando un supporto nell’UEAPME, l’associazione europea di queste imprese. Al Consiglio europeo di S. Maria de Feira (giugno 2000) è stata elaborata la Carta delle piccole e medie imprese, che contiene una serie di azioni a loro supporto E, in particolare, l’enunciazione dei principi sui quali basare la formulazione e l’attuazione delle politiche sia a livello UE che degli Stati membri. La pubblicazione nel 2008 dello Small Business Act (SBA) da parte della Commissione Europea ha posto le basi per l’inizio di una politica finalizzata alla creazione di un ambito economico attento alle esigenze di queste imprese, secondo lo slogan “Pensare anzitutto in piccolo”.

Nel 2009 il programma Erasmus è stato aperto anche ai giovani imprenditori (inclusi quelli immigrati) a condizione che essi abbiano aperto da pochi anni un’impresa o siano intenzionati a farlo. Sono stati oltre 6.000 gli imprenditori iscrittisi nel database del programma, di cui la maggioranza è costituita da italiani (1.403).

Tra il 2012 e il 2014 la preoccupazione è stata quella di contrastare gli effetti della grande crisi e di incrementare il contributo al PIL da parte dell’industria manifatturiera. La Commissione Europea ha adottato il Piano di Azione Imprenditorialità 2020, che si propone di sviluppare la formazione all’imprenditorialità, creare un contesto favorevole alla crescita delle PMI e favorire una comunicazione più positiva sul ruolo imprenditoriale che, unitamente alla competitività e all’innovazione, costituisce la chiave della ripresa economica. A tal fine gli Stati Membri sono stati sollecitati anche a favorire, semplificando le procedure, gli investimenti dall’estero e l’inserimento imprenditoriale degli immigrati, obiettivi ritenuti importanti per il futuro dell’Europa e perciò collocati per la prima volta in questo progetto politico (tra l’altro a loro è stato anche dedicato il portale europeo www.eu-imminent.com).

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Firma del Trattato di Roma,25 marzo 1957

Le politiche di coesione territoriale

La politica di coesione territoriale integra quella sociale e quella economica come aspetto fondamentale del processo di integrazione. Già prevista nel Trattato di Roma del 1957 e accentuata nell’Atto Unico Europeo e dal 1986, essa trova un supporto nel Fondo Coesione, che col tempo ha affiancato gli altri fondi strutturali. Questa politica si propone di raggiungere un equilibrio tra i vari Stati europei, evitando nell’ambito del Mercato unico l’emarginazione delle aree più deboli: a tal fine sono di sostegno anche il Fondo Sociale Europeo e la Banca Europea degli Investimenti. A partire da Lisbona 2000 le politiche di coesione sociale sono state qualificate come un fattore di sviluppo e di competitività economica su scala globale, impostazione poi rafforzata dal Trattato di Lisbona del 2007 sul funzionamento dell’Unione.

Nel periodo 2007-2013, le politiche di coesione hanno impiegato una dotazione di 346,5 miliardi di euro (il 35,7% del bilancio dell’Unione europea). La maggior parte delle risorse è stata assegnata alle Regioni incluse nell’obiettivo “Convergenza” (quelle di cui il PIL pro capite è inferiore al 75% della media europea) al fine di promuovervi lo sviluppo imprenditoriale, la costruzione di infrastrutture, l’espansione urbana e la cooperazione interregionale.

Dal 2007, complice la crisi e in un contesto territoriale ampliato, il processo di convergenza sembrerebbe essersi notevolmente affievolito, specialmente nell’ambito dei singoli contesti regionali, per cui sarebbero necessari investimenti strategici che vadano oltre il breve-medio termine. L’attuale ciclo di programmazione per gli anni dal 2014 al 2020 è caratterizzato da un maggiore orientamento al conseguimento di risultati: il bilancio destinato agli 11 obiettivi tematici del nuovo ciclo è stato di 351,8 miliardi di euro.

La ricerca scientifica

A seguito della crisi del 2008, il settore ricerca e innovazione è stato uno dei punti di forza per la strategia di crescita e sviluppo dell’Unione, sostenuto dal programma Horizon 2020 come principale strumento finanziario. Resta valida l’idea che la ricerca sia l’investimento vincente per il futuro. L’Italia è lo Stato Membro che ha presentato più domande nel settore delle imprese, ma il tasso di finanziamento dei progetti è sceso dal 7,3 % del 2014 al 6,3% del 2015, situandosi all’11° posto.

Secondo i dati diffusi dalla Commissione Europea nel 2016, nei primi due anni del programma sono state presentate 76 mila proposte eleggibili, delle quali l’11% ammesse al finanziamento. La maggior parte delle domande proviene dalle università (39% del totale) e, a seguire, da enti privati (35,2%) e istituti di ricerca (18,4%). Il Regno Unito, la Germania e la Spagna sono i Paesi che hanno firmato la più alta percentuale di grant agreements.

In Italia è ridotta la quota di investimenti pubblici nella ricerca, con conseguente emigrazione dei ricercatori più qualificati verso il Nord Europa e gli Stati Uniti. Purtroppo, nel nostro Paese gli standard quantitativi stabiliti nel programma Horizon 2020 non sono stati ancora raggiunti. Secondo i dati ISTAT, la spesa in ricerca e sviluppo ha raggiunto 21 miliardi di euro nel 2013, risultando pari all’1,3% del Prodotto Interno Lordo, un livello lontano dalla media UE, dove il valore medio di spesa è pari al 2,3% del Pil [2].

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Erasmo da Rotterdam

Aspetti della realtà linguistico-culturale nell’UE. Il progetto Erasmus

Ci soffermiamo su questo programma, ora denominato Erasmus Plus, in quanto fortemente indicativo del superamento delle frontiere culturali, tanto che si è arrivati a parlare di “generazione Erasmus”. Erasmus Plus ha il compito di incrementare nei giovani l’innovazione e l’inclusione sociale tramite l’aumento delle competenze spendibili sul mercato del lavoro europeo e nazionale, mentre nel contempo incentiva le nuove generazioni a sviluppare il sentimento europeista contro il populismo nazionalista. Per il settennio 2014-2020 l’UE ha stanziato 14.774 miliardi di euro, di cui 2.499 per il 2017.

Nel biennio 2014-2015 gli studenti e i tirocinanti che hanno preso parte al programma sono stati 291.400 (per il 61% donne), in provenienza da 33 Paesi (di cui 5 non UE), cento volte di più rispetto al 1987. Un ulteriore incremento di circa 56 mila studenti è previsto per il successivo biennio. L’età media dei partecipanti è di 24,5 anni. Il tempo medio di permanenza all’estero è di 5,3 mesi.

Nel citato biennio, il Paese più ambito per soggiornarvi è stata la Spagna (42.537 studenti), seguito da Germania (32.871), Regno Unito (30.183), Francia (29.558) e Italia (21.564). Quanto alle partenze, il primo Paese è stata la Francia (39.985 partenze), seguita dalla Germania (39.719), dalla Spagna (36.842) e dall’Italia (31.051).

Il valore medio delle borse di studio, differenziate a seconda delle destinazioni, è pari a 281 euro mensili, un contributo che non copre totalmente le spese e rischia di emarginare i meno abbienti. Per quanto riguarda la conoscenza delle lingue la Commissione ha predisposto una piattaforma per il loro apprendimento. Inoltre il sottoprogramma ErasmusPro si rivolge ai giovani lavoratori e affianca il programma Garanzia giovani, varato nel 2013 per favorire l’inserimento nel mondo del lavoro degli under 25 attraverso l’offerta di stage, tirocini e primi contratti.

La cooperazione linguistica

Secondo l’indagine specifica, svolta da Eurobarometro nel 2012, quasi nove cittadini dell’UE su dieci ritengono che la capacità di parlare lingue straniere sia molto utile, e addirittura il 98% afferma che la padronanza delle lingue sarà positiva per il futuro dei figli. La lingua più parlata come L1 è il tedesco (16% dei cittadini europei), seguita dall’italiano e dall’inglese (13% ciascuna), dal francese (12%) e quindi dallo spagnolo e dal polacco (8%). Invece le sei lingue straniere più parlate sono l’inglese (38%), il francese (12%), il tedesco (11%), lo spagnolo (7%), il russo (5%) e l’italiano (3%).

Le istituzioni europee hanno sempre guardato con attenzione agli aspetti linguistici, considerati centrali per la cooperazione e la collaborazione socio-culturale ed educativa tra gli Stati Membri. Dalle quattro lingue ufficiali iniziali di sessanta anni fa si è passati alle attuali ventiquattro. A queste si aggiungono oltre 60 lingue regionali o minoritarie autoctone, fra cui il basco, il catalano, il frisone, il gallese, lo yiddish (parlate, nel loro insieme, da circa 40 milioni di persone).Vi sono, inoltre, le varietà dialettali nonché le lingue minoritarie alloctone di antico e nuovo insediamento.

Oggi è rimessa in discussione l’idea stessa di un plurilinguismo esteso a ogni ambito di uso sociale e istituzionale per il motivo (a dire il vero non da tutti condiviso) dei costi implicati. Da ultimo si sono aggiunte le questioni linguistiche legate alle comunità dei migranti, che hanno portato anche a riflettere sulle implicazioni e le sfide delle società multiculturali e le loro diversità culturali e linguistiche. Un altro filone di iniziative si concentra sugli strumenti teorici e metodologici per rendere possibile lo sviluppo del plurilinguismo. Certo è che in un mondo sempre più globalizzato, sempre più caratterizzato da movimenti migratori, sono di fondamentale importanza i processi linguistico-comunicativi-culturali..

Attualmente l’affermazione “una lingua-una nazione-uno Stato” non ha più il valore di una volta. Il plurilinguismo europeo in generale e il trilinguismo istituzionale (francese, tedesco, inglese) lasciano sempre più spazio al monolinguismo inglese, lingua che, una volta realizzato il Brexit, non potrà essere una lingua ufficiale dell’UE, considerato che Malta e Irlanda hanno rispettivamente scelto il maltese e l’irlandese. 

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Manifesto del 1957

Le migrazioni italiane (e anche quelle degli altri Stati Membri mediterranei) sono una realtà che precede il processo di integrazione europea, che nella sua prima formulazione (Trattato CECA del 1950) ha riguardato solo aspetti economici, segnatamente la messa in comune del carbone e dell’acciaio. A distanza di pochi anni la libera circolazione dei lavoratori, prevista dal Trattato di Roma del 1957 è stata inclusa tra gli obiettivi fondamentali della Comunità Economica Europea. In questo modo le migrazioni sono diventate parte integrante della costruzione europea e i migranti italiani, partiti nel dopoguerra carichi di bisogni, hanno trovato nella normativa comunitaria un supporto per il loro status e, peraltro, essi stessi hanno contribuito dal basso a tale costruzione. Negli anni ’60, quando l’integrazione europea muoveva i suoi primi passi, dall’Italia emigravano oltre 200 mila persone l’anno, in prevalenza verso i Paesi europei per rispondere al loro fabbisogno di manodopera aggiuntiva. Dopo una forte riduzione degli espatri determinatasi in Italia a partire dagli anni ‘70, i flussi verso l’estero sono ripresi specialmente in questi ultimi anni.

Attualmente, tra i 35 milioni di migranti che risiedono nei 28 Paesi dell’UE (dato del 2015), circa un terzo è costituito da comunitari, tra i quali gli italiani (quasi 2 milioni) insieme ai romeni sono i più numerosi. La libera circolazione, apprezzata dalla maggioranza degli europei come la più significativa realizzazione dell’UE nei confronti dei cittadini, è un istituto giuridico che consente la compensazione tra domanda e offerta di lavoro su scala europea. I contenuti della libera circolazione, avviata già nel 1958 subito dopo la costituzione della CEE, sono stati man mano arricchiti fino a essere estesi, oltre che ai lavoratori e ai loro familiari, a tutti i cittadini europei, seppure in forme differenziate (non senza qualche resistenza da parte degli Stati membri destinatari di questi flussi). Attualmente il cittadino comunitario, dopo aver soggiornato per un periodo di cinque anni in un altro Stato Membro, vi acquisisce il diritto di soggiorno permanente.

La normativa sulla libera circolazione, accompagnata da complesse ed efficaci norme sul coordinamento dei regimi di sicurezza sociale degli Stati Membri, ha garantito un trattamento non penalizzante ai lavoratori migranti, seppure non esente da criticità specialmente nelle fasi congiunturali negative: a giusta ragione, anche nell’attuale contesto di globalizzazione, viene considerata la normativa più avanzata sul tema della mobilità umana.

Per garantire una corretta applicazione di questo istituto giuridico è stata determinante l’azione della Corte di Giustizia attraverso le sue pronunce sui rinvii pregiudiziali effettuati dai giudici nazionali: nell’attività di tutela giuridica dei migranti italiani si sono segnalati gli istituti di patronato, che hanno costituito uffici nei principali Stati membri e si sono dimostrati m

5 I migranti non comunitari

Sono diversi gli interventi delle istituzioni comunitarie susseguitesi nel tempo a favore dei migranti non comunitari. A differenza di quanto avvenuto per i migranti comunitari, per essi inizialmente la Commissione è intervenuta sulla base della cooperazione intergovernativa senza basi normative specifiche di diritto europeo, salvo la più generale competenza in materia sociale. Data al 1976 la costituzione del Gruppo Trevi, con competenza per l’appunto sul tema delle migrazioni. L’intervento della Commissione non è stato, talvolta, esente da una certa forzatura rispetto alle competenze attribuite, come è avvenuto nel 1985 quando è stato imposto agli Stati Membri di comunicare preliminarmente gli atti in materia migratoria (decisione poi dichiarata nulla dalla Corte di giustizia).

Anche dopo l’Atto Unico Europeo del 1986 la cooperazione ha continuato a essere intergovernativa e, comunque, ha consentito di pervenire a un codice comune dei visti e alla gestione delle frontiere nell’ambito degli accordi di Schengen. Nel 1992 il Trattato di Maastricht ha istituzionalizzato il metodo intergovernativo di intervento sulle migrazioni (il cosiddetto Terzo pilastro “giustizia e affari interni”). A una vera e propria comunitarizzazione della materia si arriva con il Trattato di Amsterdam del 1997, che colloca le competenze sulle migrazioni nel primo pilastro (quello di diretta competenza europea), seppure nell’arco di cinque anni e senza l’inclusione di tutti gli Stati Membri (è intervenuta la cosiddetta “opting out” della Gran Bretagna, dell’Irlanda e della Danimarca.

Con il Trattato di Lisbona del 2009 l’immigrazione entra a far parte pienamente del diritto europeo, perché lo “Spazio di libertà, sicurezza e giustizia” è stato incluso nel nuovo Titolo V del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE). All’Unione viene affidato il compito di sviluppare «una politica comune in materia di asilo, immigrazione e controllo delle frontiere esterne, fondata sulla solidarietà tra Stati membri ed equa nei confronti dei cittadini dei Paesi terzi» (art. 67, par. 2) con un intervento di co-decisione sulla materia da parte dello stesso Parlamento Europeo e una decisione a maggioranza ordinaria del Consiglio. Per il trattamento dei migranti non comunitari trovano applicazione: sia gli atti adottati autonomamente dalle istituzioni comunitarie (ad esempio, l’estensione ai residenti sul territorio comunitario del coordinamento dei regimi di sicurezza sociale), sia gli accordi di associazione stipulati dall’UE (ad esempio con i Paesi del Maghreb), ai quali spesso ha fatto richiamo sia la giurisprudenza della Corte di Giustizia che quella degli Stati Membri.

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1992: Trattato di Maastricht

I richiedenti asilo e rifugiati

Una delle questioni attualmente più rilevanti per l’UE è rappresentata dall’accoglienza e dall’inserimento dei richiedenti asilo e dei profughi in cerca di tutela umanitaria e di lavoro. L’Europa si trova alla confluenza dei continenti asiatico e africano e ad essi è unita dal Mediterraneo, un mare ricco di storia fatta di scontri e di incontri. Queste aree continentali sono quelle maggiormente soggette a squilibri di varia natura e a conseguenti massicci esodi. Arrestare tali movimenti sembra impossibile a breve termine. Assicurare a tutti l’inserimento diventa sempre più difficile. Riuscire a trattenerli sul posto costituisce un impegno complesso, tra l’altro finora poco esplorato e non conseguibile a breve termine.

L’accoglienza dei rifugiati è regolata nell’UE dal cosiddetto “sistema Dublino”, che attribuisce la responsabilità dei richiedenti asilo allo Stato Membro di arrivo, generando così vistosi squilibri. Seppure risulti evidente la scarsa razionalità di questa normativa (di cui l’Italia, insieme alla Grecia, sta sopportando il peso maggiore), non si riesce né a modificarla né a mitigarla con correttivi efficaci, come possono essere le cosiddette “relocation” (previste ma in larga misura non attuate per complessità delle disposizioni e resistenza degli Stati Membri). Pertanto, il “Sistema Europeo Comune di Asilo”, recepito in tutti gli Stati membri, è messo attualmente alla prova dall’accresciuto numero dei richiedenti per cui, nell’attuale contesto di terrorismo e di modesta crescita economica, gli Stati membri appaiono in seria difficoltà nell’osservare il principio di non respingimento dei profughi (non-refoulement) e il dovere de l’accoglienza.

Sulle coste italiane sono sbarcate 170 mila persone nel 2014, 154 mila nel 2015 e 180 mila nel 2016 (ma in Germania il livello dell’accoglienza è notevolmente più elevato).L’Italia ha potenziato il Sistema per l’Accoglienza dei Richiedenti asilo e ha istituito oltre 3 mila Centri di accoglienza straordinari (CAS), ma continuano a essere numerose le criticità a fronte dello scarso sostegno dell’UE per i motivi prima richiamati.

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1997: Trattato di Amsterdam

I Rapporti ad extra: l’Africa e gli aiuti umanitari

La risposta dell’UE a tutti casi di emergenza, facendosi carico dei bisogni, è volta a tutelare la vita, a prevenire e alleviare la sofferenza e a mantenere la dignità umana. Per l’UE vige l’imperativo di intervenire in ogni caso a soccorso delle vittime, assicurando l’imparzialità e la non discriminazione dell’aiuto, l’indipendenza rispetto a condizionamenti politici o di altra natura e quindi la piena autonomia delle scelte umanitarie rispetto a quelle politiche.

Fin dalla nascita dell’European Community Humanitarian Office (ECHO), nel 1992, il rapporto con le organizzazioni non governative e le loro reti è stata utilizzata dall’UE per attuare i programmi di aiuto e assistenza. È stata altresì sollecitata la cooperazione delle agenzie internazionali e delle Nazioni Unite, della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa al fine di assicurare il massimo sostegno alle popolazioni colpite dalle emergenze.

L’UE è il primo donatore al mondo per quanto riguarda gli aiuti umanitari. Per il periodo 2014-2020 a questi aiuti sono stati assegnati € 6,62 miliardi, ma gli impegni annuali sono regolarmente incrementati (attingendo a fondi di riserva) per far fronte alle nuove necessità umanitarie. Nel solo 2015 l’UE ha aiutato quasi 15 milioni di persone vittime di calamità naturali o conflitti in oltre 80 Paesi (tra cui Siria, Iraq, Sud Sudan, Corno d’Africa, Sahel, Yemen, Nepal, Ucraina). L’UE ha anche avviato un’iniziativa per formare, entro il 2020, un gruppo di oltre 18 mila cittadini europei da impiegare nel mondo come volontari in situazioni umanitarie, prevedendo un periodo di formazione prima del loro impiego presso organizzazioni umanitarie certificate. 

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2001: Trattato di Nizza

Il continente africano e le sue attese

Un’Europa senza l’Africa non avrebbe futuro, perché dimenticherebbe il suo passato caratterizzato, fin dalla metà del XV secolo, da un intreccio di relazioni importanti, tanto che la trama dei suoi legami e la mappa dei suoi conflitti si sono confuse con il destino dell’Africa. Tre fasi si sono succedute nel tempo: il neocolonialismo, la cooperazione allo sviluppo e un certo disinteresse e distacco da quando anche l’Africa è stata toccata dal terrorismo.

Il Mediterraneo è la culla comune dell’Europa e dell’Africa, non solo uno spazio geografico ma anche un serbatoio culturale, un patrimonio storico e un crocevia di flussi di ogni genere. Un mare antico che deve servire a riallacciare oggi le relazioni tra i due continenti, superando un passato coloniale che stenta a morire.

Il fatto che nel 2015 l’Onu abbia dedicato un decennio ai cittadini di origine africana per favorirne il rispetto, indica le carenze nell’atteggiamento e nel trattamento riservato agli africani che vivono al di fuori della loro terra. Sono significativi gli auspici espressi da alcuni rappresentanti della Diaspora africana in Italia in occasione del 60° anniversario del Trattato di Roma.

«Apprezzando l’Europa, rimaniamo molto rattristati di fronte a questa ambivalenza, che rischia di offuscare i meriti che spettano al Vecchio Continente. La previsione di quanto ci attende ci porta a pensare che il futuro dell’Europa sarà più legato a quello dell’Africa, un continente che raddoppierà la sua popolazione, accreditandosi come un grande mercato di consumatori fatto di persone giovani e motivate a diventare più preparate in tutti i campi, per poter valorizzare quella miniera di risorse che è il loro continente. Come africani della diaspora vogliamo partecipare sentitamente alla celebrazione del 60° anniversario del Trattato di Roma istitutivo della Comunità Economica Europea, poi diventata Unione europea e propostasi come esempio al mondo intero per il suo lungimirante processo di integrazione. Del cammino fatto apprezziamo molte realizzazioni, ma vorremmo di più e con convinzione proponiamo all’Europa tre obiettivi così riassumibili: aiutare con maggiore generosità, incentivare il rispetto delle culture, salvaguardare la dignità degli africani, compresi gli immigrati».

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2007: Trattato di Lisbona

L’Europa, centro del cristianesimo e contesto multireligioso

L’Europa è portatrice di ricche eredità giuridiche, culturali e anche religiose. Questo continente è stato nel passato in larga misura monoreligioso per la netta prevalenza del Cristianesimo nelle sue diverse confessioni: sono stati ferventi credenti Adenauer, Schumann e De Gasperi, i grandi politici che si collocano all’origine del processo di integrazione europea. Il 28 giugno 2008 Papa Giovanni Paolo II, con l’esortazione “Ecclesia in Europa”, pubblicata alla vigilia dell’allargamento a Est dell’UE, ha insistito sulla speranza che la Chiesa cattolica ha inteso infondere nella costruzione europea.

Il cammino intrapreso con il secolarismo ha portato in una prima fase a insistere su una impostazione esclusivamente laica: “Come se Dio non ci fosse”, ritenuta funzionale alla convivenza pacifica, di diverse religioni, secondo questa impostazione da confinare nella sfera privata. Si è poi capito, a partire dagli anni ’90, che l’importanza del fattore religioso non deve essere preso in considerazione anche nella sfera pubblica e non va calibrato sulla quota dei cosiddetti “praticanti”. In effetti, la Commissione Europea, su impulso del suo presidente Jacques Delors, ha stabilito un dialogo con le Chiese e le altre comunità di fede, compresi i gruppi umanisti non religiosi. Anche i drammatici attentati alle Torri gemelle a New York dell’11 settembre 2001 hanno ulteriormente indotto gli occidentali a interrogarsi sul ruolo delle religioni nelle società secolarizzate e pluraliste, mentre a loro volta le religioni hanno riflettuto sul loro ruolo in tali contesti.

La “Carta di Nizza” del 2000, allegata al Trattato di Nizza dell’anno successivo, prevede che il rapporto Stato-Chiese sia regolato dai singoli Stati Membri, superando tuttavia le discriminazioni. Nell’UE-28, all’inizio del secolo scorso, 13 Stati Membri non avevano una religione di Stato; tra il 1900 e il 2000 sono nove quelli che vi hanno “rinunciato”, mentre ad oggi sei l’hanno mantenuta.

La successiva Costituzione europea (non entrata in vigore perché non approvata da tutti gli Stati Membri) non menziona le radici cristiane dell’Europa, seppure le stesse siano state più continue e profonde rispetto alle altre religioni, ma comunque fa riferimento alla dimensione religiosa e all’articolo 6 afferma che «l’Unione riconosce i diritti, le libertà e i principi sanciti nella Carta dei diritti fondamentali».

1Il contesto multireligioso del Vecchio Continente

Nell’UE-28 solo i tre quarti dei residenti sono di tradizione o pratica cristiana. Sono circa 30 milioni i musulmani residenti in Europa, di cui la metà costituita da cittadini di uno Stato Membro. La realtà multireligiosa è formata anche dalla presenza di altre comunità religiose, seppure numericamente meno consistenti. Queste comunità religiose pongono “nuove” esigenze, non sempre prese in considerazione. In particolare, l’emersione dell’Islam nel quadro giuridico, sociale e religioso europeo ha comportato numerose criticità. Di scarso rilievo operativo è stata la considerazione che l’Islam abbia già fatto parte per diversi secoli della storia europea nell’area mediterranea, contribuendo alla formazione di quelli che sono definiti i “valori europei”.

I rapporti tra europei e musulmani sono diventati più difficili non solo dopo l’attacco alle Torri gemelle del 2001 ma anche, negli anni successivi, per la recrudescenza di movimenti estremisti di ispirazione musulmana, che si sono macchiati di numerosi atti terroristici. È venuta meno la speranza legata alle “primavere arabe” del 2011, cominciate in Tunisia senza rancore nei confronti dell’Occidente, ma continuate in maniera sanguinaria dall’ISIS e da altri movimenti. Attualmente al centro del dibattito pubblico europeo è prevalente il dibattito sull’escalation di queste aggregazioni terristiche, che rischiano di diventare l’unica “chiave” per interpretare questa religione.

Secondo L’ECRI (European Commission against Racism and Intolerance) le comunità più esposte a discorsi e ad atti d’odio sono quelle musulmane ed ebraiche, specialmente se l’appartenenza viene palesata esternamente (hejab o kippah). Si riscontrano attualmente in Europa diverse restrizioni della libertà religiosa riguardanti l’abito e i simboli, le regole alimentari, i luoghi e i ministri di culto, la formazione religiosa nelle scuole, oltre alle diverse manifestazioni di razzismo a sfondo religioso: molestie verbali, atti vandalici alle proprietà, atti violenti veri e propri. I ricorrenti fenomeni di intolleranza religiosa mostrano quanto sia diventato difficile rendersi conto che la salvaguardia dei valori europei non comporta l’opposizione ai musulmani o ai fedeli di altre religioni, bensì solo alle espressioni estremiste e di fatto nell’UE la convivenza multireligiosa è diventata uno dei principali problemi.

11Conclusioni

Migrazioni, flussi di richiedenti asilo, differenze religiose, crisi, austerità, disoccupazione, scarsa competitività, burocrazia, sprechi, messaggi poco chiari: a 60 anni dalla firma del Trattato di Roma sono molti i problemi con i quali gli europei debbono confrontarsi unitamente alle critiche che muovono alle istituzioni e alla normativa comunitaria. Tuttavia, pur lamentando queste difficoltà, la maggior parte della popolazione europea è propensa a continuare il processo di integrazione comunitaria a fronte di alternative ancor meno efficaci.

È vero che l’Europa in questa fase sembra carente di dinamismo, così come è avvenuto in diverse altre fasi del suo lungo percorso, ma staccarsi dall’Europa non sarebbe una soluzione, mentre lo è invece l’impegno per il rinnovamento dall’interno di questa struttura sovranazionale che viene invidiata e in parte imitata in tutto il mondo.

Questo dovrebbe essere è stato ad avviso dell’Istituto di Studi Politici “S. Pio V” e del Centro Studi e Ricerche IDOS il significato profondo del 60° anniversario del Trattato di Roma, firmato da grandi politici che hanno saputo guardare al futuro. Tornano alla mente le parole pronunciate da Alcide De Gasperi in un discorso tenuto nel 1950 in Parlamento sul tema dei giovani, ai quali diceva che il mito della propria bandiera non può sostituire l’Europa. Questa è anche è la tesi svolta dai cinquanta esponenti del mondo sociale e della ricerca che hanno scritto il volume La dimensione sociale dell’Europa. Dal Trattato di Roma ad oggi, che noi abbiamo avuto l’onore di coordinare.

Dialoghi Mediterranei, n.25, maggio 2017
Note
[1] Istituto di Studi Politici “S. Pio V” e Centro Studi e Ricerche IDOS, La dimensione sociale dell’Europa. Dal Trattato di Roma ad oggi, Edizioni Idos, Roma, 2017.
[2]  cfr. Istituto di Studi Politici “S. Pio V, a cura di Coccia B, e Pittau F., Le migrazioni qualificate in Italia. Ricerche, statistiche, prospettive, Edizioni Idos, Rom 2016.
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Benedetto Coccia, è il primo ricercatore dell’Istituto di Studi Politici “S. Pio V” presso il quale è Coordinatore scientifico dell’Area Sociale, Umanistica e Linguistica. Ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Storia Contemporanea presso l’Università La Sapienza ed è autore di numerosi saggi, articoli e recensioni. Tra le sue pubblicazioni, segnaliamo alcuni titoli: Dalla caduta del muro di Berlino alla caduta di Wall Street. L’Europa dopo l’11 settembre 2001: la missione culturale del vecchio continente nel nuovo scenario geopolitico; Il mondo classico nell’immaginario contemporaneo; Quaranta anni dopo: il Sessantotto in Italia tra storia società e cultura.
Franco Pittau, ideatore del Dossier Statistico Immigrazione (il primo annuario di questo genere realizzato in Italia) e suo referente scientifico fino ad oggi, si occupa del fenomeno migratorio dai primi anni ’70, ha vissuto delle esperienze sul campo in Belgio e in Germania, è autore di numerose pubblicazioni specifiche ed è attualmente presidente onorario del Centro Sudi e Ricerche IDOS/Immigrazione Dossier Statistico.

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