Genesi e sviluppo dell’immigrazione in Sicilia: alcune chiavi di lettura

Lampedusa, sbarco immigrati clandestini dalla Tunisia.(foto-La-Press)

Lampedusa, sbarco di immigrati (foto La Press)

 di  Antonella Elisa Castronovo

A seguito della fine della guerra fredda e del crollo del bipolarismo geopolitico, dalla seconda metà del XX secolo il Mediterraneo è tornato ad essere un’area di cruciale importanza nello scenario degli spostamenti di popolazione, configuran- dosi come epicentro delle rotte dei movimenti migratori internazionali dalle regioni dell’Africa verso i Paesi del Vecchio Continente (Cusumano 2000-2001: 30). Nell’ambito di questi nuovi assetti geopolitici, la Sicilia ha assunto una posizione degna di attenzione. Prima regione italiana ad essere stata investita dall’arrivo di lavoratori stranieri [1] provenienti dai paesi del Maghreb, essa costituisce un interessante osservatorio dal quale è possibile guardare non soltanto alle implicazioni sociali e politiche generate dalla compresenza, in uno stesso luogo, dei movimenti di emigrazione e di quelli di immigrazione, ma anche al ruolo dell’asse Sud-Sud – oltre che di quello Sud-Nord – nella comprensione dei fenomeni migratori contemporanei (Hujo, Piper 2010). Riflettere analiticamente sugli elementi che hanno contraddistinto, sin dagli anni Settanta, la gestione siciliana dei movimenti dei popoli dalle coste sud del Mediterraneo può dunque aiutarci a comprendere meglio le contraddizioni che si accompagnano al securitarismo delle attuali politiche migratorie, ma anche il forte spirito adattivo che connota i percorsi di inserimento sociale ed occupazione dei cittadini stranieri nella nostra penisola.

Nel corso della sua vicenda migratoria, l’Isola ha attraversato diverse fasi storiche che hanno segnato la composizione e le modalità di insediamento dei migranti, influenzandone altresì il modello regionale e nazionale di governance. Un primo periodo, che possiamo collocare tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta del Novecento, ha visto la Sicilia diventare area di immigrazione dai vicini Paesi del Nord Africa. La pressione demografica e l’innalzamento dei livelli di disoccupazione in Tunisia, da una parte, e la riduzione della manodopera autoctona nei settori produttivi tradizionali, dall’altra, si sono combinate tra loro, inaugurando una rotta migratoria tra le due sponde del Mediterraneo che sarà ripercorsa negli anni successivi da altre collettività nazionali. Quasi contemporaneamente, accanto alle comunità collocatesi nella provincia trapanese, piccoli gruppi di nordafricani si sono inseriti nell’agricoltura specializzata del ragusano (Pirrone 2003), mentre intorno alla metà degli anni Settanta lavoratrici provenienti dalle Mauritius e dalle Filippine «hanno aperto la catena migratoria orientale, aiutate da organizzazioni italiane specializzate nel collocamento di donne straniere come collaboratrici domestiche» (Tornesi 2001: 422).

In un secondo periodo, che ha preso avvio negli anni Ottanta, l’Isola ha assistito all’intensificarsi dei movimenti umani da diverse direttrici geografiche: agli immigrati maghrebini, che hanno continuato a costituire la componente più numerosa della popolazione straniera presente nella regione, si sono aggiunti individui provenienti da altri Paesi dell’Africa e dall’Asia (Caldo 1981; Guarrasi 1983; Miceli 1984). In questo scarto temporale l’isola siciliana, pur mantenendo una posizione di primo piano rispetto alla sua capacità di attrarre gruppi da diverse parti del globo, ha cominciato ad assumere il ruolo di “porta di ingresso” dei migranti verso zone più prospere e ricche di opportunità lavorative [2]. A fronte della decisa espansione e stabilizzazione delle comunità straniere in Sicilia, si è pertanto consolidata una traiettoria migratoria che dalle coste sud ha condotto fino alle regioni del Settentrione d’Italia, verso le quali quote significative di cittadine e di cittadini stranieri si sono diretti alla ricerca di posizioni di impiego all’interno delle piccole industrie maggiormente garantite e meglio remunerate (Perrone 2001: 14).

La terza fase, che ha avuto inizio nei primi anni Novanta e che si potrebbe estendere fino ai giorni nostri, ha contribuito a dare un volto nuovo ai movimenti migratori verso la Sicilia. In seguito ai cambiamenti introdotti nel panorama geopolitico internazionale dalle Guerre del Golfo si è assistito ad una sostanziale trasformazione tanto della composizione demografica e nazionale dei movimenti migratori verso la regione, quanto delle motivazioni ad essi sottese. In questi anni, se per un verso è possibile documentare una importante pressione migratoria dai paesi dell’Est europeo – che, come mostreranno le vicende del ventennio successivo, si rivelerà il protagonista indiscusso nello scenario disegnato dai flussi –, per altro verso, è facile registrare anche un notevole incremento di gruppi provenienti dall’area asiatica, costretti a mutare la propria direzione di marcia prima tendenzialmente orientata verso i Paesi del golfo Persico e del Medio Oriente (Abella 1992; Pirrone 2000). Accanto a questa sostanziale ristrutturazione della geografia degli spostamenti migratori e delle modalità di insediamento delle comunità straniere nel territorio regionale, è possibile riscontrare in questa fase storica anche un aumento del numero di rifugiati, costretti dagli sconvolgimenti politici in atto nelle proprie aree di origine o in quelle ad esse limitrofe a fuggire verso l’Europa e a fare uso di canali irregolari di accesso agli Stati. Non a caso, proprio a partire dagli anni Novanta viene comunemente fatta risalire l’origine di quel processo di “clandestinizzazione delle migrazioni” (Melotti 2004: 7) che – alimentato dalle posizioni securitarie degli attori istituzionali e legittimato presso l’opinione pubblica sull’onda emotiva dei primi sbarchi nelle coste meridionali della penisola italiana (Pittau, Reggio 1996; Bellu 2004) – continua a permeare ancora oggi le politiche nazionali ed europee in materia di spostamenti migratori.

Tunisini a Mazara (foto Grasso)

Tunisini a Mazara (foto Grasso)

Terra di partenza, luogo di arrivo

La Sicilia, da circa un quarantennio, è oggetto di molteplici ricerche e rappresenta ancora oggi un’area di particolare interesse in ragione delle caratteristiche che l’insediamento di alcune comunità di immigrati assume nei diversi contesti territoriali. Anche se le indagini sulle migrazioni internazionali hanno prodotto una mole ormai considerevole di riflessioni e di risultati empirici, rimane ancora oggi forte l’esigenza di studiare i mutamenti che la presenza degli stranieri ha contribuito ad avviare nel sistema economico e culturale italiano ed i processi storici che hanno fatto da sfondo al loro radicamento.

Considerate spesso solo “migrazioni di ripiego” (Perrone 2001: 13), indotte dalla porosità dei confini marittimi e dalla prossimità spaziale dell’Isola con gli Stati dell’Africa settentrionale, i movimenti umani verso la regione andrebbero in realtà interpretati alla luce dell’antico legame istituitosi già a partire dal Cinquecento tra le due sponde del Mediterraneo (Gabrieli, Scerrato 1979; Bonaffini 1991). Se è vero, infatti, che una «emigrazione non è mai spontanea né casuale» (Cusumano 1997: 19), né può essere concepita come una semplice risposta meccanica ai condizionamenti strutturali provenienti dall’esterno, è altrettanto vero che la graduale stabilizzazione dei fenomeni di immigrazione in una terra, come la Sicilia, segnata da una secolare esportazione di manodopera richiede una spiegazione che vada ben oltre i soli vincoli costrittivi frappostisi alle scelte dei migranti.

Nella ricerca dei fattori che presiedono alla genesi degli spostamenti migratori verso la regione, particolare attenzione deve essere dedicata alla storia degli scambi culturali, economici e commerciali istituitisi tra la Tunisia e la Sicilia, tanto da far sentire la prima come «il naturale prolungamento della penisola e delle isole» (Paris 1975: 574) per i siciliani costretti a lasciare la propria terra natale nel periodo post-risorgimentale (Barbero 1995; Giordano 2005), mentre la seconda come una sorta di «America sotto casa» (Buttitta 1976: 9) per gli emigrati tunisini decisi a tentare un progetto di lavoro all’estero a partire dagli anni Sessanta del XX secolo. Come è stato sostenuto da molti studiosi, le ragioni di questo legame sono facilmente intuibili se si tengono in considerazione i rapporti di lavoro e di amicizia istauratisi, già a partire dal secolo scorso, tra i cittadini tunisini e gli immigrati italiani di Tunisia. Sulla scorta di quanto rilevabile da alcune ricostruzioni, questi ultimi – costretti a tornare in Italia dopo la conquista dell’indipendenza politica da parte del Paese maghrebino ed il consequenziale processo di nazionalizzazione delle terre messo in atto nel 1963 da Habib Bourguiba – avrebbero richiamato in Sicilia i conoscenti e gli amici del paese dirimpettaio (Caldo 1981: 45), i quali, secondo il noto meccanismo della “catena migratoria” (Reyneri 1979), avrebbero a loro volta favorito l’emigrazione di altri connazionali (Giacomarra 2002: 81). In questa direzione, è proprio la prospettiva storica a fornire una chiave di interpretazione valida per spiegare la «assurdità che, secondo la opinione di molti, caratterizza il fenomeno dell’immigrazione dei Tunisini in Sicilia» (Slama 1986: 15), nel solco di quell’unità del mondo mediterraneo contraddistinto da un flusso ininterrotto di relazioni e di migrazioni tra le due opposte rive (Braudel 1976: 238).

bengalesi a palermo

Bengalesi a Palermo (foto Saturnino)

La “scoperta” della Sicilia da parte degli immigrati

Sebbene l’antico legame storico tra le due sponde del Mediterraneo metta ben in evidenza una parte delle motivazioni sottese all’ingresso dei primi maghrebini nelle coste siciliane, esso da solo non può essere in grado di spiegare perché l’immigrazione si sia radicata nel corso di pochi anni nel territorio regionale, fino a configurarsi come una vera e propria componente strutturale del sistema demografico e produttivo della penisola italiana. Per cogliere le ragioni profonde del trasferimento di gruppi sempre più consistenti di cittadini stranieri nei contesti provinciali dell’Isola, oltre alle istanze di carattere culturale, è importante tenere nella giusta considerazioni anche le dinamiche economiche e sociali che hanno agito da richiamo per i movimenti umani provenienti dall’estero, alimentando l’incontro tra l’offerta di manodopera migrante e la domanda dei mercati del lavoro locali.

Come è stato evidenziato nella letteratura sul tema, l’immigrazione in Sicilia si è inserita in un contesto storico particolarmente complesso, segnato dal passaggio da un sistema di produzione basato sull’agricoltura e sul settore primario ad un modello di sviluppo fondato, invece, sulla cosiddetta “terziarizzazione improduttiva”, che ha avuto l’effetto di indebolire i comparti tradizionali della struttura produttiva regionale «non per caduta della domanda ma per mancanza della forza lavoro» (Buttitta 1976: 10). Nell’ambito di tale quadro, è facile intuire perché la presenza dei lavoratori stranieri non si sia posta in contraddizione con gli elevati livelli di disoccupazione interni all’Isola, ma abbia al contrario costituito la diretta conseguenza dei vuoti di manodopera registratisi dalla fine degli anni Sessanta soprattutto nei rami più dequalificati del mercato del lavoro siciliano. Sebbene si sia sviluppata al di fuori di qualsiasi programma di reclutamento attivo sul mercato del lavoro locale e sia stata interpretata fin dalle prime fasi storiche come una sorta di “disgrazia sociale” imbattutasi in un contesto regionale già profondamente segnato da numerose difficoltà di carattere economico [3], l’immigrazione tunisina ha invece assecondato vantaggiosamente le esigenze non soltanto del territorio di destinazione – che ha così potuto colmare il vuoto occupazionale verificatosi nell’ambito agricolo ed in quello edile –, ma anche di quello di partenza, data la crescita demografica, l’innalzamento dei livelli di disoccupazione, il fallimento della riforma agraria e la crisi dei comparti tradizionali che hanno caratterizzato la Tunisia nel periodo successivo alla conquista dell’indipendenza politica (Caldo 1981: 42-49; Slama 1986: 56-71).

Nonostante si sia trattato di un fenomeno inizialmente ignorato dall’opinione pubblica e tollerato dagli organi di governo, gli studi pioneristici sull’immigrazione hanno documentato con rigorosa dovizia di particolari le modalità con le quali esso si è manifestato nell’Isola. Secondo alcune di tali indagini, l’immigrazione in Sicilia ha avuto inizio con l’arrivo dei primi pescatori tunisini, giunti nella seconda metà degli anni Sessanta a Mazara del Vallo [4] e attratti dalle possibilità di lavoro offerte dallo sviluppo della flotta peschereccia della piccola città siciliana. La concentrazione dei lavoratori tunisini in questa area territoriale e in questo ramo di attività sono da leggere in continuità con quelle trasformazioni economiche che hanno visto la pesca costiera a conduzione familiare venire rapidamente soppiantata da quella d’altura “a conduzione capitalistica” (Miceli 1984: 31), con un massiccio ricorso al lavoro dipendente. Nell’ambito di queste nuove dinamiche produttive, la presenza dei cittadini nordafricani si è rivelata particolarmente utile non soltanto perché ha consentito agli armatori di comprimere il costo del lavoro e di far lievitare i propri profitti, ma anche perché ha permesso loro di esercitare una forte pressione sui lavoratori autoctoni – impegnati proprio in quegli anni in un partecipato movimento di rivendicazione sindacale dei propri diritti [5] –, costringendoli ad accettare le condizioni di impiego imposte della domanda (Cusumano 1976; Rovelli 1990: 115).

Se si studiano con maggiore analiticità gli elementi che hanno contraddistinto, più in generale, l’inserimento degli immigrati nel mercato del lavoro regionale è possibile scorgere nuovi dettagli che rivelano le contraddizioni sulle quali si sono fondati – e continuano ancora oggi a fondarsi – i processi di inclusione sociale ed occupazionale dei migranti in Sicilia. Un mercato del lavoro profondamente segmentato e flessibile, con un’economia sommersa dinamica ed in costante evoluzione, «dove imprese di piccole e piccolissime dimensioni e soprattutto famiglie necessitano di manodopera flessibile, a basso costo, disponibile ad impieghi scarsamente qualificati, in condizioni spesso precarie, al margine delle regole» (Avola 2009: 46), ha fornito numerosi “spazi aperti” (Ambrosini 1993) al radicamento della presenza migratoria, favorendone prima un insediamento in forme pendolari, poi una graduale stabilizzazione nel tessuto societario dell’Isola. Si pensi alla facilità con la quale la manodopera straniera si è radicata nel settore agricolo, ancora fortemente connotato da arcaici equilibri di potere che ne hanno acuito le criticità dei rapporti di impiego. E si pensi anche al ruolo esercitato dal cosiddetto “terziario umile” nell’ambito del quale, già a partire dagli anni Ottanta [6], quote sempre più significative di cittadini stranieri hanno trovato occupazione, assecondando con la loro disponibilità a ricoprire posizioni spesso dequalificate e sottopagate i mutamenti e le esigenze produttive della società siciliana.

Donne romene nel Ragusano

Donne romene nel Ragusano

Data la relativa facilità con la quale la componente non autoctona della popolazione è stata assorbita nei diversi segmenti della struttura produttiva siciliana, i gruppi immigrati hanno fatto registrare una notevole crescita. Mentre fino agli anni Ottanta – secondo i dati resi noti dai risultati del censimento Istat del 1981 – i cittadini stranieri residenti nell’Isola risultavano pari a 14.785 unità (Mangano, Pernice 1990: 164), essi – secondo un’indagine dell’Inca-Cgil – hanno fatto rilevare già all’inizio degli anni Novanta un’impennata degna di nota, attestandosi su una cifra pari a 66.853 unità già nel 1991 (Polto 1996: 145), con un incremento del 352,2% in soli dieci anni. Tale dato risulta ancora più interessante se si riflette sul fatto che, nella graduatoria delle regioni più abitate da cittadini di origine straniera, la Sicilia si è collocata quasi in cima, diventando «meta di un consistente fenomeno migratorio (non più solo territorialmente selettivo) quasi allo stesso titolo delle regioni del Nord e del Centro Italia» (Tornesi 2001: 423).

A fronte della centralità della manodopera non autoctona nei meccanismi produttivi siciliani, la componente straniera è apparsa come una “presenza assente”, «accettata a desiderata per ciò che essa rappresenta nel mondo nel lavoro in termini di occupazione di posti precari e di calmierazione dei salari» (Miceli 1984: 31), ma al tempo stesso negata per tutto ciò che la comunità ospitante avrebbe dovuto «approntare in termini di servizi, strutture e alloggi che non siano catapecchie cadenti» (Ibidem). Se è vero pertanto che il paradosso del “wanted but not welcome” costituisce un dato ricorrente nella storia delle migrazioni internazionali (Zolberg 1990), ciò risulta ancora più vero nel caso della Sicilia. In un contesto sociale segnato da elevati livelli di disoccupazione, infatti, la franca ammissione della necessità del ricorso al lavoro immigrato si sarebbe rivelato per certi versi imbarazzante, non solo perché avrebbe finito con l’attirare nuovi arrivi, ma anche perché avrebbe richiamato la responsabilità degli imprenditori e dei soggetti istituzionali rispetto al bisogno «di sviluppare in maniera più strutturata una qualche politica di accoglienza» (Ambrosini 1993: 9).

Tali considerazioni si ricollegano direttamente al secondo aspetto delle migrazioni nell’isola siciliana che ci pare il caso di sottolineare. La vicenda storica dei trasferimenti degli immigrati nordafricani in Sicilia dimostra come il modello italiano di governance dei fenomeni di mobilità umana si sia contraddistinto fin dagli inizi per l’assenza di dispositivi istituzionali volti a selezionare e a regolare in modo coerente con le necessità produttive del Paese l’accesso e la permanenza dei cittadini stranieri nella penisola. A questa assenza ha fatto da contrappeso la reiterazione di provvedimenti finalizzati sovente al contrasto e alla repressione dei nuovi ingressi, in un clima di allarmismo generalizzato e nel solco di quella retorica tautologica che – come ha ben rilevato Alessandro Dal Lago già sul finire degli anni Novanta – partendo da una «semplice enunciazione dell’allarme […] dimostra la realtà che esso denuncia» (Dal Lago 2004: 73).

Dialoghi Mediterranei, n.18, marzo 2016
Note
[1]  Va precisato che la ricerca storiografica degli anni Novanta ha permesso di evidenziare come, già nel periodo antecedente agli anni Sessanta e Settanta, numerosi movimenti di immigrazione abbiano per molto tempo segnato le aree del paese (Pizzorusso, Sanfilippo 1990). In questo complesso quadro, la Sicilia si è configurata come regione di immigrazione fino all’inizio dell’Ottocento, attirando diverse tipologie di stranieri: dagli schiavi africani utilizzati fino al Cinquecento alle colonie grecoalbanesi, fino ad arrivare ad una migrazione più qualificata proveniente dalla Spagna. Nell’ambito di una riflessione su tali dinamiche, interessante è anche la direttrice Nord-Sud che ha investito i flussi migratori verso la Sicilia: «I lavoratori toscani eccedenti partivano […] alla volta della Sicilia, come quelli lombardi nella medesima situazione lasciavano la loro terra natale per le città e le campagne d’Italia centrorientale e della Sicilia» (Bonifazi 1998: 85).
[2] In tal modo si spiegherebbero, secondo Giuseppe Scidà, alcune anomalie che caratterizzano in questo specifico periodo storico l’immigrazione nel contesto siciliano. Tra queste, l’elevata mascolinità delle presenze straniere, la frammentazione dei gruppi nazionali, la notevole concentrazione di stranieri in posizione giuridica irregolare e in età produttiva. Per riprendere le parole dell’autore, tali caratteristiche «potrebbero essere spiegate da un semplice fatto […] e cioè che la Sicilia costituisce, per una consistente fascia di immigrati extra-europei ed in particolare dei Paesi del Sud del Mediterraneo la prima tappa del loro iter migratorio anche per i minori costi di trasferimento e la maggiore vicinanza geografica e culturale» (Scidà 1990: 97-99).
[3] Quando si è manifestato il fenomeno migratorio, la Sicilia viveva uno dei suoi momenti di crisi economica più acuta. Il quadro che è emerso da una ricerca commissionata nel 1976 dall’Isvi e dal Formez nelle principali province dell’Isola risulta, a questo proposito, particolarmente esplicativo: «In una drammatica sintesi possiamo dire che sono le seguenti caratteristiche a definire le aree interne del Mezzogiorno: nessun investimento industriale; fortissimo esodo che ha comportato la diminuzione secca della popolazione presente, nonché gravi modifiche della popolazione nella composizione per sesso e per età, tendenti ad accentuare i fenomeni di femminilizzazione e senilizzazione; riduzione del tasso di attività determinato dalle caratteristiche assunte dall’esodo; nonché dalle modifiche intervenute nei settori produttivi» (Cacciola, Musmeci, Palidda 1978: 103).
[4] Secondo quanto riportato da Hassen Slama, l’immigrazione in Sicilia ebbe inizio esattamente nel 1963, con l’arrivo presso il porto di Marsala di un giovane di 17 anni proveniente della città tunisina di Susa e diretto a Mazara del Vallo, presso la quale c’era ad attenderlo il suo ex padrone siciliano che, in Tunisia, era proprietario di una fabbrica di confezionamento sarde sotto olio (Slama 1995: 187).
[5] Come ha ben messo in evidenza Antonino Cusumano nel suo primo studio sull’immigrazione in Sicilia, le condizioni che connotavano il lavoro nel settore della pesca erano improntate ad una estrema precarietà e ad una forte insicurezza tanto nelle prestazioni di impiego, quanto nel livelli retributivi: «La normativa che regola le ore di lavoro per i pescatori non esiste. La paga è calcolata sull’ammontare netto del pescato […] La retribuzione rimane regolata dal vecchio sistema delle “parti”: metà del ricavato va all’armatore, della metà rimasta tre parti spettano al capitano, due parti e mezzo al primo motorista, due parti al capopesca e una parte infine va al marittimo. Non esiste ancora un contratto nazionale di lavoro che regolamenti almeno quegli istituti normativi fondamentali, quali il salario-base garantito, le ferie, la gratifica natalizia, il riposo ecc. prescritti dalle leggi e già patrimonio acquisito di tutte le categorie di lavoratori. Precario e inadeguato è il sistema mutualistico per l’assistenza in caso di malattie ed infortuni; scarsa e del tutto insufficiente la tutela previdenziale» (Cusumano 1976: 39). A questi fattori si è aggiunta anche la rischiosità del lavoro sulle imbarcazioni destinate alla pesca d’altura. Secondo quanto è stato rilevato da Costantino Caldo, le «imbarcazioni, alla ricerca di catture sempre più difficili, si spingono lontano e operano in condizioni anche di forte maltempo. Per lo stesso motivo i natanti si avvicinano troppo alle acque territoriali straniere e suscitano reazioni da parte delle autorità tunisine e libiche» (Caldo 1981: 72).
[6] Già nel 1980, sulla scorta dei risultati di una ricerca empirica da lui stesso coordinata, Vincenzo Guarrasi rilevava quote significative di migranti – soprattutto donne – occupati nell’ambito dei servizi domestici. Questo tipo di impiego era presente per lo più negli agglomerati urbani, comprendendo le cinque città capoluogo di provincia, le località turistiche (Cefalù e Taormina) ed i centri medi connotati da relativo benessere (Guarrasi 1983: 35). Allo stesso modo, anche Antonino Cusumano nel 1981 documentava la presenza di «lavoratrici filippine, eritree e somale che, immigrate prevalentemente nei capoluoghi di Palermo e Catania, svolgono attività di collaboratrici domestiche» (Ministero dell’Interno 1981: 29).     
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Antonella Elisa Castronovo, giovane laureata in Antropologia culturale presso l’Università degli Studi di Palermo, ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia e Sociologia della Modernità presso l’Università di Pisa e collabora alle attività di indagine del Dipartimento “Culture e Società” della Scuola delle Scienze Umane e del Patrimonio Culturale dell’Università di Palermo. Tra i suoi interessi di ricerca, lo studio delle migrazioni nel mercato del lavoro italiano e l’analisi dei processi di rappresentazione politico-mediatica della “vicenda Lampedusa”. Su questi temi ha già pubblicato numerosi saggi in volumi collettanei.

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