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La pistola di legno di Samuel Kelfmann

La pistola di Mauthausen

La pistola di Mauthausen

di   Nino Giaramidaro

È lì, dentro una bacheca simile a quelle “Rompere il vetro in caso di…”, sopra un foglio che in stile attico ne racconta la storia, anzi la tragedia – una delle tante perpetrate tra i fili spinati, i casermoni, i fanghi, la fame nera, il lavoro-tortura e la morte appollaiata sulle ciminiere instancabili di Mauthausen, lassù sulla collina dell’Oberdonau, che guarda il bel Danubio blu. Una pistola di legno fra le bambole del Museo del giocattolo Pietro Piraino di Bagheria. La costruì un ebreo francese per il suo bambino Samuel, otto anni e basta (ma come hanno potuto – me lo chiedo ancora con angoscia mentre scrivo – come hanno potuto), perché quel bambino è rimasto fra le centinaia di angeli dello “Stamm lager” di quel Golgota di pietra e granito dell’alta Austria.

Antoine Kelfmann, il fratello Gerard (o David) col figlioletto Samuel, ebrei francesi, erano stati deportati. Famiglia borghese, Antoine era laureato in Storia e filosofia, non erano abituati al nulla. Così Gerard trova un bossolo di grosso calibro, rosicchia pezzi di legno a una baracca, e si procura un po’ di fildiferro, di quello che tiene unite le balle di filo spinato. E la pistola artigianale, la pistola sorriso è fatta.

Ma pochi giorni dopo, gli uomini neri chiamarono padre e figlio per la doccia, la doccia con lo Zyklon B. Quando Antoine andò a cercarli, trovò solo la pistola nascosta fra gli stracci di Samuel.

Gli americani della III armata, a mezzogiorno del 5 maggio dal ’45, entrarono a Mauthausen dalla “Porta mongola” e Antoine era ancora vivo. Andò via a piedi nudi e vestito “alla deportata”. Lungo il cammino per Parigi, mani pietose gli misero sulle spalle un pastrano, trovò anche un paio di scarponi.

giocattoli del museodi Bagheria.

giocattoli del museodi Bagheria.

Pietro Piraino Papoff, palermitano, 25 anni, già sapiente ceroplasta, infiammato dal ’68, lo incontrò nel quartiere latino: lui cenava in un bistrot di Place de la Contrescarpe, il clochard Antoine suonava il violino nella dirimpettaia “Gare” del metrò, e dormiva sulle grate del marciapiedi che emanavano caldi vapori. Pietro gli offriva qualche cena, l’ex deportato coi capelli lunghi e bianchi e la kippah in testa gli suonava struggenti melodie yiddish e raccontava della sua famiglia sterminata, della sua casa distrutta, del lager dove la kapò Edda Scheer stupiva persino le SS per la sua ferocia.

Strinsero un’amicizia che nessuno dei due avrebbe sospettato destinata a un legame mai più sciolto. Non erano accomunati soltanto dalla quotidianità precaria degli artisti di strada: Pietro, fra i mille mestieri ai quali i palermitani non si sono mai sottratti, faceva anche il madonnaro per raccogliere monetine vitali; Antoine, col violino fugacemente ascoltato, perseguiva pure lui spiccioli di generosità. Ma c’era il parlarsi in quel bistrot dal nome perduto; tra le quattro lingue del clochard e il francese e l’italiano dello studente sessantottino c’erano stati corto circuiti, avvisaglie di predestinazioni, inspiegabili convergenze su futilità cariche di valore.

Collezione Piraino

Collezione Piraino

Nel 1975 Pietro Piraino Papoff badava alle sue collezioni di antichi giocattoli, restaurava preziose ceroplastiche e cominciava ad organizzare il suo Museo del Giocattolo che sarebbe sorto in via Bandiera nel ’94. Fu contattato dalla Gendarmerie francese. La polizia gli comunicava che un clochard, identificato per Antoine Kelfmann era stato trovato morto nella Gare di Place da la Contrescarpe, in tasca aveva un curioso giocattolo, una pistola di legno palesemente fatta a mano, e un biglietto. Che diceva: “Lascio questo unico mio bene alla sola persona che mi ha mostrato amicizia, pregandola di tramandarne la memoria”. A monsieur Pietro Piraino.

La pistola di Samuel è stata sistemata in una bacheca, sopra un foglietto che ne narra la storia, affissa ad una parete del museo che, nel 2002, si è trasferito nel palazzo Cutò di via Consolare, a Bagheria. Ma non si può vedere. Il museo è chiuso perché il Comune si è riappropriato dei locali.

E qui comincia un’altra storia, anzi un’altra tragedia siciliana. Quella dei beni culturali e della cultura, della memoria e dei suoi luoghi dimenticati. È stata promessa un’altra sede al museo patrocinato dall’Unesco e dal ministero della Pubblica Istruzione (ora noto sotto altro nome): la Certosa. Pure promessa, però, alla Fondazione Buttitta. C’è da sperare che il bel monumento non rimanga nel silenzio della sua solitudine sino ad una fruttuosa assegnazione per l’appalto di un nuovo restauro, e possa presto ospitare il Museo. E la pistola di Samuel. Che non spara, ma è ancora capace di fare centro nella memoria, sempre più offuscata dalle luci del varietà.

Dialoghi Mediterranei, n.6, marzo 2014

 

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Una risposta a La pistola di legno di Samuel Kelfmann

  1. Sono Pietro Piraino Papoff, proprietario della pistola proveniente da Mauthausen e del Museo del Giocattolo e delle Cere di Bagheria. Colgo l’occasione per proclamare il mio GRAZIE di vero cuore all’amico giornalista Nino Giaramidaro. La puntigliosità e la dovizia dei particolari citati nel suo articolo rivelano una volta di più la sua professionalità e il suo animo di giornalista umano e sensibile che non si lascia scivolare sulla pelle le storie di cui parla ma le fa sue e ne fa partecipi gli altri.Grazie, Dott Giaramidaro. Pietro Piraino Papoff

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