L’isola che (non) c’è. Rappresentazioni politico-mediatiche della “vicenda Lampedusa”

copertina castronovo di    Antonella Elisa Castronovo

«Terraferma è il nome che le isole più piccole danno alle isole più grandi: per Lampedusa, la terraferma è la Sicilia, e per la Sicilia, la terraferma è l’Italia, l’Europa. È solo questione di proporzioni. Di relazioni» (Davide Camarrone, Lampaduza, 2014, p. 18).

«Sono state salvate 19mila vite umane e noi non baratteremo mai 19mila morti con un punto percentuale alle elezioni. L’Italia è una grande democrazia che ha l’obbligo di garantire sicurezza, di garantire l’accoglienza e di rispettare i trattati internazionali» (Angelino Alfano, Discorso alla Camera, XVII Legislatura, 16 aprile 2014). Con queste parole Angelino Alfano, ministro degli Interni, ha recentemente risposto alle critiche che i parlamentari del Carroccio hanno mosso al sistema di salvataggio in mare predisposto dal governo italiano in seguito ai naufragi del 3 e dell’11 ottobre 2013 nei pressi della spiaggia lampedusana. I toni pacati e l’attenzione concessa dal ministro al rispetto degli accordi internazionali e dei diritti umani testimoniano come la retorica pubblica che si accompagna alle vicende degli sbarchi dei migranti nel nostro paese abbia mutato, negli ultimi mesi, il proprio registro narrativo. Se confrontiamo le attuali dichiarazioni di Angelino Alfano con quelle che hanno accompagnato la ripresa degli arrivi dei profughi tunisini nella primavera del 2011 appare subito chiara la differenza. Il popolare “föra dai ball” dell’allora capogruppo della Lega Nord Umberto Bossi, l’enfasi del guardasigilli Ignazio La Russa sull’arrivo dello tzunami umano o la proposta dei respingimenti armati da parte del parlamentare Roberto Castelli sono solo pochi, ma esemplari slogan che evidenziano come la “crisi sbarchi” sia stata – e sia tuttora – strumentalmente utilizzata per consolidare posizioni oltranziste e securitarie, per niente rispettose della vita e della dignità delle persone.

10245425_10203164770671570_507259219991169075_nL’approdo dei cittadini stranieri nelle coste italiane è stato l’oggetto di molteplici processi di rappresentazione, talvolta contraddittori tra loro. Uomini e donne in arrivo dal Sud del mondo sono stati descritti dagli attori politici e raffigurati dai media come “invasori” e “clandestini” o, in alternativa, come “naufraghi” e “disperati”, in un continuum che ai toni allarmistico-emergenziali ha visto susseguire retoriche pietistico-paternalistiche. Nell’ambito di tali dinamiche, l’isola di Lampedusa ha costituito il palcoscenico privilegiato nel quale è stato recitato lo “spettacolo del confine” (Cuttitta 2012). Ogni metamorfosi comunicativa che ha fatto da sfondo alle narrazioni della “emergenza immigrazione” si è accompagnata ad una trasformazione dell’immagine mediatica dell’isola, in un circolo vizioso che ha legato indissolubilmente la gestione del fenomeno migratorio al destino del popolo lampedusano. Le ragioni di tale legame sono tutt’altro che scontate. Esse non sono da far risalire unicamente alla cruciale collocazione dell’isola nel Mediterraneo, ma sono anche l’esito di processi di comunicazione e di informazione; ovvero di quei processi che chiamano in causa le strategie attraverso le quali l’azione politica costruisce simbolicamente la realtà e le forme con le quali i media la riproducono socialmente (Castells 2009). Se è vero, infatti, che la posizione geografica ha reso l’isola delle Pelagie uno dei “luoghi di confine” per eccellenza; è altrettanto vero che il contesto geografico, da solo, non può essere sufficiente a spiegare perché, in alcuni casi, Lampaduza sia stata relegata nell’invisibilità mentre, in altri casi, sia assurta al rango di campo di battaglia dal quale combattere «una sfida decisiva per respingere l’invasione in arrivo dall’Africa» (Ambrosini 2013, p. 17).

Da questo punto di vista, c’è ragione di ritenere che l’immagine mediatica di Lampedusa sia profondamente connessa alle politiche italiane di governance delle migrazioni internazionali e al modo nel quale esse sono state interpretate e messe in scena. La rappresentazione del territorio lampedusano ora come di un bacino di approdo di “clandestini”, ora come di un luogo di emergenza, ora come di una «periferia geografica e dell’esistenza»1 è il risultato di processi di narrazione che riflettono l’enfasi di volta in volta accordata dagli attori istituzionali agli aspetti allarmistici o, al contrario, a quelli umanitari legati alle forme di governo dei flussi migratori.

02Partendo da tale ipotesi, in questo contributo mostreremo come la gestione politica dell’ultima “emergenza immigrazione” da parte degli esponenti del governo italiano abbia agito tanto sulla rappresentazione mediatica degli sbarchi lungo le coste del nostro Paese, quanto sulla (in)visibilità della stessa isola lampedusana. Il nostro intento è, cioè, quello di mettere in evidenza come la volontà di radicare l’una o l’altra visione delle migration by boat abbia contribuito a accendere o, al contrario, a spegnere i riflettori su Lampaduza, relegando in una posizione marginale un dibattito critico e costruttivo sul ruolo del nostro Paese all’interno dei nuovi equilibri geopolitici del Mediterraneo. In linea con tali finalità, illustreremo i momenti topici della “vicenda Lampedusa” collocandoli lungo la spirale visibilità-invisibilità. Evidenzieremo quindi i fattori che hanno concorso a collocare il territorio lampedusano al centro della ribalta mediatica o, per converso, che ne hanno distolto l’attenzione dei media mainstream e degli attori istituzionali, soffermandoci in modo particolare sulle strategie di comunicazione politica e mediatica che hanno fatto da sfondo alla rappresentazione di questa vicenda.

“Bisogna liberare Lampedusa”

L’immigrazione non è solo una questione di movimenti di popolazione (Ambrosini 2010, p. 31). È un fenomeno ben più complesso che scompiglia l’ordine politico e sociale degli Stati moderni, stimolando reazioni talvolta estreme e contraddittorie (Castles 2009). Come documenta ormai da anni la letteratura sul tema, in tempi di globalizzazione la difesa dei confini è diventata uno dei principali simboli della sovranità nazionale (Cella 2006). A fronte del processo di internazionalizzazione dei meccanismi decisionali e organizzativi si sono affermati criteri di selezione della mobilità umana sempre più rigidi, che hanno rafforzato le politiche di controllo delle migrazioni e accresciuto la cooperazione intergovernativa in materia di contrasto dei movimenti umani irregolari. Non a caso, nell’Unione europea, il rovescio della medaglia degli accordi Schengen è stato il consolidamento del sistema di sorveglianza sulle frontiere esterne e la conseguente costruzione normativa, politica ed ideologica della “Fortezza Europa”. Nella rappresentazione politico-mediatica della “emergenza-sbarchi”, e nel modo con il quale essa è stata gestita, è pertanto possibile cogliere alcuni elementi peculiari della situazione italiana che, al contempo, andrebbero analizzati e interpretati come paradigmatici di tendenze attuali e future riscontrabili nel più ampio contesto mondiale ed europeo.

3Rimandando il lettore ad un ulteriore approfondimento sul dettaglio delle fasi che – secondo una prospettiva da noi adottata in precedenza (Castronovo 2012) – hanno scandito la “vicenda Lampedusa”, fermeremo ora la nostra attenzione sui momenti cruciali che hanno segnato il passaggio dell’isola dalla visibilità all’invisibilità nell’agenda politica e nei mass media. Dopo circa diciannove mesi di quasi totale assenza di arrivi di migranti lungo le coste lampedusane2, l’avvenimento storico che riporta l’isola delle Pelagie al centro della ribalta mediatica e dello scenario politico è quello che si colloca nel quadro dei sommovimenti popolari e degli sconvolgimenti istituzionali verificatisi in Tunisia alla fine del 2010. A fronte dell’enfasi fino ad allora accordata dai rappresentanti del governo allo spettacolo della “immigrazione zero” (Cuttitta 2012, pp. 104-105), l’approdo delle prime carrette dal mare sulla costa lampedusana fornisce il pretesto per stimolare una pressione mediatica focalizzata principalmente sul pericolo provocato dalla “grande invasione”. Da quel momento – in un circolo vizioso tra la retorica pubblica, il processo di oggettivazione della realtà emergenziale ad opera dei media e la sua stabilizzazione nel senso comune – l’isola di Lampedusa viene trasformata nel teatro di una vera e propria emergenza nazionale. «Lampedusa, nuova ondata di immigrati»3;«Lampedusa dopo l’esodo biblico»4, «Sbarchi, Lampedusa è al collasso»5 , «Lampedusa. Nuova ondata di sbarchi: mille migranti arrivati nelle ultime ore»6; «La grande invasione è cominciata»7. Uno sguardo attento a questi titoli, riportati dalla stampa italiana nei primi mesi degli sbarchi a Lampedusa, mostra come quotidiani nazionali di diverso orientamento politico abbiano condiviso la stessa retorica emergenziale e le stesse immagini sensazionalistiche, mettendo in scena un vero e proprio show della paura. L’insistenza pervasiva nell’utilizzo dei termini “invasione”, “assedio”, “ondata”; il richiamo costante ai numeri degli “invasori”; le immagini dell’arrivo delle “carrette del mare”, disegnano un vero e proprio scenario di guerra. A ciò si aggiunga anche il ritardo con il quale il governo italiano riapre il Cie di Lampedusa8; la folla di migranti che, priva anche dei servizi igienico-sanitari minimi, si accalca nella ribattezzata “collina della vergogna”; la disperazione dei lampedusani, preoccupati per la ripresa degli sbarchi in prossimità della stagione turistica.

A ben guardare – come denunciato da una delegazione di Amnesty International – è lo stesso governo italiano a precostituire le condizioni della crisi; a permettere che i migranti sostino nell’isola senza alcun vero piano d’accoglienza; a lasciare, insomma, che Lampedusa esploda. Del resto, un’emergenza è sempre un utile strumento politico. Utile come arma di pressione per i Paesi dell’Unione europea, ma soprattutto utile a canalizzare le tensioni e le insicurezze collettive verso vicende particolarmente drammatiche. Risolta l’emergenza, diventa poi più agevole per i rappresentanti politici fare presa sull’elettorato con slogan facili e immediati. Gli altri avvenimenti verificatisi nei mesi successivi alla “crisi sbarchi” sono dunque leggibili e interpretabili alla luce di questo obiettivo strategico; ovvero l’obiettivo di sostituire alle retoriche emergenziali una narrazione ben più rassicurante. Continuare a spettacolarizzare l’emergenza sarebbe stato inutile e improduttivo per il governo italiano: inutile perché non avrebbe consentito di ricavare altri benefici; improduttivo perché avrebbe finito con l’allentare il consenso elettorale e popolare. Al contrario, una volta offerto a tutti lo spettacolo dell’invasione di massa dei migranti, è stato sufficiente “ripulire” l’isola e “normalizzare” il flusso delle comunicazioni mediatiche per riconquistare la fiducia dei cittadini. La visita dell’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a Lampedusa, le sue numerose promesse ad effetto9 e i frettolosi trasferimenti dei migranti negli altri centri di permanenza italiani marcano pertanto un passaggio significativo nella narrazione politico-mediatica della “vicenda Lampedusa”, rappresentando l’occasione per riassorbire la visibilità – ormai divenuta scomoda – dell’isola nel vortice della invisibilità. Il copione recitato è quello riproposto ormai da molti anni: liberare l’isola dalla presenza degli stranieri in modo da allontanarne i riflettori mediatici e da distoglierne l’attenzione pubblica.

04Il ritorno di Lampedusa e la retorica umanitaria delle migration by boat

A segnare il ritorno alla visibilità delle coste lampedusane sono le vicende che, nei mesi estivi del 2013, disegnano il nuovo scenario degli sbarchi in Italia. L’evento che contribuisce a ricollocare la maggiore isola delle Pelagie al centro del dibattito politico e della ribalta mediatica è la visita di papa Francesco I a Lampedusa, il giorno 8 luglio 2013. Di fronte ad un episodio dal simile impatto pubblico, tanto i protagonisti politici italiani, quanto la gran parte dei media mainstream, si affrettano a sostituire all’immagine dello “straniero-invasore” quella dello “straniero-vittima” verso il quale i Paesi europei hanno doveri di soccorso e di accoglienza. I toni allarmistici cedono così il passo alla retorica umanitaria che apre una nuova fase nella rappresentazione della nostra vicenda. Trasformata la percezione delle migrazioni, a mutare è anche la prospettiva dalla quale si guarda all’isola lampedusana; non più porta di accesso della clandestinità, ma luogo di approdo e di speranza. La cornice storica che fa da sfondo alla nuova visibilità di Lampedusa è, come nel 2011, una guerra. Questa volta, però, gli sconvolgimenti che contribuiscono a far riaccendere i riflettori sulle “tragedie dei migranti” non provengono più dal Sud del Mediterraneo, bensì dall’Est; ovvero dall’Egitto e, soprattutto, dalla Siria. All’alterazione degli equilibri geopolitici corrisponde una nuova geografia delle rotte dell’immigrazione. Oltre che Lampedusa, conquistano centralità le coste orientali della Sicilia, specie quelle che si collocano nelle province di Siracusa e Catania. All’interno di questo mutato scenario, anche i processi comunicativi che fanno da sfondo ai nuovi fatti storici subiscono modificazioni evidenti. Sebbene alcuni quotidiani nazionali tornino ad utilizzare titoli ad effetto per descrivere l’ondata migratoria in partenza dal Mediterraneo, né la composizione socio-anagrafica dei “nuovi arrivati”, né la collocazione geografica degli sbarchi, consentono di avanzare l’ipotesi di un’altra “invasione”. Così, mentre la frequenza quotidiana degli sbarchi nel Canale di Sicilia e le modalità con le quali è gestita l’“accoglienza”10 fanno pensare ad un ritorno allo show della paura; le caratteristiche della nuova migration by boat impongono una nuova scenografia nella quale recitare il medesimo spettacolo.

Sono i due naufragi dei migranti al largo delle coste lampedusane nel mese di ottobre 2013 e le cronache dei giorni successivi a stravolgere i termini di questa narrazione. La crudeltà delle morti in mare e l’impatto emotivo provocato dalle immagini delle “tragedie straordinarie” di Lampedusa impongono il ricorso da parte degli esponenti del governo italiano ad un registro discorsivo che, per un verso, invochi il dovere degli Stati europei di offrire soccorso e aiuto ai profughi mentre, per altro verso, rassicuri il grande pubblico ribadendo la necessità di pattugliare il Mediterraneo in modo da impedire nuovi “viaggi della speranza”. Non a caso, alle retoriche umanitarie degli attori istituzionali e alle attestazioni di solidarietà nei confronti dei familiari delle vittime fanno da contraltare i sottaciuti accordi militari con la Libia e il potenziamento del sistema Frontex di sorveglianza delle frontiere esterne. Nell’ambito di tali dinamiche, l’isola lampedusana torna ad occupare un ruolo di primo piano, rappresentando il luogo dal quale partire per legittimare presso l’opinione pubblica il dispendioso piano di salvataggio Mare Nostrum messo in atto dal governo italiano dopo le stragi del Mediterraneo. Assolta questa funzione, è necessario che Lampedusa ripiombi nuovamente nella invisibilità mediatica e politica. Del resto, l’“umanità” dei soccorsi in mare libera la maggiore isola delle Pelagie dalla sua tradizionale funzione di bacino di approdo dei migranti, trasformando questa volta l’intera Sicilia in una grande terra di “emergenza”. È dunque lo sdegno collettivo seguito alla diffusione delle immagini delle “docce della vergogna”11 a far calare nuovamente il sipario su Lampaduza, in una “spirale del silenzio” (Noelle-Neumann 2002) che nascondendo alla vista dei più lo scenario lampedusano occulta anche le storie, la vita e il destino di coloro che approdano nel nostro paese.

In conclusione, vale la pena di sottolineare come la visibilità della “emergenza Lampedusa” non sia il semplice riflesso della situazione di disagio provocato dagli sbarchi dei migranti. Al contrario, come dimostrano gli avvenimenti storici più recenti, l’attenzione mediatica e politica sugli arrivi dei boat people è il risultato di logiche che rimandano alla necessità degli Stati di giustificare, attraverso l’innalzamento della soglia di allarme, la «missione per il controllo dei movimenti transfrontalieri» (Castles e Miller 2012, p. 211). Il richiamo costante ai mercanti di morte, l’appello all’Europa e, infine, l’enfasi sul dramma dei profughi siriani non rispecchiano la genuina volontà del governo italiano di sacrificare l’imperativo della “sicurezza” nazionale in nome di un’accoglienza reale e dichiarata, ma evocano piuttosto l’intenzione del nostro Paese di esercitare una pressione sugli altri Stati europei facendo appello sull’issue dell’emergenza umanitaria. Al di là delle retoriche politiche e dei registri discorsivi che caratterizzano ciascuna di queste narrazioni, l’elemento che accomuna la visibilità e l’invisibilità di Lampedusa è il processo di politicizzazione delle migrazioni internazionali; ovvero quel processo che, invocando la necessità di difendere le frontiere nazionali, ha permesso ai governi di legittimare la sistematica violazione dei diritti umani dei migranti.

Dialoghi Mediterranei, n.7, maggio 2014

Note


1    Utilizziamo le parole con le quali papa Francesco I ha descritto l’isola di Lampedusa nel corso della sua visita il giorno 8 luglio 2013. Cfr. «la Repubblica», 9 luglio 2013.

2    In seguito al Trattato di amicizia, di partenariato e di cooperazione, firmato dal premier italiano Silvio Berlusconi e dal leader libico Muammar Gheddafi il 30 agosto 2008 a Bengasi, a partire dal mese di maggio 2009 gli sbarchi a Lampedusa sono diminuiti del 95,0% rispetto agli anni immediatamente precedenti.

3    «Corriere della Sera», 11 febbraio 2011.

4    «La Repubblica», 13 febbraio 2011.

5    «La Stampa», 14 febbraio 2011.

6    «Il Fatto Quotidiano», 22 febbraio 2011.

7    «Il Giornale», 21 marzo 2011.

8    Il Cie di Lampedusa, chiuso dal mese di marzo 2009, è stato riaperto in seguito alla richiesta del prefetto di Palermo il 13 febbraio 2011, ovvero circa un mese dopo la ripresa degli sbarchi dal Maghreb.

9    Tra queste, la richiesta per l’isola di un premio Nobel per la pace, la proposta di una moratoria fiscale, previdenziale e bancaria, il progetto di un casinò e di un campo da golf ed, infine, l’acquisto di una villa a Cala Francese. Cfr. «La Repubblica», 30 marzo 2011.

10  Sull’onda della emergenza, il governo italiano comincia ad utilizzare, oltre ai Centri ufficiali di Prima Accoglienza e Soccorso (CPSA), luoghi infornali di accoglienza – come, ad esempio, scuole, palestre e altri edifici pubblici reperiti dalle prefetture locali –, poi trasformati in Cas (Centri di Accoglienza Straordinaria), nei quali i cittadini stranieri vengono interrogati dalla polizia di frontiera ed identificate, senza potere fare valere i diritti di difesa e senza avere accesso alla procedura di asilo.

11  Le immagini, pubblicate in un servizio andato in onda sul Tg2, raffigurano i migranti nel Centro di Accoglienza di Lampedusa in fila e nudi per essere sottoposti ad un trattamento contro la scabbia. Cfr. «la Repubblica», 18 dicembre 2013.

     Riferimenti bibliografici

    Ambrosini M., Immigrazione irregolare e welfare invisibile. Il lavoro di cura attraverso le frontiere, il Mulino, Bologna 2013.

   Ambrosini M., Richiesti e respinti. L’immigrazione in Italia. Come e perché, il Saggiatore, Milano 2010.

      Castells M., Comunicazione e potere, Università Bocconi, Milano 2009.

     Castles S., Le migrazioni internazionali agli inizi del ventunesimo secolo: tendenze e questioni globali, in M. Ambrosini e E. Abbatecola (a cura di), Migrazioni e società. Una rassegna di studi internazionali, FrancoAngeli, Milano 2009.

   Castles S., Miller M.J., L’era delle migrazioni. Popoli in movimento nel mondo contemporaneo, (ed. or. 1993), Odoya, Bologna 2012.

   Castronovo A.E., L’immaginario sociale e il potere dello Stato. La costruzione della “emergenza Lampedusa”, in Di Giovanni E. (a cura di), Migranti, identità culturale e immaginario mediatico, Aracne, Roma 2012, pp. 55-76.

   Cella G.P., Tracciare confini. Realtà e metafore della distinzione, il Mulino, Bologna 2006.

   Cuttitta P., Lo spettacolo del confine. Lampedusa tra produzione e messa in scena della frontiera, Mimesis, Milano-Udine 2012.

  Noelle-Neumann E., La spirale del silenzio. Per una teoria dell’opinione pubblica, Meltemi, Roma 2002.

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