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“On a raison de se révolter”

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di Pietro Clemente

Ragioni dell’irrazionale e cecità del potere 

Mi piace usare il titolo francese del libro di Jean Paul Sartre (Paris, Gallimard, 1974), perché il termine “révolter” può significare sia ribellione, che indignazione, che rifiuto. Ma può anche avere il significato di ri-voltare, ri-volgere lo sguardo verso le aree interne, sguardo che caratterizza la dimensione degli studi relativi al «Riabitare l’Italia».

On a raison de se révolter non significa solo come nella semplice traduzione italiana, «è giusto ribellarsi”, ma può voler anche dire avere delle ragioni, avere ragione di farlo.

Le espressioni “avere ragione, avere delle ragioni” usate in alcuni passaggi da Ernesto de Martino, mi avevano particolarmente colpito e le avevo usate per parlare dei giovani e della loro disattenzione e disinteresse verso temi che mi parevano di interesse generale. In quei passaggi de Martino sottolinea che quel che appare irrazionale deve essere compreso cercando di capire e di accedere alle sue ragioni. Ne parla come di un sapere contenuto in una coscienza apparentemente incomprensibile e inconsapevole, capace di una razionalità propria anche se non appare tale, e infine parla di «funzione esistenziale positiva di certe forme che si esprimono irrazionalmente», e di «carica protettiva e forza mediatrice di “stare nella storia come se non ci si stesse”».

Questo spunto demartiniano mi ha fatto pensare ad una dichiarazione del Presidente Mattarella sulle recenti irruzioni giovanili nelle lotte sociali che riporto qui di seguito. «Occorre un’analisi intelligente e approfondita e va elaborata un’attenta vigilanza in grado di contrastare violenze che sembrano esplodere in modo inatteso da soggetti inediti. Condizione che pone interrogativi su cui riflettere sotto diversi profili».

Invece si è aperto un dibattito caratterizzato da colpevole cecità e sordo spirito repressivo da parte del governo e del mondo dei cosiddetti «benpensanti»

Mattarella invitava inoltre la politica e i responsabili delle amministrazioni a decidersi a connettere le questioni istituzionali e territoriali con una netta spinta alla rinascita delle aree interne: E scrive

«Lo spopolamento di aree, perché meno favorite in termini di sviluppo, di infrastrutture, di servizi, costituisce un freno nel cammino dei prossimi anni, anche sotto il profilo della natalità. Al contrario, una migliore valorizzazione delle nostre molteplicità e diversità può dare all’Italia maggiore dinamismo, maggiore crescita, migliore qualità della vita. Contrastare lo spopolamento, ridurre la migrazione forzata dei giovani, valorizzare borghi e territori che rischiano l’abbandono è una grande missione nazionale, a cui le istituzioni, nel loro insieme, devono dedicarsi, affermando il comune impegno a servizio dei cittadini».

Spero che Sartre non si indigni per questa mia torsione del suo pensiero in una direzione che non avrebbe immaginato. Ma per me quella frase On a raison de se révolter è anche un viaggio nelle memorie degli anni ‘70. Sartre che dialoga con Fanon, Sartre che sostiene il Réseau Jeanson nella difficile ma vittoriosa battaglia per coinvolgere tutta la Francia nella scelta della fine del colonialismo e della violenta repressione in Algeria. Una situazione di Liberazione Nazionale (FLN) che ha analogie non secondarie con ciò che accade a Gaza e in Cisgiordania, dove le parole terrorismo e antisemitismo sono usate dal governo israeliano in modo davvero falso e inappropriato. Le stragi compiute dall’esercito francese in Algeria non differiscono dalle stragi e dal tendenziale genocidio dell’esercito israeliano a Gaza e in Cisgiordania. L’antisemitismo è praticato da Israele in modo strutturale verso i palestinesi, perché questi sono semiti quanto lo sono gli israeliani. Il terrorismo oggi è praticato essenzialmente dagli Stati e dai governi che ignorano in modo sistematico la legislazione internazionale e fanno un uso arbitrario e distruttivo della forza verso le popolazioni civili.

Il “terrorismo” è l’uso premeditato, sistematico e illegittimo della violenza e della minaccia (attentati, sequestri, stragi, sabotaggi) volto a incutere un forte stato di terrore in una popolazione o in un gruppo specifico, allo scopo di raggiungere obiettivi politici, ideologici, religiosi o sociali (Wikipedia)
Netanyahu, Trump e Putin

Netanyahu, Trump e Putin

Questa definizione di terrorismo fa pensare a Trump che rapisce il Presidente del Venezuela, che bombarda l’Iran, che si avvale di bande criminali istituzionalizzate contro gli immigrati. Fa pensare a Netanyahu che elimina fisicamente i palestinesi presenti su un territorio illegalmente occupato. Fa pensare a Putin e alle stragi in Cecenia, ma anche in Siria, allo scatenamento della guerra in Ucraina con l’uccisione quotidiana di civili. Non a caso questi tre esecrabili personaggi sono condannati dai tribunali internazionali ma con l’arroganza del potere ignorano e disprezzano queste condanne.

Il potere definisce le lotte sociali giovanili di questi giorni come operazioni effettuate da criminali ed è incredibile vedere la sproporzione rispetto ai veri criminali mondiali. Ricordo che negli anni ‘70 i servizi d’ordine dei movimenti tenevano sotto scacco la polizia; gli autonomi giravano armati nelle manifestazioni di piazza. In quegli anni un generale tentò un colpo di Stato, la destra fascista fece attentati che sono costati centinaia di vite. Questo per ricordare da quali radici vengono le critiche più velenose di questi giorni.

Penso che non sia difficile capire il senso dello sfasciare le vetrine e della manifestazione della propria rabbia. Ora giornalisti e politici si sciacquano la bocca nel chiamare criminali quei giovani e non capiscono ma neanche cercano di capire, anzi fanno diventare oggetto di razzismo quei giovani, quei “maranza”. I giovani di tutte le generazioni e di tutte le nazionalità detestano la polizia. Probabilmente è il loro primo impatto con le istituzioni che non si è mai manifestato gentile, come potrebbe e dovrebbe invece essere. Per molti giovani – in tempi diversi – le manifestazioni di piazza e i conflitti con le forze dell’ordine sono stati riti di iniziazione al protagonismo. Oggetto di narrazioni quasi leggendarie. Queste grandi manifestazioni di giovani, ai cui margini ci sono le vetrine rotte, sono un evento nuovo, sorprendente, forse anche transeunte, ma è chiaro che sono una critica pratica al nostro tempo e al nostro modo di vivere. Un fenomeno che ha attraversato l’Europa, fenomeno da comprendere senza né esaltare né minacciare, perché in esse può esserci forse un modo ancora ignaro e opaco del nostro domani.

9788829037551De Martino again 

Ho fatto rifermento a De Martino e ad alcuni suoi passaggi relativamente alla irrazionalità, che deve cercare di essere compresa nelle sue ragioni. Ma proprio in questo mese De Martino torna in campo con una poderosa biografia critica realizzata da Fabio Dei e da Antonio Fanelli. Si tratta di Ernesto de Martino. Una biografia intellettuale, Roma, Carocci, 2026 (pagine 980, 59 euro).

De Martino è ancora e di nuovo una risorsa, straordinariamente buono per pensare. 

Ogni tanto apro un occhio 

…………….
ogni tanto apro un occhio
ma lo richiudo subito
 
intorno è nebbia
 
che il mondo
è meglio
non vederlo 
(Attilio Lolini: da “I resti di Salomè”, El Bagatt, 1983, qui in fondo, nelle pagine del CIP, rubrica Poeti in margine) 

Si può tacere sugli orrori del mondo? Io, che non sono in grado di sopportare quel che succede, me la prendo tutti i giorni con i giornalisti che – salvo casi particolari – non sanno, o hanno paura di dire la verità, o prendono ordini, per cui raccontano l’incredibile, lo scandaloso, come se fosse normale. Normalizzano il pazzesco, l’abnorme, l’inumano.

Parlo soprattutto dei telegiornali e dei corrispondenti dall’estero che mi creano un disagio, una fatica di ascoltare, orrore per alcuni personaggi.

Si può tacere, ma non per restare muti. Bisogna maturare un linguaggio capace di parlare della fase nuova in cui siamo, in cui ogni conquista collettiva di pace e di diritti fatta dopo la Seconda guerra mondiale è stata calpestata da tre personaggi davvero selvaggi come Trump, Netanyahu e Putin (i più evidenti, ma non sono i soli). Occorre trovare la forza per parlare con parole mutate da dentro questo mondo mutato, cosa certamente non facile. 

Finché l’incredibile, il violento, il tranciante, il dirompente sarà raccontato come normale, vincerà Trump. E noi non sappiamo scrivere, dire, raccontare, gridare, perché non siamo più capaci e anche perché l’orrore del tempo cambiato è così grande da non potersi esaurire con l’urlo, col pianto né con la finta che qui non è lì e da noi ancora si sta bene. Saremmo noi così a negare quell’universalismo dei diritti che finiamo per rivendicare solo per noi stessi. 

I faraglioni tra Lipari e Vulcano (ph. Piero Lamancusa)

I faraglioni tra Lipari e Vulcano (ph. Piero Lamancusa)

Sguardi d’orizzonte 

Una raison de se révolter è anche quella di guardare verso i luoghi che sono stati messi ai margini, e che stanno cercando di conquistare di nuovo il centro. In questo spazio classico del CIP sono presenti a mio parere tre tipologie di contributi. La prima, con i primi tre testi dell’indice, è una prospettiva panoramica e critica, sguardi d’orizzonte e analisi dei processi generali. La parte più di dibattito e di riflessione sulle tendenze. 

La seconda parte è quella dei reportage dai luoghi, i paesi, le frazioni, i luoghi del riabitare, del resistere, della ‘restanza’. Luoghi diversi e modi diversi di resistere. 

La terza parte riguarda la critica e le pratiche del turismo nelle zone interne e fragili, ma in generale nei luoghi dove si ha una forte ‘coscienza di luogo’ e si vede che il turismo (il desiderio del sindaco italiano medio, salvo quelli delle grandi città d’arte) non è affatto un modo di creare sviluppo, anzi crea dipendenza, trasformazione in direzioni negative, privilegio di alcuni settori su altri, il contrario di forme di autosufficienza economica, green communities, etc. 

Questo tema, aperto dal Sindaco di Lipari e coinvolgente le isole Eolie e il Sud, vuole essere un avvio di una riflessione costante, sempre più adeguata ai problemi del mondo delle aree interne. 

Terre altre 

Pazzagli analizza il mondo delle montagne dove per il futuro non servono interventi assistenziali, ma investimenti strategici per riabitare i borghi, garantire i diritti fondamentali (sanità, scuola, mobilità) e sostenere un’economia produttiva e rispettosa della natura. Solo così le “terre alte” potranno diventare “terre altre”, offrendo al Paese un modello di sviluppo più equilibrato. 

Letizia Bindi analizza il ripopolamento delle aree interne, inserendole in una visione critica di cittadinanza integrata. Il ritorno è un processo complesso e intermittente che necessita di infrastrutture territoriali adeguate, come gli Uffici degli Arrivi e dei Ritorni sperimentati a Castel del Giudice, capaci di favorire soggiorni, lavoro, studio e investimenti. Le politiche di ripopolamento non devono contrapporre gli italo-discendenti ai nuovi immigrati residenti, ma coniugare la memoria diasporica con i diritti territoriali, l’abitare e una coesione sociale inclusiva per chiunque scelga di vivere e investire in questi territori. Una proposta anche pragmatica legata alle esperienze di Castel del Giudice. E che fa pensare per opposizione paradossale al tema cieco, autolesionista e xenofobo della ‘remigrazione’ agitato dalla destra politica. 

Il saggio di Letizia Bindi e Michela Buonvino analizza criticamente le politiche di rigenerazione per le aree interne italiane, evidenziando come la forma-bando e la cultura dell’audit non siano meri strumenti amministrativi ma tecnologie politiche che ridefiniscono il governo territoriale. Attraverso processi di commensurazione e indicatori di prestazione, la complessità sociale viene tradotta in problemi tecnici, imponendo una grammatica del futuro anteriore basata su scadenze e milestone con il rischio di estetizzazione e “borghizzazione” delle identità locali. Il tema del turismo è ben in evidenza. 

scatolalatta2017-293x300Palmo a palmo 

Negli scritti dai territori c’è una varia casistica delle forme di ripresa e resistenza: dal ruolo dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali (PAT) come beni culturali e motori di sviluppo per le aree interne, nel caso del comune di Fiamignano nel Cicolano (Rieti), in cui si manifesta una concreta saldatura con l’imprenditoria giovanile generando nuova occupazione e portando la tradizione fuori dai confini locali (Adriani e Cianetti). 

Il contributo di Linda Armano esamina il Consorzio Mascherai Alpini, un’associazione nata nel 2002 che riunisce intagliatori di maschere lignee tradizionali provenienti dall’arco alpino e da aree limitrofe, tra cui Italia, Austria, Slovenia e Svizzera. La sfera e il ruolo dell’artigianato per le politiche del riabitare mostrano le forti sintonie tra piccole comunità e potenzialità delle attività artigiane/artistiche. 

L’articolo di Paolo Nardini esplora il legame profondo tra memoria collettiva, narrazione personale e rigenerazione dei piccoli borghi attraverso due esempi principali: il recupero di San Giovanni delle Contee e le storie di vita vissuta, come i racconti di Mauro sul Casentino e la Maremma, la rievocazione della trebbiatura dei contadini veneti ad Alberese. In particolare, nella frazione di San Giovanni delle Contee (Sorano), di fronte all’abbandono e alla chiusura dei servizi essenziali, la comunità locale guidata ha dato vita a una Cooperativa di Comunità per rivitalizzare il territorio attraverso bandi pubblici e progetti di rigenerazione. 

Il caso de La scatola di latta (Palma) è quello di un progetto culturale basato sulle “passeggiate lunatiche” e sulla pratica del cammino corale per contrastare il turismo di massa, riscoprire i luoghi e far dialogare i saperi teorici con quelli pratici e artigianali. Dalla Puglia ad altre aree del Sud la scatola di latta attraversa anche saperi poetici e letterari, coinvolge memorie di riferimento e cerca di produrre una forte scienza dei luoghi. 

Si tratta di esperienze tra loro molto diverse. Ma nel mondo dei centri che si vengono a costruire in periferia, succede un po’ come nella terra stessa che i contadini dicevano ‘cambia palmo a palmo’ mentre a noi cittadini sembrava tutta uguale. Le storie prodotte, le generazioni attive, le condizioni immigratorie, le scelte dei ritorni cambiano ‘palmo a palmo’ le attività di resistenza e di rinascita. Uno sguardo dall’alto ancora non rende conto dell’insieme se non della certezza che i processi di ritorno sono in atto e che della loro diversità può fruire ciascuno in uno scambio utile e forse necessario. È anche questo il senso del raccontare le esperienze. 

 

Roma, Fontana di Trevi e turisti

Roma, Fontana di Trevi e turisti

Basta col turismo 

Le Eolie, stravolte anche dalla location dal Colossal Odissea, sono da tempo coinvolte in pratiche di overtourism e di crisi della sostenibilità ambientale. Il problema principale è rappresentato dai flussi giornalieri “mordi e fuggi” da Calabria e Sicilia (oltre 2.000 passeggeri per regione), concentrati soprattutto a Panarea e Stromboli, che si sommano alla vulnerabilità vulcanica e climatica del territorio. Per risolvere queste problematiche, il Sindaco di Lipari, Riccardo Gullo, propone di passare a un turismo di qualità e di lunga permanenza, puntando sulla destagionalizzazione attraverso quattro ambiti chiave: turismo religioso, culturale e della memoria, termale e naturalistico. Il piano prevede inoltre di limitare il consumo di suolo, migliorare i collegamenti e i servizi, valorizzare l’enogastronomia e l’artigianato locale, e applicare rigorosamente il “Piano Strategico per il Turismo Sostenibile delle Isole Eolie” condiviso dai quattro comuni dell’arcipelago. 

Ecco i grandi temi della critica al turismo e di una possibile prassi alternativa legata alla programmazione. 

Il testo di Lamancusa e quello di Sangineto sono fortemente caratterizzati dalla critica al turismo come scelta di impresa che guarda solo al profitto e distrugge senza pietà i territori, con le logiche estrattive e speculative proprie delle geografie del profitto. Questo processo di sfruttamento genera uno “spossessamento” delle comunità locali e del loro legame identitario con l’ambiente, trasformando il territorio in spazio mercificato, compromettendo così l’equilibrio ecologico e culturale di un patrimonio unico. Lamancusa per la Sicilia tra Milazzo e le Eolie e Sangineto per la Calabria ricordano che il turismo viene presentato acriticamente come unica via di sviluppo, ma si rivela un modello di saccheggio che consuma il territorio, il paesaggio e la storia anziché generare ricchezza strutturale. La trasformazione degli immobili in alloggi turistici e affitti brevi alimenta la finanziarizzazione e la gentrificazione, espellendo i residenti e riducendo la casa a merce d’investimento. Sono scenari dei quali ormai si discute ovunque perché lo spossessamento delle abitazioni nei centri urbani da parte di grandi investitori che puntano sul turismo sta creando un gigantesco problema sociale. 

Vorrei che queste riflessioni sul turismo continuassero nel CIP sempre più circostanziate e ricche di casistica, di esperienze fatte oltre che di critica dei modelli correnti. Sono temi che debbono arrivare largamente ai sindaci, e aiutarli a capire che lo sviluppo locale non può e non deve basarsi sul turismo e che quest’ultimo è una risorsa importante ma complementare e va gestita con grande attenzione. 

Museo del Lino di Pescarolo

Museo del Lino di Pescarolo

Musei e paesi 

In questo numero del CIP abbiamo separato le riflessioni sui musei, che per lo più trovavano residenza nel CIP, in una sezione a sé stante. Da un lato con la speranza che crescano questi contributi e diventino una sezione fissa di Dialoghi Mediterranei, dall’altro con l’esigenza di concentrare l’attenzione su questi temi che sono importantissimi per lo sviluppo locale che hanno anche problematiche e discussioni proprie. Segnalo che tra questi nove interventi ci sono segni del più grande mondo e della storia dei musei. Il testo di Merisi, che racconta del Museo del lino di Pescarolo, porta le tracce della mia generazione e un comune ‘pianto funebre’ sul destino dei musei progettati negli anni ‘70. Un testo a suo modo epico, figlio di una importante esperienza, infine negata da una giunta comunale di destra (ma poteva forse anche esser di sinistra) che non ne capiva il senso o solo voleva dire, come succede, che comandano loro. È un testo che condivido molto. Gli altri sono vivacemente giovani, discutono nel merito del grande dibattito internazionale che c’è oggi sul ruolo attuale dei musei, e accompagnano nuove generazioni di musei e di museografi mostrando il fenomeno della continua morte e della continua nascita di esperienze museali diffuse. 

Christian Raimo

Christian Raimo

Botte da orbi 

Questa estate Christian Raimo, un docente e critico delle politiche scolastiche, ma anche intellettuale a tutto campo, ha criticato il mondo dei piccoli paesi, quello del quale qui ci occupiamo, come decaduto e davvero marginale. Ne è nata una grande discussione aperta da Arminio che era stato chiamato in causa. Una discussione tutta su Facebook. Forse ne farò una sintesi nel prossimo numero del CIP, perché la ampiezza che ha avuto è stata rappresentativa di un vero (raro) dibattito. Raimo però ha raccolto tutte le critiche ricevute ad agosto e ha scritto a settembre: 

«Qualche settimana fa ho scritto un post sbrigativo. Criticavo l’idea di sostituire Rai Scuola con un canale intitolato Italiana, dedicato all’identità, ai territori, ai borghi. Non sopporto qualunque forma di retorica sull’identità italiana e ho scritto che nei paesi, tolto l’overtourism, restano il razzismo, il maschilismo e l’alcolismo. Era chiaramente un’iperbole. L’ho scritto mentre ero alla fine di un pellegrinaggio in una valle lombarda. Avevo visto cose meravigliose e, insieme, un abbandono che non mi aspettavo su quella scala». 

Continuate a leggere (https://www.facebook.com/christian.raimo.7). Chi vuole può leggere il dibattito all’inverso a partire dal 3 settembre del profilo Fb di Raimo verso l’agosto e i tanti interventi che ci sono stati.  

Comunque Raimo ne esce bene nel senso che, cosa imprevedibile anche in un accanito polemista come sembra, si scusa. 

Bologna, Gli scontri tra la polizia e gli studenti

Bologna, Gli scontri tra la polizia e gli studenti

Il dito e la luna 

La nostra presidentessa del Consiglio ha ringraziato il ministro degli interni e le forze di polizia e dell’esercito per avere contenuto le manifestazioni dei giovani e degli studenti. Elogiare il contenimento vuol dire ignorare il contenuto. Quasi mezzo milione di manifestanti 5000 identificati 371 fermati di cui 110 minorenni, 9 persone arrestate. Il governo cerca di applicare subito i decreti sicurezza che tendono a far diventare i manifestanti dei delinquenti e a scoraggiare la protesta pubblica e in prospettiva impedirla. È proprio quello che Meloni fa, pur cambiando il tailleur ogni volta: ignorare le manifestazioni, vedere solo le vetrine e le bombe carta, intimorire chi protesta. 

Si è parlato di 400.000 studenti in tutta Italia, in lotta per il caro vita, il caro abitazioni, la scuola, le violenze di Gaza. Piantedosi e la Meloni si sono autocongratulati ma hanno fatto credere che ci fosse stato come evento lo sfascio di alcune vetrine, non una manifestazione politica grandiosa e imprevista che criticava le politiche sociali del governo. È un po’ come nel detto che riguarda chi indica la luna e guarda solo il dito e non la direzione indicata: “Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito”. 

Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026

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Pietro Clemente, già professore ordinario di discipline demoetnoantropologiche in pensione. Ha insegnato Antropologia Culturale presso l’Università di Firenze e in quella di Roma, e prima ancora Storia delle tradizioni popolari a Siena. È presidente onorario della Società Italiana per la Museografia e i Beni DemoEtnoAntropologici (SIMBDEA); membro della redazione di LARES, e della redazione di Antropologia Museale. Tra le pubblicazioni recenti si segnalano: Antropologi tra museo e patrimonio in I. Maffi, a cura di, Il patrimonio culturale, numero unico di “Antropologia” (2006); L’antropologia del patrimonio culturale in L. Faldini, E. Pili, a cura di, Saperi antropologici, media e società civile nell’Italia contemporanea (2011); Le parole degli altri. Gli antropologi e le storie della vita (2013); Le culture popolari e l’impatto con le regioni, in M. Salvati, L. Sciolla, a cura di, “L’Italia e le sue regioni”, Istituto della Enciclopedia italiana (2014); Raccontami una storia. Fiabe, fiabisti, narratori (con A. M. Cirese, Edizioni Museo Pasqualino, Palermo 2021); Tra musei e patrimonio. Prospettive demoetnoantropologiche del nuovo millennio (a cura di Emanuela Rossi, Edizioni Museo Pasqualino, Palermo 2021); I Musei della Dea, Patron edizioni Bologna 2023). Nel 2018 ha ricevuto il Premio Cocchiara e nel 2022 il Premio Nigra alla carriera.

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