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La memoria e il potere nella storia e nell’antropologia

copertinadi Alessandro D’Amato

Studiosi di varia estrazione disciplinare e appartenenti ad almeno tre generazioni di ricercatori si sono confrontati in un convegno, svoltosi a Potenza il 24 e i 25 maggio 2016, attorno al tema della “memoria”, dando vita a un proficuo dialogo tra ‘allievi’ e ‘maestri’. L’ideazione e l’organizzazione dell’evento sono stati curati dagli studenti del XXIX ciclo del Dottorato di ricerca in “Storia, Cultura, Saperi dell’Europa Mediterranea dall’antichità all’età contemporanea”, del DiSU – Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi della Basilicata, sotto la direzione del coordinatore del Dottorato, il filologo Aldo Corcella. Diverse generazioni di ricerca hanno dunque compartecipato, convogliando le rispettive forze attorno a un’esperienza di interdisciplinarietà che non può non essere presa a modello per futuri esempi di tal genere.

Attraverso la diversità degli approcci e delle varie posture assunte ne è scaturito un risultato denso di contenuti di interesse, in grado di declinare l’oggetto di studio, rappresentato dalla “memoria”, sia in termini di patrimonio culturale materiale che immateriale. Gli esiti delle due giornate di studio sono oggi consultabili, grazie alla pubblicazione dei relativi atti, all’interno del volume curato dal già citato Aldo Corcella, I ‘tessuti’ della memoria. Costruzioni, trasmissioni, invenzioni (Edizioni di Pagina, Bari, 2018).

La scelta di focalizzare l’attenzione sul tema della memoria ha inevitabilmente condotto i vari studiosi a restituire un ventaglio di riflessioni spazianti dalla storiografia alla critica letteraria, dalla geopolitica alle neuroscienze, dalla linguistica all’etnoantropologia, dalla filosofia alla psicologia. Del resto, la “gestione politica” della memoria del passato ha indotto e influenzato da secoli le strategie politiche e culturali, dato che, attraverso il controllo della memoria, la storia ci ha dimostrato che numerosi regimi sono stati in grado di compiere vere e proprie manipolazioni delle identità nazionali, infondendo valori, credenze, miti e presunte certezze su cui costruire il proprio consenso. Non vi è nazionalismo che non abbia percorso tale traiettoria.

Naturalmente, tuttavia, parlando di memoria non ci si può limitare all’ambito del nazionalismo o della politica in genere, sebbene questo tema sia ovviamente presente in alcuni tra i testi contenuti dagli Atti. Ne è un esempio il contributo di Donata Violante che, nel proprio titolo, richiama significativamente «la memoria del potere e il potere della memoria», riferendosi ad alcune iscrizioni greche comprese tra il I sec. a.C. e il V sec. d.C., le quali risultano fondamentali per la comprensione delle complesse dinamiche intercorrenti nel rapporto tra la gestione della memoria e il raggiungimento del potere politico, economico e sociale, grazie a un capillare sistema di divulgazione delle azioni in favore della comunità, messe in atto da alcuni dignitari nel mondo greco-romano [1].

Per rimanere nell’ambito delle culture classiche, il saggio con cui il volume si apre, a cura dello storico e filologo Luciano Canfora, è costruito attorno alle vicende dell’Antologia greca, raccolta manoscritta che comprende epigrammi e componimenti poetici raccolti in epoca bizantina allo scopo di salvaguardarne la memoria. Una raccolta che, nel corso dei secoli, è stata oggetto di numerose e, in alcune circostanze, curiose vicende. Grazie alla sua lettura, si comprende la portata culturale della civiltà bizantina, se messa a confronto con il coevo mondo occidentale, lungo una traiettoria che, percorrendo il Mediterraneo, mostra come gli equilibri di potere e di valori culturali abbiano subìto manifesti rimescolamenti.

1All’interno del suo saggio, Fabio Donnici prende in considerazione dei mosaici di epoca tardo-antica rinvenuti nell’attuale Lucania, espressione di un’importante tappa storica della cultura musiva, in tal senso diffusamente presente in tutto il Mediterraneo, che va a costituire una fondamentale testimonianza delle dinamiche di interscambio culturale storicamente registrate in questa vasta area geografica.  Di non minore interesse e importanza, per citare un altro esempio, il ruolo esercitato dalla pubblicistica nella fase iniziale dell’epoca risorgimentale. Melissa Chantal Salerno, in “L’Amico della Costituzione” nello snodo risorgimentale 1820-1821, rileva il cruciale contributo offerto dalla stampa periodica nel veicolare il successo della nuova ideologia unitaria e del modello costituzionale quale ‘cavallo di Troia’ per il raggiungimento dell’obiettivo risorgimentale. Analogamente, nell’area lucana, viene citato l’apporto offerto da periodici come il «Corriere lucano», la cui diffusione concorse alla trasmissione di valori e ideali legati all’ampliamento del suffragio e all’introduzione di una forma obbligatoria di istruzione pubblica (Alessandro Albano, Nella difficile ‘costruzione’ dell’Italia post-unitaria. La voce del «Corriere lucano») [2].

Di estremo interesse risultano i saggi che testimoniano il potere mnemonico del patrimonio culturale immateriale, costituito da un insieme complesso e multiforme che veicola, mediato dalla lingua (spesso da quella locale, più ancorata al senso di comunità di quanto non lo sia la lingua nazionale, considerata “buona da pensare” e “da parlare” nelle comunicazioni di tipo burocratico-istituzionali), un circuito composito di idee, tradizioni, modalità espressive e rituali. Ad esempio, ne Il suono del ricordo, di Giovanna Memoli, i “repertori dialettali” «costituiscono una memoria preziosa per la storia di un popolo», tanto da essere riconosciuti, in alcune circostanze, come aventi “notevole interesse storico”. Soprattutto, ciò avviene laddove, in assenza di un corpus omogeneo e definito di testi scritti, la trasmissione orale di formule rituali, canti devozionali, filastrocche, poesie, narrazioni ecc., può garantire la sopravvivenza, tramite una condivisione intergenerazionale, di un patrimonio di inestimabile valore. Di non secondaria importanza, in tal senso, la salvaguardia – che ne deriva – di lemmi, modi di dire, proverbi altrimenti destinati all’oblio definitivo. Al riguardo, il portato culturale di usi, costumi e rituali della tradizione contadina (indagati da Francesco Villone in Conservazione e trasmissione delle memorie tradizionali: per dare un futuro al nostro passato) costituisce un ensemble di “memorie locali” da tutelare, salvaguardare e, se possibile, valorizzare. Agiscono in questo senso gli sforzi esercitati negli ultimi anni dai numerosi autori e collaboratori degli Atlanti linguistici regionali italiani. Grazie a una capillare rete di ricercatori, impegnati in inchieste svolte a tappeto sui vari territori regionali, l’obiettivo non è soltanto quello di censire in modo puntuale e dettagliato gli elementi linguistici caratterizzanti i singoli territori regionali, ma di fornire anche un indispensabile strumento di salvaguardia e conservazione di una memoria linguistica altrimenti messa a dura prova.

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Trina, particolare

Ci dà un’ulteriore conferma di quanto appena detto la lettura del contributo di Aldo Masullo, Crisi fenomenologiche e antropologia della paticità, laddove si legge che «il monumento [inteso come “monumento identitario”] si costruisce perché vi è una vita intersoggettiva, cioè i ricordi di ognuno richiamano quelli di altri in un’illimitata reciprocanza, e così si rinforzano e si fondono», consentendoci in tal modo la comprensione dei meccanismi soggiacenti alla trasmissione culturale di questo patrimonio intangibile.

Ad ogni modo, a questo punto dovrebbe essere sufficientemente chiaro che ciò che appare come un punto fermo dal quale non poter prescindere è il legame tra la memoria e l’identità: «Che cos’è, infatti, la memoria se non la traccia che consente la costruzione di un’identità?», si domanda opportunamente Claudia Preziuso in Temporalità e individuazione. Il ruolo della “ritenzione” nella fenomenologia husserliana. E la risposta, implicita, risiede in quel concetto di “identità narrativa” la quale dinamicamente alimenta sé stessa facendo ricorso a un processo continuo di rimemorazione del proprio passato [3]. È la memoria, dunque, a costruire i singoli soggetti, tanto individuali quanto collettivi, come entità dotate di una propria storia.

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Merlettaia di Latronico, Basilicata, 2017 (ph. V. Santoro)

In tal senso, ci corre in soccorso il caso della ricerca etnografica condotta da Vita Santoro, descritta in La memoria nelle mani. Patrimonializzazione del saper fare tra locale e globale. In questo caso, la memoria di cui si parla è quella riposta nelle mani di poche anziane merlettaie lucane, grazie a una condivisione, oramai radicata da secoli, relativa alla trasmissione culturale di questa particolare forma del saper fare artigianale. Tutto ciò ha condotto alla costruzione spontanea di quelle che il lessico contemporaneo della ricerca etnoantropologica definisce come “comunità di pratica”, oggi peraltro rappresentate da un’associazione culturale impegnata in una politica di «riconoscimento, salvaguardia e valorizzazione del puntino ad ago, un merletto ritenuto “esclusivo” del suo territorio» e pertanto proposto per una candidatura Unesco, all’interno della lista dei patrimoni immateriali necessitanti di urgente salvaguardia. La scoperta di una tecnica del tutto analoga esistente in una comunità del nord-est del Brasile ha amplificato le speranze in un riconoscimento di tale pratica, fondamentale in una logica di sopravvivenza di questa preziosa tradizione culturale. Difatti, nota Santoro, «al fine di salvaguardare e valorizzare le produzioni artigianali, entrambe le comunità di pratica osservate [quella lucana di Latronico e quella brasiliana di Marechal Deodoro] hanno saputo sviluppare, nel corso degli anni, molteplici strumenti e strategie di comunicazione e promozione dei manufatti», che potranno garantire la sopravvivenza della stessa attraverso la trasmissione della relativa memoria. Un patrimonio culturale, dunque, che al di là della valenza etnoantropologica, racchiude al tempo stesso un profondo e sentito valore storico-artistico e un altrettanto fattuale strumento di rigenerazione del sentimento collettivo di rivendicazione identitaria, che passa attraverso le mani di poche e ormai anziane depositarie di un sapere antico.

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Merlettaia di Marechal Deodoro Alagoas, Brasile, 2015 (ph. V. Santoro)

Il tema della salvaguardia delle memorie del passato si riaggancia, ancora una volta, all’importanza politica della trasmissione della storia, «disciplina utile nel tempo presente e dunque strumento del mestiere dell’uomo politico», così come affermato da Alessandra Manzi in La memoria storica come strumento della politica. Note sulla prima traduzione italiana delle Letters on the use of History di Lord Bolingbroke (Milano 1801), testo costruito attorno alle riflessioni settecentesche del celebre pensatore politico di origini britanniche, fermo sostenitore della necessità delle classi dirigenti di conoscere con dovizia di particolari la storia dei territori e dei popoli da governare. Procedendo indietro nel tempo, il saggio L’attualità del passato: la memoria e la politica nella repubblica romana, di Guido Clemente, ci mostra dunque come «il passato [e] la memoria [fossero] elementi fondanti della res publica. I Romani li chiamavano mores maiorum, i costumi degli antenati. Un insieme di consuetudini, divenute norme di comportamento, che avevano la loro origine nel passato, e dalla loro antichità traevano forza e legittimità». Pur tuttavia, ciò che suscita maggiormente l’attenzione sono le modalità di costruzione del discorso storiografico all’interno della cultura romana, nella quale emerge un serio problema di attendibilità delle ricostruzioni storiche. Queste ultime, infatti, erano elaborate dagli analisti attraverso un enorme patrimonio «di racconti sulle origini della città, di tradizioni familiari, di una memoria collettiva tramandata nei miti e nei canti popolari».

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Punto informativo turistico di Marechal Deodoro Alagoas, Brasil, 2015 (ph. V. Santoro)

Insomma, fu il patrimonio che il lessico odierno delle scienze umane non esiterebbe a definire – probabilmente anche in tono dispregiativo – ‘folklorico’ a divenire la fonte privilegiata della storiografia di epoca romana. In tal modo, tuttavia, si operò in modo forzoso, pervenendo a distorsioni della realtà storica [4], secondo una modalità di gestione politica della memoria della nazione poi ripresa, per rimanere nell’ambito italiano, dal regime fascista, il quale non esitò ad avocare a sé le discipline folkloriche [5]: «proiettando in un passato mitizzato le ragioni della gloria della città, delle sue vittorie sui nemici, e quindi della costruzione repubblicana di un impero, i Romani finirono per svalutare, e temere, ogni mutamento che implicasse decadenza. (…). La memoria assumeva dunque un valore ideale fortissimo, e la sua riproduzione costante, in periodi di crisi, ne esaltava il significato».

Quest’ultima esemplificazione ci dimostra come – nel corso dei secoli – la memoria abbia costantemente mantenuto il ruolo e la funzione di elemento «costitutivo dell’uomo», in grado di caratterizzarlo sia nella sua individualità sia in quanto membro di un raggruppamento sociale e, dunque, portatore di determinati valori culturali. Tuttavia, ciò che nel tempo ha subìto continue modificazioni sono le stesse «modalità del ricordare», dapprima attraverso il passaggio dall’oralità alla scrittura [6], laddove la scrittura non è altro che «una progressiva esteriorizzazione della memoria» e, poi, in quel passaggio dalla memoria individuale alla memoria collettiva dalla quale è nata l’urgenza di “dare vita” alle discipline storiografiche: «la memoria è una delle tanti fonti empiriche che presenta molti limiti (…). Essa è legata al suo supporto biologico e si preserva finché sopravvivono gli individui. È parziale e incompleta perché selettiva in base al punto di vista del singolo, alla sua condizione o posizione» (Domenica Antonietta Summa, Per la memoria di sé. Il diario inedito della famiglia Gianturco).

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Merletto realizzato durante ll laboratorio in una scuola di Latronico, Basilicata, 2017 (ph. V. Santoro)

In definitiva, la modernità e la contemporaneità hanno reso la memoria uno degli strumenti di potere più incisivi e attorno ai quali giocare la decisiva partita del riconoscimento identitario. Così è stato in passato, come hanno dimostrato i succitati casi di epoca greco-romana e come testimonia ancora un interessante studio di Mario Lentano (Università di Siena), focalizzato sulla censura intellettuale, le persecuzioni e i roghi di libri eseguiti nell’antica Roma sotto Tiberio, Nerone, Domiziano e Teodosio. In particolare, la lettura della monografia ci dà modo di approfondire episodi di innegabile centralità nella storia romana e, in particolare, la dinamica della gestione “politica” (nel senso più ampio del termine) del conflitto religioso. La carrellata dei case studies, pertanto, prende in considerazione tanto i roghi di Efeso del 50 d.C. durante i quali, a difesa della cristianità, si decise la messa al rogo dei libri di magia, quanto la distruzione, ancora una volta mediante il fuoco, delle scritture e dei libri sacri dei cristiani, avvenuta nel 303 d.C. su disposizione di Diocleziano, ultimo imperatore a scagliarsi contro la cristianità, attraverso quella che passò alla storia come la più grande e feroce persecuzione di epoca romana. Infine, non meno rilevanti, la distruzione – questa volta da parte cristiana – della Biblioteca del Serapeo di Alessandria d’Egitto nel 391 d.C., avvenuta sotto il governo di Teodosio [7].

libro-nel-mondo-anticoLa storia, del resto, anche in anni a noi più recenti, ha dimostrato che la strategia privilegiata dai regimi per l’affermazione del proprio potere ha attraversato i filari della negazione della memoria, usufruendo dello strumento privilegiato rappresentato della distruzione, dall’annichilimento.

Che si trattasse di libri (da mandare al rogo o da censurare) [8] o di statue e monumenti [9], l’idiosincrasia verso tutto ciò che potesse raffigurare un ancoraggio con un passato da rimuovere è sempre stata parecchio radicata e, purtroppo, a conti fatti, risultando persino vincente, se rapportata agli obiettivi dei soggetti protagonisti.

Questi ultimi esempi, pertanto, rafforzano la tesi della memoria come strumento di potere e ne giustificano, in tal senso, le attenzioni ad essa prestate non soltanto dal punto di vista storiografico (oltre che, ovviamente, nell’ambito degli studi cognitivistici e psicologici). Infatti, come hanno mostrato e dimostrato gli autori del libro a cura di Corcella, essa è così divenuta nel corso del tempo un allettante oggetto di studio di numerose discipline afferenti all’ambito delle scienze umane.

Dialoghi Mediterranei, n. 40, novembre 2019
Note
[1] Donata Violante, La memoria del potere e il potere della memoria: iscrizioni attestanti evergesie da Grumentum, Potentia e Venusia (I secolo a.C. – V secolo d.C.).
[2] Al tema dell’istruzione all’interno della letteratura per l’infanzia, con interessanti focus dedicati ai celebri Pinocchio e Cuore, dedica la propria attenzione Tiziana Trippetta, L’illustrazione nella letteratura per l’infanzia tra Otto e Novecento. Costituzione e rappresentazione della memoria visiva.
[3] Al riguardo, i meccanismi psicologici soggiacenti a quella che è stata definita come “rimemorazione del proprio passato”, almeno da un punto di vista individuale, sono fondati sulla ripetizione del concetto e/o evento che, così facendo, diventa riconoscibile in quanto familiarizzato. Ne consegue che il concetto di memoria, nonché la sua stratificazione, sono inestricabilmente connessi all’idea di ripetitività, come rilevato da Elena Esposito, secondo la quale è grazie alla ripetizione che si genera quella forma di ridondanza che «risparmia al sistema di ripetere ogni volta l’elaborazione di informazioni: si riconosce qualcosa come noto, e non si deve ricominciare sempre da capo» (E. Esposito, La memoria sociale. Mezzi per comunicare e modi di dimenticare, Laterza 2001).
[4] Sulle discrasie storiche, correlate alla tendenza di attribuire una presunta valenza di storicità e di arcaicità alle tradizioni, al fine di giustificare e rafforzare il senso di appartenenza identitaria, non si può non rimandare a E. J. Hobsbawm – T. Ranger (a cura di), L’invenzione della tradizione, Einaudi 1984.
[5] S. Cavazza, Piccole patrie. Feste popolari tra regione e nazione durante il Fascismo, Il Mulino 1997
[6] Cfr. W. Ong, Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola, Il Mulino 1986; G.R. Cardona, Antropologia della scrittura, Loescher 1987.
[7] M. Lentano, La memoria e il potere. Censura intellettuale e roghi di libri nella Roma antica, liberilibri 2012.
[8] Per rimanere in ambito etnoantropologico, possiamo fare riferimento a due casi eclatanti, oggetto dell’attenzione dei regimi nazifascisti nel corso dello scorso secolo. In Italia, il folklorista ed etnografo calabrese Raffaele Corso, vide censurata una sua ricerca sulle credenze e le tradizioni popolari legate in qualche modo alla sessualità, successivamente tradotta in tedesco e solo di recente, a oltre mezzo secolo di distanza, pubblicata in lingua italiana (R. Corso, La vita sessuale nelle credenze, pratiche e tradizioni popolari italiane, edizione italiana a cura di G.B. Bronzini, con saggio introduttivo di L. Röhrich, Olschki 2001). In Germania, invece, furono mandate al rogo le varie annate del periodico di arte e cultura popolare «Anthropophyteia», diretto da Frederick S. Krauss, in quanto anch’esso conteneva, al proprio interno, contributi dedicati all’erotismo e alla sessualità nel mondo popolare. Un ricordo personale legato ad «Anthropophyteia» mi rimanda alla compianta figura di Clara Gallini: in una delle numerose mattinate trascorse nella sua casa romana per sistemare e digitalizzare l’Archivio di Ernesto de Martino, mi mostrò un’intera collezione del periodico, scampata chissà come alla furia devastatrice nazista, e che lei stessa raccontava divertita di aver acquistato «a due lire» presso una bancarella di Parigi, pagando poi molto di più per il trasporto in Italia.
[9] Come non pensare, in tal senso, alle immagini note a tutti dello scempio perpetrato nel 2001 in Afghanistan dal regime talebano, con l’abbattimento di opere d’arte di inestimabile valore storico-artistico, simbolico e identitario, come i Buddha di Bamyan, le due monumentali statue scolpite nella roccia, nella località a 230 chilometri da Kabul?

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Alessandro D’Amato, dottore di ricerca in Scienze Antropologiche e Analisi dei Mutamenti Culturali, vanta collaborazioni con le Università di Roma e Catania. Oggi è funzionario demoetnoantropologo presso il MiBAC. Esperto di storia degli studi demoetnoantropologici italiani, ha al suo attivo numerose pubblicazioni sia monografiche che di saggistica. Insieme al biologo Giovanni Amato ha recentemente pubblicato il volume Bestiario ibleo. Miti, credenze popolari e verità scientifiche sugli animali del sud-est della Sicilia (Editore Le Fate 2015).

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