La poesia epica tuareg in età postcoloniale. L’ Ameruuka di Khammani

  copertinadi Ada Boffa

La poesia epica tuareg subisce una profonda trasformazione in età postcoloniale, assumendo le forme di una vera e propria satira politica, il cui obiettivo è quello di denunciare le nuove problematiche sociali, sorte dal delineamento dei nuovi confini geografici e dallo sfaldamento della società tradizionale.

Prima di riportare il poemetto satirico di Khammani è necessario fare un breve excursus sul contesto storico e sociale in cui si inserisce. A partire dal 1969 sino al 1974  il Niger fu colpito da una nuova siccità e dall’avanzata della desertificazione, intendendo per desertificazione la definizione che ne dà il Bernus: «come un cambiamento della vegetazione e non come una trasformazione in deserto o una sterilizzazione irreversibile» [1].

Ai cambiamenti climatici si aggiunse anche l’eccessiva attività di transumanza che andava ad infierire sulla scarsità di vegetazione. Le piante più colpite furono proprio quelle dei grani pregiati: sorgo e miglio. Di conseguenza si era costretti a ripiegare sui grani selvatici che, seppur avevano un sapore amarognolo, salvavano gli uomini dalla carestia [2]. In questo periodo molti furono gli interventi e gli aiuti internazionali che auspicavano un risanamento della situazione per mezzo di nuove tecniche agricole e di un maggiore controllo della transumanza. Gli Stati Uniti d’America intervennero principalmente sulla parte orientale del Niger, nelle regioni tra Abalak e Aderbissinat, stipulando un accordo di Range management che prevedeva l’insegnamento di tecniche agricole e di produzione animale alle popolazioni autoctone [3].

Nell’attesa di attuare il progetto di Range management venivano effettuate delle distribuzioni giornaliere di sorgo di cui parla il poeta enad dei Kel Dinnik, Khammani. Nel 1969 ad Abalak, Khammani, anziano rispettato della tribù, si trova a dover riscuotere la sua razione di sorgo quotidiana. All’alba sella il cammello, si dirige dal capo del luogo e attende il suo turno, nel frattempo assiste ad una scena orribile: la gente del suo popolo è in preda alla fame e si agita per poter prendere ciò che le spetta. Khammani è impietrito dinanzi ad un simile spettacolo,la disperazione e la povertà minano la dignità umana e ancor più la fratellanza. Ma il suo turno non arriva, il capo del posto non gli dà la razione che gli spetta e, pur di mantenere integra la propria dignità, lui decide di ritornare a casa senza cibo.

.Piantagione di sorgo

Piantagione di sorgo

È di notte che Khammani scriverà questa poesia satirica quando, in preda all’insonnia ed all’umiliazione, deciderà di offendere pubblicamente colui che gli ha negato il sorgo. La poesia si intitola Ameruuka, termine coniato da Khammani per indicare il sorgo americano. Questa rientra nel genere delle tesaawit n abayak (poesia satirica) il cui valore sociale è di grande importanza perché segue uno specifico rituale narrativo. Quando una persona si sente oltraggiata può pubblicamente ricambiare l’offesa recitando un poemetto satirico. Difatti, lo stesso termine abayak deriva dal verbo ebeyek (sign. “dire male di qualcuno”; “ infangare il suo amor- proprio”; “caricarlo di disonore pubblicamente per diminuirne il prestigio”). Essendo Khammani un enad, ovvero un poeta-artigiano, l’unico modo per potersi vendicare contro qualcuno socialmente più forte è stato quello di recitare pubblicamente questa poesia. Se chi ha commesso l’offesa vuole che la poesia non venga più recitata è obbligato a pagare una sorta di riscatto in cambio del silenzio.

Tutto ciò dimostra il valore della satira come arena sociale dove ripristinare il codice d’onore. Khammani usa l’arma della parola per difendersi [4]:

  1. A voi rivolgo le mie parole, Donne di questo paese.
  2. Ieri, senza dormire, sono rimasto seduto [ sveglio ] tutta la notte,
  3. Sbadigliando, crucciandomi, non ho mai smesso di pensare
  4. – Senza trovare un minimo di riposo, fuggito [ormai] il sonno –
  5. A questo sorgo americano di cui non resta altro che il rumore.
  6. Io ero [montato] sul mio cammello quel giorno;
  7. Quando hanno distribuito il sorgo, io sono rimasto seduto,
  8. Io ho guardato [aspettato] fino alla fine, ma senza ottenere nulla.
  9. Il capo del luogo, dal quale non subirò [sarò disposto a subire] violenza alcuna
  10. pur di ottenere una razione di sorgo d’America!
  11. Io so ancora difendere la mia dignità davanti agli altri.
  12. Allora ecco Satana che si avvicina e mi dice:
  13. “Eh! bene, ti hanno depredato, mio povero amico!”
  14. “ Io lo so bene, Satana, gli rispondo,
  15. “Il rispetto verso il prossimo è caduto nell’oblio;
  16. “Gli uomini che lo hanno fatto, sono morti ormai.
  17. “Io mi metto a piangere al loro ricordo!”
  18. “Allora, mi ha detto Satana, lasciati derubare!” [fai in modo che continuino ad impoverirti]
  19. Noi abbiamo legato le nostre selle e siamo partiti.
  20. A Dio, al nostro Padrone, noi ci siamo affidati
  21. Per cercare i benefici che il suo favore [egli] [ci] ha promesso
  22. Il fonio, di cui ci hanno fatto dono, è sufficiente,
  23. Con la mia vacca buona per la mungitura oggi, A mio agio, in pace, io sono libero da tutte le preoccupazioni.
  24. Queste sono le mie parole sul sorgo americano [5].

Il poema presenta le formule di apertura e di chiusura tipiche delle tesaawit. Tutto ha inizio con il consuetudinario prologo rivolto alla donne, stavolta non solo della tribù ma del paese intero. È indubbio il rapporto diretto con il pubblico e ciò è sottolineato dal fatto che nella versione originale del testo in dialetto tawellemmet, il secondo verso presenta l’espressione “dico a te”. Ciò fa pensare all’esistenza di un interlocutore diretto cui si sta rivolgendo Khammani oppure ad un artificio puramente estetico creato dall’autore per avvicinarsi al pubblico.

Il prologo è ricco di riferimenti temporali e assume le sembianze delle antiche poesie epiche o d’amore dove di notte l’uomo è colto da pensieri che non lo lasciano riposare. Quest’immagine è molto simile ad una poesia del celebre Rabidin che è ugualmente insonne perché in preda alla passione amorosa.

Preparazione-del-sorgo

Preparazione del sorgo

Secondo Aghali-Zakara molti sono i riferimenti e gli influssi dell’antica qasida preislamica. Come un guerriero che si allontana dall’accampamento dell’amata (ahal) così Khammani sella il suo cammello alle prime luci dell’alba per dirigersi dal capo del posto (v.6). Terminato il prologo e la scena idilliaca, l’atmosfera si interrompe con la reazione di rabbia del poeta in merito al fatto di non aver ricevuto il sorgo (vv.7-11). È da questo momento che si innesca la vena satirica del poemetto, ovvero il dialogo tra il poeta ed Iblis, il diavolo (vv.12-18). L’elemento del sovrannaturale serve stavolta come rappresentazione esteriore della rabbia provata dal poeta. Egli è una sorta di alter ego, non incarna né la tentazione né la malvagità. Anzi questo dialogo serve ad elevare il livello del discorso, portandolo all’astrazione, alla riflessione sui sentimenti umani. Se, in un primo tempo il poeta era in preda alla rabbia, con l’arrivo di Iblis, il poeta cambia tono e dalla collera passa alla nostalgia dei tempi passati (vv.15-17). Più che un dialogo questo è facilmente interpretabile come un monologo interiore, un’amara considerazione sulla vita che addolora così tanto il poeta, da farlo cadere in lacrime (v.17). Le ultime parole del dialogo sono lasciate a Iblis mentre Khammani rimonta in sella al cammello e si allontana (v.19).

La poesia si chiude con l’invocazione a Dio e la pace ritrovata del poeta, il quale anche se non può cibarsi del sorgo ha a disposizione i doni che il Signore gli ha offerto: grano e latte di mucca (vv.20-23). Il tutto si conclude con la formula di chiusura (v.24).

Il poema traduce una condizione di tensione sociale. La fame ha annullato il rispetto delle regole comportamentali e il poeta si trova vittima di una grave situazione di disonore. Khammani sceglie di non usare la violenza né per accaparrarsi del sorgo né per scontrarsi con il capo. Tale decisione è dovuta al valore morale dell’asshak (sign: “decenza”) ovvero il saper mantenere un comportamento onorevole in tutte le circostanze. Se Khammani avesse reagito come gli altri, sarebbe andato contro questo principio. Anche il capo, dal canto suo, ha violato il codice comportamentale,moni (sign. “nobiltà obbligata”) quando una persona gode di un prestigio sociale e lo sfrutta in determinate circostanze per aiutare il prossimo. Se Khammani non ha chiesto espressamente il sorgo è per mantenere la sua asshak, di conseguenza doveva essere compito del capo amministrativo. Inoltre a ciò si aggiunge anche il fattore “età”. Nella società tuareg le persone più anziane godono di riconoscimento e rispetto. Il capo era un giovane ragazzo che non ha consegnato il cibo ad un uomo più grande di lui. È su questa scarsa considerazione dei ruoli sociali che Khammani depone la propria riflessione.

Si può ben affermare che il poema rappresenta la catarsi del personaggio: dall’ira alla riflessione con il proprio alter ego Iblis, al raggiungimento della pace interiore con l’affidamento a Dio ed il distacco dai beni materiali. Il carattere essenzialmente parodistico non è altro che la maschera di una profonda sofferenza sociale.

Dialoghi Mediterranei, n.23, gennaio 2017
Note
[1] E. Bernus, Touaregs nigeriens, L’Harmanattan, Paris 1993: 441.
[2] G. Castelli- Gattinara, I Tuareg attraverso la loro poesia orale, CNR, Roma 1992: 697.
[3]  E. Bernus, op.cit.:450.
[4] M. Aghali Zakara, P. Galand-Pernet , Disette et dignite. Un poeme nigerien en berbere, dans Littérature orale arabo-berbère, n.8 (1977): 174-205.
[5] Si noti che il testo riportato è una traduzione letterale del testo francese di M. Aghali  Zakara, Galand-Pernet.
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Ada Boffa, attualmente insegnante d’italiano L2 ed esperta di Studi Berberi, ha conseguito il titolo di Laurea Magistrale in Scienze delle Lingue, Storie e Culture del Mediterraneo e dei Paesi islamici, presso l’Università degli studi di Napoli “L’Orientale”, discutendo una tesi in Lingua e Letteratura Berbera: “Temi e motivi della letteratura orale berbera: racconti tuareg dell’Aïr”, svolta in collaborazione con tutor esterno presso l’Università di Parigi, INALCO. Ha partecipato al convegno ASAI, Africa in movimento (Macerata 2014), presentando un paper sulla favolistica tuareg.

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