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La memoria sul carretto. Fra pupi e colori

Felice Scirè nel suo laboratorio (ph. Giaramidaro)

Felice Scirè nel suo laboratorio (ph. Giaramidaro)

di Nino Giaramidaro

Se ne sta nel suo laboratorio, assediato da pennelli, colori, tele e tavole “colorite” e non, falsi a regola d’arte, nuovissime giare da anticare con le gesta di Orlando e Rinaldo. Ma, come accadeva al Colonnello di Gabriel Garcia Marquez, nessuno scrive a Felice Scirè, pittore di carretti sopravvissuto alla sua arte. Nemmeno una telefonata, la commissione di un masciddari con l’ingresso di Carlo Magno a Parigi o la fuga della Bella Angelica e Medoro.

Racconta una vita di avventura e di lavoro, iniziata a Castelvetrano e poi con un rincorrersi di itinerari e lontananza la Svizzera e l’Australia. Diversi mestieri, a lungo, che non sono riusciti a debellare la sua passione per la pittura dei carretti, insegnatagli dal padre Tommaso, andato a bottega dai Ducato di Bagheria mentre c’era Renato Guttuso con i primi pennelli in mano.

 Tommaso Scirè in canottiera il figlio Felice e un aiutante all'inizio degli anni Quaranta.

Tommaso Scirè in canottiera il figlio Felice e un aiutante all’inizio degli anni Quaranta

Ma ogni vera passione − dice Sándor Márai − è senza speranza. Felice Scirè, dopo il caffè preso al bar Manzoni e una sigaretta di meditazione, ci conduce nel suo laboratorio, a Castelvetrano. Uno sguardo per farci capire che ha riposto la sua speranza, e ci parla rovistando nella memoria. Lui ragazzino, il padre maestro e gli apprendisti, carretti e carretti che arrivavano nudi e che se ne andavano in tutti i paesi del circondario vestiti del mito, delle epopee più care ai siciliani, delle gesta sfuggite alla letteratura.

Contagiosa più degli untori, la mostruosa memoria incomincia a volare a metà fra cielo e terra, messaggera ostinata e puntuale di fatti accaduti e, soprattutto, mai avvenuti.

Mazara del Vallo, anni fra i Quaranta e i Cinquanta, il cigolìo lancinante risuonava lungo le vie Vittorio Veneto e Umberto I, ogni tanto un colpo di “rollìo”, con un diesis nella monotona tonalità dell’attrito, perché le ruote erano scivolate dentro il solco che decenni di passaggi avevano scavato. Carretti che viaggiavano ovunque nella città, carichi di tutte le merci: dal mobilio di un trasloco ai tufi di una casa da costruire, alle pile di cassette di gazzosa, botti di vino, rifiuti edilizi, sino al letame. Roba sempre debordante dai masciddari, legata con corde e nodi da far sentire offeso un marinaio.

Un duello fra un paladino e un moro dipinto da Felice Scirè (ph. Giaramidaro).

Un duello fra un paladino e un moro dipinto da Felice Scirè (ph. Giaramidaro)

I carretti recapitavano come oggi la Bartolini, l’Ups e decine di altre agenzie con i loro camion e furgoni. Schiocchi di zotta e palle fienose di sterco che segnavano la strada come omini spartitraffico sino all’accendersi del fanale a petrolio legato all’asse, il cavallo o la mula a testa china per la stanchezza e il carrettiere che cominciava a cantare canzoni incomprensibili anche allora, piene di modulazioni che finivano nella tristezza di una saudade da tiro.

I carrumatti, vecchissimi e lunghi, andavano e venivano dalla stazione al trasmazaro, fino ai cantieri Campana e altri fra i ricordi perduti per trasportare i lunghi tronchi che sarebbero diventati chiglie, fasciame, coperte e alberi maestri.

Tutto scandito dalle frustate in aria, dalla nenia rotonda delle ruote e dalle cantate senza ritmo, forse per non accendere il sicarru in quell’ora di bagliori disperati che arrugginisce mare e terra mentre si sta seduti sul bordo del tramonto.

Cantava anche il calzolaio e qualcuno dei barbieri intonati. Ora più nessuno ha voglia di infastidire le note, e nemmeno di raccontare quei cunti fatti di accenti e sospensioni che spesso diventavano sogno sotto il sole basso, allucinazione, miraggio. Nelle strade non si sentono più voci ma registrazioni.

Ape carrozzino dipinto con soggetti dei carretti (ph. Giaramidaro).

Ape carrozzino dipinto con soggetti dei carretti (ph. Giaramidaro)

Non ricordo carretti dipinti in quegli anni mazaresi, nemmeno quelli della domenica erano istoriati: crudi, color terra con aggiogati animali col pelo segnato dalle bardature, persino gli asini campagnoli tiravano qualche carrettino. C’era più colore sul Mazaro, quegli azzurri, bianchi e rossi dei pescherecci e delle barchette. Colori di templi, di un sacro squillante, vistoso eccessivo che però non dava agli occhi. Il mare si “ingrossava” nelle classifiche mazaresi.

Domeniche e festivi, se non c’era collisione con il lavoro, il carretto serviva da auto famigliare; e ne era contento anche il cavallo perché doveva muovere un carico che pesava chili anziché quintali.

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Laterale del carretto dipinto da Scirè negli anni ’50 (ph. Giaramidaro)

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Chiave con scolpita la battaglia Tre contro Tre (ph. Giaramidaro)

Gli ultimi carretti Felice Scirè li ha dipinti all’inizio di questo secolo, da oltre dieci anni nessuno vuole carretti; forse non ci sono più carradori che sappiano costruirli né mastri capaci di scolpire le razze delle ruote, i pomelli dei laterali, le bellissime chiavi con le scene dei “Tre contro Tre”, il combattimento di Orlando, Oliviero e Brandimarte contro Agramante, Gradasso e Sobrino. Figure che spesso sembrano copiate dall’altorilievo del ‘500 sulla facciata della cattedrale di Mazara con Ruggero e il nipote Graffeo lanciati contro gli arabi.

L’opera dei pupi, il ricordo è come un sogno trattenuto per i capelli. Lì, nella chiesetta sconsacrata – forse sant’ Antonio abate − a due passi dalla piazzetta Bagno che, appena chiudeva la farmacia di Fano Barracco, incominciava a inasprirsi di tanfo di vino. Discussioni all’angolo con la via Pescatori: Orlando era troppo làppanu e non poteva essere che, con l’occhiu tortu che aveva, vinceva sempre lui; Rinaldo era un saracu” una murina. Furbo, tanto che quando Cani di Maconza espresse il desiderio di essere squartato da cavalli verdi, il signore di Monte Albano ordinò pennelli e pittura.

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Marinella di Selinunte, Cinquecento dipinta da Scirè (ph. Giaramidaro)

Non erano discorsi da niente: c’erano opranti dilettanti che si rifiutavano di fare cadere Astolfo d’Inghilterra sotto il colpo di Tullintana sferrato dal  principe dei paladini, e pescatori asciutti come sarde, sacripanti con il volto arato dalla salsedine, che uscivano dal teatrino versando lacrimoni intrattenibili per la morte a Lampedusa del valoroso, invincibile e agrigentino Brandimarte, inferta dalla maramalda  mano di Gradasso, lariu e trarituri. Anche dopo avere assistito alla luttuosa sfida reiterate volte.

Era la parola, il cunto con la metrica dello zoccolo, l’alternarsi di urlati e sussurrati che facevano vivere e morire Brandimarte ogni sera.

La decadenza del teatro dell’opra veniva sollecitata da un incipit senza seguito che anche i grandi sempre più spesso recitavano: «Zzarà za zzero, li sordi ti futtèro», per dire, con un’evocazione spadaccina, che i paladini, ancorché valorosissimi, non erano più affascinanti. Il puparo Don Jachilli (don Achille) cercava di dare entusiasmo ritmando una sua elaborata epopea: «Allura Ollanto con un corpo di Tullintana ammazza dumila pacani» – la spietata platea replicava: «Don Jachilli, calari avemu!» E il puparo riduceva sino alla disperazione di soli uno-due infedeli senza nome.

I pupi sfumavano verso lo sfondo, alle soglie della memoria, frequentati da pochissimi biglietti, mentre le maschere del cine teatro Mannina incrementavano il loro da fare perché sullo schermo apparivano Doris Duranti, Gloria Swanson, Alida Valli, Marlene Dietrich molto più belle della Bella Angelica di legno.

Felice Scirè e il collezionista Giovanni Pellicane (ph. Giaramidaro).

Felice Scirè e il collezionista Giovanni Pellicane (ph. Giaramidaro)

Eroi, antagonisti, miti e fantasie avvinti dal corrosivo oblìo sono lì, appiattiti nella memoria di legno dei masciddari, dei portelli, delle chiavi dei carretti “coloriti” e aiutano a pescare dalle acque del Lete personale Marfisa, Rodomonte, Salardo, Oliviero e Ruggero, Bradamante, Marsilio e Falserone, Almonte d’Asia e Malagigi; e anche i nomi di cavalli e armi:Brigliadoro-Vegliantino, Baiardo, Frontino,e Rabicano, il destriero senza peso, e la Durlindana, Fusberta, Gioiosa. Tutti testimoni di un secolo trapassato, con pochi superstiti, dalle passioni ormai stremate.

I carrettieri migravano da un Ottocento attardato abbandonando i cavalli veri per quelli a vapore. E si lasciavano affliggere dalle domande dell’“ingegnere” agli esami di patente. La luce rossa, fioca, lontano nella strada, sopra l’uscio colorato di tannino, non indicava la secolare taverna ma un segnale stradale; anche una mucca dentro un triangolo, una tromba, le stesse persone erano segnali.

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Banchetto del castagnaro alla Cala di Palermo (ph. Giaramidaro)

Il passaggio dalla civiltà del legno a quella del ferro conteneva molte asperità; per esempio, memori dei cavalli che acceleravano sotto lo schiocco della frusta, molti suonavano il clacson e attendevano con certezza pitagorica che gli Hp del camioncino si impennassero.

Vi sono collezionisti in tutta la Sicilia che cercano di trattenere per le aste il passato rotabile in musei casalinghi, garage e anche spiazzi. Dove il legno “colorito” allarga le sue venature e i volti, le armi e le gesta impallidiscono sotto la protezione di caritatevoli ragnatele.

 Filippo Ancona, collezionista di carretti (ph. Giaramidaro)

Filippo Ancona, collezionista di carretti (ph. Giaramidaro)

Filippo Ancona, 92 anni e rotti, lavora ancora con sorprendente alacrità nel suo negozio di cucine a gas e bombole sulla via Mannone di Castelvetrano. Nel garage di casa ha ricoverato due carretti, pezzi sfusi, un calesse, un carro per il trasporto di botti. La sua speranza è che il Comune li acquisti per collocarli in un museo.

Giovanni Pellicane, 86 anni, a cassetta già a 8 anni, dopo i carretti la moto Ape, in un grande capannone ne tiene due: uno dipinto da Felice Scirè, l’altro da Giovanni Russo − rinomato pittore castelvetranese, morto da poco − e tutti gli armiggi della bardatura. Da un tramezzo a giorno spunta la testa di un cavallo che non ci dedica neanche un nitrito, ma sembra rassicurato dalle balle di fieno ammonticchiate lì vicino. Anche la passione dell’ex carrettiere è senza speranza, ormai: chiede una foto con annuncio su Internet per vendere tutto il suo passato.

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Pirandello dipinto da Bruno Caruso (ph. Giaramidaro)

L’arte del carretto, con una tardiva acrobazia, cattura anche i pennelli di Bruno Caruso: il grande pittore, insieme con gli ultimi Ducato, Giuseppe – morto cinque anni fa – e il figlio Michele, ha dipinto un carretto commissionato dal tipografo bagherese Giuseppe Ajello, discendente di carrettieri con rimasugli di passione per questo mestiere che, una volta, conferiva alla zotta poteri di scettro popolare.

Rilucente di colori, ha gli “scacchi” (riquadri nei masciddara e nel portello posteriore) illustrati dalla letteratura siciliana. Caruso ha dipinto pagine di Pirandello e Brancati da un lato, Verga e Sciascia dall’altro; nei tre piccoli riquadri posteriori ci sono Tomasi di Lampedusa, Vittorini, Quasimodo e Michele Amari. Il resto delle pitture è di Giuseppe Ducato e del figlio Michele. Al centro del cassone c’è la testa di Medusa con tutte le sue serpi, una specie di firma di Caruso. Sostituisce il tradizionale San Giorgio che uccide il drago, patrono dei carrettieri. Forse per dire che oramai il Santo non ha più nessuno da salvaguardare. Infatti non c’è nemmeno sulla vecchia Cinquecento, colorita da Felice Scirè e parcheggiata all’ingresso di Marinella di Selinunte come un agguato siciliano per turisti.

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Portello con i volti di Tomasi di Lampedusa, Vittorini, Quasimodo e Amari dipinti da Bruno Caruso (ph. Giaramidaro)

Sì, i colori e le forme del carretto hanno cercato nuove residenze per sfuggire all’oblìo. Prima su qualche camioncino, nei banconcini degli ambulanti, poi sulle moto Ape, ora nei vestiti, scarpe, borse e altri accessori firmati dagli stilisti siciliani Dolce e Gabbana. Ma nulla permane nella stessa forma, nemmeno il carretto siciliano con la sua bellezza orgogliosa, malgrado le passioni commoventi di ultra ottantenni, i pennelli dei pittori immersi nell’acqua ragia come dovessero servire domani, tentativi di musei, sfilate nelle sagre. Il Passato attende il trotto gagliardo del carretto fra gli schiocchi di zotta e l’allegria delle cianciane.

Dialoghi Mediterranei, n.28, novembre 2017

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Nino Giaramidaro, giornalista prima a L’Ora poi al Giornale di Sicilia – nel quale, per oltre dieci anni, ha fatto il capocronista, ha scritto i corsivi e curato le terze pagine – è anche un attento fotografo documentarista. Ha pubblicato diversi libri fotografici ed è responsabile della Galleria visuale della Libreria del Mare di Palermo. Recentemente ha esposto una selezione delle sue fotografie degli anni sessanta in una mostra dal titolo “Alla rinfusa”.

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Una risposta a La memoria sul carretto. Fra pupi e colori

  1. Rosanna Bertuglia scrive:

    Tra nostalgia e poesia le parole di questo scritto si rincorrono in una danza, come inseguendo la musica rassicurante della risacca.

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