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Lo sguardo di Lattuada sugli umiliati e offesi

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di Silvia Mazzucchelli

Occhio quadrato è un libro fotografico realizzato da Alberto Lattuada nel 1941, ripubblicato da poco insieme ad un corposo saggio di Antonello Frongia, che ne ricostruisce la genesi (Fine della città. Occhio quadrato, Scalpendi, 2022). È composto da ventisei tavole fotografiche impaginate da Aldo Buzzi, presentate singolarmente con pagina bianca a fronte, precedute da una breve poesia dell’amico Ernesto Treccani e da un ritratto di Lattuada realizzato da Fabrizio Clerici.

Il titolo, suggerito da Mario Soldati, con cui il futuro regista scriverà la sceneggiatura di Piccolo mondo antico, suscita un’immediata curiosità. Un occhio quadrato evoca un dispositivo meccanico, l’occhio di una macchina, qualcosa di artificiale. In questo caso l’occhio quadrato è quello della Rolleiflex, fotocamera di medio formato con il visore a pozzetto e il negativo 6×6, scelta da Lattuada per le sue peregrinazioni ai margini della città.

L’“occhio quadrato” è dunque sinonimo di “occhio fotografico”: la macchina è un occhio, e, viceversa, l’occhio è una macchina. Il quadrato, inoltre, evidenzia la netta distinzione tra la fotografia e la pittura, perché, nella storia dell’arte, il formato rettangolare è quello prescelto per quasi tutti i dipinti.

La Rolleiflex è dunque l’alter ego meccanico di Lattuada, un modo per dire che il suo sguardo non è soltanto quello di un giovane architetto da poco laureato, ma quello di un fotografo. O meglio di un architetto, che percorre la città come un fotografo e che presto diventerà regista di professione.

Con una Rolleiflex l’inquadratura, la messa a fuoco e la composizione dell’immagine sono effettuate guardando il vetro smerigliato dentro il pozzetto. Questo comporta il vantaggio di vedere l’immagine nella sua versione definitiva prima dello scatto e di avere un notevole controllo sulla composizione. Il visore per l’inquadratura è posto nella parte superiore della macchina, e quindi è necessario impugnarla più o meno al centro del corpo, a contatto con il torace e non con l’occhio, evitando il contatto visivo con il soggetto.

Occhio quadrato (ph. Lattuada)

Estate, Occhio quadrato, 1941(ph. Lattuada)

Inquadrare dal basso, furtivamente, lasciando libero lo sguardo del fotografo, facilita la connessione con chi viene fotografato. Il formato quadrato della Rolleiflex, inoltre, ha una grande forza centripeta, per cui lo sguardo dell’osservatore viene attirato verso il centro, che spesso è il fulcro dell’immagine. Tende ad essere più statico, poiché manca il dinamismo tipico del formato rettangolare. Ciò fornisce un certo rigore all’immagine, una sensazione di ieraticità. A tutto questo si deve aggiungere che la Rolleiflex è una fotocamera non troppo ingombrante, ma molto precisa, facilmente trasportabile anche quando si cammina.

Cosa fotografa Lattuada? «Selciati di quiete piazzette, case possedute e abbandonate, vecchi muri, collinette cittadine soffocate dalle pietre, uomini per le strade, uomini al lavoro, uomini sospesi dalla voce della poesia, uomini vinti, e dappertutto, in qualunque condizione, la tesa volontà di vivere e la necessità di amare e sperare», scrive nell’introduzione al suo libro. La scelta di optare per il formato quadrato, è dunque anche una scelta di poetica, poiché il margine della città viene eletto a centro dell’immagine.

La casa del postinoo, Occhio quadrato, 1941 (ph. Lattuada)

La casa del postino, Occhio quadrato, 1941 (ph. Lattuada)

La vastità e il respiro europeo degli interessi di questo regista, laureato in architettura e figlio di un musicista, i rapporti con Mario Soldati, la sua appartenenza al gruppo di Corrente, l’affinità con quelli che definisce “fotografi intelligenti”, ovvero Pagano, Comencini, Longanesi, Patellani, l’influenza della fotografia americana e forse di Walker Evans, danno la misura del suo essere cosciente del valore civile e politico, oltre che estetico delle proprie scelte.

La fotografia è «documento, è l’istantanea rivelazione della vita, è un punto di vista che implica giudizio e selezione dei fatti fissati nella loro apparenza essenziale», ma è anche il bisogno di guardare gli uomini con «con gli occhi dell’amore».

Occhio quadrato (ph. Lattuada)

Fiera di Sinigaglia, Occhio quadrato, 1941 (ph. Lattuada)

Le fotografie di Lattuada riescono a trasmettere un sentimento di vicinanza, di solidarietà di pietas umana. Ciò che sorprende è la mancanza di finzione, quasi che la presenza fisica del fotografo sia stata neutralizzata da una naturale contiguità con i soggetti fotografati. Il suo sguardo non è quello di un cacciatore di immagini, non è rapace come Weegee e non gli interessano gli istanti perfetti di Cartier-Bresson. Fotografare non è prendere con violenza, ma curarsi del soggetto che si fotografa, prenderlo insieme, comprenderlo.

Nel torno di tempo in cui Milano viene stravolta dalle demolizioni e dai grandi lavori previsti dal piano regolatore, che ne mutano per sempre il volto, Lattuada va alla ricerca degli spazi esclusi dall’orizzonte delle magnifiche sorti del fascismo, e li fotografa poco prima della scomparsa.

Occhio quadrato (ph. Lattuada)

La formica, Occhio quadrato, 1941 (ph. Lattuada)

Non è l’Italia dei “poveri ma belli”, ma quella dei “poveri diavoli”, delle case umili e anonime, dei cortili, degli orti, dei giardini, dei mendicanti, che a Milano, scrive Lattuada, «erano non solo pitocchi, ma meravigliosi inventori di spettacoli di qualità sorprendente».

Ciò che stupisce è come sia stato possibile pubblicare questo libro durante la dittatura fascista. Il crudo realismo delle scene ritratte da Lattuada, l’indigenza, l’assoluta mancanza di monumentalità e perfezione avrebbe dovuto far sorgere dei dubbi nella censura del regime. Il realismo poteva essere considerato una critica alla fallimentare politica del fascismo.

Tuttavia non è il realismo che pone Occhio quadrato in contrasto con l’ideologia fascista. Se è vero che le fotografie realizzate a partire dal 1937 rappresentano il momento di raccordo tra fotografia antifascista e immagine neorealista, come scrive Antonella Russo, i semi del realismo, dice bene Giampiero Brunetta, fioriscono nel terreno artistico, letterario e cinematografico, sin dagli anni Venti. 

Occhio quadrato (ph. Lattuada)

Sole di città, Occhio quadrato, 1941  (ph. Lattuada)

«Non si può capire la morfogenesi del neorealismo senza tener conto del fatto che il realismo era un obiettivo e una parola d’ordine comune a fascisti ed antifascisti, né ignorare il dibattito culturale che, verso la fine degli anni Venti, (…) ha come contesto naturale il tramonto delle avanguardie europee».  

Per questo non deve stupire che le immagini del futuro regista vengano pubblicate in pieno regime. Ma una cosa deve attrarre la nostra attenzione. Gli “umiliati e offesi” fotografati da Lattuada dimorano negli spazi marginali della città come se fossero abitazioni all’aperto, dove il senso di partecipazione e solidarietà collettiva trionfa sull’individualismo. È proprio in questo punto che Occhio quadrato dissocia il suo cammino da quello della retorica fascista e del suo capo. La città di Lattuada è il luogo dell’indigenza, del degrado, della miseria, ma anche il punto da cui ripartire, un futuro possibile dentro un presente solo apparentemente privo di speranza.

Cercando dimensioni urbane perdute si può scoprire un mondo alternativo, come alternativo appare il modo in cui si può guardare questo libro. Nel momento in cui l’occhio di Lattuada incontra il reale, la città si schiude come un vaso di Pandora. 

Ex gasometro, Occhio quadrato, 1941 (ph. Lattuada)

Ex gasometro, Occhio quadrato, 1941 (ph. Lattuada)

La prima immagine del libro, un Ex gasometro, fotografato a Milano in Via Teulié, ricorda una piscina. Lattuada riprende la scena dall’alto, una porzione dei muri circolari attraversa l’immagine, la taglia in diagonale, e delimita una zona dove si è raccolta dell’acqua, dove un ragazzo in costume si accinge a fare il bagno.

Lavandaie in città, Occhio quadrato, 1941 (ph. Lattuada)

Lavandaie in città, Occhio quadrato, 1941 (ph. Lattuada)

Anche la seconda immagine è tagliata in diagonale. Un corso d’acqua, attorno a cui si sono raccolte un gruppo di lavandaie, divide in due il fotogramma. Alla linea dritta del fiumiciattolo si oppongono i movimenti del passante che rivolge lo sguardo al fotografo.

Cucina all'aperto, Occhio quadrato, 1941 (ph. Lattuada)

Cucina all’aperto, Occhio quadrato, 1941 (ph. Lattuada)

Nell’immagine seguente, Una cucina all’aperto, l’ambiente è estremamente misero, ma un disegno sul muro che ricorda una storia di cavalieri, sembra riscattare quella condizione di indigenza. L’immagine fiabesca pare uscita, non solo dall’occhio del fotografo, ma anche da quelli della bambina protagonista di Sole di città, in piedi sulla soglia di una povera casa e forse desiderosa di un’altra vita.

Occhio quadrato (ph. Lattuada)

Lo studio, Occhio quadrato, 1941 (ph. Lattuada)

L’arte fa la sua comparsa anche nella foto in cui si vede lo studio di Giacomo Manzù, in via Ranzoni, nel cui stabile abita anche Salvatore Quasimodo. Lo scultore è ritratto nella stanza, non guarda il fotografo, ma qualcosa che tiene in mano. Sorride debolmente, non è preoccupato di mostrare che l’ambiente in cui lavora è umile, ai limiti dello squallore. Le pareti sono spoglie. Su uno scaffale si vede un fiasco di vino e qualche altro povero oggetto. Dietro la testa di Manzù spuntano una testa scolpita, e una figura in una teca. E tuttavia l’alter ego dell’artista, unica creatura vivente nella stanza insieme allo scultore, sembra essere un piccolo gatto accovacciato sullo scaffale di un mobile.

Un altro luogo che richiama l’arte è la Fiera di Sinigaglia, il mercato popolare di oggetti usati che tradizionalmente si espande nelle vie adiacenti alla darsena di Porta Ticinese, su cui anche Carlo Emilio Gadda aveva scritto un racconto nel 1940, a cui Lattuada dedica sei pagine delle ventisei che compongono Occhio quadrato.

Fiera di Sinigaglia, Occhio quadrato, 1941 (ph. Lattuada)

Fiera di Sinigaglia, Occhio quadrato, 1941 (ph. Lattuada)

La successione delle immagini ricorda lo scorrere dei fotogrammi di un film muto. Vecchi attrezzi, vasellame, abiti, calzature e ogni sorta di chincaglieria apparivano come residui di un mondo perduto, evocando l’immagine di un Paese tutt’altro che moderno.

Porta d'UIspedle, Occhio quadrato, 1941 (ph. Lattuada)

Porta d’Uspedale, Occhio quadrato, 1941 (ph. Lattuada)

«Nel fotografare ho cercato di tener sempre vivo il rapporto dell’uomo con le cose. La presenza dell’uomo è continua; e anche là dove son rappresentati oggetti materiali, il punto di vista non è quello della pura forma, del gioco della luce e dell’ombra, ma è quello dell’assidua memoria della nostra vita e dei segni che la fatica di vivere lascia sugli oggetti che ci sono compagni».

L'antiquario, Occhio quadrato, 1941 (ph. Lattuada)

L’antiquario, Occhio quadrato, 1941 (ph. Lattuada)

Se l’insieme ben disposto di cose che colma il fotogramma ricorda il mercato delle pulci e gli object trouvé dei surrealisti, prevale tuttavia l’idea di una congerie dal sapore gozzaniano, “le buone cose di pessimo gusto”, sopravvissute alla distruzione del salotto di Nonna Speranza, «ciarpame reietto, così caro alla mia Musa», come avrebbe potuto dire anche Lattuada. C’è una vicinanza tra oggetti inservibili e umanità ai margini. Gli oggetti della fiera di Senigallia non sono mattoni di una fragile architettura, ma il collante che tiene insieme un’umanità sfilacciata.

Occhio quadrato (ph. Lattuada)

Bastioni, Occhio quadrato, 1941 (ph. Lattuada)

In questi spazi urbani, privi di una funzione precisa, si percepisce una libertà che è difficile immaginare nella città dove tutto e tutti hanno un ruolo preciso. La povertà non è un difetto, ma una risorsa da cui sgorga una creatività primitiva che nasce dal bisogno di riappropriarsi dello spazio. Lo sguardo dell’architetto-fotografo, forse attratto dalla possibilità di ridare vita a luoghi altrimenti abbandonati a se stessi, rende possibile la metamorfosi dell’esilità in forza, e allo stesso tempo marca visivamente la coscienza di un’emarginazione. I «quadri bellissimi e bizzarri» offerti dalle città italiane sono suggestivi anche perché possono essere usati come scenografie naturali per i set cinematografici.

Libertà di visione ha significato anche libertà di movimento. Otto tavole di Occhio quadrato sono riprese in altri luoghi distanti da Milano: si tratta di Venezia, Albogasio, sul lago di Lugano, Torino, nonché di una località non identificata, probabilmente nel Lazio. Anche in questi casi Lattuada non fotografa il centro della città, i monumenti, i luoghi conosciuti e famosi. Ritiene che sia necessario «tornare ad esporsi in posizioni indifese, di abbandonare, sia pur per breve tempo, il lavoro della spietata analisi e delle troppo pedantesche ricerche di stile».

Erba a Venezia, Occhio quadrato, 1941 (ph. Lattuada)

Erba a Venezia, Occhio quadrato, 1941 (ph. Lattuada)

Sin dalla didascalia, Erba a Venezia, la città lagunare non è accostabile a nessuno stereotipo turistico. Lattuada riprende la basilica di Santa Maria della Salute del Longhena, non di fronte, ma di fianco, sacrificando la monumentalità per mostrare alcuni ragazzi che stanno ripulendo l’erba cresciuta tra le pietre del sagrato.

Il libro si chiude con la fotografia di una manifattura diroccata e abbandonata. Si intitola Fine della città. Nessuna figura umana popola questo fotogramma, invaso solo da erbacce e cemento. La vita sta altrove, sembra dirci Lattuada. Sta negli interstizi della città, fra vicoli, piazzette, mercatini, dove ciò che conta è lo spazio collettivo della convivenza.

Lattuada scruta dentro la sua Rolleiflex, come l’Angelus novus di Walter Benjamin fissa gli scarti della storia, prima che vengano dispersi dal vento del progresso. 

Dialoghi Mediterranei, n. 58, novembre 2022

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Silvia Mazzucchelli, laureata in Scienze umanistiche, ha conseguito un master in Culture moderne comparate e un dottorato in Teoria e analisi del testo presso l’Università di Bergamo. Ha pubblicato due saggi dedicati alla fotografa e scrittrice Claude Cahun. Della stessa autrice ha curato Les paris sont ouverts (Wunderkammer, 2018) e scritto il saggio introduttivo per la traduzione in italiano del pamphlet. Ha collaborato con numerose riviste, fa parte della redazione della rivista on line Doppiozero. Da circa due anni sta conducendo uno studio analitico sul lavoro fotografico e poetico di Giulia Niccolai.

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