L’emigrazione come autobiografia di una nazione

copertina di    Antonino Cusumano

Che emigrazione e immigrazione siano fenomeni complementari e consustanziali è dato costitutivo che non ha bisogno di spiegazioni quando si tratta dello stesso soggetto, in tutta evidenza, emigrato prima di essere immigrato. Che le due  traiettorie si incrocino e si influenzino reciprocamente è altro elemento strutturale largamente studiato, dal momento che quel che accade nel luogo di arrivo ha le sue cause e le sue conseguenze nella società di partenza, e viceversa, in una relazione dialettica e simmetrica. Tanto più oggi, nel tempo della globalizzazione e dei nomadismi transcontinentali, in cui i referenti spaziali e temporali sono come dissolti e liquefatti in un unicum continuum di rotte, sconfinamenti e attraversamenti senza soluzioni di continuità.

Leggere le immigrazioni contemporanee attraverso le esperienze delle migrazioni storiche è tuttavia esercizio ancora poco praticato, metodologia di lavoro poco sperimentata. Guardare agli stranieri che oggi abitano, lavorano e vivono nelle nostre città ripensando alle vicende dei nostri emigrati meridionali che negli anni del secondo dopoguerra hanno cercato fortuna nei distretti industriali del Nord potrebbe essere modello euristico fecondo per la ricerca scientifica e per una riflessione più attenta su non poche delle attuali questioni sociali e culturali. Eppure non si incrociano gli sguardi  né si attinge a quella memoria per conoscere, per orientarsi, per capire le dinamiche del presente,  per individuare le analogie e le cesure, le permanenze e le differenze.

 Foto Minnella 1962

Foto Minnella 1962

Nella storia italiana e nella coscienza collettiva l’emigrazione è esperienza in gran parte rimossa,  esorcizzata, cancellata dall’orizzonte del vissuto e del riconosciuto come segno profondo di connotazione identitaria. Le vicende private non sono diventate narrazioni pubbliche e la stessa letteratura storiografica è stata fino a qualche anno fa poco attenta a questo fondamentale capitolo della storia del nostro Paese. Non è senza significato che pochissimi sono i musei che documentano questo fenomeno, ancora meno numerosi sono i manuali scolastici, i quali vi dedicano uno spazio limitato ad un paragrafo o poco più, come fosse circoscritto e slegato dal divenire storico, senza radici e senza effetti sulla formazione e sulla evoluzione della cosiddetta italianità. Chi ha scritto sui caratteri nazionali della nostra identità ha quasi sempre ignorato o minimizzato il ruolo centrale della emigrazione, o ne ha dato letture prevalentemente influenzate da rappresentazioni retoriche e romantiche. La verità è che l’emigrazione non è diventata senso comune, patrimonio della memoria condivisa, autobiografia di una nazione. Non è insomma percepita dall’italiano medio come risorsa esperienziale e culturale che ha contribuito alla costruzione della visione del mondo e di se stessi nel mondo, ma è piuttosto avvertita come stigma, tabù, qualcosa destinato ad essere oscurato dalla reticenza e dall’oblio.

 Foto Minnella 1962

Foto Minnella 1962

Eppure leggere i movimenti migratori del nostro tempo in parallelo o in contrappunto alle vicende dei nostri emigrati di mezzo secolo fa può offrire non solo la possibilità di incrociare gli sguardi ma può contribuire anche a farci comprendere le dinamiche complesse delle diaspore contemporanee, anche se molto diverse da quelle del passato. La capacità di «pensare e ripensare le migrazioni», per usare le parole di Amalia Signorelli, una delle più insigni studiose della materia, può probabilmente aiutarci a cogliere quegli elementi che, a livello delle strutture profonde, agiscono in tutte le esperienze migratorie: i miti coltivati nell’immaginario simbolico e le sofferenze sperimentate nell’impatto con le nuove realtà urbane; la sindrome della nostalgia e le speranze di affrancamento e di riscatto lungamente maturate o drammaticamente deluse; il valore tesaurizzante del risparmio e la forza cogente di controllo e di protezione dei legami familiari e comunitari; la soggettività come capitale che può tradursi in abile e coraggiosa imprenditorialità o nella consumata e scaltrita arte dell’arrangiarsi e del non rassegnarsi sulla spinta di un orgoglio identitario ritrovato. Non sappiamo se questi o altri possano considerarsi degli “universali” culturali sottesi e connessi ontologicamente alla condizione di chi emigra, per il semplice fatto di migrare, a prescindere da etnie, nazionalità, latitudini, fasi storiche e destini individuali. Se è vero, tuttavia, che l’antropologia è scienza comparativa o semplicemente non è, dal momento che volgendo lo sguardo sulle diversità ricerca alla fin fine le relazioni tra i fenomeni, la sintassi del sistema, l’unità strutturale dei differenti codici, è dunque legittimo interrogarsi se le migrazioni, al di là delle specificità di ciascuna di esse nel tempo e nello spazio, presentino alcune costanti e fattori riconducibili ad un comune ordine di intelligibilità, ad un quadro testuale di riferimenti la cui chiave di lettura va probabilmente individuata nella dislocazione, nel distacco cioè e nella perdita del luogo esistenziale e nella conseguente crisi dell’orizzonte sociale e culturale di appartenenza e di riconoscimento.

Nel passaggio da economie fortemente dipendenti dai processi della industrializzazione nascente agli attuali regimi postindustriali di produzione globalizzata, le trasformazioni introdotte hanno, in tutta evidenza, profondamente modificato composizione demografica, natura dei mercati e direttrici dei flussi. Ma, pur considerando i diversi contesti, le migrazioni di ieri e di oggi sono straordinari laboratori di storia e di storie che riproducono alcune invarianze nei comportamenti umani, individuali e collettivi, così che compararle o comunque accostarle in un approccio sincronico e diacronico non è forse inutile per adottare persuasivi paradigmi interpretativi, affinare e mettere a punto gli strumenti analitici più adeguati alla comprensione di uno dei fenomeni antropologici più complessi. La lezione che ne ricaviamo vale ad accrescere non solo il livello delle nostre conoscenze scientifiche ma anche e soprattutto la densità della nostra dimensione umana, del nostro sguardo sugli altri e, per riflesso, su noi stessi.

Nella medesima traiettoria di questo percorso di ricerca l’antropologia può trovare un prezioso alleato nella letteratura, in quella narrativa che senza ambizioni etnografiche può tuttavia contribuire a documentare la realtà umana e culturale indagata di norma dall’antropologo attraverso «il rapporto tra ciò che si vede, il luogo da cui lo si guarda e l’occhio con cui lo si osserva» (Geertz). Anche gli  scrittori, in verità, sono stati a lungo per lo più reticenti sul tema della migrazione, soprattutto di quella interna del secondo dopoguerra, nonostante la sua capillarità e pervasività nelle storie familiari degli italiani.

foto3Fanno eccezione alcune scritture ai confini della inchiesta giornalistica, come lo splendido volume di Franco Alasia e Danilo Montaldi, Milano, Corea, pubblicato nel 1960 da Feltrinelli e ristampato da Donzelli  nel 2010: una raccolta di interviste di uomini e donne originari dal profondo Sud e trapiantati nei disordinati agglomerati delle periferie milanesi. Si tratta di uno dei pochi libri che, attraverso le storie di vita dei protagonisti, ci hanno aiutato a capire cosa è stata l’esperienza di immigrazione per i tanti meridionali che hanno cercato fortuna nelle città del Nord, quali sono stati i costi del dirompente processo di modernizzazione della società,  quali le contraddizioni del lungo percorso che, nel fare dell’Italia uno dei Paesi più industrializzati d’Europa, ha contribuito anche a “fare gli italiani”.

Questa straordinaria testimonianza letteraria richiama – e forse ad essa direttamente s’ispira – l’ultimo romanzo di Marco Balzano, L’ultimo arrivato (Sellerio 2014), che racconta le vicissitudini di Ninetto Giacalone, piccolo emigrante siciliano arrivato a Milano alla fine del 1959. Attraverso i suoi occhi e le vicende narrate in prima persona, come in una sorta di autobiografia, scorre sulle pagine e nell’immaginario dei lettori più di mezzo secolo di storia italiana, quel denso e tumultuoso periodo che ha conosciuto profonde mutazioni non solo economiche ma anche antropologiche, fino alla parabola descritta dalla delocalizzazione e deindustrializzazione dei giorni nostri. Da bambino di appena nove anni, emigrato senza genitori, semplicemente accompagnato da un conoscente paesano, costretto a crescere in fretta e a scoprire il mondo in solitudine, ad adulto prima operaio dell’Alfa Romeo, poi detenuto in carcere e infine disoccupato e disincantato, perdente sempre e diffidente: la vita di Ninetto, soprannominato Pelleossa, sembra essere quella di uno straniero che attraversa le strade di una città sconosciuta e deve imparare a resistere allo sfruttamento minorile, alla precarietà materiale, alle delusioni familiari, alle mille forme di marginalità. La compagnia di Maddalena, che sposa a quindici anni, fa da viatico alle sue pene, al suo muto sfidare le avversità del destino. La madre colpita da un ictus e relegata in un ospizio, il padre perduto nel gioco e nel vino, l’unica figura che simbolicamente lo accompagna nel suo difficile cammino dall’infanzia all’adolescenza, dal paese di San Cono alle Coree di Milano, è quella del maestro elementare, che alla partenza gli regala come pegni di memoria un diario, una tavoletta di cioccolata e delle buste da lettere.

La scuola e la scrittura sono nella vita grama di Ninetto le risorse a cui l’autore attribuisce le ultime speranze di un riscatto, la via d’uscita dalla minorità, le promesse di un affrancamento. Al potere delle parole e all’amore per la poesia il protagonista si affida per salvare la sua storia, per recuperarne e trasmetterne la memoria, per dare un orizzonte di senso alla sua stessa identità. Quel Vincenzo Di Cosimo, il maestro “comunista” ingenuamente scambiato dal piccolo scolaro per “camionista”, è colui che uscendo fuori dal suo ruolo ha incarnato e insegnato l’emozione del sapere, di quella conoscenza che passa non per mezzo della lezione convenzionale ma soltanto attraverso la relazione umana, la passione per ciò che è irriducibile alla dimensione di merce, per il libro capace di fare esistere nuovi mondi, per una strofa di Pascoli o di Leopardi che Ninetto aveva imparato a memoria. Anche a lui come ai poeti piaceva guardare con stupore la luna. «Quel canto di Giacomo Leopardi che festeggia il compleanno mentre la guarda solo soletto sulla collina lo so ancora a memoria. Mi metto a seguirla quando è ancora lontana nel cielo». Più avanti negli anni compra a un euro Lo straniero di Camus e quando ha finito di leggerlo riconosce che dentro vi sono le parole che appartengono alla sua storia: «Anche io sono uno straniero. Reietto e squalificato a vita. Anch’io sento che le ragioni non esistono e che quelle poche che si possono trovare le so spiegare solamente in una lingua che gli altri non intendono».

La letteratura come scoperta, la scuola come trincea, difesa – come spesso accade – proprio da chi non l’ha potuto frequentare, la scrittura come fragile filo d’Arianna per non perdersi nel labirinto di una vita contraria. Questo sembra essere alla fine non la consolazione ma certo l’aspirazione, l’ambizione, il segreto anelito dissimulato nei silenzi di Ninetto, nonostante le ripetute disillusioni, le sconfitte e le umiliazioni. Raccontare la sua vita alla piccola nipote è l’ultimo suo desiderio per oggettivarla, per sottrarla all’oblio, per salvare se stesso e il suo stare nel mondo. La narrazione, sembra dirci l’autore, nel mettere in comune una storia, è in fondo un modo, anzi il modo per entrare in relazione con gli altri, per rispondere ad un arcaico bisogno identitario, per spiegare e dispiegare l’esistere oltre il divenire. Per Ninetto è un modo per dipanare la trama ingarbugliata della propria biografia, per ritornare sui luoghi abitati, per ricordare e rievocare voci e volti perduti, per rielaborare il senso delle esperienze vissute.

 Foto di Uliano Lucas, 1968

Foto di Uliano Lucas, 1968

L’esercizio liberatorio della memoria, che sulla pagina si articola nella serrata sovrapposizione di piani temporali diversi, in un gioco narrativo a spirale, intreccia fino a confondere passato e presente, l’immigrazione di ieri e di oggi, nella medesima Milano Corea e nell’«alveare» dei condomini. Eguali lo squallore e il degrado delle periferie abbandonate, diversi gli abitanti: «L’alveare era come l’avevo lasciato nel ’60, brutto che più brutto non si può. (…) Attorno, però, non c’erano più file di fabbriche e capannoni, ma case popolari e aziende dismesse. Nei palazzoni non abitavano più terroni e napulì, ma arabi, cinesi e negri scappati dalla miseria, dal mare grosso, dalla polizia italiana». E quando finalmente Ninetto può tenere stretta tra le dita la piccola mano della nipotina Lisa, la cui compagnia gli era prima negata, le racconta, girando per le strade del quartiere, che «prima non ci abitava questa gente, ma c’eravamo noi emigranti e ci sfottevano e chiamavano terroni, rubapane, napulì, morti di fame e in altri modi offensivi.(…) Qui niente è cambiato, tutto è ancora più brutto perché certi posti invecchiano su se stessi. Ci passano sempre gli ultimi degli ultimi e questi posti li accolgono, schifosi ma aperti, brutti ma generosi».

Nelle periferie non più operaie di una Milano ormai desertificata e svuotata dalle fabbriche ridotte a spogli simulacri, nei luoghi «dove lo stabilimento dell’Alfa Romeo è rimasto come un morto in piedi», tra gli “ultimi arrrivati” si sono guadagnati una loro visibilità i marocchini che fanno pizze e paradossalmente offrono un piccolo lavoro a Ninetto, così come i cinesi, «operosi come formiche», che gestiscono un bar frequentato dal protagonista con una certa assiduità per il loro pudico modo di porsi in amabile consonanza con i suoi familiari silenzi. Se gli sguardi dei vecchi e dei nuovi migranti si incrociano, le storie di oggi finiscono col somigliare a quelle di ieri, replicando abitudini e regole, traversie e conquiste, paure e illusioni, spaesamenti e sentimenti di appartenenza agli stessi spazi che, pur stigmatizzati, restano permeati di socialità e di solidarietà. Cambiano dunque popolazioni e generazioni, cambiano i luoghi da cui si parte, restano però nel fondo, alla radice, gli stessi problemi, le stesse dinamiche, le stesse contraddizioni umane e culturali da cui muove la spinta all’emigrazione, che non è mai soltanto una fuga ma è anche progetto, strategia, formidabile leva di cambiamento.

foto 5Tra il 1955 e il 1970 sono emigrati dalla Sicilia in direzione delle città del triangolo industriale circa mezzo milione di abitanti, in assoluto il numero più alto tra tutte le regioni. Siciliano è Ninetto che arriva alla fine degli anni Cinquanta a Milano ancora bambino, senza genitori né parenti. La sua stessa storia non può non essere associata al fenomeno dell’emigrazione infantile che oggi interessa centinaia di migliaia di minori non accompagnati che giungono in Italia dalle terre più lontane. A guardar bene, la costellazione dei ghetti che si agglomerano intorno alle città contemporanee riproducono le geometrie dei rifugi di fortuna del passato e gli stessi stereotipi razzisti usati nei confronti dei meridionali terroni sono oggi ripetuti e ribaltati a carico dei cosiddetti vu cumprà, le stesse ragioni ideologiche che generano l’assimilazione dello straniero nella categoria del nemico, le stesse tesi che giustificano, a livello di senso comune, intolleranza e discriminazione. Da qui, la lezione che ci viene dalla memoria della nostra esperienza storica di migranti, evento oggi non più da esorcizzare ma da ripensare e valorizzare nel contesto delle attuali società multietniche, per trovare o provare a sperimentare un modello nazionale di politica dell’immigrazione intelligente e lungimirante. Da qui il ruolo fondamentale della scuola, luogo per antonomasia delle scoperte intellettuali, delle relazioni, delle amicizie e degli scambi, perché studenti italiani e stranieri che siedono negli stessi banchi dentro le stesse aule imparino a coltivare e a condividere quella stessa memoria.

foto 6Marco Balzano ha scritto un romanzo ma nella nota in appendice confessa che si è diligentemente  documentato raccogliendo alcune interviste di quanti, oggi tra i sessanta e i settant’anni, hanno vissuto la stessa esperienza migratoria di Ninetto. Gli incontri e le testimonianze lo hanno guidato a ricomporre il mosaico di queste vite travagliate, «così vicine nel tempo, così presenti sotto i nostri occhi». Sovrapponendo le storie dei poveri cristi di ieri e di oggi, uniti nello stesso destino, l’autore sembra suggerirci la strategia per leggere insieme l’emigrazione storica degli italiani e l’attuale immigrazione degli stranieri, per ricercarne i punti di attrito e di giunzione, gli elementi di continuità e di rottura. Il mondo come è visto, descritto e rappresentato dal protagonista narratore possiede una sua persuasiva e straordinaria adesione alla realtà, anche grazie alla lingua vivida e concreta adottata dall’autore, una sintassi popolare ricca di accenti dialettali e di un lessico quanto più vicino al parlato tanto più incisivo nella sua immediatezza comunicativa. Se la letteratura è –  come ci ha insegnato Italo Calvino – «uno sforzo per uscire fuori dai confini del linguaggio, dall’orlo estremo del dicibile», Marco Balzano, consapevole della funzione eminentemente maieutica della scrittura, ha sicuramente dato prova di interpretare ed esercitare al meglio il difficile e precario equilibrio – un vero e proprio corpo a corpo –  tra le parole e le cose, tra i significanti e i significati, in ultima analisi tra la narrazione e il mondo narrato.

Dialoghi Mediterranei, n.12, marzo 2015

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Antonino Cusumano, ha insegnato nel corso di laurea in Beni Demoetnoantropologici presso l’Università degli Studi di Palermo. La sua pubblicazione, Il ritorno infelice, edita da Sellerio nel 1976, rappresenta la prima indagine condotta in Sicilia sull’immigrazione straniera. Sullo stesso argomento ha scritto un rapporto edito dal Cresm nel 2000: Cittadini senza cittadinanza, nonché numerosi altri saggi e articoli su riviste specializzate e volumi collettanei. Ha dedicato particolare attenzione anche ai temi dell’arte popolare, della cultura materiale e della museografia.
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