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L’economia dell’isola di Capri in età moderna: tra pesca, archeologia, Grand Tour e turismo di massa

Felice Giordano, Scene di vita di pescatori capresi alla Marina di Mulo, inizi del Novecento.

Felice Giordano, Scene di vita di pescatori capresi alla Marina di Mulo, inizi del Novecento

di Maria Sirago 

Introduzione

L’isola di Capri, prevalentemente rocciosa, aveva un’economia di sussistenza, per cui doveva approvvigionarsi a Napoli. I suoi abitanti erano abili calafati e pescatori, ma per mancanza di capitali esercitavano il loro mestiere sulle imbarcazioni dei padroni di Santa Lucia, il quartiere marinaro napoletano più importante (Sirago, 2024), o sulle feluche coralline dei pescatori di corallo di Torre del Greco (Sirago, 2006). Alcuni poi si occupavano del trasporto delle derrate alimentari da Napoli, anche per la certosa di San Giacomo che possedeva dei territori agricoli a San Giacomo (oggi San Giacomo dei Capri, Vomero), situazione rimasta immutata fino agli inizi dell’Ottocento, quando i francesi promulgarono la legge eversiva della feudalità (1806).

Un’immagine tipica del pescatore caprese è quella de Christen Schiellerup Købke, un pittore danese, che soggiornò nell’isola per tre mesi nel 1839 col pittore Constantin Hansen. Købke, seguendo la moda romantica, cercava nel Sud Italia, lungo le coste abitate anticamente dai Greci, l’incarnazione degli antichi abitanti, ritrovata nei pescatori capresi, col loro “berretto frigio rosso”, che per il loro secolare isolamento avevano conservato l’antico aspetto (Saabye – Svdenningsen, 2011: 80).

Fig. 2 Pescatorello di Capri, Christen Schiellerup Købke, Copenaghen

Pescatorello di Capri, Christen Schiellerup Købke, Copenaghen

Fin dal Medioevo i marinai campani, in primis amalfitani (Gargano, 1994), hanno mostrato particolare abilità nella navigazione “di cabotaggio”, lungo la costa, con piccole imbarcazioni, traendo dagli arabi nuove conoscenze, tra cui le strumentazioni nautiche che hanno portato alla bussola (Sposito, 2001). Anche i capresi si sono inseriti in questo circuito, divenendo abili nell’arte della navigazione e in quella delle costruzioni navali, ottenendo particolari privilegi in età angioina, tra cui il regio demanio [1]; ma la Certosa di San Giacomo percepiva alcuni diritti feudali sulla pesca e su quella del corallo, diritti concessi “per elemosina”, pretendendo di esigere un diritto “di naufragio” (Ruocco, 1955-1956).

I valenti calafati capresi, insieme a quelli napoletani, nel 1486 avevano fondato una “Confraternita dei calafati” nella chiesa di Santa Croce della Capitale partenopea, governata da due consoli capresi e due napoletani; per la loro notoria abilità erano impiegati dell’arsenale regio napoletano [2].

Fig. 3 Capri famiglia di pescatori anonimo XIX Capri collezione privata

Capri, famiglia di pescatori, Anonimo, XIX,  Capri collezione privata

I capresi erano anche esenti dai pagamenti di diritti di dogana per i materiali occorrenti a costruire navigli, secondo la prammatica del 15 ottobre 1519, come il naviglio di 90 botti fabbricato nella marina dell’isola nel 1567 dai nobili Biancone di Pace e Galasso Puderico [3]. I marinai e pescatori nel Seicento avevano creato anche delle confraternite specifiche, delle particolari istituzioni per regolamentare “l’esercizio delle arti”, un «Monte dei padroni di barche feluche et barchette da pesare e marinai» a Capri sotto la protezione di Santa Maria di Costantinopoli, in una cappella nella marina dell’isola (1679) [4] e un «Monte di Padroni di barche, marinai e pescatori nel villaggio di Anacapri alla Madonna del buon Cammino» in una cappella della Chiesa parrocchiale di Santa Sofia (1689):«il denaro raccolto da tutte le barche gozzi che fan viaggio, così fuori come dentro il Regno e dalle barche di castadelle, coralli ed altre barche e gozzi da pescare», sia “nove” che “piccole” di Capri era usato per le famiglie in caso di morte o di malattia o di cattura dai turchi e barbareschi o per la dote delle figlie. E lo stesso sistema era usato per quello di Anacapri, in cui il pagamento era diversificato a seconda del viaggio, “dentro il golfo” e quelle “fuori del golfo” (Sirago, 2022a). 

Fig. 4 Arsenale napoletano, incisione di van de Velde, circa 1618 (Pessolano M.R., 1993, fig. 9).

Arsenale napoletano, incisione di van de Velde, circa 1618 (Pessolano M.R., 1993, fig. 9)

Il viceregno spagnolo (1503-1707) e austriaco (1707-1734)

Dopo la conquista spagnola tutto il viceregno napoletano era divenuto base di appoggio per le operazioni belliche mediterranee, per cui Napoli era stata fortificata (Pessolano, 2002), insieme ai principali porti del regno (Sirago, 2005) per contrastare i continui assalti dei turchi e barbareschi che distruggevano le coste, catturando numerosi prigionieri (Mafrici, 1995 e 2002).

L’isola di Capri, per la sua particolare posizione, posta a difesa del golfo partenopeo, ma distante, era soggetta a disastrose scorrerie come quelle di Khayr el – Din e Dragut (Russo Osman, 2000; Serrao, 2003) quando venivano catturati numerosi isolani (Boccadamo, 2000).

Fig. 5 Khayr el – Din, detto Barbarossa, anonimo, XVI secolo circa, Parigi, Museo del Louvre

Khayr el – Din, detto Barbarossa, anonimo, XVI secolo circa, Parigi, Museo del Louvre

Malgrado le distruzioni e le vessazioni, i capresi  continuavano tuttavia ad esercitare le loro tradizionali attività, la pesca e i “traffici”, soprattutto nel golfo partenopeo e in quello napoletano (Guerriero, 1995) ma anche nello Stato della Chiesa in cui veniva esportato soprattutto il vino (Ruocco, 1955-1956, I vol., passim).

Secondo le tariffe del Monte dei marinai di Capri si pagavano precisi importi per ogni imbarcazione: le barche, barchette e “guzzi da traffico” insieme alle barche “castadelle” e per la pesca del corallo” pagavano per ogni viaggio nel golfo di Napoli mezza parte e fuori del Golfo un quarto di parte (del guadagno), quelle da pesca una quota che si doveva concordare ogni anno con il governatore del Monte:

«qualsivoglia barca e guzzo trafficante da capri o Anacapri per Napoli [paga]grana quindici per ciascheduno  viaggio; da Capri o Anacapri per Castellammare di Stabia grana dieci; da Capri o Anacapri per Massalubrense grana cinque; da Capri o Anacapri per la città di Minori carlini tre; per qualunque viaggio fuori regno mezza parte di guadagno, navigando per la città di Salerno alla compra di grani per l’Università di detta terra, grana cinque; per ogni viaggio navigante con barche forestiere, dentro il golfo di Napoli, il quarto del guadagno»  [5].

Il commercio dei capresi si svolgeva in tutto il Golfo e talvolta anche fuori regno, il che dimostra una particolare attività del ceto marinaro che riusciva a sopperire col “traffico” alla sterilità dell’isola, incapace di fornire adeguato sostentamento (Cerio, 1934; Guerriero, 1995). Anche l’attività dei calafati nel regio arsenale era ancora esercitata nel Seicento insieme a quella della pesca, secondo la testimonianza di Giulio Cesare Capaccio (1607: 552).

Oltre il commercio i capresi praticavano anche una attività peschereccia, molto antica, sia nelle acque dell’isola che in luoghi lontani come l’isola d’Elba o la Sardegna, dove ogni anno si dirigeva una flottiglia di circa 60 imbarcazioni, ciascuna composta di un piccolo equipaggio (cinque o sei uomini) e corredata da alcune reti “di menaide” e “sciabiche” (Cerio, 1934: 296). Tra i privilegi concessi nel 1445, in epoca aragonese, da re Alfonso e confermati in epoca spagnola i cittadini avevano ottenuto alcuni «diritti di mare feudali» (Sirago, 2014a) tra cui quello «sul pesce detto Aguglie della metà [della pesca] collo spedone e della decima di quello si pescava colle cannelle» [6]. In epoca spagnola, nel 1589, si faceva menzione di uno «jus decimi (diritto di decima) lo quale exige [la Università] per lo tenere dele corde dele sciabiche de li pesci che se pescano con le sciabiche se non che dei suoi cittadini»  Capaccio,1607: 552), probabilmente lo stesso diritto delle aguglie, che si pescavano in gran quantità e spesso erano conservate sotto sale [7].  Per tali attività   i pescatori usavano gli antichi sistemi della “sciabica”, una particolare rete a sacco che si poteva tirare da terra o da mare, o del “palangrese” o “palamito”, un cavetto a cui si attaccavano corte lenze innescate con ami e lenze (Sirago, 2014b).

Fig. 6 Fritz Petzold Capri La Piccola Marina (1830-1836)

Fritz Petzold, Capri La Piccola Marina (1830-1836)

L’isola era divisa in due villaggi, Capri e Anacapri, i cui abitanti erano in continuo contrasto tra loro, anche dopo la divisione territoriale sancita il 24 ottobre 1496 da Federico d’Aragona in merito alla pesca delle aguglie, la più lucrosa: i capresi spesso sconfinavano nel tratto di mare di Anacapri, per cui si sanciva che i due villaggi rispettassero i confini. I privilegi furono riconfermati da re Ferdinando il 31 gennaio 1507. Ma ancora nel 1566 la Sommaria doveva ribadire quanto stabilito perché i capresi commettevano continuamente frodi (Ruocco, 1955-1956, II: 167-168). Capaccio sottolineava questa inimicizia tra gli abitanti dei due villaggi, in particolare dei capresi che devastavano i campi degli anacapresi, bruciavano le barche e “usurpavano” le loro acque (Capaccio, 1607).

Anche gli enti religiosi avevano avuto “per elemosina” la concessione di alcuni “diritti feudali di mare”. La Certosa di San Giacomo ne aveva avuti alcuni all’atto della sua fondazione, nel 1371, dalla regina Giovanna per il suo mantenimento; tali privilegi, confermati in epoca aragonese, inseriti nella bagliva, detti “pecunia maris” (denaro del mare), consistevano nella percezione della «decima [parte] di tutti i  pesci che si pesca[va]no in detto Mare … circumcirca l’isola di Capri»: nel 1522 il Priore e i frati della Certosa ricordavano di possedere tale diritto, che esigevano da quelli che vendevano il pesce pescato nei mari dell’isola, lamentandosi del fatto che i pescatori che venivano da altri luoghi non volevano pagare il diritto» (Ruocco, 1955-1956, II: 50ss.). Ma il diritto si esigeva ancora nel 1741, secondo i dati del catasto onciario, anche se rendeva solo 12 ducati annui [8]. In epoca angioina la regina Giovanna I aveva concesso ai monaci della Certosa di poter esigere “la metà della decima” sul corallo pescato [9], un privilegio che suscitava le proteste dei pescatori isolani (Ruocco, 1955-1956, II: 170-171).

 Capri, Palazzo Thorold o dell’inglese, poi palazzo Canale

Capri, Palazzo Thorold o dell’inglese, poi palazzo Canale

La pesca del corallo era esercitata in loco fin dall’epoca angioina con i “gozzi corallini” provvisti dell’“ingegno”, uno strumento a croce greca utilizzato per strappare i rametti dal fondo del mare, tipici della città di Torre del Greco (Sirago, 2006). Ma dai primi del Seicento non fu più praticata in loco, visto che i banchi attorno all’isola si erano esauriti; perciò i marinai capresi cominciarono a spingersi, insieme a quelli torresi, in Sardegna e in Corsica (Capece Minutolo, 2000). La Certosa pretendeva di esigere anche lo “ius naufragii”, come aveva fatto nel 1523 quando Ugo de Moncada per una tempesta aveva perso un albero del suo galeone, ritrovato e requisito dai frati di San Giacomo, che secondo un antico diritto potevano recuperare e tenere i materiali arrivati sull’isola dopo un naufragio [10], come accadeva anche per i vescovi di Cava, “ammiragli” del mare di Vietri (Sirago, 1993). Anche la Mensa Vescovile di Capri possedeva un “affitto della pesca di giorno” che nel 1741 rendeva 25 ducati annui [11].

Oltre il pagamento dei diritti feudali si aggiungevano delle limitazioni sulla vendita del pescato, come accadeva a Napoli, a Santa Lucia (Sirago, 2024), che doveva essere portato prima nella marina dell’isola nel luogo detto la “Pietra”, dove rimaneva a disposizione dei cittadini per un’ora (Guerriero, 1995: 45-48); quello che rimaneva era poi trasportato nella Capitale nei luoghi detti “pietre del pesce”, dove poteva essere venduto solo dai pescivendoli, detti “parsonali”, iscritti in specifiche corporazioni (Sirago, 2024).

Fig. 8 Feluca corallina di Torre del Greco

Feluca corallina di Torre del Greco

Queste pesanti vessazioni avevano favorito lo sviluppo di un fiorente contrabbando, aumentato a dismisura dai primi del ‘600, in seguito alla crisi europea che si era ripercossa nel Viceregno (Villari, 1971).  In questo periodo i capresi continuavano ad occuparsi delle attività marinare: secondo il Bouchard nel 1632 si contavano 150 fuochi o famiglie (700 abitanti) a Capri e 200 ad Anacapri (800 abitanti (Bouchard, 1977: 230); e nella numerazione dei fuochi del 1643 se ne contavano 365, 186 a Capri e 179 ad Anacapri, per un totale di 1600 abitanti, di cui una metà era addetta ad attività marinare (41 marinai, 7 pescatori, un calafato) e il resto all’agricoltura (47 “bracciali” (Lembo, 1990, appendice). Ma era una economia di mera sussistenza, acuita dall’isolamento dell’isola. Era conosciuta solo da alcuni napoletani, come il giurista Camillo Tutini, che aveva soggiornato a lungo nella Certosa: secondo Edwin Cerio (1934) era autore di una relazione sull’isola e sulle altre del golfo partenopeo, in cui riferiva l’abitudine di ricchi napoletani di recarvisi in “villeggiatura”: «Godono alcuni ricchissimi cittadini napoletani di possedere non ignobili palagi con vaghi giardini nell’isola di Capri dove per diporto nella Primavera, e nell’estate trasferisconsi» [12]. 

s-l1200-3I pochi viaggiatori stranieri che venivano a visitare i Campi Flegrei sulle orme di Virgilio (Horn-Onken, 1978) non la conoscevano. L’isola fu però visitata nel 1632 dal francese Jean Jaques Bouchard, probabilmente una spia francese: egli era un filologo, storico e poeta, un “libertino erudito”, molto curioso, amico di Giulio Cesare Capaccio, che gli aveva fornito ragguagli dal suo Forastiero, una delle prime “guide turistiche”, pubblicato due anni dopo. Il letterato era venuto a Napoli nel 1632, dove rimase per otto mesi, decidendo poi di recarsi anche sull’isola, dove rimase per due giorni, lasciando una preziosa testimonianza (Sirago, 2017).

L’isola, divisa in due parti, la città di Capri e la terra di Anacapri, aveva vie anguste e piccole case, e gli abitanti erano molto poveri, dediti alla marineria e alla costruzione di navi. Egli menzionava anche una certa lavorazione della seta, a suo dire la più “estimée” d’Italia. Non mancava poi di sottolineare che le isolane erano molto belle. L’isola aveva un suolo fertile, con uliveti, vigne, frutta, frumento, legumi e lino, soprattutto verso la marina, ove si produceva ottimo vino bianco; invece la parte montuosa era piena di vari alberi e arbusti di rosmarino, mirto, lauro. Egli sottolineava che le rendite per la maggior parte (circa 15.000 scudi) erano riscosse dai monaci della Certosa che avevano anche costruito lì vicino una forte torre con delle artiglierie per la difesa dagli attacchi nemici. Invece il vescovo, detto “vescovo delle quaglie”, percepiva solo 100 o 200 scudi per la sola cattura delle quaglie, su cui gli abitanti pagavano ugualmente una decima. Egli, da buon erudito, citava anche il palazzo di Tiberio, o Villa Iovis, ed altre rovine archeologiche, oltre ad una “Grotta scura”, la famosa Grotta Azzurra “riscoperta” ai primi dell’800 (Bouchard, 1977, vol. II: 228-234).

All’inizio del Settecento Domenico Antonio Parrino descriveva questa isola quasi sconosciuta sulla scorta delle notizie fornite da Il forastiero del Capaccio ricordando che gli abitanti «attendevano alla pesca [delle] aguglie ed alla nautica, ed a far galere, servendo nell’Arsenale regio di Napoli», come facevano da secoli (Parrino, 1751: 138ss.). Ma con il cambio delle tipologie costruttive e la dismissione delle galere per dar spazio ai più sicuri vascelli le abilità dei calafati capresi non furono più richieste, per cui le costruzioni furono limitate a piccole imbarcazioni (Sirago, 2004a). Simile descrizione era nella “Guida” dell’abate Giovan Battista Pacichelli (1703: 185), attratto come il Parrino dalle “antichità” (reperti archeologici).

md31698763017Antonio di Vittorio ha redatto una tabella con i dati reperiti nell’Archivio di Stato di Vienna in merito a una indagine sulla composizione della marina mercantile napoletana nel 1727: da qui si evince che a Capri vi erano 27 padroni di barche da pesca e mercantili (su 436 in tutto il Golfo partenopeo) con altrettante imbarcazioni e 70 marinai (su 1788); inoltre si contavano 7 padroni di feluche coralline con 44 marinai pescatori di corallo, da unire ai 125 padroni di simili imbarcazioni di Torre del Greco, in cui erano addetti 1000 marinai (Di Vittorio, 1973: 401-403). Difatti ogni anno i capresi, su proprie feluche coralline o su quelle torresi si recavano a pescare in Sardegna, nelle bocche di Bonifacio, o lungo le coste dell’Africa del Nord (Capece Minutolo, 2000).

In epoca austriaca ai primi del Settecento un altro “avventuroso” viaggiatore, l’inglese Joseph Addison, “padre del giornalismo inglese”, ricordato per essere stato il fondatore del giornale Spectator, durante il suo soggiorno napoletano, volle visitare l’isola, conosciuta attraverso i classici latini (Virgilio, Tacito, Stazio). Nel suo Diario di viaggio pubblicato nel 1705 raccontava di essere rimasto affascinato dal lussureggiante paesaggio dell’isola, coperta di «vini, fichi, mandorli, olivi, agrumi» e campi coltivati con grano digradanti fino al mare, un «paesaggio delizioso», una contrada deliziosa con le sue coltivazioni digradanti fino al mare, che gli suscitò profonde emozioni. Dava anche notizia del “Grotto Oscuro” e dei “Sirenum scopuli” (scogli delle Sirene) citati da Virgilio. Infine, si soffermava sui molti edifici del centro e su “a little kind of mole”, un piccolo molo dove potevano attraccare le barche e feluche (Addison, 1705).

Anche il filosofo francese Charles Louis de Montesquieu, giunto a Napoli nel 1729, volle visitare l’isola, guidato da un padre certosino francese, trovandola deliziosa, rammaricandosi per le poche tracce rimaste del suo passato glorioso. Egli dette preziose notizie di carattere socioeconomico, descrivendo il fertile territorio e la caccia alle quaglie, praticata da tempo antichissimo, ricordando gli antichi privilegi secondo i quali la città riscuoteva una decima sulla cacciagione venduta a Napoli (Montesquieu, 1894, II: 25-27).

Ma anche in quel periodo gli abitanti, pur praticando gli antichi mestieri del mare, continuavano ad essere afflitti dagli annosi problemi, in primis la cattura da parte dei turchi e barbareschi durante i loro viaggi di commercio e le loro campagne di pesca che li portavano spesso fin nelle coste del nord Africa al seguito dei padroni torresi, ricchi armatori delle numerose “feluche coralline” (Capece Minutolo, 2000).

Bernardo Tanucci

Bernardo Tanucci

Il primo periodo borbonico (1734-1806)

Con l’arrivo di Carlo di Borbone la situazione politica e sociale del Regno cambiò radicalmente. I ministri che attorniavano il sovrano ripresero alcune idee mercantilistiche già espresse in epoca austriaca, attuando un rinnovamento della politica economica attraverso la sistemazione dei porti, non più chiusi a difesa del territorio, per impedire il contrabbando, come in epoca spagnola, ma aperti al commercio con l’Europa, con gli Stati mediterranei e talvolta anche con le Americhe.  Ma di questo sviluppo non beneficiavano i capresi, rimasti sempre ai margini.

Da metà Settecento il ministro Bernardo Tanucci aveva progettato un riordino fiscale secondo il quale ogni paese doveva  compilare un catasto onciario, una sorta di censimento redatto per fuochi (capofamiglia) in cui si dovevano registrare il nucleo famigliare, il mestiere del capofamiglia e dei figli, le proprietà, ecc., un censimento per la prima volta esteso anche ai feudatari e agli ecclesiastici, volto alla riscossione della tassazione stabilita, da calcolare in base all’unità monetaria teorica di riferimento, l’oncia, che corrispondeva a 6 ducati. Per un calcolo approssimativo della popolazione i demografi hanno proposto un coefficiente di 4,5. Prima della composizione del Catasto si compilavano delle dichiarazioni, dette rivele, in cui si registravano le informazioni (Placanica e Di Taranto, 1983). Per l’isola non è stato reperito il Catasto ma vi sono le rivele compilate tra il 1739 e il 1741 per i due villaggi, ugualmente utili per dare un quadro della popolazione isolana.

A Capri si contavano 281 famiglie (1437 abitanti secondo lo “stato d’anime”) e ad Anacapri 281 (circa 1264 abitanti), impegnati in buona parte nelle attività marinare: a Capri erano registrati 7 padroni di barca, 177 marinai (di cui tre prigionieri a Tunisi) e 10 pescatori e ad Anacapri 77 marinai e un calafato. Ma si disponeva di solo 3 imbarcazioni da pesca «con [loro] ordigni a Capri, possedute in più parti, o carati», visto che i marinai isolani lavoravano su imbarcazioni napoletane e torresi come in passato. Dai bassi redditi dichiarati si ricava che la popolazione viveva ai limiti della sussistenza, spesso alternando le attività marittime con la lavorazione di un piccolo campicello o la caccia alle quaglie, che permetteva loro almeno di sopravvivere. Vi erano poi alcuni artigiani, 26 a Capri e 10 ad Anacapri e qui si rilevavano anche 26 “tessitori di drappi” [13], una antica attività citata dal Bouchard.

Durante la  ”reggenza  Tanucci” si cercò di attuare le proposte formulate in epoca carolina dagli illuministi meridionali, in primis il magistrato e letterato Giovan Battista Maria Jannucci, che nel suo inedito trattato composto tra il 1767 e il 1769, poco pria della morte, vedeva come punto focale per il ripristino del commercio quello di una riorganizzazione delle tariffe doganali e della riduzione o abolizione delle prerogative feudali (Jannucci, 1981), un parere espresso anche dall’economista Giuseppe Maria Galanti a fine Settecento (Galanti, 1969). Ma tale risultato si poté ottenere solo nel 1806, quando i francesi promulgarono le leggi eversive della feudalità.

Nella prima età ferdinandea si diede ulteriore impulso allo sviluppo economico e fu ampliato il commercio con l’estero, anche con nazioni lontane come la Svezia, la Russia e le Americhe, mentre la politica estera assumeva un ruolo di primo piano (Sirago, 2004c). Anche i sistemi di pesca e di vendita del pescato vennero riorganizzati sulla scorta delle dottrine liberistiche per ovviare alla miseria del ceto dei pescatori e pescivendoli al dettaglio, ovvero di una delle categorie più povere, quella dei pescatori, difesi dal giurista Francesco Maria, avvocato dei poveri, che li definiva «agricoltori del mare … ascritti alla gleba» (Sirago, 2014b e 2018). In quel periodo si sviluppò anche una attività di pesca “preindustriale”, con le tonnarelle napoletane, più piccole di quelle siciliane, basate su un antico “diritto di pesca”, trasformatosi nel verso il ‘600 in “diritto di impianto della tonnara” (Sirago, 2000).

Fig. 9 Tonnarella alla napoletana (Sirago, 2000, Napoli, Archivio di Stato, Archivio Borbone)

Tonnarella alla napoletana (Sirago, 2000, Napoli, Archivio di Stato, Archivio Borbone)

Esse erano calate in gran numero in tutto il golfo napoletano e in quello salernitano e vi era anche un certo sviluppo dell’attività di salagione del pescato. Le tonnare erano però costituite da impianti costosi (tra i 1000 e i 2000 ducati), per cui era di solito un imprenditore (spesso calabrese, di Pizzo e di Tropea, dove da secoli si calavano tonnare) che appaltava   il diritto feudale di porre il “pedale” sulla costa, pagando un canone di affitto al proprietario, un ente religioso, un feudatario o una città demaniale come Capri. (Sirago, 2018). Nell’isola le due “universitates” Capri e Anacapri fin dal 1580 avevano cercato di impiantare una tonnara, sulla scorta del loro diritto di “pesca delle aguglie” nei mari dell’isola. Ma a ciò si era opposta la Certosa, che vantava simili diritti sul mare, calando a sua volta una tonnara nel 1610 (Cerio, 1936: 296; Guerriero, 1995: 55). Fino alla seconda metà Settecento si discusse su chi dovesse riscuotere il canone di affitto; poi la Regia Camera della Sommaria accordò tale privilegio al regio fisco [14] malgrado le varie allegazioni giuridiche prodotte dalla Certosa per difendere i suoi privilegi [15].

Nei bandi di affitto del 1741, mentre ancora per l’Università di Capri «pende[va] lite in Regia Camera colla certosa di San Giacomo», si concedeva all’imprenditore calabrese Pompeo Galluppo, che nel 1741 aveva affittato la tonnara per 100 ducati [16], di poter far rompere dai lidi dell’isola le pietre, o “mazzere”, per ancorare la tonnara, di potersi servire delle marine dell’isola per tenervi gli scivoli necessari a varare le barche, tirate in secco d’inverno, e gli altri attrezzi e, alle barche della tonnara, di partire ed approdare in qualunque ora del giorno e della notte per caricare il pescato da vendere nelle “pietre del pesce” napoletane. Invece ai pescatori capresi o forestieri era proibito accostarsi, sotto pena di sequestro della barca, degli ordigni e di carcerazione. Per qualche anno fu affittata a 500 ducati annui, di cui una parte era corrisposta alla Certosa per il suo antico privilegio di decima (Cerio, 1934: 297-298). Invece l’affittatore doveva dare all’università di Capri il terzo del pesce pescato: ma nel 1768, dopo una nuova controversia tra l’università e la Certosa, fu deciso che l’affitto della tonnara spettava alla Regia Corte, che continuò ad emanare i bandi di affitto ogni sei anni [17]. Dal 1775 al 1780 fu affittata a don Mattia Cardona per 140 ducati annui [18]; dal 1781 al 1787 a padron Michele Gambardella per 160 ducati annui, dal 1787 al 1792 a don Giuseppe Monetti a 200 ducati, che rinnovò l’affitto aumentato a 315 ducati dal 1793 al 1798. Il Monetti doveva però corrispondere il terzo della pesca all’università di Capri e la quinta parte dell’affitto alla Certosa. Ma vi era un continuo contenzioso sia perché gli affittatori non rispettavano i patti con l’università, sia perché i suoi pescatori non riuscivano ad esercitare la “pesca delle “aguglie”, per cui Capri perdeva il canone annuo. Intanto nel 1798 il Monetti, a causa di una tempesta, aveva perso tutti gli attrezzi della tonnara, per un valore di 2000 ducati, per cui chiedeva una dilazione nel pagamento dell’affitto.

Ma, scoppiata la rivolta che portò alla Repubblica Napoletana, la tonnara restò in abbandono. Solo dopo 3 anni il Monetti ripropose un affitto di 100 ducati annui, visto che doveva ripristinarla interamente. Però poi fu affittata a padron Michele Gambardella che per i primi tre anni doveva pagare 126 ducati annui e gli altri tre, dopo averla ripristinata, 206. E dal 1804, alla sua morte, l’affitto passò ai figli Gioacchino e Domenico: ma essi nel 1807 richiesero di non pagare un anno di fitto, visto che l’isola era stata occupata dagli inglesi, perdendo i 3000 ducati spesi nell’acquisto delle attrezzature [19].

 Fig. 10 Capri, Pescatori a riposo, Frank William Warwick Topham (1838-1924) 1863 circa (collezione privata)


Capri, Pescatori a riposo, Frank William Warwick Topham (1838-1924) 1863 circa (collezione privata)

Da questo breve excursus si può notare che gli affittatori interessati alla tonnara di Capri erano gli stessi delle altre tonnare del golfo napoletano, Procida, Ischia, Ponza: ricchi padroni e mercanti napoletani, di solito di Santa Lucia, che avevano i mezzi necessari per “impiantare” una tonnara (dai 2000 ai 3000 ducati), rivendendo per loro conto il pesce pescato nella Capitale. E nelle tonnare di solito impiegavano maestranze napoletane e calabresi, più specializzate rispetto ai capresi, che continuavano ad esercitare la pesca con gli antichi sistemi. Perciò i capresi non beneficiavano di questa attività “preindustriale”, anzi spesso ne riportavano un danno, perché i pescatori isolani non riuscivano ad esercitare il loro mestiere e l’università di Capri non ricavava il canone dovuto previsto dagli antichi privilegi (Sirago, 2003). 

Altra pesca di tipo “preindustriale” era quella del corallo, praticata nei golfi napoletano e salernitano fin dal ‘300, ma dismessa in Campania verso il Seicento poiché i banchi si erano esauriti; perciò si era spostata prima nelle acque toscane e sarde, poi sulle coste del Nord Africa. I marinai maggiormente impegnati in tali attività erano quelli di Torre del Greco, che usavano l’antico sistema dell’ingegno, a croce greca, per strappare i preziosi rametti dai fondali, montato su un particolare tipo di imbarcazione, la feluca corallina, costruita dalle maestranze torresi. Ad essi si affiancavano gli abitanti di Portici e Capri, imbarcati come manovalanza sulle feluche torresi, organizzate in “convogli” dai padroni delle imbarcazioni di Torre del Greco.

Nel corso del ‘700 la pesca del corallo si sviluppò notevolmente, tanto che nel 1790 a Michele de Jorio fu commissionata la stesura di un “Codice corallino” per regolamentare tale attività. Ma il corallo pescato doveva essere rivenduto a Livorno, una delle più importanti città per la lavorazione del prodotto, insieme a Trapani, con grave danno per i torresi. Perciò dalla fine del ‘700 si cominciò a pensare di organizzare la lavorazione del corallo in Regno, in modo da far ottenere un maggior guadagno ai pescatori, soggetti ad una dura fatica in una pesca così difficile e pericolosa, esposta anche al continuo pericolo di essere presi prigionieri dai barbareschi (Sirago, 2006). Anche in questo contesto i capresi rimanevano ai margini. La popolazione continuava ad esercitare le arti marinare, ma in subordine rispetto alle grandi “imprese”. Essi erano presenti sempre come manovalanza, mai impegnati direttamente in qualche onerosa attività di pesca o commerciale.  La sola pesca esercitata dagli isolani era solo “la pesca del mare delle aguglie”, secondo gli antichi privilegi di Carlo I d’Angiò, affittata dalle due università nel 1757 per 150 ducati annui, ma diminuito fino a fine secolo, pesca esercitata sia dai pescatori capresi che dai “forestieri”.

Affitto “del mare delle aguglie” dal 1757 al 1793 percepito dalle università di Capri e Anacapri [20] 

ANNO

IMPORTO

ANNO

IMPORTO

ANNO

IMPORTO

ANNO

IMPORTO

1757

150

1768

80

1778

71,02 1/2

1787

120,02 1/2

1758

143.02 1/2

1769

70,02 ½

1779

80

1788

90,10

1759

110

1770

91,22 ½

1780

91

1789

90,02 1/2

1760

105

1771

66

1781

60

1790

90

1761-1762

80,02 1/2

1772

71

1782

91,50

1791

100,02 1/2

1763

100

1773

100

1783

47

1792

70

1764-1765

70,5

1774

120,50

1784

67

1793

80

1766

65

1775

77

1785

70,05

 

 

1767

60

1777

70

1786

61,021/2

 

 

Fig. 11 Gioacchino Murat da Massa Lubrense dà l’ordine di battaglia per la “presa” di Capri, 1808, Johann Heinrich Scmidt, Musee Marmottan Monet, Paris

Gioacchino Murat da Massa Lubrense dà l’ordine di battaglia per la “presa” di Capri, 1808, Johann Heinrich Scmidt, Musee Marmottan Monet, Paris

Il Decennio Francese (1806-1815)

I capresi subirono un duro colpo agli inizi del Decennio Francese poiché l’isola fu occupata dagli Inglesi, alleati dei Borboni fin dal 1793, insieme alle isole pontine per tenere sotto controllo la Capitale partenopea. Giuseppe Bonaparte, nominato re di Napoli da Napoleone, dopo il suo arrivo, il 15 marzo 1806, si diede a riorganizzare la flotta, reintegrando gli ufficiali repubblicani come i fratelli Giuseppe e Matteo Correale de Vicariis e Giovanni Bausan, allievi dell’ammiraglio Francesco Caracciolo, impiccato per ordine dell’ammiraglio Orazio Nelson (Sirago, 2010). La flotta inglese, al comando del contrammiraglio Sidney Smith, quando seppe che i francesi stavano arrivando, cominciò a bordeggiare attorno alle isole del golfo e a quelle pontine, compiendo innumerevoli scorrerie, ma l’esigua flotta non riuscì a fronteggiarli. Furono poste all’ancora numerose imbarcazioni anglo-sicule, vascelli, fregate, corvette e lancioni, e si calcolò che erano sbarcati circa 5000 soldati, mentre gli abitanti erano circa 3000.

Ai primi di gennaio 1807 gli inglesi organizzarono un piano di difesa con la costruzione di un circuito di fortificazioni mentre a Napoli venivano realizzate numerose barche cannoniere, che tentarono un primo sbarco il 3 marzo per liberare l’isola. Dopo il fallito tentativo gli inglesi reiterarono gli attacchi, riattivando la guerra di corsa a Capri e Ponza, dove era stato mandato l’ingegnere Carlo Afan de Rivera, che doveva fortificare l’isola. Dopo la partenza del re Giuseppe, nominato dal fratello re di Spagna, l’imperatore nominò re di Napoli Gioacchino Murat, arrivato nella capitale partenopea il 6 settembre. Il primo pensiero di Murat fu quello di liberare Capri, per cui il 28 settembre decise di organizzare una spedizione, chiedendo a Giuseppe Colletta di preparare un piano. La spedizione si concluse felicemente, per cui il 16 ottobre il comandante inglese si recò a Massa Lubrense per firmare i patti di resa. L’impresa fu un successo epocale, tanto che una formella dell’Arco di Trionfo di Parigi è dedicata alla “presa di Capri” (Broccoli.1953: 32-33; Sirago, 2010; Barra, 2011).

Quelli furono però anni bui per i capresi poiché gli inglesi incentivavano la guerra di corsa e gli abitanti con le imbarcazioni da pesca organizzavano un fiorente contrabbando, in particolare con la costa amalfitana, in modo da poter provvedere almeno alla sopravvivenza. La stessa pesca subì un duro colpo perché gli abitanti dei golfi napoletano e salernitano non poterono più pescare di notte “con le lampare”, pesca ripristinata solo dopo la fine del Decennio Francese (Broccoli,1953: 162). I capresi rimasero confinati nella loro isola e non poterono più esercitare le loro tradizionali attività lavorative sul mare. In un foglio del “Corriere di Napoli”, supplemento n. 307, del 18 ottobre 1808, nel commentare la felice “Resa di Capri” si ricordava che durante tre anni «Il commercio per mare tra le Province e la Capitale potea dirsi quasi interrotto; la pesca era affatto impedita; ed un numero di famiglie condannate da questo impedimento alla mendicità, alla miseria» (Broccoli.1953: 168-169). Nei tre anni dell’occupazione inglese venne distrutta la flottiglia composta da circa 60 pescherecci che uscivano ogni anno con circa 300 marinai impegnati nella pesca all’isola d’Elba o nella pesca del corallo in Africa (Lembo, 1990).

Dopo la fine dell’occupazione inglese la situazione cominciò lentamente a migliorare, anche perché si percepivano i primi benefici effetti della legge eversiva della feudalità. Ma si contavano solo 166 marinai, diminuiti probabilmente a causa della guerra (Sirago, 2004). Le tonnare furono cedute ai Comuni, che le affittarono ricavandone un canone usato per la gestione del bilancio comunale (Sirago, 2001).  I “paranzieri luciani”, con le loro numerose flottiglie, praticavano nei mari di Capri anche la pesca con “la chiusarana” in cui si impiegavano dei particolari tipi di erba e frutti (tra cui i «pomi di terra volgarmente detti mela terragne», probabilmente patate) che stordivano i pesci e ne permettevano una più facile cattura, ritenuta però particolarmente dannosa (De Negri, 1871: 23). Perciò nel 1814 alcuni pescatori luciani, venuti alla marina con una “chiusarana di tre Gozzi” del “capoparanza” luciano Giovanni Cinque, erano stati scacciati con forza dai militari, perché essa rovinava la tradizionale pesca delle aguglie [21].

71cig1s8-al-_ac_uf10001000_ql80_Seconda epoca borbonica (1815-1861)

Dopo la Restaurazione fu avviata la ricostruzione della flotta mercantile incentivata da un regio decreto emanato nel 1816, detto “Diritto di costruzione”, a cui si aggiunse un altro regio decreto del 1823 con cui si concessero ulteriori agevolazioni. Un ulteriore decreto fu emanato nel 1835, il che diede ulteriore impulso alle attività costruttive. Alle quali partecipò anche Capri, dove nel 1833 si contavano 10 imbarcazioni di piccola stazza (in totale 54,16 tonnellate) di cui 4 costruite in loco; e 87 (in totale 211,10 tonnellate) nel 1838 (Sirago, 2004).

In quel periodo si incrementarono le attività delle “pesche speciali”, in particolar modo quelle delle tonnare e del corallo. Dal 1815 la tonnara di Capri rendeva al Comune circa 200 ducati annui (Sirago, 2001). Ma in quegli anni si voleva riprendere la pesca con la “chiusarana”, proibita nuovamente nel 1817 ai “paranzieri” luciani e ai procidani [22].  Nel 1825 l’imprenditore napoletano Antonio Moretti, che voleva accettare il contratto di affitto per la tonnara bandito dal Comune, faceva presente che alcuni pesci potevano essere pescati solo con la “chiusarana”, un «mezzo che non può, né sa eseguirsi da quei naturali», «sforniti degli ordegni (attrezzi) necessarij, … non atti a tal specie di pesca»; perciò chiedeva il permesso di impiantare tale pesca, offrendone la sesta parte al Comune. Dal canto suo il Comune era preoccupato perché il tipo di pesca era ritenuto dannoso. Ma poiché e la tonnara «era da più anni inaffittata, abbandonata», aveva deciso di accettare l’offerta, concedendo in fitto ad Antonio Monetti e a Gennaro Finizio la tonnara per sei anni per 100 ducati annui col patto che i pescatori capresi e forestieri fossero liberi di pescare nei mari dell’isola e che i due affittatori potessero usare la chiusarana (per la quale pagavano 30 ducati annui) non fossero molestati [23].

Ancora nel 1835 la “pesca con la chiusarana” era affittata per 30 ducati annui a Raffaele Cigliano, capoparanza luciano; ma questi veniva denunciato dagli altri capiparanza luciani che venivano a pescare nei mari dell’isola ed erano continuamente molestati dal Cigliano, “uomo dovizioso”, malgrado i patti stipulati dal Comune, che vietavano espressamente agli affittatori di molestare i pescatori, sia capresi che forestieri [24]. Nel 1838 la “chiusarana” era fittata per tre anni per 37 ducati annui a don Giovanni e don Giuseppe Testa, affitto rinnovato agli stessi nel 1842 per un anno per 28 ducati, data la scarsezza del prodotto [25]; ma non è più menzionato l’affitto della tonnara, ormai dismessa. 

I capresi continuavano comunque ad esercitare la pesca del corallo sulle feluche coralline dei torresi. A metà Ottocento, secondo la testimonianza di Ferdinand Gregorovius, ogni anno partivano circa 200 pescatori, per lo più di Anacapri, ingaggiati dai torresi, restando lontani dall’isola da marzo ad ottobre; poi, quando avevano raccolto 100 ducati, potevano tornare per sposarsi (Gregorovius, 1991a). Ai pescatori capresi, che esercitavano un mestiere durissimo e pericoloso, nel 1827 August von Platen dedicò un’elegia, “Pescatori di Capri”, una delle più famose, in cui cantava:

«Non alberga la terra più semplici genti di questa. Anzi a pena l’alberga, che l’onda spumante le nutre… Oh, gente pacifica, così vicini allo specchio del mondo. Pescatori felici! Voi vivete lungi dai rumori del mondo, ai confini dell’umanità, fra la roccia scoscesa e il flutto salso del mare. Quei della stirpe prima vissero come voi da quando qui venne a piangere i suoi dolci delitti la figlia di Augusto!» (von Platen, 1911).
Fig.  12 Veduta di Marina Grande, Christen Schiellerup Købke, 1839   (Saabye – Svdenningsen, 2011: 80).

Veduta di Marina Grande, Christen Schiellerup Købke, 1839
(Saabye – Svdenningsen, 2011: 80)

Un dipinto idilliaco su Capri e i suoi pescatori è quello del pittore danese di Christen Købke, che nel suo soggiorno caprese (1839) col pittore Constasntin Hansen, dove rimase per tre mesi rappresentando molti scorci dell’isola con i suoi pescatori (Saabye-Svdenningsen, 2011: 80).

Anche il giornalista John Richard Green nelle impressioni tratte dal suo viaggio in Italia del 1876 dedicava un capitolo alla “Festa dei pescatori di corallo”, che dietro tanta allegria nascondeva l’amara realtà dei poveri isolani costretti ad un lavoro rischioso. Durante questa festa i giovani salutavano i familiari chiedendo la benedizione della Madonna prima di partire per Torre del Greco dove si imbarcavano per l’Africa per pescare il corallo, rimanendo lontani da casa da aprile ad ottobre. L’autore concludeva: 

«la pesca del corallo è una schiavitù verso cui i pescatori sono spinti unicamente dall’assoluta povertà [dato che] sono esposti ad una continua brutalità da parte dei padroni della nave [ed il loro] salario sembra estremamente inadeguato”, anche se necessario “per sposarsi ed iniziare una nuova vita» (Green, 1876: 354-361).

La situazione socioeconomica di Capri rimase immutata fino a fine Ottocento: i capresi continuavano ad esercitare i mestieri di ambito marinaro ma rimanevano sempre ai limiti della sussistenza mentre i tentativi di “pesca industriale” rimanevano appannaggio dei ricchi capiparanze luciani o torresi, provvisti dei mezzi necessari per esercitare una pesca specializzata.

alberghi-storici-dell-isola-di-capri-kawamura-edizioni-la-conchiglia-capri-03Capri: da isola di pescatori a luogo di loisir

L’isola nel corso dei secoli era stata visitata da pochi “avventurosi” eruditi, il francese Jean Jaques Bouchard, nel 1634, l’abate Giovan Battista Pacichelli (1703) e il filosofo Montesquieu nel 1729, ospitati dai monaci della Certosa per mancanza di locande (Kawamura 2005: 23), tutti interessati alle rovine archeologiche (Mangone, 2020). Anche il giornalista Joseph Addison visitò l’isola ai primi del Settecento, alla ricerca dei resti archeologici, come il pavimento in mosaico trovato ad Anacapri e il Palazzo di Tiberio, sulle tracce degli scrittori e poeti latini. (Addison, 1705).

Nella seconda metà del Settecento, con l’incremento dei viaggiatori del Grand Tour, anche l’isola entrò nel “circuito dei viaggiatori”, soprattutto quelli colti ed eruditi. L’astronomo Joseph-Jerôme Lalande, venuto nell’isola tra 1765 e 1766, descriveva con ammirazione i resti del palazzo imperiale nella terza edizione del suo Voyage (1790: 175-177). Anche il marchese Donatien-Alphonse-François de Sade visitò Capri nel 1776, lamentando la mancanza di locande: egli sottolineava che era stato ospitato nel “Palazzo Inglese”, il palazzo fatto costruire nel 1748 da Nathaniel Thorold, un ricco commerciante inglese di baccalà, divenuto dopo la sua morte (1764) il palazzo del governatore ((Kawamura 2005: 23). Il palazzo fu poi attentamente studiato e disegnato nel 1783 dall’architetto francese Pierre Adrien Pâris, incuriosito per la sua elegante struttura (Mangone, 2016: 238).

Fig. 13 Capri, Palazzo Thorold o dell’inglese, poi palazzo Canale

Capri, Palazzo Thorold o dell’inglese, poi palazzo Canale

Ma non tutti potevano godere di un simile alloggio. Il nobile inglese Henry Swinburne nella descrizione dei suoi viaggi in Italia tra il 1777 e il 1780 aveva scoperto una locanda a Capri, da lui ritenuta pessima, per cui raccontava di aver preferito dormire nel battello con cui era arrivato (Swinburne 1779, III: 8). Nel 1778 Vivant Denon, consigliere dell’ambasciata francese di Napoli e futuro direttore del Louvre, visitò Capri durante il lungo viaggio in tutto il Meridione e in Sicilia per produrre disegni da inserire nel Voyage Pittoresque progettato dall’Abate Jean Claude Richard di Saint Non (1781): nella sua visita all’isola disegnò alcuni resti archeologici, alloggiando alla Marina Grande in casa di un barcaiolo (Denon, 2001: 91). Anche Jakob Philip Hackert, nominato pittore di corte nel 1786, venne più volte a Capri, dove dipinse molti scorci dell’isola, in particolare dei resti archeologici, tra cui quelli di Villa Jovis e dei Bagni di Tiberio (Di Franco Foresta (2020).

L’isola suscitò la curiosità della scrittrice e viaggiatrice inglese Marianna Starke, venuta a Napoli nel 1797: nella prima edizione del suo Diario (1824: 292), utilizzato come guida turistica, descriveva le bellezze dell’isola ma notava che non vi erano locande, solo abitazioni private che in caso di necessità offrivano posti letto per viaggiatori. Perciò, se possibile, bisognava dormire nel “Palazzo Inglese”. Consigliava anche di portare del cibo freddo, ma non la frutta e il vino, eccellente. Poi nell’edizione del 1828 citava anche una osteria dove gli stranieri potevano affittare una camera (Starke, 1828: 358).

  Fig. 14 Capri, Bagni di Tiberio, J.P. Hackert, 1780, Boston, Museum of Fine Arts

Capri, Bagni di Tiberio, J.P. Hackert, 1780, Boston, Museum of Fine Arts

Capri restava comunque marginale negli itinerari dei viaggiatori del Grand Tour: solo pochi si avventuravano sulle tracce delle antiche vestigia riferite nei classici greci e latini per visitare i resti, in primis la famosa Villa Jovis e i Bagni di Tiberio. Nel 1750 Giuseppe Maria Secondo, governatore dell’isola, stilò per il re Carlo una Relazione storica dell’antichità, rovine e residui di Capri, in cui elencava i vari reperti da utilizzare per arredare la reggia di Caserta che si stava costruendo. In quegli anni molti effettuano ricerche antiquarie per scoprire oggetti di valore e molti studiosi vengono a visitare le rovine sulla scorta dei testi di Tacito (Pelosi, 2003).

Una svolta nell’ambito dell’archeologia si ebbe con l’arrivo di Norbert Hadrawa, segretario della legazione austriaca a Napoli, che ottenne dal re il permesso di iniziare scavi regolari, pubblicando nel 1793 i primi risultati. Egli aveva visitato l’isola con re Ferdinando nel 1786 durante la sua consueta battuta di caccia alle quaglie per cui negli anni seguenti aveva iniziato degli “scavi sistematici” (Di Franco, 2020:108ss.). L’anno seguente il patrizio comasco Carlo Gastone della Torre fu accompagnato dallo stesso Hadrawa a visitare i primi scavi, ospitato da Emanuele Diversi Piacentino, governatore dell’isola, nel “palazzo Inglese”, come racconta nella sua Descrizione dell’isola di Capri (Della Torre, 1992). Gli scavi, proseguiti fino al 1804, depauperarono però l’isola in modo massiccio (Di Franco,2020: 108ss.). Poi con l’occupazione inglese e la riorganizzazione francese delle fortificazioni gli scavi vennero abbandonati.

Fig. 15 Gonsalvo Carelli, sulle colline di Capri, fine Ottocento

Gonsalvo Carelli, Sulle colline di Capri, fine Ottocento

Dopo la Restaurazione cominciarono a tornare i viaggiatori, soprattutto inglesi e tedeschi. Nel 1826 il poeta August Kopisch e il suo amico pittore Maler Ernst Fries “scoprirono” la Grotta Azzurra (conosciuta dai capresi), inserendo di diritto l’isola nel circuito “turistico” (Durante, 1995; Richter 1996). Qui gli stranieri amavano tuffarsi, seguendo la moda della balneazione, diffusa in Europa e poi a Napoli da fine Settecento (Sirago, 2013). Anche Alessandro Dumas, che nel 1835 aveva fatto una sosta a Capri, raccontava di aver nuotato nella Grotta Azzurra, in un’acqua “bella e trasparente”, da visitare assolutamente (Dumas, 1842).

Capri, Grotta Azzurra, Heinrich Jakob Fried, 1835, Brema, Museo Kunsthalle

Capri, Grotta Azzurra, Heinrich Jakob Fried, 1835, Brema, Museo Kunsthalle

La grotta azzurra doveva fare parte di una delle ville di Tiberio, per cui tra il 1825 e il 1830 il re Francesco I fece riprendere gli scavi archeologici, tra il 1825 ed il 1830, recandosi sull’isola quattro volte per controllare i lavori (Di Martino, 2020:162). Nel 1834 Rosario Mangoni scrisse il testo Ricerche topografiche ed archeologiche sull’isola di Capri «per servire da guida a’ viaggiatori». Si realizzava così il connubio tra interessi archeologici e “turistici”.  I due artisti Kopisch  e Fries avevano potuto conoscere la grotta azzurra grazie al notaio Giuseppe Pagano, proprietario della Locanda Pagano aperta verso il 1818 in una parte della sua abitazione, dove alloggiavano. La locanda divenne in breve un “luogo dell’anima” per i molti stranieri che giungevano nell’isola attratti dal suo mito romantico diffuso attraverso le innumerevoli vedute dipinte in quegli anni e lasciavano le loro impressioni sui registri della locanda (Kawamura, 2005: 31ss.). Da quel momento i pescatori capresi, come facevano quelli puteolani fin dalla metà del Settecento (Sirago, 2018: 48), alternarono il loro lavoro abituale a quello di “ciceroni”, cioè guide turistiche, per trasportare i “turisti” nella grotta (Richter 1996). Poi nel 1835 fu aperto l’Albergo Londra, divenuto luogo di famosi artisti (Kawamura, 2005).

Capri, Locanda, poi Hotel Pagano

Capri, Locanda, poi Hotel Pagano

Dato l’aumento dei visitatori nel 1838 l’architetto Francesco Alvino pubblicò una prima “Guida”, sul tipo di quelle già in uso a Napoli (Pelizzari, 2001), in cui aveva inserito anche la tariffa da pagare per visitare la “Grotta Azzurra”. Ormai l’isola era entrata a far parte dell’immaginario collettivo: verso il 1840 si contavano circa 400 visitatori annui di cui due terzi stranieri, soprattutto inglesi e tedeschi, tra cui molti pittori (Sirago, 2010: 45). Perciò fu ampliata l’offerta di alloggi per i turisti, in primo tempo limitata alla “Locanda Pagano” (Kawamura, 2005). Per alcuni “turisti” venivano organizzate anche delle “passeggiate” di un giorno, con pranzo a bordo, sui battelli a vapore della società napoletana creata nel 1824 quando erano in sosta a Napoli, in attesa di ripartire per Palermo (Sirago, 2014). 

Fig. 18 Battello a vapore Real Ferdinando, Salvatore Fergola, circa 1828, Napoli, Museo di San Martino

Battello a vapore Real Ferdinando, Salvatore Fergola, circa 1828, Napoli, Museo di San Martino

Un caso particolare è quello del diplomatico e giornalista inglese Henry Wreford, venuto a Capri per curare i bronchi malati, che poi ammaliato dalla bellezza dell’isola decise di soggiornare su quello scoglio abitato da circa tremila abitanti, quasi tutti poveri pescatori di sardine o corallo. Egli era corrispondente delle più importanti testate inglesi, ma la sua ambigua posizione fu oggetto di stretta sorveglianza da parte del governo borbonico, che lo spiava continuamente, soprattutto quando si recava a Napoli. Nell’Archivio di Stato di Napoli sono conservati molti documenti che testimoniano la costante attenzione su di lui, anche perché accoglieva molti stranieri, organizzando per loro sontuose feste (Ciuni, 2011).

Nel 1845, quando nella Capitale partenopea fu organizzato il VII Congresso degli Scienziati, re Ferdinando II mise a disposizione degli illustri partecipanti uno dei più bei battelli a vapore della flotta, lo Stromboli, che effettuò un tour tra Capri e Paestum. Il viaggio fu narrato in modo dettagliato dal medico di origine svizzera Jean Etienne Chevalley de Rivaz, assegnato alla legazione francese a Napoli che aveva offerto i suoi servizi durante l’epidemia di colera del 1836-37 (Buchner, 1950). Nella sua visita a Capri rimase affascinato dalla particolare luminosità della Grotta Azzurra; ma descrisse anche gli abitanti, attivi e industriosi e molto ospitali (Chevalley de Rivaz, 1846). In pochi anni l’isola era diventata tanto famosa da suscitare l’interesse di numerosi pittori come Consalvo Carelli, che dipinse molti scorci dell’isola, tra cui una marina conservata a Napoli nel Museo di San Martino. 

Fig. 20 Capri, porticciolo, Salvatore Fergola, 1862.

Capri, porticciolo, Salvatore Fergola, 1862.

Nella seconda metà dell’Ottocento, il viaggio si stava trasformando da meta dell’anima, secondo i dettami del Grand Tour, in una «merce da vendere al maggior numero di acquirenti», in risposta alle richieste del nuovo “turismo di massa” (De Seta, 1982: 262). Furono così aperti quattro alberghi, tra cui il Quisisana, antico luogo di cura, il primo albergo di lusso, che offriva un soggiorno di ottima qualità, consigliato da tutte le guide, di Federico Serena (Kawamura, 2005: 105ss.).  Qui confluiva la nobiltà e i ricchi capitalisti come il magnate tedesco dell’acciaio Friedrich Alfred Krupp, stabilitosi a Capri nel 1899, che fece costruire la via Krupp per collegare l’Hotel con Marina Piccola, dove erano ormeggiati i suoi yacht Maia e Puritan. (Knight, 1989). A bordo degli yacht egli eseguiva studi di biologia marina, accompagnato spesso da Norman Douglas (Knight, 2002).

Cabourg rende omaggio alla Belle Epoque

Cabourg rende omaggio alla Belle Epoque

In quel periodo si diffondeva anche la moda della balneazione, già in uso a Napoli fin dal Decennio Francese. Nel 1857, come a Sorrento i cittadini chiesero di aprire le “discese a mare” per rendere accessibili le spiagge, come aveva fatto abusivamente Salvatore Pedagna per dotare la sua locanda di questa comodità [26]. L’isola, meta ambita dagli stranieri, venne inclusa da Thomas Cook che nella sua agenzia napoletana organizzava tour a Napoli e nel golfo partenopeo (Sirago, 2004b): egli in una cartolina pubblicitaria decantava le bellezze dell’isola, consigliando di soggiornare nell’Hôtel Continental, il solo Hôtel con discese private al mare, con ottimo ristorante (Fiorentino, 2001:73).

In quel periodo si ebbe un processo di trasformazione della struttura urbana dell’isola, con la realizzazione di un sistema viario e di un molo frangiflutti necessario per l’approdo delle imbarcazioni realizzato nel 1878, testimoniato nei numerosi dipinti di quegli anni (Basilico Pisa, 1997). L’isola era consigliata anche come stazione climatica per la cura della tubercolosi, grazie alla costruzione del sanatorio. Capri venne così consacrata come luogo del desiderio, sogno turistico internazionale, ma anche come luogo terapeutico, dove l’aria balsamica e gli splendidi scorci del golfo napoletano potevano alleviare la sofferenza.

L’isola venne scelta come “buen retiro” anche dal medico svedese Axel Munthe, che nel 1884 si era trattenuto a Napoli per curare i malati di colera, poi tre anni dopo aveva deciso di trasferirsi ad Anacapri per esercitare la professione di medico condotto. Qui presso la cappella medievale di San Michele, circondata da un grande vigneto, costruì la sua villa dove raccolse numerosi reperti archeologici celati dalla vigna. La sua biografia fu poi trasposta in un romanzo pubblicato nel 1929. Dopo la sua morte, nel 1949, secondo la sua volontà testamentaria, la villa fu donata allo Stato svedese che l’anno seguente vi creò una fondazione aperta al pubblico come museo, favorendo gli scambi culturali tra Italia e Svezia, secondo il volere dell’illuminato medico (www.villasanmichele.eu).

L’isola era scelta anche per l’indole accogliente degli abitanti, che non si abbandonavano ai pregiudizi. Dal 1741 il ricco mercante inglese Nathaniel Thorold vi ha abitato dopo la fuga da Livorno con la sua concubina, una isolana, e l’anziano consorte, e aveva fatto costruire una lussuosa dimora a Marina Grande, il Palazzo Inglese, arredato in modo lussuoso, divenuto poi alla sua morte il palazzo del governatore (Knight, 2002).

A fine Ottocento fu visitata anche da Oscar Wilde: il poeta era fuggito dall’Inghilterra dopo il processo per omosessualità, soggiornando a Napoli tra il 20 settembre 1897 e il 13 febbraio 1898, Qui, nella pace e nel silenzio della collina di Posillipo, aveva potuto ritemprare le forze dopo il carcere, isolandosi per non subire ulteriori umiliazioni. Nel rimirare l’isola, che gli appariva quasi un miraggio quando scorgeva le sue deboli luci, che gli infondevano una pace interiore, decise di visitarla il 16 ottobre 1897, per celebrare il suo compleanno in un luogo di pace e bellezza, simbolico e panteistico. Nell’Isola fu accolto calorosamente da Axel Munthe, già “nume tutelare” dell’isola, che gli mostrò i reperti archeologici da lui trovati (Severi, 2003: 145ss.; Giorgio, 2012).

Fig. 22 Capri, Donne che trasportano i bagagli dei turisti, disegno con autoritratto di Christian Wilhelm Allers, inizi Novecento, Centro Documentale, Capri

Capri, Donne che trasportano i bagagli dei turisti, disegno con autoritratto di Christian Wilhelm Allers, inizi Novecento, Centro Documentale, Capri

Invece lo scrittore Norman Douglas, “un folle Pan scozzese”, venuto per la prima volta nel 1888, quasi ventenne, nell’isola per studiare la lucertola azzurra, un fenomeno cromatico tipico e unico dell’isola scoperto da Ignazio Cerio, nel corso della sua vita subì un processo di “mediterraneizzazione”, come sottolineava nel suo romanzo scritto nel 1911 Siren Land (La terra delle sirene). Nell’isola soggiornò più volte fino agli ultimi anni, scegliendola come ultima dimora Egli si era interessato alla grotta azzurra e ai suoi fenomeni cromatici e, antesignano degli ecologisti, alla deforestazione che stava subendo l’isola man mano che aumentava il turismo e si costruivano numerose abitazioni. Ai primi del Novecento, dopo un burrascoso divorzio, tornò a Capri dove divenne amico del medico Ignazio Cerio, nativo di Giulianova (Abruzzo), trasferitosi sull’isola come medico condotto, interessato alla storia dell’isola e alla sua flora e fauna, compiendo uno studio sul fondo marino con una draga attrezzata come laboratorio a cui partecipava anche il Douglas. Lo scrittore poi proseguì le ricerche con l’ingegnere Krupp, appassionato di biologia marina. Ma il Krupp, a detta di Douglas, si fece coinvolgere troppo dalla politica locale, per cui in alcuni quotidiani come Il Mattino fu accusato di omosessualità, una notizia diffusa anche in Germania, ponendo fine alla sua esistenza nel 1902, come raccontava Douglas (anche se si parlò di un colpo apoplettico (Sirago, 2019). Lo stesso anno nello scandalo fu coinvolto anche Christian Wilhelm Allers, disegnatore pittore e illustratore tedesco, autore di molti bozzetti capresi, processato e condannato in contumacia per omosessualità poiché era riuscito a fuggire (Fiorani, 1996: 23-24).

Una testimonianza di questa “apertura mentale” dell’isola è nel romanzo di Filippo Tommaso Marinetti e di Bruno Corra L’isola dei baci, dove i due sognano di instaurare “una repubblica omosessuale”, in risposta alla condanna fascista di questi comportamenti. Il Corra nel testo introduttivo, Questo libro mi piace, sottolineava:

«Per le stesse ragioni per le quali dispiacerà alle persone di lettere questo libro, piacerà agli altri, a quelli che (beati loro!) sono lontani dalla letteratura. Sarà letto con simpatia da ufficiali, da professionisti, da studenti, da industriali, da signore. Con simpatia e con disinvoltura – senza pedanteria … Esso è insieme una discussione, una risata, una burla, una conversazione da caffè, una polemica, una ubbriacatura, una sassata in un vetro. Esso è, in compenso, un pezzo di vita. Può quindi essere veramente capito da chi ama la vita più della letteratura, da chi ama le discussioni, le risate, le burle, le conversazioni, le sassate, le polemiche, le ubbriacature più che non le parole stampate».

Pian piano il mito dell’isola edenica si diffuse in Europa, grazie ai dipinti dei numerosi pittori stranieri che vi soggiornavano e alle relazioni di viaggio dei viaggiatori che iniziarono a visitarla. Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento vennero costruiti numerosi alberghi, dotati di ogni comfort, acqua corrente calda e fredda, ascensori anche per raggiungere la spiaggia, il che pian piano cambiò il volto dell’isola, sempre più frequentata dai turisti ma anche da scrittori famosi. Il luogo di ritrovo più à la page era l’Hotel Quisisana, acquistato nel 1918, dopo la morte di Ferdinando Serena, dalla SIA, Società Italiana Alberghi, con capitale milanese, che dieci anni dopo fece costruire anche un teatro, l’unico dell’isola, progettato da Giò Ponti (Giannico, 2007).

Fig. 23 Capri Hotel Terrazze inizi del Novecento.

Capri, Hotel Terrazze inizi del Novecento

Dai primi del Novecento erano approdati sull’isola illustri stranieri, tra cui Maxim Gorki e Vladimir Lenin, venuti nel 1905 dopo il conflitto tra Russia e Giappone. Capri era meta anche di letterati e artisti, Marguerite Yourcenar, Pablo Neruda, Curzio Malaparte, Sibilla Aleramo, che trovavano ispirazione dagli splendidi scorci paesaggistici. Il giovane drammaturgo Bertold Brecht, in una lettera all’amica Helene Weigel, detta Halle, inviata a Berlino nell’estate del 1924, raccontava del suo soggiorno caprese a Marina Piccola con la moglie Marianne, elencando tra le sue occupazioni giornaliere la mattina «mezz’ora di bagno e di kayak» (Richter, 2012: 73-74). Anche il filosofo francese Jean Paul Sartre nel 1936 giunse nell’isola con la sua compagna Simone de Beauvoir, che gli provocò uno “spaesamento sensoriale”, ripetendo l’esperienza nel 1951, ormai famoso, accolto calorosamente da Edwin Cerio (Giorgio, 2012).

In quel periodo Capri conobbe un notevole sviluppo economico, grazie al capillare incremento turistico, che apriva numerose possibilità lavorative (Sirago, 2011: 115). Tra la Prima e la Seconda Guerra mondiale divenne il luogo prediletto della café society, la tappa obbligata dei regnanti, intellettuali, artisti, spiantati e miliardari, il massimo della raffinatezza e della scapigliatura, ma anche il fiore all’occhiello del regime fascista che aveva fatto dell’isola una vetrina (De Angelis Bertolotti, 2001). A Castiglione, dove a fine Settecento erano stati fatti i primi scavi archeologici, Edda Ciano, figlia di Benito Mussolini, e il marito Galeazzo costruirono a mezza costa una villa a due piani, con trenta stanze, circondata da un parco; e anche altri gerarchi li imitarono, per cui il governo fece costruire una strada rotabile per collegare Castiglione alla Marina (De Andreis, 2002: 17ss.).

Fig. 24 Capri Marina Piccola, stabilimenti balneari, 1930 circa, Centro Documentale Capri.

Capri Marina Piccola, stabilimenti balneari, 1930 circa, Centro Documentale Capri

Dato l’aumento dei turisti l’isola fu dispensata dalla costituzione dell’Azienda autonoma di cura, soggiorno e turismo poiché l’amministrazione comunale era capace di gestire il turismo, con una sezione di bilancio a parte (Berrino, 2004). Dai primi del Novecento si sviluppò anche un notevole turismo balneare: i primi stabilimenti furono costruiti a Marina Grande e presto divennero alla moda, soprattutto “Le Sirene” e “Le Ondine”. Nelle vicinanze furono edificati numerosi alberghi, specie dopo la costruzione del molo (De Andreis, 2002: 22-23). Invece Marina Piccola, definita da Ferdinand Gregorovius «uno dei luoghi più fantastici dell’isola» (1991b), era preferita da artisti e intellettuali.

Fig. 25 Capri, manifesto pubblicitario

Capri, manifesto pubblicitario

Verso il 1924 Vincenzo Mellino aveva aperto uno stabilimento balneare dove il suo amico Carlo Ludovico Bragaglia, il famoso “regista dei telefoni bianchi”, aveva conosciuto Elsa Morante, «una ragazza appariscente … nel suo costume da bagno, sensuale e provocante» (Bardini, 2014). Un altro stabilimento, aperto da Maria, figlia di Vincenzo, era divenuto in breve il più frequentato dell’isola, come ricordava la stessa “patronne dei Bagni Maria di Capri” in una intervista del 1997 (De Andreis, 2002: 23). Qualche tempo dopo la famosa cantante e soubrette Gracie Fields, venuta a Capri per curarsi con l’aria salubre dell’isola, aveva deciso di rimanervi creando in un antico fortino incastonato nella roccia il famoso lido “La canzone del mare”, che divenne il suo palcoscenico prediletto, dove accoglieva i suoi amici fra lusso, divertimento e relax (De Andreis, 2002: 32). L’isola, visitata da Mussolini durante una breve incursione in idrovolante (ibidem), in un ventennio divenne uno dei ritrovi e centri balneari europei più alla moda, ancor più di Cannes e Biarritz, preferito dall’alta società che frequentava il “Capri Sport club” vicino all’Hotel Quisisana (Guida Touring, 1932: 200).  Questa fisionomia, rapidamente sedimentata si è conservata fino ai giorni nostri, consacrando l’isola, coi suoi profumi, colori, paesaggi come immaginifico “luogo dell’anima”. 

Dialoghi Mediterranei, n. 67, maggio 2024 
Note
[1] Biblioteca Nazionale, Napoli (d’ora in poi BNN), manoscritto XV D 40, “Privilegi della Città dell’Isola di Capri e della terra di Anacapri, ff. 79 ss., privilegi di Carlo II d’Angiò e di Roberto d’Angiò e ff. 32t. ss., 25/11/1441, conferma dei privilegi concessi da re Ladislao.
[2] Archivio di Stato, Napoli (d’ora in poi ASN), Sommaria, Consulte, 9, ff. 18-20, 29/9/1583, richiesta di riconferma dei privilegi.
[3] ASN, Sommaria, Partium, 501, ff. 294t. – 296t., 4/7/1567.
[4] Fondo Migliaccio, b. XVII – 18, fs. 81 (conservato presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bari),
[5] ASN, Cappellano Maggiore, 1189/23, 1727
[6] ASN, Segreteria di Grazia e Giustizia (Tribunali antichi), 126, documenti del 1784 riguardanti il governo dell’isola di Capri in cui è inserita una copia di tutti i privilegi concessi da Carlo I d’Angiò e confermati dai re angioini, aragonesi, spagnoli.
[7] ASN, Sommaria, Partium, 1118, f. 110, 11/10/1589.
[8] ASN, Catasto Onciario, 127, ff. 189t. ss., rivele del monastero di San Giacomo.
[9] Biblioteca di Storia Patria, Napoli, ms. XXVIII B 1, f. 41.
[10] ASN, Sommaria, Partium, 112, f. 281, 20/8/1523.
[11] ASN, Catasto Onciario, 127, rivele dei beni ecclesiastici, 1741, f. 2.
[12] BNN, Biblioteca S. Martino, manoscritto 30, Historia dell’isole giacenti appresso della Provincia di Terra di Lavoro: 106. 
[13] ASN, Catasti Onciari, 128, rivele di Capri, 1739 e 133, rivele di Capri, 1741; 126, 1739, “Stato d’anime” di Capri; 111, rivele di Anacapri, 1739.
[14] ASN, Sommaria, Pandetta II, fascio 427, fascio contenente atti sulle controversie per l’affitto della tonnara di Capri.
[15] Biblioteca della Società di Storia Patria, Napoli, Allegazioni, Miscellanea IX A5, “Pietro Patrizi e Giuseppe Cianciulli per la real Certosa” (secondo Settecento).
[16]ASN, Catasti Onciari, 125, f. 50.
[17] ASN, Sommaria, Pandetta II, fascio 427, ff. 128 ss.
[18] ASN, Sommaria, Consulte, 333, 4/3/1775.
[19] ASN, Sommaria, Pandetta II, fascio 427, ff. 128 -243.
[20] ASN, Intendenza Borbonica, I serie, 1729/5699, 1831.
[21] ASN, Intendenza Borbonica, I serie, 1711/5078, 1825 – 1827.
[22] ASN, Intendenza Borbonica, I serie, 1729/5699, 9/4/1831.
[23] ASN, Intendenza Borbonica, I serie, 1711/5078, 1825 – 1827 e ibid., 1729/5699, 9/4/1831.
[24] ASN, Intendenza Borbonica, I serie, 1790/7932, 1835.
[25] ASN, Intendenza Borbonica, I serie, 1806/8412, 1838-39 e 1821/8881, 1842.
[26] ASN, Supremo Magistrato di Salute, 118, 12/6/1859. 
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Maria Sirago, dal 1988 è stata insegnante di italiano e latino presso il Liceo Classico Jacopo Sannazaro di Napoli. Dal primo settembre 2017 è in pensione. Affiliazione: Nav Lab (Laboratorio di Storia Marittima e Navale), Genova. Membro della Società Italiana degli Storici dell’Economia, della Società Italiana degli Storici, della Società Napoletana di Storia Patria, Napoli, della Società Italiana di Storia Militare. Ha scritto alcuni saggi e numerosi lavori sulla storia marittima del regno meridionale in età moderna. Tra gli ultimi suoi studi si segnalano: La scoperta del mare. La nascita e lo sviluppo della balneazione a Napoli e nel suo golfo tra ‘800 e ‘900, edizioni Intra Moenia, Napoli, 2013; Gente di mare Storia della pesca sulle coste campane, edizioni Intra Moenia, Napoli, 2014; Il mare in festa Musica balli e cibi nella Napoli viceregnale (1503-1734), Kinetés edizioni, Benevento, 2022.

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