La Siria da vicino

COPERTINAdi Serena Najmah Visconti

C’era un tempo in cui Palermo era conosciuta come Panormus tutto porto. Era il tempo in cui le nostre terre erano abitate dai Romani, che presero il posto dei Cartaginesi ma poi dovettero lasciarlo ai Bizantini, poi agli Arabi e così ai Normanni, perché ieri come oggi Palermo, ma soprattutto la Sicilia, è ancora tutto porto. Un porto che accoglie interi popoli: marocchini, tunisini, algerini, nigeriani e da alcuni anni anche siriani, popolo che ancora oggi vive sotto i bombardamenti di una guerra civile scoppiata nel 2011.

In quell’anno la popolazione siriana inizia a organizzare delle manifestazioni pacifiche contro il regime di Baššār Ḥāfiẓ al-Asad, conosciuto anche solo come Asad. La famiglia Asad è al potere in Siria dal lontano 1971, una dinastia che si tramanda il dominio politico da padre in figlio. Il regime, nel tentativo di fermare la rivolta della popolazione, che cavalcava l’onda della primavera araba, ha causato moltissime morti: circa 200mila vittime e migliaia di profughi. A questo punto una parte della popolazione si è armata e molti soldati e ufficiali si sono uniti ai ribelli disertando l’esercito. Dall’unione tra civili e disertori è nato l’esercito siriano libero, FSA Free Sirian Army.

È da questo momento che si fa risalire per convenzione l’inizio della guerra civile siriana. Si formano altre fazioni di combattenti tra cui il fronte al Nusra formato anche da iracheni, unico rappresentante di Al Qaeda in Siria. All’inizio le due fazioni combattevano l’una accanto all’altra, poi questo connubio si ruppe, quando Al Baghdadi, che sostiene il fronte al Nusra, ha fondato l’Isis inglobando anche Al Qaeda. Al Joulani, leader del fronte di al Nusra e grande amico di Zarqawi, capo di Al Qaeda (morto nel giugno del 2006), si è rifiutato di aderire all’Isis, che da allora non fa più parte né di al Nusra né di Al Qaeda: è l’inizio della separazione.

Famiglie siriane sbarcate a Palermo (foto I. Petix)

Famiglie siriane sbarcate a Palermo (foto I. Petix)

Ciò che di una guerra fa più rabbrividire sono le stragi di popoli, le sofferenze, la solitudine, il dramma delle famiglie. Troppi morti, troppa gente che fugge via da una situazione insostenibile e pericolosa per la propria vita. Da qui l’esodo dei nuovi profughi: i Siriani. Molti di loro sono arrivati anche qui a Palermo, tra di loro un uomo sulla quarantina o forse qualcosina in più che noi chiameremo Semir. 

Vuoi raccontarci la tua storia, da cosa sei scappato?

Sono nato in una piccola città della Siria ma ho sempre vissuto a Damasco, perché lì prima studiavo e dopo ho iniziato a lavorare e ho creato famiglia. Si viveva bene in Siria fino all’inizio del secolo. Sì, è vero, c’era il regime, c’è sempre stato, ma è anche vero che la Siria era l’unico Paese laico dove l’Islam non era religione di Stato, come direste voi italiani. Poi un attimo, d’improvviso il popolo si ribella ed è la fine delle nostre vite tranquille. Io lavoravo, vivevo con la mia famiglia e i miei figli, loro frequentavano la scuola. Una vita normalissima fatta di routine e quotidianità, però era una bella vita ma ad un certo punto tutto finito, tutto cancellato e ci ritroviamo sotto un cielo ricoperto di bombe. Avevo anche un lavoro migliore, guadagnavo molto di più, ora guadagno poco e devo pure mandare i soldi in Siria alla mia famiglia: moglie e quattro figli, e mettere qualcosa da parte per farli partire, per farmi raggiungere qui. Non sono scappato, dovevo per forza andar via non avevo altra alternativa, parlo anche l’inglese e il tedesco, quindi sarei potuto andare in Inghilterra o in Germania, ma arrivare in Italia era più facile. Forse sì, sono scappato per paura di morire e ogni giorno penso alla Siria e continuo ad avere paura. 

Com’era la tua vita, che lavoro svolgevano i tuoi genitori e tu che lavoro facevi e fai ora in Italia?

La mia famiglia non era fra le più facoltose della Siria, stavamo bene ma perché eravamo solo due figli, di solito le famiglie sono più numerose. I miei genitori lavoravano, mia madre acconciava i capelli alle vicine di casa, parrucchiera. Mio padre aveva un piccolo negozio dove vendeva un po’ di tutto per le automobili. Non avevano potuto studiare o almeno non avevano potuto finire gli studi, sognavano di fare l’università in Europa ma non ne avevano la possibilità economica, così mio padre promise a se stesso che io e mio fratello avremmo studiato e saremmo andati all’Università. Mio fratello non volle finire gli studi così prese un diploma, come il vostro ragioneria, e subito iniziò a lavorare io invece mi laureai e imparai le lingue, il mio sogno era girare il mondo. In Siria, dopo la laurea mi sposai con una collega, ci occupavamo di tradurre libri per bambini, ma lei una volta rimasta incinta abbandonò il lavoro. Oggi io faccio le pizze, non le avevo mai fatte prima, ma il ragazzo che le faceva prima di me mi insegnò e così dopo averne bruciata qualcuna, eccomi qui. 

Il popolo, il tuo popolo siriano ha iniziato a manifestare per un motivo ben preciso

Sì certo, il popolo siriano protestava contro la corruzione, la gente chiedeva delle leggi per cambiare il modo in cui viveva perché il regime controllava lo scambio delle merci con il resto del mondo arabo o europeo e quindi molto spesso bloccava gli arrivi dunque si viveva di contrabbando di viveri medicinali sigarette, tutto ciò di cui avevi bisogno. Era una forma molto presente in Siria, anzi forse quasi l’unica ed era stato il padre dell’attuale Presidente a ridurre così la Siria. Non si è avuta nessuna risposta da Asad e questo ha creato scompiglio tra il popolo che scese in piazza a protestare.

Cosa dicono i siriani e i media? C’è comunicazione nel Paese, cioè il popolo viene informato dai media locali sulla verità o viene manipolato?

C’è tanta, tantissima confusione, gli iracheni dicono che l’Isis sia un’invenzione dell’America, che è l’America che gestisce il commercio delle armi, che lo finanzia e addirittura che lo abbia creato solo per poter accedere alle fonti di petrolio. L’America dice che è tutta colpa dell’Iraq. Non sapremo mai quale sia la verità, sappiamo solo che la Siria sta affondando e che a morire non sono loro. A me non importa se l’Isis sia americana o irachena vorrei solo che tutto finisse.

In Siria nessuno dice nulla, non informano; io molte cose, anzi quasi tutte le ho sapute qui, in Italia. Pensa che non tutti ormai hanno la televisione per informarsi ma questo poco importa perché le notizie non le danno. C’è chi ha perso la casa sotto i bombardamenti, chi si è venduto televisione e radio per poter sfamare la famiglia. Comprare il giornale sarebbero soldi mal spesi perché, appunto, non leggeresti nulla e poi sarebbe l’ultimo pensiero di un siriano andare a comprare il giornale. 

Tutto questo giova al regime, tenere il popolo disinformato. Ma in pratica i siriani che non hanno abbandonato il territorio come vivono oggi?

Certo, rispetto a ieri si vive con il terrore negli occhi. Sai, prima in Siria si stava benissimo. Quando sono arrivato qui in Italia, ho notato che quasi tutti avevano l’idea della Siria come uno Stato islamico sanguinario, come per esempio l’Iraq o l’Iran. Invece, tu non ci crederai ma era più democratica dell’Italia di oggi, anche se sembrerà strano. Le donne da noi non hanno l’obbligo di portare il velo ed hanno gli stessi diritti dell’uomo e soprattutto, come ti dicevo prima, è un Paese laico, cioè siamo arabi musulmani, una piccola minoranza è cattolica ma la nostra Costituzione è laica. La vita era normalissima prima. Le persone si recavano al lavoro e i ragazzi a scuola. Adesso anche la scuola non è più un posto sicuro, neanche lì si possono più esprimere opinioni, proprio lì nel luogo in cui si formano i futuri uomini e le future donne.

Ti racconto una storia che probabilmente già conoscerai, perché qui i giornali e le televisioni ne hanno parlato, credo, perché io la notizia l’ho letta sul pc del mio collega su internet. Alcuni ragazzi hanno scritto delle frasi contro Asad, riferite al suo lavoro, non come Presidente della Siria, ma come titolo di studio, sulla sua laurea in medicina, non erano molto offensive, certo erano contro di lui, ma nulla di così grave. Oggi quei ragazzi sono in carcere per colpa di quelle scritte, sono stati presi direttamente a scuola e incarcerati.

 Profughi  siriani

Profughi siriani

Prima di Assad com’ era la Siria?

La Siria è sempre stato un Paese laico dove vivevano uomini e donne di religioni diverse, musulmani e cristiani, un Paese che accoglieva i profughi dall’Iraq e dalla Palestina. C’era tantissima tolleranza verso tutti. Le donne non avevano l’obbligo del velo e non vivevano sottomesse ai mariti, votavano, uscivano da sole, pure adesso potrebbero farlo se non fosse per le bombe. I bambini andavano a scuola e il pomeriggio giocavano o all’interno dei giardini delle case o lungo le strade. Oggi non esistono più nemmeno le scuole, distrutte dai bombardamenti. Ricordo che tutti i fine settimana io e i miei colleghi e amici andavamo a giocare a calcio in un campo poco distante da casa, mentre le nostri mogli andavano al cinema. Sembra che io stia parlando e raccontandoti di una persona che non sono io, sembra un’altra vita, che non è la mia. Oggi è tutto solo un bel ricordo. Nulla più, ma sono fiducioso e spero presto sarà diverso. 

Oggi si può parlare di esodo dei siriani?

Sì. I siriani sono un popolo, ormai, in continuo movimento, si spostano, scappano e vanno dove possono, ci sono ormai troppi campi profughi in giro per il mondo arabo, la meta più vicina è la Giordania, che ci ha accolti. Molti arrivano lì anche a piedi, dopo giorni e giorni di cammino, se non è esodo questo non so cosa possa esserlo. Altri siriani arrivano in Europa. Non si può più vivere in quella situazione, non siamo più liberi neanche di comprare il pane e non usciamo se non armati per la paura, perché abbiamo bisogno di proteggerci e difenderci, non possiamo nemmeno parlare al telefono perché ci intercettano e se una parola non si capisce, anche se dici solo ciao come stai, ma “ciao” non è chiaro, ti arrestano. Dimmi come faccio io a vivere così?  Come fa la mia famiglia a stare ancora lì.

 Dove vivono i tuoi familiari e come mantieni i contatti?

I miei familiari vivono a Damasco e ci sentiamo una volta ogni due mesi circa, perché non sempre è possibile telefonare: dove vivono mia moglie e i miei figli non passa la linea telefonica è stata tagliata, quindi ogni volta uno della famiglia deve recarsi in una zona vicina dove la linea è ancora attiva. Presto però non li sentirò più, ne sono sicuro perché se taglieranno le comunicazioni in tutta la zona, loro non potranno chiamare perché non hanno soldi per partire e andare nelle altre città siriane. I miei genitori non li sento mai, mi danno notizie mia moglie e i miei figli quelle poche volte che ci sentiamo. 

Parliamo di Ayn al-Arab, famosa più con il nome curdo di Kobanê. L’Isis conquista la città al confine con la Turchia nel 2014, ma alla fine del 2015 i curdi hanno ripreso la città o almeno la maggior parte del territorio. La sua posizione è importante proprio perché al confine turco.

Kobanê è il nostro simbolo, il simbolo della resistenza sia siriana che araba. L’Isis ha colpito la città con la violenza e la prepotenza che gli appartiene, ma i curdi sono stati dei lottatori e sono riusciti a sconfiggerli, non so come abbiano fatto ma lo hanno fatto. Non so altro. 

Kobanê è stata liberata, soprattutto dalle donne curde che si sono autorganizzate

Sì, donne eccezionali e fantastiche che hanno creduto fino all’ultimo di poter liberare la loro città e così si sono armate e hanno combattuto fino alla fine e ancora oggi sono lì a difendere la loro terra e i loro diritti. Molte di loro hanno perso la vita e parliamo di donne giovanissime dai 20 in su, a quell’età non si dovrebbe combattere, nessuno dovrebbe farlo, a quell’età il tuo unico pensiero dovrebbe essere studiare o stare con gli amici. No, le donne curde no, loro sapevano che bisognava fare qualcosa di concreto. Alla fine sono state le uniche a far indietreggiare l’Isis. Mi auguro che tutte le donne del mondo prendano esempio da loro.

Come pensi finirà questa guerra?

Non credo finirà mai, forse faremo la fine della Palestina sempre in guerra. Di sicuro se finirà non ci saranno vincitori soprattutto fra il popolo, e forse solo l’Isis ne uscirà vincitore assoluto insieme all’Occidente. Se mai questa guerra finirà la Siria non tornerà mai più quella di un tempo e noi non avremmo né i soldi né la capacità di ricostruire le nostre case, le nostre scuole e per questo tutto sarà di nuovo in mano alle famiglia Asad. Abbiamo perso tutto e nulla tornerà mai come prima, allora l’unica cosa che mi rimane è sperare che tutto torni meglio di prima ma è difficile se non impossibile.

Donne a Kobanê

Donne a Kobanê

Cosa pensi del dibattito politico pubblico in Italia e in Europa sui profughi, sulle politiche adottate fin qui?

Non riesco a seguire bene certe questioni, mi manca il lessico politico che qui viene usato sempre nelle trasmissioni che guardo e quindi non capisco bene i discorsi. L’unica cosa che vedo è che siamo trattati come bestie, quei poveri che arrivano su quei barconi e muoiono in mare diventano solo dei numeri, si perde l’umanità. Non è giusto, eppure è gente che scappa da guerre che l’Europa sta portando avanti nei loro Paesi. Li ammazza nelle loro case e li ammazza qui. Perché il mondo è arrivato a questo punto? È davvero così importante, anzi più importante il potere che la vita umana?

Cosa conoscevi dell’Italia prima di arrivare?

Conoscevo l’Italia solo dalla tv, conoscevo la sua arte e i suoi monumenti perché mi piacciono i programmi di cultura, di arte, sono un appassionato, sono un amante di Palermo e Firenze, anche se non sono mai stato a Firenze, ma una volta ho visto un programma sulla sua arte. Poi sapevo che qui non state molto bene, che vivete al centro di una crisi e che i giovani soprattutto laureati scappano all’estero, voi la chiamate la fuga dei cervelli. Però per alcuni, come me, l’Italia può essere una salvezza. L’unica cosa che non capisco degli italiani è che stanno male e non si ribellano, perchè?

Come immaginavi la Sicilia e come ti trovi a Palermo?

Sono qui da quasi tre anni e la Sicilia la immaginavo così com’è, una terra bellissima sul mare, forse il mare più bello che ci sia, anche se conosco solo Palermo, quindi possiamo parlare di Palermo più che della Sicilia in generale. Qui mi trovo benissimo, mi piacerebbe vivere qui con tutta la mia famiglia, ma la Siria è la mia terra. Sono stati tutti molto gentili, soprattutto a lavoro, mi hanno fatto sentire subito a casa, rispettando anche il mio Ramadan.

Quello che non mi aspettavo era la disposizione verso di me che avevano tutti i miei colleghi di lavoro, sono stati accanto a me ad aiutarmi fin dal primo giorno che sono arrivato, mi hanno trovato un posto dove stare e mi hanno spiegato come fare la pizza, mi portavano in giro a conoscere la città. Il giorno di chiusura lo passiamo insieme e quando arriva il caldo andiamo a mare insieme. Io non pensavo fossero così disponibili, anzi credevo di trovare molte difficoltà nell’ambientarmi, che avrei perso tempo a capire come funziona la città con i mezzi di trasporto. Pensavo ci fosse una certa gelosia all’interno del posto di lavoro e che lo “straniero” poteva essere un elemento di disturbo, invece mi sono ricreduto subito, intanto perché qui ci sono tantissimi stranieri che convivono benissimo con la gente del posto. Anzi un mio amico palermitano mi dice sempre di non dire “gente del posto” perché pure io sono di qui, questa è la cosa più bella che mi abbiamo detto.

Quali analogie ritrovi negli stili di vita nelle abitudini, e quali differenze avverti più stridenti?

Le cose che abbiamo in comune Siriani e Siciliani è che siamo tutte e due di origine araba. A parte lo scherzo che tanto scherzo non è, siamo due popoli molto calorosi e molto disponibili, siamo lavoratori e studiosi. Diciamo che l’unica differenza stridente è la religione, nel senso che qui non siete musulmani, quindi non ci sono le mie feste religiose che coinvolgono tutta la città, come qui durante la festa di santa Rosalia. Negli orari prestabiliti per pregare faccio solo io la pausa al lavoro, anche se non sono molto praticante. Una cosa che mi piace molto del palermitano che al siriano manca è la gioia di vivere che noi forse abbiamo perso. Però il siriano è un combattente, cosa che i palermitani forse non sono, vi stanno distruggendo il futuro, la vita e voi non fate nulla per cambiare le cose, questo non mi piace. Non dico che dovete scatenare una guerra com’è successo da noi però dovreste far valere i vostri diritti. 

Qual è la rotta che hai percorso per arrivare in Sicilia e poi qui a Palermo?

Sono arrivato fino ad Amman, in Giordania, in macchina con mio cognato, poi io li ho preso l’aereo per Roma, poi la linea per Palermo. Mi rendo conto che visto così il mio sembra più un viaggio che una fuga, ma come ti dicevo il mio stipendio in Siria mi permetteva di fare una vita tranquilla e dunque avendo soldi da parte ho potuto permettermi di comprare i biglietti. È stato un viaggio colmo d’ansia perché non sapevo cosa mi aspettasse qui, cioè sapevo che avrei fatto il pizzaiolo, ma non sapevo come mi sarei trovato in questa città e con la gente.

Come mai allora non hai fatto direttamente il viaggio in aereo dalla Siria?

Perché quando ho deciso di partire i controlli erano più numerosi e aggressivi, sparavano con gran facilità, i militari erano alla stazione, all’aeroporto e al porto in tutti i centri d’entrata e uscita della città, in macchina passare il confine era più facile, i controlli c’erano ma non rischiavi di morire.

Come mai questa differenza?

Non saprei dirti, l’unica risposta che sono riuscito a darmi è che il confine appartiene anche alla Giordania, quindi le politiche, forse, saranno diverse.

Aleppo-distrutta

Aleppo distrutta

Vuoi raccontami il giorno del distacco e le circostanze del tuo viaggio?

Ricordo che mi alzai all’alba per la preghiera, come tutte le mattina, ma questa volta era una mattina diversa, di solito dopo sarei andato a lavoro per rincasare a pranzo, invece quella mattina sarei partito senza sapere quando e se avrei riabbracciato la mia famiglia. Dopo aver fatto colazione, salutai i miei cari, li strinsi fortissimo e li baciai, regalai loro un pensiero scritto su dei fogli colorati, così ogni volta che mi pensano ma non possono né parlami né vedermi, potranno stringere forte quel piccolo pezzo di carta.  Mio cognato arrivò puntuale, così iniziammo il tragitto fino ad Amman. Guardavo dal finestrino, mi era tutto così familiare, più la macchina camminava più mi lasciavo dietro la mia terra e un pensiero mi assillava: “chissà se rivedrò mai questi alberi, questi negozi”, anche il marciapiede mi sembrava bellissimo. Stavo abbandonando la mia terra, la mia famiglia, anche se in realtà lo facevo per loro, ma mi sentivo in colpa perché io andavo a vivere in un posto tranquillo, mentre loro rimanevano sotto i bombardamenti, ma anche se avevo i soldi per viaggiare in aereo, non bastavano per tutta la mia famiglia e poi io qui avrei vissuto in una casa con altri otto ragazzi: come avrebbero fatto loro? Non feci incontri particolari tranne una donna a Roma seduta vicino a me che stava tornando a casa che mi chiese se era la prima volta che venivo a Palermo: così mi consigliò tanti posti dove andare a mangiare. Oggi a distanza di anni non ricordo nemmeno un posto fra quelli che mi suggerì. In realtà, non ho fatto incontri particolari; non ho grandi storie da raccontare, però posso dirti che, anche se viaggiavo insieme a tanta gente ben vestita, io ero all’interno di un esodo; non stavo andando in Sicilia per vedere i parenti o le bellezze della città, stavo andando in Sicilia per sopravvivere, per tentare una nuova vita. Quando l’aereo atterrò, sentii un vuoto dentro, come se avessi realizzato tutto in quel momento. Mi bastò uscire dall’aeroporto per capire che avrei amato Palermo, perché la prima sensazione fu quella di pace e tranquillità. Poi vidi il ragazzo della pizzeria che mi aspettava insieme ad altri colleghi, erano felici di vedermi, mi accolsero in un modo incredibile che non mi sarei mai aspettato e allora capii che Palermo era casa.

Quali spazi urbani preferisci? Frequenti qualche locale o piazza in particolare?

A volte vado in centro a fare un giro con degli amici palermitani, soprattutto ora che il centro è chiuso è più bello passeggiare. Non abbiamo un posto particolare dove stare, se prendiamo un caffè o un gelato cambiamo sempre posto.  Faccio un lavoro particolare, nel senso che lavoro anche nei giorni in cui la gente è in vacanza o la domenica giorno di riposo, dunque non ho molto tempo libero.

Hai amicizie con altri immigrati siriani e di altre nazionalità?

Non conosco altri siriani. Sono pochi in città. Ma ormai sono anni che vivo qui, ho tantissimi amici: marocchini, tunisini, cinesi, indiani; in particolar modo sono amico di un tunisino che mi ha aiutato molto qui. Vivo con molti altri ragazzi, alcuni palermitani che studiano all’università e con questo ragazzo tunisino che lavora come me, lui fa il cameriere in un locale, di cui non ricordo il nome, ma il fine settimana è pieno di gente. I miei amici indiani e cinesi sono ragazzi che ho conosciuto per caso o perché vado a comprare qualcosa nei loro negozi; per esempio, un mio amico indiano ha un negozio in via Maqueda e quelli cinesi hanno il negozio subito dopo. Ogni tanto ci vediamo e prendiamo un caffè insieme, sempre che il lavoro lo permetta. Non facciamo qualcosa in particolare, passiamo solo del tempo a chiacchierare, all’inizio parlavamo dei nostri paesi e delle nostre vite quando vivevamo li, ora con il tempo parliamo solo di noi e di quello che facciamo qui, come se ormai fossimo palermitani, come se la nostra vita fosse solo questo, invece abbiamo ancora le famiglie lontane e da riabbracciare.

Musulmani in preghiera per il Ramadan a Palermo

Musulmani in preghiera per il Ramadan a Palermo

Come vivi il Ramadan, con chi rompi il digiuno la sera dopo il tramonto?

Per fortuna, ho un datore di lavoro eccezionale e anche dei colleghi gentili. Infatti nel periodo di Ramadan mi aiutano tantissimo, quando mi fermo per pregare o quando arriva il tramonto e posso mangiare, non possono sostituirmi perché non sanno fare le pizze, però spiegano ai clienti, che aspettano di mangiare, la situazione in modo gentile e cordiale per non perdere il cliente e darmi la possibilità di pregare. Mai nessun cliente è andato via, hanno sempre aspettato con tranquillità, magari bevendo una birra. Invece, quando finalmente è il tramonto e posso mangiare, qualsiasi cosa stia facendo il mio capo mi fa interrompere per cenare, per poi riprendere il lavoro. Mi dice spesso che lui non capirà mai come si faccia a non mangiare e a non bere, soprattutto nei mesi caldi come in questo mese appunto, però poi mi dice che rispetta le mie scelte.

Il 5 luglio finisce il Ramadan: come festeggerai e con chi ʿīd al-fitr, la festa di fine Ramadan?

Forse con il mio amico tunisino, non sarà la stessa cosa rispetto alla Siria. Un conto è che tutta la città stia festeggiando, un conto è festeggiare con pochi amici. L’anno scorso eravamo soli io e lui, ma quest’anno forse riusciremo ad essere di più, perché so che alcuni suoi amici musulmani che io non conosco lo hanno invitato e lui mi porterà con sé. Magari questo sarà di buon auspicio, sperando che si apra una nuova vita per me e che finalmente la mia famiglia possa telefonarmi.  Non so come passeremo la festa; di sicuro mangeremo, se avrò il tempo vorrei preparare qualche piatto tipico siriano, in caso porterò una guantiera di dolci. Ripeto, non sarà la stessa cosa festeggiare qui la fine di Ramadan ma almeno non sono solo. Il primo anno ero solo ma lavorando non mi pesò la situazione, poi per fortuna grazie a questo mio amico non ho più passato una festa di fine Ramadan da solo.

 Cosa ti manca della vita e della cultura del tuo Paese?

Come dicevo prima, mi manca il poter pregare insieme ai miei colleghi di lavoro, alla festa della fine di Ramadan con la mia famiglia, mi manca la mia famiglia. Mi manca vedere i miei posti, fare sempre la stessa lunga strada per accompagnare i miei figli a scuola, mi mancano le partite di calcetto con gli amici, mi mancano le chiacchierate sul balcone a guardare le stelle la sera con mia moglie, ma mi mancano da molto più tempo di arrivare qui, mi mancano da quando è scoppiata questa guerra.

Quali immagini della guerra ti porterai con te?

Il sangue. Il sangue degli innocenti sparsi per la vie delle città della Siria. Le case distrutte, la perdita di alcuni amici ma soprattutto ciò che non mi lascerà mai è il colore grigio, il grigio delle macerie, soprattutto dei posti che mi erano familiari, dei posti che frequentavo, come il cinema o il teatro.

La mia intervista finisce tra le lacrime di Semir che sente la forte mancanza della famiglia e, nel ricordare la sua città, si commuove ma non spegne la fiducia e la speranza di poter ricongiungersi un giorno con la famiglia. Pur con tutte le sue debolezze e contraddizioni, Palermo ha offerto a Semir un’accoglienza dal volto umano, una tolleranza che è forse da ricondurre al lascito storico di una Sicilia che ha conosciuto e sperimentato strategie, modi e forme di civili e pacifiche convivenze. Ha ragione Semir: la guerra è solo un “gioco” di potere che non ha mai vincitori ma solo vinti. Che distrugge città intere ma soprattutto popoli interi. I più fortunati partono, scappano, altri soccombono sotto le bombe. Quando tutto questo finirà? Quando la Siria, la Palestina e tante altre terre saranno veramente libere? Semir non capisce la rassegnazione dei siciliani e indica nel coraggio delle donne di Kobanê un esempio da seguire, un modello di resistenza da imitare. Ma è certo che fino a quando il potere conserverà un posto più importante della vita umana, saremo costretti a portarci tutti dentro quel colore grigio delle macerie che ogni notte tiene sveglio Semir, un ragazzo siriano che vive e convive con noi sotto il generoso cielo palermitano. 

Dialoghi Mediterranei, n.20, luglio 2016

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Serena Najmah Visconti, laureata al Dams presso l’Università degli studi di Palermo, con una tesi sulle tradizioni musicali dei tunisini che vivono a Palermo, si occupa d’arte e musica araba all’interno di una prospettiva antropologica e politica. Ha anche interessi per l’attualità sociopolitica nei Paesi  mediorientali e per le evoluzioni delle migrazioni contemporanee.

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