Stampa Articolo

Lorenzo Reina scultore-pastore

  reina santo stefano 2013 095

di  Luisa Messina

È un microcosmo nel cuore della Sicilia l’enclave che lo scultore-pastore Lorenzo Reina ha creato a partire da un imprevedibile connubio tra cultura e natura, rendendo così superflua la possibilità, tutta ideologica, di intendere i due termini in chiave dicotomica. Le molteplici attività svolte da Lorenzo Reina, insieme scultore e pastore, si pongono altresì come esempio significativo di come l’attaccamento a un luogo e alla terra, offra, in certi casi, occasioni per rivitalizzare realtà urbane altrimenti destinate a scomparire. In lui l’arte, la pastorizia, l’allevamento delle asine, l’agricoltura sono certamente attività indipendenti le quali, tuttavia, non solo si condizionano tra loro ma insieme costituiscono un’unica realtà riconducibile entro un unico centro: l’azienda Rocca Reina, insieme fattoria didattica, laboratorio d’arte, museo, teatro, ovile.

Il lungo percorso che ha portato Lorenzo a rendersi artefice della propria vita, non senza difficoltà, è approdato in quello che oggi è l’impresa con le sue tante peculiarità. Sono stati diversi, infatti, i momenti di transizione che da bambino fino all’età adulta hanno segnato la sua personalità di uomo eclettico, pronto a mettersi in discussione e a ribellarsi a un destino che sembrava segnato una volta e per tutte.

Lorenzo doveva fare il pastore. Unico figlio maschio dopo tre femmine, non poteva deludere le aspettative del padre che aveva messo su la sua piccola azienda un pezzo alla volta. Ma lui non amava quella vita, non voleva fare il pastore, così dal contatto continuo con l’ambiente circostante, osservando i colli, gli alberi, le nuvole, imparò a fare altro. Cominciò a guardarsi intorno, a osservare la natura, a manipolare la creta raccolta dalla terra umida, a scrutare il cielo. Scoprì la friabilità della pietra calcarea che cominciò a sbozzare con strumenti di fortuna, imparò a lavorare il legno: quelle radici, quei rami, quei tralci che avevano di per sé un aspetto quasi antropomorfo, cercava di dar forma a ciò che già era forma. Così mentre il tempo passava le pecore col loro lento vagare finivano per invadere i terreni coltivati dai contadini, i quali con le loro proteste riportavano le attenzioni del giovane sulle incombenze del lavoro, su quelle abitudini che faticava ad accettare.

Ma la possibilità del cambiamento si offrì al giovane Lorenzo quando giunse il tempo di partire per la leva militare. In quell’occasione, a Napoli, conobbe Gabriele Zambardino colui che fu il suo primo maestro e che affinò il suo modo spontaneo e del tutto autodidatta di fare arte. E arrivò così il giorno in cui venne allestita una mostra collettiva che accolse anche le opere del giovane artista emergente.

Ma con la fine del servizio militare e il ritorno al proprio paese, a Santo Stefano Quisquina, niente era mutato, ritrovò tutto per come lo avevo lasciato e le sue incombenze ad aspettarlo, eppure lo confortava la convinzione che invece la sua vita era cambiata. Ancora più intensa era divenuta la sua ansia di creare, di scolpire, smussare.

Nelle lunghe ore della transumanza i suoi passi erano appesantiti dal peso della bisaccia carica di scalpelli, libri e piccole sculture. Viveva la sua vita come quella di un servo pastore che giorno dopo giorno riscattava attimi di libertà, e anche se non voleva deludere le aspettative del padre il momento del conflitto salì con forza in superficie e non poté più essere celato quando arrivò il tempo in cui, per una serie di fortunati eventi, riuscì finalmente a rendere riconoscibile il suo status di artista agli occhi di tutta la comunità, curando la sua prima personale nella Biblioteca comunale del paese. Un grande successo, e la conquista della libertà per Lorenzo: adesso tutti sapevano che lui era uno scultore di talento e anche il padre accettò la scelta del figlio di abbandonare l’attività del pastore.

Ma non fu in quella fase della sua vita che avvenne la risoluzione del conflitto. Ma al capezzale del padre, sul punto di morte, nel momento in cui Lorenzo promise di non disperdere nulla, di occuparsi dell’azienda, di tornare a fare il pastore. E lo fece, senza rimpianti, senza obblighi e forzature. Lo fece perché voleva farlo, perché solo in questo modo poteva sentirsi completo e risolvere il suo conflitto; in fondo era da tutto ciò che aveva abbandonato che traeva l’ispirazione e la sensibilità artistica che lo contraddistinguono ancora oggi.

reina santo stefano 2013 072

Così, passando da Santo Stefano Quisquina e imboccando il bivio per Castronovo di Sicilia, è possibile raggiungere l’azienda Rocca Reina la cui prossimità è annunciata dalla presenza di un sostegno in pietra sul quale è fissato lo stemma e in cima la scultura bronzea del busto del padre di Lorenzo. Lo stemma con l’acronimo della denominazione ЯR sintetizza nel rilievo di una pecora e della struttura del museo i simboli chiave che racchiudono il senso stesso dell’azienda: luogo di unione tra arte e pastorizia. Qui, Lorenzo è sempre pronto ad accogliere, per aprirsi al dialogo e al confronto, quei visitatori che per vari motivi vogliono conoscere quel microcosmo che è la sua impresa, intesa quest’ultima come azienda ma anche come opera originale e straordinaria.

Dalla pastorizia e le attività ad essa connesse, tra le quali la produzione del formaggio secondo i metodi tradizionali, ad attirare, soprattutto l’affluenza delle scuole, sono la fattoria didattica e l’allevamento delle asine con annesse pratiche di onoterapia. La gestione delle scolaresche rientra nel quadro di quattro percorsi preventivamente stabiliti: Vieni in Somaria, Vivi la Natura, Il Ciclo del Pane, Vivi l’Arte e Vivi il Teatro.

Il percorso Vivi l’Arte e Vivi il Teatro è più direttamente connesso alle peculiarità artistiche di Lorenzo. Infatti tra le sue grandi opere, fruite da visitatori spesso meravigliati, rientrano proprio il Teatro e il Museo. Si tratta di architetture realizzate in perfetta armonia con il paesaggio circostante, e attestano l’abilità dell’artefice a modificare il territorio in cui vive senza forzatura alcuna e senza dissonanze, nel pieno rispetto dell’ambiente e della realtà naturale, di una realtà nella quale si identifica la sua formazione culturale.

L’impressione è quella di riconoscere non un paesaggio stravolto dall’azione dell’uomo ma un significativo esempio di perfetta simbiosi tra natura e uomo per mezzo di tracce materiali ben visibili, al pari del pagliaru e del marcatu o di grandi rocce destinate a durare nella storia dei tempi.

Il museo è stato progettato per raccogliere le opere che Lorenzo sente intimamente sue, più di altre. Ma già di per sé il museo stesso è un’opera d’arte.

2013-01-05 15.27.24 Si tratta di un edificio a pianta ottagonale ispirato al Castel del Monte (Puglia) fatto costruire da Federico II intorno al 1240. Fortemente simbolica è la scelta di realizzare la struttura su pianta ottagonale. Sensibile ai valori metafisici della geometria, l’architettura è progettata in funzione di una concezione filosofica della vita. Questa forma rimanda al numero otto: otto sono i lati della torre, come otto sono i pianeti del sistema solare. L’otto orizzontale in algebra rappresenta l’infinito e, in questo caso, la necessità di proiettare quest’opera al di là della propria esistenza, ed è altresì un numero di transizione che si presenta sotto due aspetti diversi, successivo al sette che simboleggia la perfezione e precedente il nove simbolo di nascita.

Una profonda simbologia ruota altresì intorno all’originale e inaspettata struttura del teatro che di per sé sorprende. Nel disegno e nelle parole di Lorenzo il teatro è un’opera nata dalla poesia e per la poesia: la poesia che si esprime attraverso la scultura e la scultura che diventa poesia. La struttura è stata costruita su un’altura al confine con uno strapiombo. La sensazione è di essere immersi nel paesaggio nella sua immediatezza. Non c’è il luogo dal quale è possibile godere del paesaggio ma si è parte del paesaggio stesso. La cavea in leggera pendenza è circondata da un possente muro a secco. I centosette posti a sedere visti dall’alto hanno la forma di stella a otto punte e sono stati realizzati sovrapponendo due blocchi squadrati di quattro lati ciascuno. Apparentemente sembrano distribuiti a caso, in modo disordinato. Ci sono pure spazi vuoti, in realtà sono sistemati in modo tale da ricalcare i diversi punti della costellazione di Andromeda. Lorenzo nel dare la spiegazione di questa scelta dice:

«ho letto da qualche parte che si parlava della costellazione di Andromeda come la costellazione a cui la nostra via lattea sta correndo a circa 500mila km al secondo, e a quanto pare […] avverrà una fusione tra queste due galassie […], io la chiamo la finalità ultima, cioè ho pensato una cosa talmente lontana nel tempo, che però è la finalità ultima di tutto, […] ho pensato questa cosa come l’ultima cosa che può succedere. Continuerà questa nostra galassia a correre verso quella di Andromeda fino a fondersi».

Anche nel caso del teatro è dunque possibile leggere un’insopprimibile esigenza dell’artista a cercare di lasciare segni materiali del suo mondo interiore e del suo essere al di là della propria esistenza, fuori dal tempo. La scena è di forma ellittica e rimanda all’idea della terra che gira intorno al sole. L’ellisse è formata da 365 tasselli, tanti quanti sono i giorni dell’anno.

Per accedere al teatro si apre una porta, il cui meccanismo determina la rotazione della stessa intorno al suo asse. Evidente è anche qui il richiamo al moto della terra su se stessa. L’idea è quella di richiamare l’alternarsi del giorno e della notte. Infatti, quando la porta è chiusa da un lato batte il sole, mentre dall’altro c’è l’ombra. In alto sulla porta qualcosa di molto simile a uno gnomone indica il passare del tempo su un disco. Si tratta di riconoscere un modo più arcaico e ancestrale di confrontarsi con il tempo in base al movimento della terra intorno al sole, svincolandosi dalla necessità di misurarlo nel modo convenzionale.

Il teatro appare come il luogo dove, varcata la soglia, si lascia alle spalle un mondo per trovarne un altro, altrettanto ricco di storia e di significati, non innaturale o artefatto ma semplicemente in perfetta armonia con tutto ciò che gli sta intorno, dalla natura agli asini curiosi e alle pecore che non curanti brucano l’erba all’ombra della maschera, una grande scultura in pietra posta in prossimità del teatro.

E infine ci sono le sculture, esiti di un unico processo lavorativo e creativo, in cui non si è in grado di stabilire se a farle sia stato lo scultore o il pastore, proprio perché non emerge alcun dissidio, ma l’espressione di un’unica realtà convergente nel profondo più intimo della personalità di Lorenzo. L’esempio più coerente è sicuramente Interiore, un calco in bronzo dalla forma di una crisalide ricavato dal ventre svuotato di una pecora appena morta, con l’intento quasi di dare vita attraverso quella forma a qualcosa che non era più vita e di rendere visibile l’invisibile.

Ecco, in definitiva, l’esempio di un uomo che ha saputo far convergere, risolvendone i conflitti, realtà apparentemente incomunicabili perché diverse, ma proprio per questo capaci di dar luogo ad esiti imprevedibili e sorprendenti, derivati dalla dialettica e dalla risoluzione positiva di uno scambio fertile e creativo.

Dialoghi Mediterranei, n.4, novembre 2013

 

 

 

Se vuoi condividere l'articolo sui Social Network clicca sulle icone seguenti:
Questa voce è stata pubblicata in Cultura, Società. Contrassegna il permalink.

4 risposte a Lorenzo Reina scultore-pastore

  1. Complimenti per questa MIRABILE realizzazione! Sicuramente nella prossima primavera verrò a visitare il sito per ammirare le tue opere e recitare una mia poesia nel tuo stupendo Teatro. Bravo!

  2. Stefano Arturo Priolo scrive:

    Splendido l’articolo su “Dialoghi Mediterranei”, ISNN 2384 – 9010, che pubblicizza le opere dell’artista Lorenzo Reina, lo scultore-pastore”.

    Complimenti vivissimi
    Stefano Arturo Priolo

  3. Sono rimasto estasiato dalla conoscenza di Lorenzo, attraverso la trasmissione Geo su Rai 3 e la lettura di questo articolo, un uomo umile, un artista, un grande scultore.

    Il liutaio
    Emanuele Fabio Fortunato

  4. SALVATORE scrive:

    Ho visto il servizio a te dedicato su RAI 1 “speciale TG1″ e sono rimasto molto incuriosito dalla tua storia di scultore-pastore. Complimenti per quanto hai realizzato.
    Salvatore Bardi

Rispondi a Emanuele Fabio Fortunato Annulla risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>