La Sicilia: un arcipelago di beni archeologici

copertina di Maria Rosa Montalbano

È noto che la Sicilia oggi luogo d’approdo di migranti ma anche di frontiera tra Africa ed Europa, è stata e continua ad essere una terra poliedrica che grazie proprio alla sua centralità nel Mediterraneo ha conosciuto fin dai tempi più remoti l’avvicendarsi di numerose genti, di passaggio e non. Vera e propria “officina” della civiltà umana, per la sua posizione intermedia tra tre grandi aree continentali, diverse per caratteristiche geologiche, climatiche e antropiche, e per la sua operosa “recettività”, ha contribuito alla complessa formazione di strati, sostrati e parastrati che ne hanno plasmato la complessa e originale storia.

Sicilia archeologica, il recente libro di Sebastiano Tusa, archeologo e Soprintendente del Mare della Regione Sicilia, edito da Storia e Studi Sociali (2015), percorre, attraverso la lettura analitica e documentaria di una serie di saggi editi ed inediti, la preistoria dell’Isola nei contesti del Mediterraneo, dal Paleolitico all’Età del bronzo. Non rifiutando quanto scritto nel passato, sia remoto che prossimo, l’autore ha deciso di riprendere nove testi che, «a parte il primo autobiografico – specifica – racchiudono le pur sempre preliminari conclusioni di ricerche e studi fatti sul campo della pre- e protostoria siciliana».

I temi più specifici sono preceduti da tre scritti, in un certo senso introduttivi. Le origini della sua scelta professionale, maturata senza poche problematiche esistenziali, affondano le radici nel ricordo di una calda serata del luglio 1963, quando bambino seguiva i passi sicuri del padre Vincenzo, allora Soprintendente della Sicilia occidentale e primo archeologo a recarsi a Pantelleria dopo il grande Paolo Orsi, ripercorrendone le orme per la ricerca del Sese grande. Rileggendo le acute pagine dell’Orsi e memore degli studi fenicio-punici e delle considerazioni paterne circa l’importanza dell’isola intesa come ponte tra Sicilia e Africa, Sebastiano Tusa matura la convinzione, poi dimostratasi esatta, che Pantelleria potesse apportare un grande contributo per la riscrittura della storia del Mediterraneo.

Il testo sulla storia dell’evoluzione del pensiero scientifico inerente l’identità italica muove proprio dal riconoscimento dei meriti a Raymond Vaufrey, autore de Le paléolithique italien (Parigi 1928), opera miliare nell’esplorazione capillare e sistematica degli insediamenti preistorici più antichi della Penisola e della Sicilia, ma anche esemplificativa dei limiti temporali, essendo orientata sulla Preistoria più recente e avendo trascurato il periodo più antico: il Paleolitico.

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Groupe mediterranean, 1941, di Hans Arp

Sebastiano Tusa, che ama gli sconfi- namenti disciplinari e sa guardare oltre le frontiere dell’archeologia, ha preferito affidare l’inquadramento storico-filosofico sul Mediterraneo all’orizzonte creativo dell’artista originario di Strasburgo della serie “Mediterraneo” Hans Arp, che secondo l’archeologo, proprio per il suo non essere mediterraneo, ne interpreta al meglio l’essenza con le sue forme mobili e inquiete, plasmate in sculture che sembrano coagulare e rappresentare l’immagine simbolica di questo mare inteso come «un universo, sia sul piano geologico ed ecosistemico che storico ed antropologico». Così come le opere di Arp sono alla ricerca continua di una essenza che non ha forma perché esprimono il continuo divenire delle cose, assumendo sembianze diverse a seconda dello sguardo dello spettatore, il Mediterraneo può essere considerato come un grande sistema caratterizzato da eventi naturali ed antropici e fonti dinamiche interne in continua evoluzione. Un sistema “unitario” basato sulla constatazione che in tutte le epoche della sua storia, i grandi cambiamenti socio-culturali e politico-economici hanno finito per coinvolgere l’intero bacino. E questo sistema geo-antropico  – «forse il più vasto e articolato dell’intero pianeta» – è stato ed è così potente e vitale da germinare più civiltà e ramificarsi al di là dei suoi naturali confini.

La verità è che il Mediterraneo, metafora e realtà di genti e luoghi in perenne migrazione e connessione, al centro dell’attenzione dei primi storici del mondo occidentale, è il luogo dell’irradiazione ed espansione di ogni innovazione da est verso ovest e punto di caduta di imperi apparentemente immortali.

Così si passa dal pensiero di Pirenne, uno dei cantori dell’idea di un Mediterraneo che unisce, che teorizza il mare come soggetto e oggetto della storia, al grande affresco disegnato da Braudel nella sua opera Imperi e civiltà nel Mediterraneo, dove il mare è inteso come fattore unificatore e non separatore, attraversando il “mare asso della storia” di Hegel, fino ad arrivare a Matvejević, il quale nel suo Breviario Mediterraneo ha consegnato alla letteratura con originalità e compiutezza quello straordinario amalgama di uomini, ambienti, storie e culture che hanno fatto la bellezza di questo mare, l’unicum di questo sistema.

Il saggio-tributo a Paolo Orsi si pone come una doverosa rievocazione dell’uomo e dello scienziato, dell’opera impareggiabile di chi ha dedicato la sua intera vita allo studio di quanto ha scoperto, ritrovato e portato alla luce dagli scavi. Tusa ne ripercorre le vicende biografiche e ne descrive la figura di eminente archeologo che rimarrà negli studi della preistoria siciliana e mediterranea un ineludibile punto di riferimento e di partenza per tutti i ricercatori.

Particolarmente interessante risulta la scelta del saggio dedicato al tema dell’espressività figurativa nella preistoria siciliana e quello relativo alla religiosità delle popolazioni pre-elleniche siciliane tra Paleolitico Superiore e l’Età del Bronzo. Solo per fare alcuni esempi tra le innumerevoli località citate, dalle incisioni della Grotta del Genovese a Levanzo, alla Grotta Giovanna a Siracusa, a quella dell’Addaura ovvero  tra le pagine dedicate all’artigianato elimo e alla produzione indigena, l’autore cita anche siti archeologici complessi come il sito di Roccazzo affrontando temi molto dibattuti che hanno diviso, e appassionato al tempo stesso, intere generazioni di studiosi.

Nelle pagine relative al popolamento costiero della Sicilia tra Mesolitico e Neolitico, Sebastiano Tusa tratta il tema della transizione dalle società di cacciatori e raccoglitori a quelle di agricoltori e pastori. Il centro della ricerca è dedicato alla grande Grotta dell’Uzzo, ma anche allo studio dei molteplici modelli di adattamento dell’uomo agli ambienti insulari quali le Eolie e Pantelleria, da intendere come microcosmi eccezionali, utili tasselli per completare il grande mosaico del Mediterraneo.

Si sa che il rapporto tra l’uomo e il mare nella Sicilia antica è stato estremamente intenso e caratterizzato da vicissitudini diverse, a seconda del periodo e dei secoli, restando comunque e in permanenza influenzato dalla posizione centrale dell’Isola nel Mediterraneo. Se per alcuni popoli il mare ha assolto un ruolo marginale, per la Sicilia è stata presenza ininterrotta nella vita delle comunità rivierasche, un paesaggio mai convenzionale nella cultura e nei costumi, nei modelli mentali e comportamentali. Anche l’idea della sua posizione geografica odierna non può certamente essere intesa come era per gli antichi, che ad esempio la vedevano più vicina all’Africa e all’Oriente di quanto non lo sia oggi per noi.

LIPARI (ph. Montalbano)

LIPARI (ph. Montalbano)

Il mare è stato la principale fonte di sostentamento per l’uomo fin dal Paleolitico superiore, quando la dieta carnivora veniva integrata con quella marina. Le prime società paleolitiche erano costituite da cacciatori e raccoglitori che vivevano in vaste pianure costiere, ma la risalita del livello del mare, che avvicinò le grotte al mare come avvenne per quelle della zona tra la costa del trapanese e le isole Egadi, e il mutamento climatico-geografico avvenuto alla fine del Pleistocene con la conseguente nuova configurazione dell’ambiente e del paesaggio, portarono un cambiamento nelle attività che l’uomo aveva fino ad allora svolto. È soprattutto nel Neolitico che l’uomo incontra il mare, coglie le sue potenzialità e intensifica le attività di ricerca di molluschi praticando anche la pesca e il commercio. La ricerca e la relativa diffusione dell’ossidiana conducono conseguentemente anche alla formazione di nuovi insediamenti, come quelle delle isole Eolie. Ancora nell’età del rame il mare è veicolo di trasmissione e sostentamento. La Sicilia, essendo povera di rame e stagno utili per la realizzazione del bronzo, importa questi metalli dall’Oriente. Ma in questo stesso mare dove si esercitava il commercio e lo scambio, si è sviluppata la pirateria che ha portato a reagire in diversi punti con soluzioni diverse, quali fortificazioni (Thapsos) o  l’arroccamento in luoghi alti (Lipari).

Pagine suggestive e di estremo interesse Tusa dedica infine all’illustrazione del famoso affresco di Thera, antica città dell’isola di Akrotiri, attuale Santorini, che esprimerebbe, secondo vari studiosi tra cui il L. Bernabò Brea, una veduta di Lipari presa dal mare agli inizi del XVI secolo a. C., e che potrebbe essere identificata anche con una città del delta del Nilo o piuttosto con una località fantastica. La rappresentazione non è altro che la pura espressione del matrimonio tra uomo e mare, la cui unione  si consuma di fronte ad una folla di curiosi al sicuro della città turrita che simbolicamente annuisce e “santifica” con il suo potere le nozze: l’espressione davvero più sublime della simbiosi tra uomo e mare. Archetipo che ancora oggi si svolge nei borghi e nelle città marinare siciliane e della penisola cui fanno capo processioni di barche che seguono la prima che orgogliosamente trasporta il simulacro.«Un matrimonio che si tramanda nei secoli, in varie forme e apparati religiosi, ma che è rimasto illeso dal suo simbolismo sotteso».

Nella consapevolezza che «il carattere più distintivo della Sicilia sia quello del sincretismo antropologico, data la notevole ricchezza di strati, sostrati e parastrati popolazionali che questa terra di spiccata accoglienza ha nei millenni accumulato, dimostrando di non essere soltanto un’isola, ma un arcipelago di culture, religioni, popoli e tradizioni», l’archeologo propone nel saggio conclusivo delle spiegazioni sulle reali radici identitarie del popolo siciliano, passando in rassegna diversi esempi di permeabilità e impermeabilità ai vari influssi peninsulari siculo-ausoni ed elimi che si sono individuati in diverse zone dell’Isola. Così scrive che «a differenza della parte orientale dell’Isola, dove la dicotomia si evidenzierà in generale con il prevalere delle colonie costiere sugli abitati dell’interno, in Sicilia occidentale si creerà una dicotomia etnico-politica tra Fenici e Greci ed Elimi, evidenziando il perdurare delle tre diverse entità per caratterizzazione etnica, politica e militare. Ne è esempio la popolazione indigena Sicana, che rinvigorita e arricchita dall’apporto Elimo di origine peninsulare, non si piegherà ai nuovi arrivati Greci o Fenici mantenendo, pur subendone il fascino, una situazione di autonomia politica».

Lo studioso individua pertanto nella «gelosa capacità di autonomia della Sicilia occidentale, che in piena protostoria è riuscita o con la contrapposizione o con la sottile tattica dell’alleanza, a tener testa al sopraggiungere di Greci, Fenici e Romani, il fulcro di quella ironica indifferenza che ci prende di fronte a qualsivoglia proposta di cambiamento, mirabilmente emblematizzata nel bel noto scetticismo del Principe di Salina».

Nel passato – sembra suggerirci Sebastiano Tusa – sono da ricercare le cause delle disillusioni di oggi, le radici dei mali che affliggono l’Isola: l’enfasi identitaria, l’orgoglio esasperato e la presunzione di essere e di apparire come déi immortali, eterni compagni del mito, destinati a vivere al di fuori della storia nell’immaginario collettivo. E per questo condannati alla irredimibilità di cui scriveva Sciascia. Ma la storia non condanna ma se mai dovrebbe insegnare. Se è vero che ogni tentativo di cambiare le cose in Sicilia trova spesso l’opposizione degli stessi Siciliani e sembra correre rapidamente al traguardo più vicino ovvero al fallimento, è anche vero che  la memoria dell’ingente e prezioso patrimonio culturale prodotto dalla storia di questo popolo non può spingerci nel vicolo cieco del pessimismo dell’immutabile.

Le pagine di Sebastiano Tusa, in questo senso, volte ad illustrare i numerosi e diversi siti archeologici che testimoniano della lunga storia di quest’Isola, costituiscono un indispensabile viatico di conoscenza e di riflessione su ciò siamo stati e su ciò che potremmo tornare ad essere, nel cuore di un Mediterraneo a cui l’Europa deve ricominciare a guardare.

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Roccazzo (Mazara), tomba a pozzetto di un sito eneolitico

Uno dei tanti meriti del libro e del lavoro complessivo di Sebastiano Tusa è quello di restituire valore e interesse alla straordinaria trama dei luoghi archeologici – piccoli e grandi – presenti in Sicilia, dove alcuni siti sono  paradossalmente penaliz- zati  proprio perchè l’Isola paga il prezzo di essere troppo ricca e satura di storia e di testimonianze di civiltà e società umane. Ma la preziosità dei cosiddetti siti “minori” consiste proprio nella loro fondamentale utilità per completare il quadro generale della storia di questa terra.  Resta purtroppo vero che alcuni di questi scavi sono spesso in condizioni di incuria e non fruibilità, dunque non opportunamente tutelati e valorizzati. Roccazzo, ad esempio, situato nei pressi di Borgata Costiera a Mazara del Vallo, è uno di questi. L’area, che comprende un vasto insediamento eneolitico di circa 20 ettari, nel 2008 è stata interessata da una campagna di scavi diretta proprio da Sebastiano Tusa che ha messo in luce numerose tombe e capanne, oltre che ceramiche neolitiche e di età del bronzo. Purtroppo il sito oggi è difficilmente raggiungibile e si trova in uno stato di totale incuria.

L’impegno di Tusa e di quanti si adoperano per preservare nel tempo l’immenso patrimonio culturale della Sicilia si accompagna all’auspicio nel miglioramento della gestione, della conservazione e della fruizione a partire dai suoi siti archeologici. Questo contribuirebbe ad accrescere la consapevolezza di quante e quali risorse sono potenzialmente a disposizione nella Regione, mettendo in conto un aspetto economico che può rendere ancora più ricca la Sicilia: il turismo. Focalizzando le forze su ciò che si ha già, esito originale e straordinario della complessa e stratificata storia dell’Isola e del suo ruolo centrale nel Mediterraneo, si arriverebbe certamente ad obiettivi concreti, anche attraverso l’aiuto che potrebbe arrivare proprio dall’allineamento agli standard europei volti a garantire elevati livelli di qualità e di gestione dei beni culturali. Un modo per sconfiggere il pessimismo storico e vincere la sfida che viene ancora una volta dal mare.

Dialoghi Mediterranei, n.27, settembre 2017

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Maria Rosa Montalbano, ha conseguito la laurea magistrale in Beni archeologici con lode presso l’Alma Mater di Bologna con una tesi dal titolo Incastellamento e cultura materiale di età medievale. Il suo interesse è rivolto alla storia urbana e del territorio nel Medioevo e si dedica alla consultazione di documenti d’archivio, soprattutto quelli della Diocesi di Mazara del Vallo. Ha partecipato a diverse attività promosse dall’Università di Bologna, dalla Società Cooperativa Lilybaeum Archeologica presso il Museo Civico e il Museo Archeologico di Marsala nonché dal Museo Diocesano di Mazara del Vallo.

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