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La Sicilia araba «inventata» e il patrimonio invisibile

Palermo, San Cataldo, part.

Palermo, San Cataldo, part.

di Saverio Di Bella, Maria Carola Leone

1. Prolegomeni epistemologici: la de-costruzione del paradigma del “ponte ecumenico”

Il dibattito scientifico, istituzionale e divulgativo contemporaneo sui processi di costruzione identitaria e culturale nello spazio geopolitico del Mediterraneo risente in modo sensibile di una marcata torsione retorica. Si assiste, con crescente frequenza e senza il necessario filtro critico, alla codificazione della Sicilia medievale quale spazio idilliaco di sincretismo pacifico, un melting pot ante litteram caratterizzato da un ininterrotto e armonico dialogo ecumenico tra le tre grandi religioni monoteiste. Questa narrazione, pur mossa da condivisibili intenti ironici? e di promozione del dialogo interculturale, opera una vistosa semplificazione epistemologica che merita di essere decostruita con gli strumenti della sociologia della conoscenza e della critica storica.

Se da un lato la fioritura intellettuale dell’isola sotto il dominio delle dinastie califfali fatimide e kalbita (IX-XI secolo) e, successivamente, l’eccezionale architettura istituzionale, visiva e linguistica della corte degli Altavilla offrono testimonianze storiche incontestabili di ibridazione e mutuo scambio, dall’altro l’esegesi storiografica più rigorosa evidenzia come tali fenomeni non fossero privi di profonde asimmetrie e violenze strutturali. La metafora del “Mediterraneo come ponte” o del “dialogo tra le sponde” tende a occultare la natura intrinsecamente conflittuale delle dinamiche di frontiera.

Applicando le categorie teoriche formulate da Eric Hobsbawm e Terence Ranger (1983) sull’invenzione della tradizione, emerge chiaramente come la memoria contemporanea della Sicilia araba sia un costrutto retrospettivo. Questa operazione intellettuale isola determinati frammenti storici – opportunamente depurati dai loro elementi più problematici e conflittuali – per riassemblarli in una narrazione consolatoria e spendibile sul piano politico ed economico. La storiografia classica e le politiche culturali dominanti hanno operato una sistematica rimozione della sorte traumatica subita dalle comunità musulmane dell’isola durante la transizione al dominio normanno e svevo.

Il progressivo dislocamento, la progressiva feudalizzazione delle popolazioni islamiche, le rivolte nel Val di Mazara e la successiva deportazione di massa a Lucera operata da Federico II di Svevia nella prima metà del XIII secolo rappresentano eventi drammatici che mal si conciliano con l’immagine di un’armonica tolleranza interreligiosa.

La memoria collettiva si configura, in quest’ottica, non come uno specchio fedele di accadimenti passati, ma come una complessa funzione egemone del presente. Essa ordina e gerarchizza i dati storici secondo le necessità politiche del gruppo culturale dominante (Gramsci 1975). La retorica del “ponte” risponde al bisogno contemporaneo di legittimare una vocazione euro-mediterranea della Sicilia, ma lo fa al prezzo di un’operazione di chirurgia storica: si esalta l’elemento estetico-decorativo islamico e si cancella il soggetto storico che lo ha prodotto, disinnescando la memoria della sua drammatica e forzata estinzione dall’isola.

Mazara, 1972 (ph. Ninni Pecoraro)

Mazara, 1972 (ph. Ninni Pecoraro)

2. La monumentalizzazione del sincretismo e l’oblio dell’immateriale: cosa decidiamo di ricordare dell’islam siciliano?

Il primo e più profondo livello di deformazione della memoria storica risiede in quella che possiamo definire la “tirannia della pietra”, ovvero l’egemonia del manufatto architettonico monumentale sulla totalità delle persistenze culturali. La storiografia classica dell’Ottocento italiano, mossa dalle cruciali indagini di Michele Amari (Storia dei Musulmani di Sicilia, 1854-1872), ha posto le fondamenta per la riscoperta scientifica dell’isola musulmana. Tuttavia, l’assimilazione post-unitaria di questi studi ha generato un bias duraturo: la cultura arabo-islamica è stata monumentalizzata, ovvero isolata e celebrata quasi esclusivamente laddove è stata sussunta e riadattata dall’architettura di corte normanna e sveva.

I capolavori dell’architettura arabo-normanna palermitana (la Cappella Palatina, la Zisa, la Cuba, San Giovanni degli Eremiti) non sono, rigorosamente parlando, monumenti islamici, bensì espressioni monumentali del potere regio cristiano degli Altavilla. Ruggero II e i suoi successori scelsero deliberatamente di impiegare maestranze fatimidi e modelli geometrici mediorientali non per spirito di tolleranza, ma per edificare una raffinata iconografia imperiale. Appropriandosi dei codici visivi della regalità islamica e bizantina, la corte normanna si accreditava come potenza egemone nel Mediterraneo, parlando contemporaneamente ai sudditi latini, greci e arabi il linguaggio del potere universale.

Questo processo di monumentalizzazione ha storicamente prodotto il totale oblio delle componenti immateriali e subalterne della presenza islamica. Focalizzando lo sguardo intellettuale sulle cattedrali e sui solatia regi, si è operata una drastica selezione della memoria: si è deciso di ricordare l’Islam siciliano esclusivamente nella sua veste di ornamento artistico o di eccezionalità decorativa (le coperture a muqarnas, le iscrizioni in caratteri cufici utilizzate con valore apotropaico o puramente geometrico su paramenti cristiani). Al contempo, si è condannato all’invisibilità l’intero tessuto socio-economico, giuridico e amministrativo che aveva caratterizzato i secoli del dominio califfale.

L’analisi storico-documentaria condotta sui diplomi regi e sulle fonti archivistiche (Di Bella 2004) mette in luce come l’incontro tra l’elemento latino e quello islamico sia stato segnato, al di fuori delle corti palermitane, da una sistematica destrutturazione giuridica. L’esame dei plateai e delle jarā’id al-rijāl (i registri dei villani scritti in greco e in arabo conservati nei fondi del tabulario di Monreale e della Cattedrale di Palermo) documenta la progressiva riduzione in servitù della gleba dei contadini arabi, la spoliazione delle loro proprietà fondiarie (dīwān) e la progressiva cancellazione delle istituzioni comunitarie tradizionali.

La conversione della jizya (l’imposta di protezione islamica) in prestazioni d’opera feudali e balzelli arbitrari segna il passaggio da uno statuto di cittadini protetti a quello di corpi subordinati. La memoria istituzionale ha così scelto una “tirannia della pietra” che estetizza il passato architettonico per occultare i processi di sottomissione socio-economica e la cancellazione documentaria delle popolazioni islamiche della provincia rurale.

Palermo, san Giovanni degli Eremiti

Palermo, san Giovanni degli Eremiti

3. La Sicilia araba «inventata»: analisi dei canali di comunicazione istituzionale, turistici e dei nuovi media digitali

Nell’ecosistema della comunicazione contemporanea, caratterizzato dalla frammentazione digitale e dalle logiche del marketing dell’esperienza, il mito della Sicilia araba subisce una seconda e pervasiva riconfigurazione. Essa si trasforma da costrutto storiografico colto in commodity transculturale ad alto valore commerciale. Le odierne strategie di destination branding e i flussi comunicativi dei nuovi media digitali mettono in atto una forma di “orientalismo interno” (Said 1978), che riduce la complessità storica della Sicilia medievale a un campionario di stereotipi esotici facilmente consumabili dal turista globale.

Attraverso gli strumenti analitici delle Digital Humanities – in particolare mediante la Critical Discourse Analysis (CDA) applicata alle piattaforme di promozione territoriale e la mappatura semantica basata su corpora linguistici degli hashtag istituzionali (quali #arabonormannopalermo e #unescosicily) – emerge chiaramente un appiattimento acritico della memoria su tre macro-aree visuali ed esperienziali:

  • La folklorizzazione dei mercati rionali: Spazi urbani come Ballarò, il Capo o la Vucciria a Palermo vengono descritti nei contenuti web istituzionali come dirette e immutate filiazioni dei suq califfali, istituendo un legame biologico-razziale basato su cromatismi, vocalità e densità spaziale, obliterando le reali stratificazioni urbanistiche di epoca aragonese, vicereale e borbonica.
  • La musealizzazione gastronomica: Il cibo (la pasticceria conventuale, la panificazione, la tradizione del couscous) viene eletto a monumento commestibile di un’ibridazione pacifica, privando le pratiche alimentari della loro storicità e delle complesse dinamiche economiche di introduzione delle colture.
  • L’estetizzazione esotica del paesaggio: La narrazione della “Sicilia araba” viene ridotta a un immaginario nostalgico fatto di giardini recintati, palme e architetture moresche, de-storicizzando il contesto geografico reale.

Questa spettacolarizzazione digitale compie una sistematica operazione di censura nei confronti del rigore filologico delle fonti classiche arabo-islamiche. I testi dei geografi e dei viaggiatori medievali descrivono realtà storiche radicalmente difformi dalla narrazione semplificata del marketing territoriale. Nel suo Kitāb ṣūrat al-arḍ, il geografo Ibn Ḥawqal (X secolo) restituisce un ritratto di Palermo denso di critiche severe: descrive una popolazione urbana frammentata, una proliferazione incontrollata di moschee di quartiere utilizzate come centri di potere privato e fazioso, e contesta aspramente i costumi igienici e alimentari degli abitanti dell’isola, definendoli inclini alla corruzione dei costumi e all’abuso di cibi deprimenti le facoltà cognitive.

Analogamente, la Riḥla (Viaggio) di Ibn Jubayr (XII secolo) offre una drammatica testimonianza della condizione dei musulmani sotto Guglielmo II: una comunità profondamente angosciata, costretta a praticare la propria fede in segreto, a subire la sottrazione dei figli convertiti forzatamente al cristianesimo e a tollerare costanti pressioni sociali ed economiche volte alla latinizzazione giuridica. Rimuovere queste fonti significa ridurre la voce dei testimoni a simulacro visivo, azzerando anche la drammatica portata della produzione poetica di Ibn Ḥamdīs (XI-XII secolo), il cui Canzoniere esprime lo strazio dello sradicamento e dell’esilio (watan): la perdita della Sicilia araba non è un’evocazione esotica, ma un trauma storico insanabile che la memoria digitale contemporanea converte in una rassicurante risorsa di marketing turistico.

Mazara, 1972 (ph. Ninni Pecoraro)

Mazara, 1972 (ph. Ninni Pecoraro)

4. I patrimoni senza monumento: persistenze antropologiche, paesaggio e dinamiche transnazionali nello spazio euro-mediterraneo

Al di sotto della superficie monumentale e al riparo dalle semplificazioni operate dai media digitali, risiede il vero nucleo del patrimonio invisibile. Si tratta di geografie sommerse che non si manifestano nella monumentalità architettonica, ma che hanno ridefinito stabilmente le strutture profonde della quotidianità rurale, l’organizzazione del paesaggio agrario e le forme linguistiche dell’isola.

La toponomastica rurale costituisce il primo indicatore di questa memoria geografica latente. Prefissi capillarmente diffusi come Calta- (dall’arabo Qal’at, fortezza, come in Caltanissetta o Caltagirone), Gibil- (da Jabal, montagna, come in Gibilmanna) e Rachal- (da Raḥl, casale o luogo di sosta, come in Racalmuto o Regalbuto) testimoniano una mappatura dello spazio agrario impressa dalla colonizzazione rurale di epoca kalbita, che ha strutturato il popolamento sparso dell’entroterra siciliano. Ancor più significativo è l’apporto dell’ingegneria idraulica tradizionale: termini come gebbie (jābiya, la vasca di raccolta delle acque), senia (sāniya, la ruota idraulica per il sollevamento dell’acqua) e favara (fawwāra, la sorgente d’acqua) rappresentano la persistenza di modelli tecnologici e organizzativi che hanno trasformato l’ecosistema agrario della Sicilia, introducendo la coltura intensiva e irrigua (siqayya) laddove il latifondo romano e bizantino aveva imposto la monocoltura cerealicola (Pellegrini 1972).

L’osservatorio antropologico più significativo per cogliere la vitalità contemporanea di questo patrimonio invisibile è rappresentato dallo spazio transnazionale di Mazara del Vallo e del Canale di Sicilia. In questa area di frontiera, la memoria arabo-islamica cessa di essere un fossile archeologico o una risorsa d’archivio per farsi dinamica sociale viva. L’urbanistica del centro storico di Mazara, con il suo dedalo di vicoli ciechi (azkā / durb) e cortili interni proprio della struttura urbana islamica classica (casbah), si è riattivata a partire dagli anni Settanta del Novecento come uno spazio di accoglienza e coabitazione reale.

La presenza stabile di una numerosa comunità di lavoratori tunisini, impiegati nella flotta della pesca d’altura, ha risignificato quegli spazi urbani, innestando dinamiche di transculturalità pragmatica. A bordo dei pescherecci mazaresi, la condivisione di forme economiche tradizionali (come il contratto di pesca “alla parte” per la ripartizione dei proventi del pescato) e l’uso di un gergo marinaresco ibrido italo-tunisino che satura le radiocomunicazioni in onde corte e VHF in mare, dimostrano come la memoria non sia un fossile. Fenomeni meteorologici estremi come il marrobbio (l’improvvisa e violenta oscillazione del livello del mare profondamente radicata nella coscienza linguistica e operativa locale) si legano a dinamiche di adattamento ecologico transnazionale.

Il Canale di Sicilia smette così di essere una barriera geopolitica securitaria per riscoprirsi come frontiera fluida di interazione continua (Braudel 1949). Il patrimonio invisibile si manifesta qui nella sua veste più autentica: non un monumento statico da contemplare, ma una grammatica relazionale ed economica vissuta quotidianamente, capace di scardinare l’isolamento geografico dell’isola.

71tzcyulcol-_ac_uf10001000_ql80_Conclusioni

La decostruzione critica della Sicilia araba «inventata» non muove da un intento di negazione o ridimensionamento dell’apporto arabo-islamico alla storia dell’isola; al contrario, essa rappresenta un atto di rivendicazione del suo valore scientifico ed epistemologico. Sottrarre l’eredità islamica sia alla “tirannia della pietra” sia alle logiche della mercificazione digitale significa restituirle la dignità di un oggetto di studio complesso, solido e strutturalmente denso.

L’approccio sperimentato in questo saggio dimostra come sia possibile liberare la ricerca storica dai vincoli del localismo e dell’isolamento geografico. L’eredità islamica siciliana non deve essere considerata come una parentesi folcloristica o un’eccezione isolata nel panorama europeo, bensì come un capitolo cruciale della storia globale e geopolitica del Mediterraneo.

È urgente che la comunità scientifica rivendichi una governance consapevole della memoria storica. Questo obiettivo si realizza spostando l’asse della ricerca e dei finanziamenti scientifici dai grandi Monumenti d’élite (già ampiamente indagati) verso la mappatura, la tutela e la valorizzazione dei patrimoni invisibili e delle persistenze immateriali delle culture locali. Solo emancipandosi dall’idealizzazione retorica della “Sicilia come ponte” e guardando in faccia le fratture, le asimmetrie e le reali dinamiche di coesistenza della frontiera mediterranea, la cultura contemporanea potrà disporre di strumenti interpretativi efficaci per comprendere il proprio passato e per governare con lungimiranza i processi di mobilità, transculturalità e cittadinanza plurale che ridefiniscono lo spazio euro-mediterraneo contemporaneo.

Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
Riferimenti bibliografici
Amari, M. (1854-1872), Storia dei Musulmani di Sicilia, 3 voll., Firenze: Le Monnier.
Braudel, F. (1949), La Méditerranée et le monde méditerranéen à l’époque de Philippe II, Paris: Armand Colin.
Di Bella, S. (2004), La frontiera mobile. Storiografia e dinamiche di potere nel Mediterraneo moderno, Messina: Associazione Zaleuco.
Gramsci, A. (1975), Quaderni del carcere, a cura di V. Gerratana, Torino: Einaudi.
Ibn Ḥamdīs, ‘Abd al-Jabbār (ed. 1998), Il Canzoniere, trad. e cura di F. Corrao, Palermo: Sellerio.
Ibn Ḥawqal, Abū l-Qāsim Muḥammad (ed. 1992), Kitāb ṣūrat al-arḍ (Configuration de la Terre), trad. J. H. Kramers e G. Wiet, Beyrouth-Paris: Maisonneuve & Larose.
Hobsbawm, E. J., Ranger, T. (eds.) (1983), The Invention of Tradition, Cambridge: Cambridge University Press.
Ibn Jubayr, Muḥammad (ed. 1995), Riḥla (I viaggi), a cura di M. Amari, Palermo: Sellerio.
Pellegrini, G. B. (1972), Gli arabismi nelle lingue neolatine con speciale riguardo all’Italia, 2 voll., Brescia: Paideia.
Said, E. W. (1978), Orientalism, New York: Pantheon Books.

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Saverio Di Bella, già Senatore della Repubblica Italiana nella XII Legislatura, è stato Professore Ordinario di Storia Moderna presso l’Università degli Studi di Messina. Storico, saggista e intellettuale di rilievo nazionale, ha orientato i suoi primari filoni di indagine scientifica verso l’analisi delle strutture socio-economiche del Mezzogiorno d’Italia, l’evoluzione delle dinamiche di frontiera e la geopolitica dei conflitti nello spazio mediterraneo in età medievale e moderna. Tra le sue numerose e fondamentali pubblicazioni si segnalano studi storici di riferimento dedicati alle reti di potere, alle transizioni istituzionali e alle complesse interazioni transculturali tra il mondo cristiano e quello islamico. È fondatore e Presidente dell’Associazione Culturale Zaleuco di Messina. In anni recenti, ha intensificato il coordinamento di progetti archivistici e saggistici d’avanguardia incentrati sulle persistenze documentarie e sulle influenze storiche e linguistiche arabo-turche nel Mediterraneo, sostenendo con la sua autorevole guida scientifica le nuove generazioni di studiosi e arabisti nel quadro di una rinnovata storiografia delle frontiere mobili.
Maria Carola Leone, è docente di Lingue e Letterature straniere per il Ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM) e formatrice esperta specializzata nell’aggiornamento e nella formazione dei docenti. Laureata con lode in Lingue e Letterature Moderne dell’Occidente e dell’Oriente (LM-37), è arabista formatasi quale allieva dei docenti Antonino Pellitteri e di Michele Vallaro. Svolge attività di ricerca scientifica e saggistica in Storia Medievale e in Lingua e Letteratura Araba, concentrandosi sulla trasmissione dei saperi nel Mediterraneo. Conduce i propri studi in stretta sinergia con l’Associazione Culturale Zaleuco, collaborando stabilmente con il Sen. Prof. Saverio Di Bella nell’analisi delle persistenze storiche, documentarie e linguistiche islamiche. È membro attivo di una fitta rete di istituzioni e sodalizi scientifici e collabora con il Dipartimento Italiano per la Sicurezza Cibernetica (D.I.S.C.) su progetti nazionali legati alla formazione e alla cittadinanza digitale.

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