L’Algeria, l’Islam e la cultura amazigh. Intervista a Karim Metref

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Karim Metref

 di Eugenia Parodi Giusino

Perché intervistare Karim Metref?  Ho insegnato un anno in Algeria, ad Orano, tanti anni fa, in una scuola per bambini  italiani e non ho più avuto l’occasione di dialogare con qualcuno che lì fosse nato e vissuto e che avesse una visione del mondo vicina alla mia. Gli ho rivolto domande su temi a me cari e che giudico rilevanti al fine di una reale conoscenza di aspetti sociali e geopolitici lontani, e che però ci riguardano da vicino. Facciamo parte di un universo, il nostro orizzonte non può essere quello della strada di fronte.

Karim, nato nel ’67 in un piccolo paese della Cabilia, fin da giovane, è stato impegnato  in Algeria nell’attivismo per la difesa dei diritti culturali dei Berberi e dei diritti democratici di tutta la popolazione. Dopo corsi di formazione in nuove forme di pedagogia in Italia, Francia e Germania pratica l’impegnativo e importante mestiere di animatore e formatore in educazione alla pace, alla gestione non violenta dei conflitti e ad una visione interculturale dei rapporti umani. Veicola questi valori con la sua scrittura in numerose testate giornalistiche (Carta, Internazionale, Il Manifesto, Cem-Mondialità, Missioni della Consolata…) e in riviste elettroniche (Peacereporter, Babelmed, Agoravox, La bottega dei Barbieri…).

Collabora con vari Enti su progetti educativi ed ha pubblicato testi sul tema dell’esilio, una raccolta di lettere, rara testimonianza diretta di una sua missione di sette mesi a Baghdad, al tempo dell’occupazione Usa, nonché un manuale di ludo-pedagogia per maestri unitamente a video-documentari su villaggi cabili e su Baghdad occupata. Dal ’98 vive a Torino, dove lo abbiamo incontrato e intervistato.

In contemporanea con le elezioni in Francia, si sono svolte il 4 maggio scorso le elezioni in Algeria. I media italiani si sono limitati a registrare la bassissima affluenza alle urne della popolazione e i risultati. La flessione è stata ancora più massiccia di quella registrata nel 2012. Un articolo che hai scritto sull’argomento porta il titolo «Algeria: una lettura delle (non) elezioni amministrative». Cosa intendevi dire?

In Algeria sono anni che le elezioni politiche e presidenziali sono delle non-elezioni. Chi ha il potere distribuisce i posti parlamentari a proprio piacimento. E la poltrona presidenziale è sequestrata da ormai 18 anni. La maggioranza della popolazione non partecipa. E questo avviene da decenni con la benedizione della cosiddetta comunitá internazionale. Mentre il popolo ha sempre visto chiaramente i brogli, gli osservatori dell’Onu, dell’Ocse e della Comunità Europea non hanno mai avuto da ridire. Bisogna dire che il presidente attuale ha generosamente distribuito i pozzi di petrolio e di gas alle varie multinazionali e che tutti traggono profitto della sua permanenza al potere. Se la stampa internazionale l’ha segnalata questa volta è semplicemente perché l’astensione ha raggiunto livelli imbarazzanti. Che non si possono più nascondere. Livelli molto più bassi dei 35% dichiarati dal regime di Algeri.

L’Algeria è un grandissimo e importante Paese del Mediterraneo, e – per inciso – anche la più forte potenza militare africana, e l’Italia ha influenti rapporti commerciali con essa. Perché qui da noi circolano pochissime notizie?

Come già detto, il regime algerino fa fare buoni affari a tutti: compagnie petrolifere, industria bellica, multinazionali agricole, farmaceutiche, grandi aziende dell’edilizia e lavori pubblici… E di tutte le nazionalità. In Algeria ci sono Statunitensi, Britannici, Francesi, Tedeschi, Russi, Cinesi, Turchi, Paesi del Golfo…Ognuno ha il suo tornaconto, in un modo o nell’altro. E come nel mondo del crimine organizzato, anche in quello dei grandi affari “No news is good news”. Quando gli affari girano, meglio mettere tutto a tacere. Basta sapere ad esempio che nel 2001 c’è stata un’insurrezione generale nella regione della Cabilia – che sta a un’ora di macchina da Algeri – e nessuno ne ha parlato. Milioni di persone per le strade. Circa 150 morti tra i civili. Più di 3000 persone rimaste invalide a vita. Quasi due anni di scontri per le strade, caserme prese d’assalto da parte della popolazione disarmata, manifestazioni-fiume, occupazioni, autogestione… tutto passato sotto silenzio. 

Orano, mercato, 1979 (ph. Parodi)

Orano, mercato, 1979 (ph. Parodi)

Tu sei nato in Cabilia, la regione che ha dato di più, in termini organizzativi e di perdite di vite umane, alla rivoluzione per l’indipendenza e che – è giusto ricordarlo – lottò un decennio eroicamente contro l’invasione francese nell’800. Inoltre sappiamo che per tutto il tempo dell’occupazione non cessarono mai del tutto episodi di resistenza. Perché la popolazione e la cultura cabila sono state, diciamo, tradite dopo l’indipendenza dalle forze politiche che hanno ricostruito il Paese? E l’amazigh, la lingua berbera, osteggiata e addirittura proibita negli anni ‘80 e ufficialmente riconosciuta solo dopo dimostrazioni e rivolte pagate a caro prezzo dalla popolazione?

Il rifiuto della cultura Amazigh e la marginalizzazione della Cabilia e di altre aree amazighofone (berberofone) dell’Algeria e del Nord Africa sono dovuti a due fattori principalmente. Si parla spesso della Cabilia perché è la regione Amazigh più popolata, con circa 6 milioni di residenti, senza contare più di 4 milioni di cabili sparsi tra Algeri, altre città d’Algeria e la Francia. Esistono numerosi altri gruppi berberi in giro per il Nord Africa, dall’Oasi di Siwa, nel sud ovest dell’Egitto, fino al sud ovest del Marocco. Ma nessuna comunità è così importante numericamente. La marginalizzazione che colpisce queste regioni, quindi, è dovuta principalmente al fatto che negli anni ‘50, quando i Paesi nordafricani cominciarono ad accedere all’indipendenza, uno dopo l’altro, il vento girava verso il Nazionalismo Arabo. L’Egitto di Nasser attirava tutti i giovani vogliosi di libertà e di riscatto. Con l’indipendenza, il Panarabismo fu adottato in varianti diverse come ideologia ufficiale dei giovani Stati. E gli attivisti arabisti imposero la loro idea di scuola, di università, la loro versione della storia e della cultura ufficiale, e presero il controllo degli eserciti e delle amministrazioni. Tutto quello che non rientrava in una definizione esclusivamente araba (e musulmana: all’epoca la religione era in secondo piano) era escluso. La seconda ragione, che riguarda esclusivamente l’Algeria, è il fatto che la rivoluzione fosse stata fatta principalmente in due regioni amazighofone: la Cabilia e l’Aures. Dei grandi leader rivoluzionari il 90% era originario di queste due regioni. Così era anche con le truppe di partigiani. Ma al momento dell’indipendenza, nel 1962, gli ufficiali panarabisti che presero il potere arrivarono dall’estero, dai campi profughi in Marocco e Tunisia. Non avevano fatto la rivoluzione. E la loro unica legittimità erano gli appoggi internazionali (Paesi arabi e Paesi socialisti di allora). Il fatto che la Cabilia rimase fedele ai veri rivoluzionari, tentando anche una ribellione armata nel 1963, la mise definitivamente al bando della giovane nazione. 

Tu hai lavorato come educatore, all’inizio, in Cabilia. Poi ti sei trasferito in Italia dove, oltre a fare l’educatore, scrivi per varie testate e fai conoscere episodi della storia algerina anche recente. Di alcuni sei stato anche protagonista e testimone diretto. Vuoi raccontarci qualcosa?

I grandi movimenti di lotta in Cabilia tra gli anni ‘70 e gli anni 2000 sono stati dei veri movimenti di massa, nonviolenti, e altamente democratici. La loro connotazione principale è ispirata dalla cultura Amazigh, che predilige forme di organizzazione orizzontale senza leadership forte. Per migliaia di anni i villaggi della Cabilia sono state delle mini repubbliche autonome, che si mettevano insieme in federazione solo per affrontare nemici esterni. Così si organizzò il Movimento Culturale Berbero nato nel 1980, dopo la rivolta chiamata la primavera Amazigh (o berbera). Un movimento orizzontale, capillare, presente in ogni paese, città, quartiere, villaggio. Fatto di milioni di formiche attive nell’anonimato e un certo numero di animatori più in vista, nessuno dei quali era considerato o si considerava il leader. Oltre alla rivendicazione culturale e linguistica, gli attivisti del Mcb erano anche sindacalisti, attiviste femministe, animatori di sindacati studenteschi, fondatori delle prime associazioni per la difesa dei diritti umani…Io ero uno di loro: una formica tra tante altre formiche attive. Una delle realizzazioni più straordinarie del movimento fu lo “sciopero della cartella” del 1995-1996. Su appello del Movimento Culturale un milione di studenti rifiutarono di andare a scuola fino a che la lingua amazigh non venisse ammessa nelle scuole. Un’azione mai vista, enorme. Il movimento ottenne buona parte delle sue rivendicazioni. Ma morì subito dopo di stenti e di divisioni interne.

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Metref in Parlamento con Chawki

La Carta Nazionale, la Costituzione, istituita nel 1976 dal Fronte Liberazione Nazionale, era frutto e simbolo della conquista dell’indipendenza dalla Francia, espressione di un particolare “socialismo” algerino e portatore di princìpi democratici ed egualitari. Affermava che lo sviluppo del Paese sarebbe stato a beneficio delle masse popolari. È stata rivista varie volte e riformata. Cosa si è perduto in questi 40 anni?

Come molte cose della vita, la Carta algerina del 1976 aveva lati luminosi e lati oscuri. Sanciva lo stato socialista e i diritti fondamentali acquisiti con l’indipendenza. Diritto a non aver fame, diritto ad avere un tetto sulla testa, diritto alla salute e all’educazione…Noi venivamo da un processo rivoluzionario abbastanza condiviso. E tutti gli algerini si sentivano proprietari della nazione liberata dalle catene dell’ordine coloniale. Ma nello stesso tempo ufficializzava la dittatura del partito unico, l’egemonia dei militari sulla società civile. In qualche modo tutti proprietari ma, se eri un dinosauro dell’apparato politico o militare, eri più proprietario degli altri. Nelle revisioni successive della Costituzione si è aperto il campo politico, sociale e culturale alla pluralità di visioni e opinioni. Ma in cambio ciò che era una volta di tutti è diventato di pochi. Come è successo in tutti i Paesi ex socialisti, i vecchi guardiani dell’ortodossia socialista sono diventati i baroni dell’economia di mercato. Hanno privatizzato tutto a loro vantaggio. Oggi in Algeria sulla carta abbiamo ancora tutti i diritti. Ma le strutture sono state svuotate del loro contenuto. La scuola per tutti c’è, ma forma milioni di analfabeti funzionali. L’Università è ancora gratuita ma forma dei laureati incapaci di tenere un ragionamento logico. Tutti hanno diritto alle cure ma gli ospedali pubblici sono dei grandi casermoni che curano poco e male. E tutto si deve fare nelle strutture private. Le risorse energetiche nazionalizzate nel ‘71 sono state consegnate di nuovo alle multinazionali. Le entrate di questo settore, che resta l’unica fonte di guadagno del Paese, sono usate dal regime per mantenersi in vita.

Un altro principio molto bello contenuto nella Costituzione del 1976 era la «promozione della donna e la sua partecipazione alla vita politica, economica, sociale e culturale della Nazione». Il Codice della famiglia del 1984, fermamente contestato da poche ma decise donne femministe, ha poi introdotto una serie di norme che, nei fatti, non sembra siano affatto coerenti con gli intenti originari post-rivoluzionari. Il Codice è ancora in vigore nella sua rigida forma originaria o sono stati modificati i suoi aspetti più reazionari?

Quella del Codice della famiglia è la prima concessione fatta dal Fronte di Liberazione Nazionale all’islamismo politico, che faceva la sua apparizioni sulla scena verso la fine degli anni ‘70. A parte l’Egitto dove i Fratelli Musulmani erano presenti già dagli anni 50. Il FLN era composto da varie tendenze politiche. La componente maggioritaria, prima e durante la guerra di liberazione nazionale, era composta da patrioti algerini, laici e che si potevano collocare in una sorta di social-democrazia, che volevano portare gli algerini verso uno Stato che garantisse educazione, salute e benessere per tutti. C’erano varie altre tendenze dentro: i liberali laici del partito dell’Unione Democratica del Manifesto Algerino, il Sindacato Nazionale dei Lavoratori Indigeni, l’Unione studentesca, il Partito Comunista Algerino, il movimento dei Riformisti musulmani, Nazionalisti arabi, militanti della causa berbera…

La prima Carta del Fronte di Liberazione, detta “Dichiarazione della Soumam” dal nome della valle della Soumam, in bassa Cabilia, dove fu organizzato il primo congresso di tutte le unità combattenti nel territorio nazionale, nel 1956, era un capolavoro di umanesimo laico. La Carta del 1976, se tradiva quella della Soumam nei suoi intenti universali e di pluralità politica, culturale e sociale e nella limitazione del potere dei militari, le rimaneva però fedele nello spirito di giustizia sociale e di laicità dello Stato.

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Orano, 1978 (ph. Parodi)

Negli anni ‘80, dopo la morte del presidente Boumedienne, per estro- mettere l’ala sinistra del Fln, la destra dei nazionalisti arabi si alleò con i nuovi movimenti islamisti. Che fiorirono sia dentro che fuori del Fln. E questo grazie anche a un forte sostegno delle potenze occidentali e ai finanziamenti delle petromonarchie del Golfo. L’islamismo politico è usato come cavallo di Troia per abbattere i regimi socialisti arabi. Uno dei segni forti di quella alleanza fu il Codice della famiglia, che introdusse in un Paese a costituzione laica una serie di leggi legate alla gestione dei rapporti familiari (matrimonio, rapporto coniugale, divorzio, tutela dei figli, eredità…) ispirata a una lettura medioevale del testo coranico e della tradizione musulmana. Dalla guerra civile in qua, i partiti al potere continuano a giocare a tira e molla con gli islamisti, li corteggiano per un po’ e li reprimono per un po’. Ma in fondo le concessioni del passato hanno dato alla loro ideologia ampi poteri sul mondo dell’educazione e sulla società. Ormai hanno modellato la mentalità del cittadino medio a loro immagine. E un ritorno a uno Stato autenticamente laico sarà lungo e difficile.

Nel 4° paragrafo la Costituzione affermava il rigetto dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, dava un alto valore alla spiritualità dell’uomo e risalto al «rispetto della libertà di pensiero e di coscienza». Questi due aspetti sussistono ancora in concreto?

La pluralità di credi politici è una realtà ancorata nella vita sociale in Algeria e la libertà di espressione è abbastanza garantita. La stampa scrive quasi di tutto e ha poche linee rosse che non può superare. La situazione è diversa per la libertà religiosa invece. Sulla carta esiste e lo Stato ne è il garante. Qualche anno fa, la stampa vicina agli islamisti aveva protestato contro l’apertura sempre più numerosa di sale di preghiera per evangelisti attraverso il territorio nazionale. Le chiese evangeliste di matrice nordamericana praticano in Algeria, come ovunque, i loro metodi di proselitismo con l’ausilio di incentivi economici e sociali, e le conversioni sono a migliaia. La tradizione musulmana accetta che ebrei e cristiani possano praticare la loro fede “in libertà”, ma non tollera proselitismo e apostasia. La legge algerina non prevede ostacoli al cambio di religione. Il ministro degli Affari religiosi è intervenuto tagliando corto quelle polemiche. “Il ministero degli Affari religiosi è il garante della libertà religiosa” – disse all’epoca – “E se dei cittadini algerini si organizzano in associazione religiosa e presentano una richiesta per l’apertura di un luogo di culto, secondo le norme vigenti, io non posso che dare il permesso”.

Ma nella realtà le limitazioni della libertà di coscienza sono tantissime, di ordine sociale prima di tutto. Lo Stato spesso fa poco per proteggere le minoranze religiose, i non credenti e gli atei…E la polizia e alcuni giudici molto spesso usano una legge pensata contro “chi offende la religione musulmana” per punire, invece, o per lo meno creare problemi a chi non rispetta certi dettami come il digiuno del Ramadan o tiene discorsi ritenuti non conformi alla fede maggioritaria.

Storici, qualificati giornalisti e studiosi del terrorismo jihadista sono convinti che questo fenomeno che da circa due decenni coinvolge pesantemente anche i Paesi occidentali sia principalmente una guerra intestina, interna al mondo islamico. Sciiti e Sunniti, cioè, si contenderebbero la supremazia sulla variegata galassia di Stati di religione islamica. Sei d’accordo con questa tesi generale?

Non esiste una guerra interna al mondo dell’Islam per una egemonia culturale dei sunniti contro i sciiti, per la semplice ragione che quello sciita e quello sunnita sono due modi distinti di vedere e vivere la religione e il suo rapporto con la vita sociale e politica. E non basterebbe una vittoria militare per portare le persone a passare da un mondo all’altro. In realtà nessuno dei due blocchi è un monolite omogeneo. Sunna e Shia sono già due galassie che contengono tantissime tradizioni, interpretazioni e scuole di pensiero. Sarebbe come considerare la guerra d’Irlanda una guerra per l’egemonia culturale tra cattolicesimo o protestantesimo. Anche se il fattore religioso aveva un ruolo importante per definire le posizioni delle popolazioni, sappiamo invece tutti che la vera posta in gioco non è mai stata la religione.

È vero invece che c’è una guerra d’influenza tra l’Iran e le monarchie del Golfo. E questa guerra si fa tramite la diffusione di idee estremiste, il finanziamento e l’armamento di movimenti estremisti sunniti, da parte delle monarchie della penisola araba, da una parte. Dall’altra parte, l’Iran fomenta le ribellioni e fornisce finanziamenti e armi alle minoranze sciite presenti nei Paesi a maggioranza sunnita. Però l’obiettivo non è l’egemonia religiosa, ma quella politica e soprattutto economica. Tuttavia questa guerra d’influenza tra Iran e penisola arabica non basta a spiegare tutto. La questione è molto complessa, affonda le sue radici nella fine dell’impero ottomano e inizio della colonizzazione europea, nella scoperta dei più grandi giacimenti di petrolio e gas del mondo, nella seconda guerra mondiale, nei processi di decolonizzazione, nella questione israelo-palestinese, nella guerra fredda, etc…Ma questo forse è il caso di lasciarlo per un’altra discussione.

Dialoghi Mediterranei, n.26, luglio 2017

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Eugenia Parodi Giusino, laureata in Filosofia, si è sempre occupata non di speculazioni ma di problematiche sociali, di ingiustizie e soprusi per motivi razziali e differenze culturali. L’analisi dei Paesi “in via di sviluppo” e il razzismo negli Usa è stato l’oggetto della sua tesi. Ha  insegnato materie letterarie ad Orano, in Algeria, e ha lavorato come redattore ed editor in diverse case editrici a Milano, Padova, Roma (Feltrinelli, Laterza, Arsenale Cooperativa editrice, Liviana, Piccin). Da qualche anno è presente come editor e autrice di articoli e recensioni nella redazione della rivista Per salvare Palermo della Fondazione omonima e in riviste on line. Vive a Palermo.
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