La lingua salvata. Dialoghi mediterranei in una università tunisina

ingresso Università “La Manouba” di Tunisi (ph.A. Bernardo)

Ingresso Università “La Manouba” di Tunisi (ph.A. Bernardo)

di Laura Faranda

A partire dal 2013, dopo aver promosso un accordo di collaborazione scientifica tra il mio Ateneo (L’Università di Roma “Sapienza”) e l’Università “La Manouba” di Tunisi, sono stata spesso ospite e testimone delle attività didattiche e scientifiche della Faculté des Lettres, des Arts et des Humanités. “Ero là” di persona – avrebbe detto Gertz (1990:30) – e non pensavo di poter “essere là” con intenti testimoniali, per dare vita a una descrizione etnografica di quel contesto. Quello spazio universitario doveva rappresentare la pista di lancio di un progetto condivisibile tra i “miei” e i “loro” giovani, per uno sguardo reciproco sulle due sponde del Mediterraneo, sulle concordanze storiche e sulle possibili connessioni antropologiche dell’incontro tra Italia e Tunisia, tra passato e presente. Così in parte è stato, e un primo esito di quell’incontro si è avvalso di voci corali maturate proprio grazie a un accordo interuniversitario che ha convocato in uno stesso tavolo di lavoro studiosi giovani  e maturi, italiani e tunisini (Faranda 2016).

A distanza di quattro anni dal primo contatto con La Manouba ho sentito tuttavia il bisogno di dare un senso più radicale al mio “essere là”, di immaginare possibile una restituzione anche etnografica di un contesto tanto irrituale quanto familiare agli spazi nei quali da qualche anno noi ricercatori italiani siamo intrappolati a maglie strette: le aule universitarie. Si potrebbe obiettare che fare etnografia in una comunità universitaria è un ossimoro inconciliabile con la nostra disciplina di appartenenza: dove si colloca l’io-testimone? dove si satura la natura intermediaria dell’osservazione etnografica? Incoraggerei per prima simili interrogativi e accoglierei le possibili riserve come sfide costruttive al farsi e al disfarsi di un’antropologia che negli ultimi decenni ha mutato profondamente il proprio statuto e i propri terreni. Ma intanto mi consento un provvisorio supplemento di libertà.

Nelle pagine che seguono cercherò di descrivere alcune peculiarità dell’Università La Manouba (e più nello specifico della sezione di Italianistica che afferisce alla Faculté des Lettres, des Artes et des Humanités) che mi hanno incoraggiata a monitorarne il presente. Si tratta di un Ateneo giovane, nato a pochi chilometri dal centro di Tunisi e tuttavia già ricco di storia e attraversato da fatti ed eventi recenti degni delle cronache politiche nazionali e internazionali. Il suo Rettore, Chokri Mabkhout, è un linguista che nel 2015 si è aggiudicato il premio Arab Booker per il miglior romanzo in lingua araba, Ettalyani (L’italiano), che mutua il titolo dal portamento elegante del protagonista tunisino e forse anche dalla condivisione di lunga data di un’italianità che ha finito per pervadere l’immaginario culturale del Paese. All’attuale Preside della Faculté des Lettres, des Artes et des Humanités, lo storico Habib Kazdaghli, nell’aprile del 2014 è stato conferito ad Amsterdam il premio Courage de Penser, per il coraggio e la determinazione con cui nel 2012 ha difeso nella sua Facoltà i valori della democrazia, della tolleranza, del diritto a una formazione laica, democratica e progressista. 

 Manouba Faculté des Lettres des Artes et des Humanités (ph. A. Bernardo).

Manouba, Faculté des Lettres des Artes et des Humanités (ph. A. Bernardo)

Il coraggio di un pensiero laico

Ho incontrato Habib Kazdaghli nel corso del mio primo soggiorno tunisino, nel novembre 2013, quando ormai si era concluso con piena assoluzione il processo intentatogli con l’accusa di avere aggredito due sedicenti studentesse velate che il 6 marzo del 2012 avevano fatto irruzione con violenza nel suo studio, tentando di distruggerne arredi e documenti. L’episodio era stato preceduto dall’avvio di un anno accademico incandescente, durante il quale un gruppo nutrito di militanti salafiti aveva scelto il Campus per imporre luoghi di preghiera nelle aule e negli spazi destinati agli studenti, pretendendo che venisse accordato l’uso del niqab da parte di studentesse che chiedevano di seguire corsi e sostenere esami con il volto coperto dal velo integrale. Attenendosi alle decisioni maturate in seno al Consiglio Scientifico della sua Facoltà e appellandosi a ragioni pedagogiche e di sicurezza, Kazdaghli aveva rifiutato di legittimare l’uso del niqab non tanto nel perimetro universitario quanto nelle aule e durante gli esami.

«In occasione di ciò che presto sarebbe diventato l’affaire du niqab, le tunisine e i tunisini  scoprivano, basiti, l’esistenza di decine e persino centinaia di giovani impegnati in attività politiche di marca salafita e jihadista. Emersi improvvisamente nel panorama politico, questi giovani attivisti sono stati percepiti dai modernisti come dei marziani, alieni venuti dal nulla con cui non era possibile alcun compromesso. Gli islamisti, dal canto loro, ritenevano che si trattasse di una componente importante della società tunisina di cui alla fine si svelava l’identità» (Kilani 2014: 226).

Agli episodi quotidiani di violenza e di intimidazione, «agli scontri, con aggressioni contro i docenti, in particolare le docenti, di cui certi attivisti intendevano delegittimare la funzione educativa per il fatto stesso che si trattava di donne» (ivi: 229), il Ministro dell’Insegnamento superiore e della Ricerca scientifica Moncef Ben Salem aveva replicato esplicitando la sua prossimità politica con le richieste salafite, schierandosi contro Kazdaghli e accusandolo di aver enfatizzato il “falso problema” del niqab e alimentato i disordini con le proprie posizioni e con un retropensiero politico che ne impediva una soluzione pacifica:

«Accuso esplicitamente i miei colleghi di non essere all’altezza di risolvere il problema. Quanto al Preside, non ha fatto ciò che sarebbe stato necessario fare per risolvere pacificamente le tensioni […]. L’affaire  La Manouba è un falso problema. Abbiamo 96 ragazze in tutta la Tunisia che portano   il niqab nelle 193 istituzioni universitarie, il che non rappresenta alcun problema, tranne che a La Manouba. Personalmente non sono né contro né a favore del niqab, constato tuttavia che nei paesi    del Golfo vi sono docenti che insegnano in niquab e che tutte le studentesse lo indossano, e ciò non comporta alcun problema» (Mellakh 2013: 200).

Le dichiarazioni del Ministro avevano legittimato un serrato linciaggio mediatico contro l’intero corpo docente de La Manouba e una recrudescenza delle richieste dei salafiti. Dopo l’incursione e il saccheggio del suo studio, una delle due studentesse, mostrando un’inaffidabile certificazione medica, ha sporto querela contro il Preside, accusandolo di averla malmenata. Nell’ottobre del 2012 Habib Kazdaghli era comparso in tribunale con l’accusa di aggressione, rischiando una condanna a cinque anni di detenzione.

L’attacco a La Manouba e il processo a Kazdaghli hanno ben presto risvegliato l’indignazione di docenti, intellettuali, scrittori tunisini, europei e nord-americani. Una raccolta di firme a sottoscrizione di un manifesto di solidarietà verso il Preside e i docenti de La Manouba ha avuto in pochi giorni più di 1500 adesioni; le Ambasciate tunisine delle più diverse sedi internazionali hanno ricevuto delegazioni, documenti e petizioni da far pervenire per vie ufficiali agli organi governativi; una delegazione belga si è organizzata per assistere al processo, al quale la mobilitazione della stampa internazionale ha garantito un’efficace sorveglianza e risonanza mediatica.

.Giardino antistante la Faculté des Lettres (ph. L. Faranda).

Giardino antistante la Faculté des Lettres (ph. L. Faranda)

A qualche mese dalla sua assoluzione, l’incontro con Habib Kazdaghli in quell’ufficio di Presidenza in cui si era consumato l’agguato salafita è stato denso e ricco di propositi. Dopo aver ripercorso assieme i momenti salienti di una strategia della tensione, di un clima intimidatorio e inquisitorio, di una resistenza quotidiana dei docenti in difesa dei valori civili acquisiti all’indomani dell’indipendenza tunisina – e rivendicati dalle élites intellettuali all’indomani della rivoluzione del 2011 –  Kazdaghli mi ha fatto dono di un volume dedicato a quella stagione, Manoubistan, redatto sotto forma di diario dal collega Habib Mellakh, sindacalista e docente di letteratura francese nella sua Facoltà. Ha accompagnato il dono con un mandato chiaro:

«occorre preservare dall’oblìo pagine come queste, e l’unico modo per farlo è mantenere alta la vigilanza “frontaliera” sulle due sponde di un Mediterraneo in cui si giocano gli equilibri futuri di un pensiero scientifico e di un progetto formativo laico e progressista. La Facoltà di Lettere de La Manouba rappresenta in questo senso un presidio essenziale, anche e soprattutto a difesa della libertà delle donne tunisine» [1].

Negli anni successivi a questo incontro ho cercato di tenere fede all’impegno. Abbiamo incrementato gli accordi di collaborazione scientifica tra il mio Ateneo e La Manouba; abbiamo condiviso con i docenti in entrambe le sedi giornate di studio, seminari dottorali, progetti di ricerca, pubblicazioni congiunte; abbiamo incoraggiato la mobilità reciproca di studenti e dottorandi, dando vita a un vivaio di giovani in formazione il cui percorso è stato orientato su temi ispirati a una contiguità storica e antropologica tra Italia e Tunisia.

Un ultimo progetto di Ateneo – che mi vede solidamente affiancata da Giovanni Cordova, dottorando presso il Dipartimento di Storia, Culture, Religioni  della “Sapienza”– sta dando vita a una ricerca incentrata sulle fasce giovanili della società tunisina, da intendere come specchio concentrante più ampio della popolazione giovanile del sud del Mediterraneo. In un contesto geopolitico particolarmente delicato, considerando la complessità della transizione post-rivoluzionaria e la tragica attrazione esercitata sui giovani tunisini dalla propaganda dello Stato islamico, ci è sembrato urgente evidenziare il ruolo dei molteplici modelli culturali e antropopoietici relativi alla funzione educativa, nella formazione del “sé” individuale e collettivo: dalle scuole alle università, senza tralasciare i significati impliciti ascrivibili alla dimensione religiosa.

È in questa prospettiva che ho ritenuto utile uno sguardo sugli obiettivi di una formazione universitaria specifica, sia in relazione all’affermazione di panorami ideologici e nazionalistici, sia in relazione al nesso tra sistema educativo (scolastico, universitario, religioso) e penetrazione di egemonie politiche e culturali. Né è inutile ricordare che, in seguito all’indipendenza dalla Francia, già negli anni ’70 la Tunisia è risultato il Paese col tasso di alfabetizzazione araba più alto nel Maghreb: un simile primato ha costituito la base per la costruzione di un efficace nazionalismo, che ha consentito allo Stato tunisino di dotarsi di un’omogeneità culturale e politica senza pari nel contesto nordafricano (Kilani 2014).

Il busto di Gandhi nel giardino di accesso dell’Università (ph. A. Bernardo).

Il busto di Gandhi nel giardino di accesso dell’Università (ph. A. Bernardo)

Dall’indipendenza in poi la capitale, Tunisi, ha conosciuto uno sviluppo impetuoso e spesso non regolamentato: sobborghi e bidonvilles hanno prosperato, legando il tema dell’abusivismo edilizio a quello dello spontaneismo politico e culturale, rendendo assai flebili le demarcazioni tra centro e periferia, tra ordine e marginalità. È in un simile contesto  periurbano che si colloca l’Università La Manouba (nata ufficialmente nel 2000, ma fin dagli anni ’80 del Novecento presente come campus ed emanazione della sede centrale dell’Université “Neuf Avril”), nell’omonima banlieue municipale a nord-ovest di Tunisi, un governatorato periferico e a tutt’oggi attraversato da una diffusa marginalità sociale.

Luogo di approdo di studenti provenienti da tutto il Paese, La Manouba si presenta nel suo Manifesto di Studi [2] anzitutto come uno spazio di promozione del principio di accessibilità dei giovani tunisini agli studi avanzati. I percorsi formativi attivi si ispirano a una necessaria complementareità tra scienze umane, sociali, tecniche e sperimentali, letterarie e artistiche. La missione educativa persegue la necessità di combinare «rigore e spirito critico, competenze specifiche e capacità creativa, passione etica e professionalità». La lettura integrale della pagina del Manifesto dell’Ateneo dedicata a “visioni, valori, missione” può restituire un’immagine efficace di un modello pedagogico interdisciplinare che sembra coniugare la promozione di competenze specifiche finalizzate alla vita lavorativa con l’ambizione a orientare al dialogo internazionale le energie costruttive del mondo giovanile, a incrementare partenariati sostenibili con l’economia europea, a realizzare linee di cooperazione duratura con la comunità scientifica internazionale.

Nell’ultimo documento ufficiale pubblicato del Ministero dell’Insegnamento Superiore [3], La Manouba contava 26.138 studenti (il 60% donne), 1.509 insegnanti, 723 addetti al personale amministrativo. I poli disciplinari dell’Ateneo comprendono la sezione dedicata a Humanités et Information (nella quale si inquadra la Faculté des Lettres, des Artes et des Humanités, che include il Corso di laurea in Lingue); una sezione di Informatique, arts et multimédia; una di Economie et Gestion; una di Sciences de la vie et de l’environnement. Nel campus sono attive 14 biblioteche, 3 foyers, 2 mense, un centro di animazione culturale e sportiva. La formazione alla ricerca si avvale di percorsi di dottorato in scienze dell’informazione, informatica, comunicazione, cultura e patrimonio, economia e gestione delle imprese. I progetti di ricerca attivi vedono la Facoltà di Lettere al primo posto, con una percentuale del 35%, che sale al 44% per le ricerche attive nel quadro della cooperazione internazionale.

12 Novembre 2013, incontro con Habib Kazdaghli in Presidenza (da sinistra S. Speziale, A. Somai, S. Finzi, H. Kazdaghli, L.Faranda).

12 Novembre 2013, incontro con Habib Kazdaghli in Presidenza (da sinistra S. Speziale, A. Somai, S. Finzi, H. Kazdaghli, L. Faranda)

In un simile contesto vive la sezione di Italianistica del Dipartimento di Lingue Straniere. La sua nascita coincide con quella della Faculté des Lettres (formalizzata in virtù della legge 83 del 1° settembre 1986), la sua crescita si situa in un ambiente politico-culturale estrema- mente variegato, che vede attualmente impegnate figure di riferimento di almeno due generazioni: dai “decani” del settore, Silvia Finzi e Ahmed Somai, alla giovane direttrice del Dipartimento, Meriem Dhouib, che condivide con Finzi e Somai, di cui è stata allieva, l’insegnamento di Lingua, Letteratura e Civiltà italiana; da Alfonso Campisi, docente di Filologia romanza, che approda in Tunisia nel 1998 lasciando il ruolo di Maître Assistent in Francia, al più giovane Vittorio Valentino, Maître Assistent in Lingua e Letteratura italiana addottoratosi a Montpellier, che sceglie la Tunisia come luogo di approdo di un percorso di studi ispirati alla letteratura di migrazione italofona e francofona.

A loro mi sono rivolta per tentare di raccogliere una testimonianza diretta sul lavoro istituzionale e sull’impegno politico-culturale dedicato alla didattica della lingua e della cultura italiana. E per il loro tramite ho raccolto le testimonianze di alcuni giovani studenti e dottorandi di quel Dipartimento, nel tentativo di decifrare la loro visione di un’Italia da includere in un progetto formativo, in un investimento politico-culturale che guarda al futuro con le necessarie consapevolezze del passato. Delle interviste raccolte – qui e nella seconda parte di questo mio contributo, che verrà pubblicata nel prossimo numero – proporrò solo alcuni passaggi funzionali a un’intenzione di restituzione a più voci, lasciando aperta la possibilità, per chi fosse interessato, di accedere alla versione integrale delle testimonianze [4].

Kazdaghli incontra docenti e studenti del Master di “Religioni e mediazione culturale” in visita alla Faculté des Lettres (7 giugno 2017, ph. A. Bernardo)

Kazdaghli incontra docenti e studenti del Master di “Religioni e mediazione culturale” in visita alla Faculté des Lettres (7 giugno 2017, ph. A. Bernardo)

Testimoni consapevoli

 «La sezione di Italiano del Dipartimento di Lingue ufficialmente è nata nel 1976, quindi il primissimo nucleo di docenti tunisini e anche italiani ha iniziato a insegnare tra il 1976 e il 1980, l’anno in cui sono stato nominato come assistente. Ero rientrato in Tunisia nell’estate 1979, provenendo da Parigi, dove avevo discusso la mia tesi [di dottorato] con Mario Fusco, alla “Sorbonne”, a Paris III, su Capuana narratore».

È Ahmed Somai – il decano dell’inse- gnamento di Lingua, Letteratura e Civiltà italiana – a introdurci la stagione di avvio, nel polo universitario di “Neuf avril”, di un disegno formativo destinato a rafforzare le contiguità linguistiche e culturali tra Italia e Tunisia. Gli anni ai quali fa riferimento sono contrassegnati da una pressione politica che porterà nel giro di poco tempo al declino di Habib Bourghiba, primo Presidente della Tunisia indipendente dal 1957, dal 1975 acclamato Presidente a vita. A più di venti anni dall’indipendenza, il Paese è infatti diviso da conflitti politici e identitari che mobilitano le coscienze civili di giovani e intellettuali insofferenti all’accentuarsi di un regime autoritario, allarmati dalla corruzione e dal clientelismo, dall’arresto dello sviluppo economico del Paese e dall’accentuazione di una politica filo-araba che nel 1978 valse alla Tunisia la designazione a sede della Lega araba.

È anzitutto per arginare la portata di scioperi e manifestazioni promosse dagli studenti che dal Ministero dell’Insegnamento Superiore parte l’indicazione di decomprimere un’università come “Neuf Avril”, situata alla Casbah, a due passi dal Primo Ministero, dalla Casa del Partito di Bourghiba e da varie altre istituzioni governative.

Nel 1984, secondo quanto ci riferisce Somai, vengono decentrati alla Manouba il Dipartimento di francese, inglese, arabo, il Dipartimento di lingue “seconde” (spagnolo, tedesco, italiano) e una parte del Dipartimento di storia e geografia. A “Neuf avril”, che diventa un Ateneo di Scienze umane, rimangono gli insegnamenti di Filosofia, Sociologia, Psicologia, Storia e qualche insegnamento di arabo, inglese, francese.

«Chiaramente la scelta era politica: si tentava di diminuire la pressione di “Neuf Avril” riducendo il numero degli studenti, che allora raggiungeva quasi le settemila unità. Noi abbiamo subìto questo evento come un esilio, perché allora a La Manouba non c’era il campus che vedi oggi, c’era soltanto la Facoltà di Lettere e intorno la campagna. Non c’era un servizio metro, non c’era niente, c’era solo  una strada carrabile. Insomma, un confino, lontano dal centro della città, senza biblioteche, senza librerie. Non c’era neppure una caffetteria. Quindi abbiamo vissuto primi anni molto difficili, tanto più perché ai tempi di Bourghiba l’insegnamento di queste lingue “seconde” si faceva in concorrenza  con l’inglese, mentre il francese era obbligatorio per tutti».

Tra le lingue “seconde” – ovvero alternative a una lingua araba che in quegli anni diventa strategicamente imprescindibile – l’italiano perde progressivamente il prestigio di una lingua la cui prossimità si origina sia in un destino storico condiviso dai tunisini e dalla comunità italiana negli anni del protettorato francese (Speziale 2016: 33-39), sia nelle strategie geopolitiche mediterranee poste in essere all’indomani dell’indipendenza: il numero di studenti si riduce, il corso di laurea destinato alla lingua italiana è a rischio, i docenti attivano una battaglia per arginare una crisi che sembra senza ritorno e che rischia di vanificare decenni di attenzione formativa. È sempre Somai a ricordare infatti come nei suoi anni di formazione liceale

 «l’insegnamento si svolgeva su cinque anni, dal primo anno di liceo al Baccalauréat, al diploma. Quindi alla fine avevamo una buona formazione: tieni conto che nell’ultimo anno studiavamo anche  l’Inferno di Dante, insomma testi impegnativi. Poi, negli anni c’è stato un calo progressivo dell’insegnamento dell’italiano nei licei, con ripercussione negativa anche nell’università».

Bisognerà attendere la fine del regime di Bourghiba – deposto per senilità con un colpo di stato “medico” nel 1987 e sostituito da Zine El-Abidine Ben Ali – per vedere rinascere l’interesse politico nei confronti della lingua e della cultura italiana, forse anche a titolo di risarcimento per la complicità garantita da Bettino Craxi all’ascesa di Ben Ali e alle nuove politiche governative. Nel 1988, nel corso di una missione nei Paesi del Grande Maghreb, sarà lo stesso Craxi, allora segretario del partito socialista, a sottolineare l’importanza degli accordi di cooperazione siglati tra i due Paesi e destinati a dare nuove prospettive tanto alle relazioni economiche e commerciali tra Nord e Sud del Mediterraneo quanto al disegno di formazione di un mercato unico maghrebino [5]. Ahmed Somai riconduce a questo nuovo scenario politico la riforma scolastica e universitaria che riabilita l’insegnamento della lingua italiana:

«con Ben Ali e la sua nuova linea politica, italiano, spagnolo, tedesco e anche il russo sono stati reintrodotti o introdotti come insegnamenti opzionali, eliminando la concorrenza con la lingua inglese. Arabo, francese e inglese rimanevano le lingue costanti nell’offerta didattica; poi, gli ultimi tre anni di liceo, fra le materie opzionali l’allievo poteva scegliere una terza lingua straniera: spagnolo, tedesco, italiano o russo. […] I nostri primi studenti, diventati professori di liceo, che per un periodo erano stati convertiti nell’insegnamento di francese, sono stati quindi riconvertiti come insegnanti di lingua italiana e hanno ripreso a formare un numero di studenti liceali che è aumentato progressivamente».

In un simile contesto Ahmed Somai affianca il lavoro didattico a quello, intenso e pregevole, di traduzione e cura di autori contemporanei in lingua araba:

«ho cominciato con Calvino, nel 1988 ho tradotto le Fiabe Italiane in arabo, anche grazie alla collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Tunisi […]. Ricordo che il direttore voleva tradurre un’opera italiana in arabo. Io in quel periodo avevo completato la lettura delle fiabe italiane trascritte da Calvino e di quella sua Introduzione – lunga, densa, interessante, fondamentale per avvicinarsi alla narrativa italiana di tradizione orale – in cui Calvino radicava l’origine di molte fiabe in terra araba: penso per tutti alle Mille e una notte e al ciclo di Giufà. Così mi sono detto che forse poteva essere il libro giusto, che entrava nelle biblioteche comunali ma che poteva essere avvicinato anche dagli studiosi, per eventuali studi comparativi tra i due patrimoni folklorici. Poi, nel 1998 ho tradotto Il sarto della strada lunga di Giuseppe Bonaviri, su richiesta dello stesso autore che era venuto in Tunisia. […] Quando poi nel 1980 è uscito Il nome della rosa di Umberto Eco, un editore tunisino all’inizio della sua attività mi ha detto che aveva contattato l’editore italiano e stava pensando a una traduzione araba. Io avevo letto il libro, mi aveva affascinato, ovviamente avvertivo anche la difficoltà di un’eventuale traduzione, ma accettai, mi sono buttato… ho incontrato l’editore italiano e ho lavorato per due anni sulla traduzione».

Di Umberto Eco Somai traduce anche L’isola del giorno prima e  i suoi ultimi due romanzi, Il cimitero di Praga e Numero zero. Ma l’impegno più denso lo dedica alla produzione saggistica di Eco (Somai 2015: 7-22), da Semiotica e filosofia del linguaggio a Dire quasi la stessa cosa e al suo ultimo testo, Dall’albero al labirinto. Studi storici sul segno e l’interpretazione, la cui traduzione araba è prossima alle stampe. Si è trattato di un impegno tutt’altro che semplice,

 «dove ho affrontato problemi infiniti di terminologie, perché la lingua araba non è pronta per questo  campo di studi, ci sono termini nuovi da coniare. E su questo ci sono due scuole, la scuola del   Maghreb e quella orientale, dove sul piano terminologico non si trova mai un accordo su un lessico  comune».

Nel 2009 Ahmed Somai traduce anche Io non ho paura di Niccolò Ammanniti, un autore al quale la figlia, Aida Somai, ha dedicato il suo impegno critico nel corso del triennio di un dottorato appena concluso.

Silvia Finzi (seconda da sinistra) e Ahmed Somai (ultimo a destra) al Convegno internazionale di Studi mediterranei (20 febbraio 2017, ph L. Faranda).

Silvia Finzi (seconda da sinistra) e Ahmed Somai (ultimo a destra) al Convegno internazionale di Studi mediterranei (20 febbraio 2017, ph L. Faranda)

Di padre in figlia, la storia di una vicinanza culturale tra Italia e Tunisia si ripete nei decenni. Anche Silvia Finzi, altra “pietra miliare” dell’università La Manouba, eredita da un padre come Elia Finzi – figura di riferimento memorabile per la comunità italiana, storico direttore de Il corriere di Tunisi, l’unico giornale in lingua italiana nei Paesi arabi – l’amore e la fedeltà verso una cultura italiana felicemente contaminata dall’etica cosmo- polita, ma anche l’impegno politico che ne segna, fin dalla prima infanzia, lo stile di vita. Uno dei ricordi paterni che Silvia ama richiamare, è la risposta che le diede quando, bambina, in occasione di un Ramadam in cui avvertiva la distanza dalle coetanee, gli chiese di aiutarla a definire la propria identità religiosa, per sentirsi rispondere: «Se offendono un ebreo sei ebrea, se offendono un cristiano sei cristiana, se offendono un musulmano sei musulmana».

Nella sua restituzione personale dell’esperienza a La Manouba – proprio ripercorrendo una formazione sui generis maturata in una famiglia approdata a Tunisi nel 1830, quando il progenitore italiano Giulio Finzi vi sbarca per sfuggire alla repressione dei primi moti carbonari – Silvia Finzi parte da lontano. Ricorda gli anni di una formazione che si avvia in Italia, quando suo padre lascia temporaneamente la storica tipografia di famiglia per andare a dirigerne una a Bologna, con l’obiettivo di risollevare le finanze familiari. Nel 1967 lo raggiungono moglie e figli e Silvia viene iscritta in una scuola elementare di Bologna, sperimentando in modalità antesignana l’inserimento in una classe come alunna straniera:

 «a quell’epoca, quando ancora non esisteva alcuna forma di migrazione e venire dal Nord-Africa era  del tutto inusuale, avevano una visione romantico-esotica del Maghreb e della Tunisia, dove mi immaginavano a cavallo di un cammello… e così fui accolta come la piccola maghrebina che arrivava da un profondo sud e che bisognava a tutti i costi aiutare. Infatti io ricordo il mio primo inserimento scolastico come un’esperienza bellissima: tutti mi aiutavano, dal compagno di scuola all’insegnante, tutti si spendevano per la mia formazione e integrazione».

L’esperienza scolastica di Silvia Finzi prosegue a Roma, dove frequenta la terza media e i primi tre anni di liceo scientifico, per poi tornare in Tunisia, dove nel frattempo la famiglia si era vista costretta a rientrare per riprendere in gestione la tipografia, messa a rischio da una conduzione indiretta poco avveduta. Il ritorno non è agevole: deve riprendere gli studi in lingua francese, rinunciare all’impostazione scientifica dei suoi studi liceali, inserirsi in una sezione letteraria e acquisire un metodo nuovo.

«Ebbi una crisi profonda anche con i miei genitori: ricordo che regalai loro Une société sans école di Ivan Illich, teorizzando che la cultura si formava fuori dalla scuola. Avevo deciso che non volevo più andare a scuola. Insomma, fu un dramma. […] Infine, l’ultimo anno, scatta un rapporto amoroso, passionale, romantico e incontenibile per la filosofia e naturalmente anche per il professore che la insegnava – ma non ero la sola… Da allora ho studiato solo ed esclusivamente filosofia. Uscivamo da scuola e con i miei compagni andavamo al caffè per commentare la lezione, rileggere un passo della Repubblica di Platone. E così la sera, fino a notte inoltrata. Non andavo più a ballare, non uscivo più… in una parola, l’amore! Ovviamente, alla fine del liceo, dopo una maturità conseguita con un successo imprevisto, mi sono iscritta all’università in Filosofia».

La formazione universitaria avviene in Francia, a Parigi, con il fermento intellettuale che si respirava dentro e fuori la “Sorbonne”, frequentando i corsi di Deleuze a Paris VIII o di Foucault al College de France.

Dopo la laurea, un dottorato a Parigi e contemporaneamente un corso di perfezionamento alla Normale di Pisa. Le prime esperienze di insegnamento Silvia Finzi le vive nella scuola italiana, dove ha un incarico di supplenza e poi consegue l’abilitazione in storia e filosofia per le scuole superiori.

«Però io ho sempre desiderato ritornare a Tunisi, la sentivo come una scommessa politica: può una ragazza che si chiama Silvia Finzi, nata in Tunisia, di origine ebraica e con una formazione culturale occidentale, essere considerata una tunisina al pari delle altre donne? Devo riconoscere che un ruolo fondamentale nel rientro lo ha avuto anche mio padre, che mi chiedeva aiuto per  Il corriere di Tunisi, per la tipografia. C’era una scuola italiana alla quale inviai il mio curriculum per insegnare filosofia e mi assunsero, all’inizio per 6-7 ore a settimana: forte di questo lasciai Roma (e la mia “Cinquecento”, e il mio ragazzo) e tornai a Tunisi con l’idea di tentare la carriera universitaria. […] Oltre alle ore scolastiche di filosofia, ho iniziato a insegnare italiano all’Istituto di cultura italiana e francese al Centro culturale francese. Intanto facevo tutte le pratiche di equipollenza dei miei diplomi, con tutte le difficoltà burocratiche che incontrava una donna. Mi dicevano “non può, perché bisogna essere tunisini”; alla mia replica che ero tunisina mi chiedevano il contratto di matrimonio; alla mia replica di essere nubile, mi chiedevano: “come fa a chiamarsi Silvia Finzi, essere tunisina e non essere sposata?”. Ormai il concetto di pluralismo culturale era scomparso: siamo negli anni di Bourghiba, era la fine della sua stagione politica, con tutti i problemi che sai. […] Presentai infine il mio dossier per un posto di Filosofia a “Neuf Afril”: uscendo dal ministero incontro Ahmed Somai, che mi fa presente che c’è un posto per l’insegnamento di lingua italiana anche al Dipartimento di Italiano e che per la mia formazione filosofica poteva essere una candidatura favorevole. Presentai anche quella domanda, a dire il vero con poca convinzione. E invece il mio curriculum fu approvato».
 Tipografia Finzi, a rue de Russie, Tunisi (ph L. Faranda).

Tipografia Finzi, a rue de Russie, Tunisi (ph L. Faranda)

Silvia Finzi approda a La Manouba nel 1992 e lì sta portando a compimento la sua carriera accademica, condividendo con i colleghi l’impegno scientifico e didattico in difesa di una formazione laica, del- l’internazionalizzazione, della pluralità dei saperi. Un impegno che persegue anche nel suo ruolo di Presidente del Comitato “Dante Alighieri” di Tunisi e Consigliere della medesima Fondazione. I suoi allievi parlano un italiano impeccabile, nutrito di storia e memoria locale (Finzi 2003), che sarebbe utile ascoltare per i nostri studenti italiani, sempre più avari di congiuntivi o di preposizioni articolate; la sua personalità e la fibra del suo profilo non passano inosservate, specie agli occhi delle giovani studentesse che affollano le sue aule e con le quali l’esercizio di una lingua diventa esercizio a un dialogo infaticabile sulla vita, sull’identità di genere, sul posizionamento delle donne tunisine nel contesto politico contemporaneo.

Da Silvia Finzi e da Ahmed Somai si origina un vivaio di giovani studiosi che ne testimoniano la vivacità intellettuale e la qualità di un metodo, ma anche una comunità di studenti appassionati che recepiscono le potenzialità e il valore della loro vocazione didattica. Alle loro testimonianze ci affideremo nel prossimo numero di Dialoghi mediterranei, per tentare di deportare nel presente gli esiti di una “lingua salvata” all’oblìo, in un mondo di suoni e di linguaggi sospesi, tra il rovinoso incanto di sirene mediterranee che indicano le rotte di un Nord sempre meno promettente e le monodie di un muezzin che alludono a nuove armonie e nuovi Sud da riabilitare.

Dialoghi Mediterranei, n.27, settembre 2017
Note

[1]  Dal colloquio con H. Kadzaghli, 12 novembre 2013.
[2]  disponibile in rete:http://www.uma.rnu.tn/page.php?code=289 (consultato il 20 luglio 2017)
[3]  http://www.uma.rnu.tn/image.php?id=260 (consultato il 26 luglio 2017). I dati riportati fanno riferimento al censimento dell’a.a. 2011-12, ma i colleghi ai quali ho chiesto un aggiornamento me ne hanno confermato approssimativamente l’attendibilità anche per l’anno accademico in corso.
[4] Le interviste, realizzate nel febbraio 2017, sono audioregistrate, trascritte integralmente e depositate presso il laboratorio di Antropologia delle immagini e dei suoni “Diego Carpitella” – Dipartimento di Storia, Culture, Religioni, Università “Sapienza” di Roma.
[5]http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1988/11/02/craxi-in-tunisia-incontra-ben-ali.html (consultato il 26 luglio 2017)
            Riferimenti bibliografici
            Faranda Laura (a cura di), Non più a sud di Lampedusa, Armando, Roma 2016.
            Finzi Silvia (a cura di), Métiers et professions des Italiens de Tunisie – Mestieri e professioni degli Italiani di Tunisia, Finzi éditeur, Tunis 2003.
            Geertz Clifford (ed. or. 1988), Opere e vite. L’antropologo come autore, Il Mulino, Bologna 1990.
            Kilani Mondher, Quaderni di una rivoluzione. Il caso tunisino e l’emancipazione nel mondo  contemporaneo, Elèuthera, Milano 2014.
            Mellakh Habib, Croniques du Manoubistan, Cérès Editions, Tunis 2013.
            Somai Ahmed, Il viaggio nei labirinti di Umberto Eco, in «Revue Tunisienne del Langues Vivantes», n. 19, 2015: 7-22.
            Speziale Salvatore, Gli italiani di Tunisia tra età moderna e contemporanea: diacronia di un’emigrazione multiforme, in L. Faranda (a cura di), Non più a sud di Lampedusa, Armando, Roma  2016.
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Laura Faranda, professore ordinario di Antropologia culturale all’Università di Roma “Sapienza”, tra i suoi percorsi di ricerca studia l’antropologia del mondo antico; l’antropologia simbolica, con particolare attenzione al rapporto tra corpo, identità di genere e linguaggio delle emozioni; l’antropologia dei processi migratori; l’etnopsichiatria e la psichiatria coloniale; le minoranze etnico-religiose e i processi di mediazione culturale tra Italia e Tunisia, fra presente e passato. È autrice di numerose pubblicazioni. Tra i titoli più recenti: Non uno di meno. Diari minimi per un’antropologia della mediazione scolastica (2005); Viaggi di ritorno. Itinerari antropologici nella Grecia antica (2009); La Signora di Blida. Suzanne Taieb e il presagio dell’etnopsichiatria (2012); Non più a sud di Lampedusa. Italiani in Tunisia tra passato e presente (2016).

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