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La difesa siciliana. Strategie per il Mediterraneo

Belgrado, Serbia

Giocatori di scacchi, Belgrado, 2016 (ph. Nuccio Zicari)

di Nuccio Zicari

«Il Bianco comincia la partita muovendo di due case in avanti (dalla casa e2 alla casa e4) il pedone di Re; il Nero replica spingendo anch’egli di due case in avanti (da c7 a c5) il pedone d’Alfiere di Donna. Foriera di un gioco complesso e senza compromessi, caratterizzato da un equilibrio dinamico tra il maggiore spazio conquistato dal Bianco e la migliore struttura pedonale del Nero. Il Nero contrasta l’occupazione del centro da parte del Bianco» [1].

A questo punto gli amici scacchisti saranno in attesa di leggere ulteriori strategie e varianti, la restante parte dei lettori vorrà voltare pagina per disinteresse. Non me ne vogliate, non conosco il nobile gioco degli scacchi, anzi credo di non aver mai neppure provato a giocare una partita, seppur terribilmente affascinato. Sono venuto a sapere di questa mossa da una serie su Netflix, La Regina degli Scacchi, interpretata da una splendida Anya Taylor Joy, e voglio usarla in questo scritto contro di voi.

Immaginate il Mediterraneo al centro di un’enorme scacchiera tracciata da meridiani e paralleli. Ogni nazione è un Pedone, ogni area geografica lo spazio di una mossa; quanto ai giocatori, essi rispondono a logiche di potere, strategie di attacco o difesa. Ogni apertura può determinare l’esito della partita, una chiusura sbagliata comprometterla, trasformare in sconfitta una vittoria.

Ma perché il Mediterraneo? Troppo stretto per separare, troppo largo per confondere [2]. Fin dall’antichità luogo di scontri e di morte perché luogo di scambi, tensioni che non sarebbero esistite se non come corollario dell’incontro tra culture diverse. Ma si sa, tra prossimi ci si dilania meglio a vicenda [3].

Alla partita in gioco oggi, grava la grande indifferenza della Regina Unione europea che dalle retroguardie delega agli Stati pedoni affacciati sul Mediterraneo (Grecia, Italia, Spagna) la gestione delle migrazioni massicce dall’Africa e dall’Asia Minore, limitandosi a finanziare la Turchia perché faccia il lavoro sporco di Torre sentinella ai confini. Diventa così necessario lavorare a pensare bene, come direbbe Pascal, cioè trovare un’intesa di gioco, una cooperazione fra gli Stati mediterranei e fra essi e il mondo intero abbattendo dei pregiudizi ideologici.

il-gioco-de-gli-scacchi-don-pietro-carreraPer concepire il Mediterraneo sarebbe però utile tracciarne i confini, i limiti di questa enorme scacchiera d’acqua. Fino a qualche tempo fa non esisteva una carta geografica del Mediterraneo. A disegnarne una di recente ci ha provato Mattia Insolera, un amico e fotografo, nel suo straordinario lavoro 6th Continent [4]. Un progetto durato sette anni che ha attraversato 13 Paesi per catturare l’essenza del Mediterraneo al di là dei cliché turistici. Un diario di bordo, una guida per viaggiatori che vogliono scoprire l’altra faccia del mare di mezzo. Un omaggio al Mediterraneo come Sesto Continente, ponte che mette in comunicazione differenti culture, terreno fertile per la nascita delle prime civiltà. La sovraccoperta del libro è una mappa nella quale il mare di mezzo è evidenziato, non le terre emerse.

Fernand Braudel, scriveva che questo mare è mille cose insieme. Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà. Viaggiare nel Mediterraneo significa incontrare il mondo romano in Libano, la preistoria in Sardegna, le città greche in Sicilia, la presenza araba in Spagna, l’Islam turco in Jugoslavia. Vi sono le radici della parte più profonda della civiltà italiana, francese, greca, spagnola e araba, in questo continente liquido.

Se si vuole capire il Mediterraneo, non si può farlo senza capire le terre che lo circondano.  Per capire queste terre è necessario concepire contemporaneamente l’unità, la diversità e gli opposti; ci vuole un pensiero che non sia lineare, che colga a un tempo le complementarietà e gli antagonismi. È il mare della comunicazione e del conflitto, il mare dei politeismi e dei monoteismi, il mare del fanatismo e della tolleranza, il mare in cui il conflitto, alla fine tenuto a bada, nella piccola Atene del V secolo, è diventato dibattito democratico e dibattito filosofico [5].

Neanche a dirlo, in questa partita atavica il principale motivo di scontro resta quello religioso. Paradosso supremo se si pensa che le tre religioni Alfieri del Mediterraneo, Islam, Cristianesimo, Ebraismo, hanno tutte uno stesso Dio. Un Dio unico diviso in tre Dei gemelli e nemici, ciascuno dei quali pretende di avere proclamata la sua legge. Nascono i fondamentalismi. Ma cosa sono i fondamentalismi? Su di essi è bene spendere due parole. A sentire la parola fondamentalismo subito vien da pensare a quello islamico, quello dei turbanti neri e dei martiri suicidi al grido di Allah Akbar. Ad analizzare meglio il fenomeno, per fondamentalismo si intende un atteggiamento etnocentrico espansivo attivo con la pretesa di esportare i propri princìpi e annullare la differenza dell’altro.

Corano, Algeria, 2017 ©Nuccio Zicari

Algeria, 2017 (ph. Nuccio Zicari)

Il fondamentalismo islamico, a conoscerlo bene, non appartiene affatto alla tradizione arcaica dell’Islam; nella sua variante intollerante e aggressiva, è piuttosto il prodotto contemporaneo della reazione al colonialismo occidentale e alla globalizzazione capitalistica, la scelta di militarizzazione da parte di culture che si sentono aggredite. Un fondamentalismo di reazione quindi ad un altro fondamentalismo, quello occidentale, che turbato dalle differenze altrui, vede in esse un male di cui si propone come la cura. Ma pensare di battere un fondamentalismo rafforzando il proprio significa proporre il male come terapia, avviare quella spirale perversa del conflitto tra le civiltà [6].

Oggi tutto sembra opporre un’Europa dell’apertura a un Islam della chiusura, ma nella storia passata l’Islam è stato a Bagdad, Granada, Istanbul, fin dall’Impero Ottomano, ospitale verso le popolazioni ortodosse, cattoliche, ebree, laddove l’Europa cattolica perseguitava tutto ciò che era al di fuori del suo credo. Le nazioni arabo-islamiche, da poco emancipatesi con la primavera del 2010, non hanno ancora maturato quel dialogo necessario per determinare un reale confronto pacifico. Sembra quindi che il conflitto tra questi due mondi sia legato ad un ritardo storico di civiltà di un paio di secoli piuttosto che a un fenomeno di natura religiosa. Viene da chiedersi, cosa è successo al mondo intero per spingere la società all’odio, a scontrarsi in partite sempre più sanguinolente?

1770, 1789, Cristianesimo. No, non sto dando i numeri, né tantomeno c’è una correlazione tra date e culto. Sono solo i responsabili, a mio modestissimo avviso, degli effetti deviati nella società contemporanea. Mi spiego meglio. Il 1770 è la data della Rivoluzione Industriale, il genere umano inizia a comprendere di potersi servire delle macchine per la produzione in larga scala e a basso costo. Tutto ciò determina un aumento esponenziale dei prodotti, quindi degli acquisti, quindi dei consumi; anche i beni che apparivano inarrivabili diventano alla portata delle masse; più consumi ovviamente producono più rifiuti e inquinamento con effetti sull’ambiente (ma questo è un altro discorso). Questo apparente benessere dato dal progresso tecnico porta alla nascita del Capitalismo, una macchina infernale capace di produrre un continuo scontento da colmare col desiderio, solo temporaneamente appagato dal Consumismo. Non solo, l’utilizzo sempre più efficace delle macchine distorce l’attenzione sull’uomo, considerato al pari di un ingranaggio da utilizzare e oleare solo quando ormai corroso, da sostituire quando non funzionante o logoro dal lavoro. Chiudono le botteghe, muore l’artigianato e sulle sue ceneri germoglieranno a distanza di qualche tempo le lotte di classe e il proletariato.

Nel 1789 scoppia la Rivoluzione Francese e, al prezzo di qualche testa, la presa di coscienza dell’uomo e del suo diritto alla libertà, all’uguaglianza. Si pone un’attenzione sempre maggiore sull’uomo in quanto essere illuminato dalla ragione, nasce l’Illuminismo. La visione illuminista antropocentrica insieme a quella capitalista diffondono l’idea dell’Homo faber fortunae suae , l’uomo artefice del proprio destino, capace con le sue virtù di produrre innovazione, sviluppo, progresso, benessere per l’intero pianeta. Non è andata proprio così.  È indubbio che la società, le scienze, la medicina, abbiano fatto degli enormi passi avanti da allora. Ma a quale costo?

Bagamoyo, Tanzania. 2017 ©Nuccio Zicari

Bagamoyo, Tanzania, 2017 (ph. Nuccio Zicari)

Tutta questa corsa spasmodica all’innovazione, alla produzione di prodotti, di ricchezza, ha generato un mondo diviso in sottomondi. Un Primo Mondo che soddisfa la sua insaziabile voracità di ricchezza al costo di colonizzare continenti interi (Africa, India, Sud America…), schiavizzando intere popolazioni, sradicandone la cultura, sfruttandone i territori; un Secondo Mondo di consumatori seriali costantemente insoddisfatti, infelici e profondamente egoisti, indifferenti e intolleranti verso tutto ciò che sta fuori la staccionata del proprio giardino. Un Terzo Mondo, affamato, violato, volontariamente impoverito per essere sfruttato, e per questo incattivito, pronto a qualunque gesto anche il più estremo per riappropriarsi della propria dignità.

E il Cristianesimo? Oltre ai valori etici di fratellanza, amore per il prossimo, assolutamente condivisi, il Cristianesimo ha innestato nelle menti dei suoi discepoli un’idea, permettete la licenza, terroristica.

La religione cristiana è basata sul concetto di sacro, il termine sacro ha un’origine orfea (nella Grecia classica, hagios – separato), per indicare qualcosa di inviolabile, non accessibile ai comuni mortali; tant’è vero che profano, dal latino fanum (il tempio) pro-fanum (lo spazio fuori dal tempio), è tutto ciò che sta al difuori dei luoghi sacri, chiese, sinagoghe, moschee. Il sacro in quanto divino è qualcosa di distante, che la comunità tiene lontano da sé perché lo teme in quanto essere superiore che non si riesce a dominare, ma che allo stesso tempo viene venerato e affascina come l’origine da cui si è provenuti. Non a caso il sacro non viene celebrato nei giorni feriali, quelli del lavoro e della vita quotidiana, ma nei giorni festivi, nelle feste comandate, comandate appunto dall’ordine religioso. La religione, lo dice la parola (dal latino re-lìgare, relegare), ha il compito di contenere l’area del sacro [7]. Religio est, quae superioris naturae, quam divinam vocant, curam caerimoniamque effert. (Religione è tutto ciò che riguarda la cura e la venerazione, rivolti ad un essere superiore la cui natura definiamo divina) [8].

Quindi, come direbbe Ludwig Feuerbach, la religione consiste di idee e valori prodotti dagli esseri umani, erroneamente proiettati su forze e personificazioni divine. Dio sarebbe quindi la costruzione di un Super uomo (uomo potenziato con attribuiti ideali dati dall’uomo stesso). È una forma di alienazione, in quanto la religione estranea l’uomo da sé stesso facendogli credere di non essere in prima persona: l’uomo è sottomesso da sé stesso. La religione si trova ad essere dunque un rifugio dell’uomo di fronte alla durezza della realtà quotidiana. Karl Marx invece la definisce «il gemito della creatura oppressa, l’animo di un mondo senza cuore, così come è lo spirito d’una condizione di vita priva di spiritualità. Essa è l’oppio dei popoli» [9].

Tunisia, 2014. ©Nuccio Zicari

Tunisia, 2014 (ph. Nuccio Zicari)

Se la religione contiene e difende l’area del sacro, forse è perché rappresenta l’area dell’indifferenziato, della onnipotenza, del tutto e il contrario di tutto, della coesistenza del bene e del male, della punizione e dell’ascensione, della contaminazione dei significati, del caos e della trasgressione, che l’uomo teme e dalla quale si difende inventando la ragione. La ragione serve a dare ordine, si basa sul principio di non contraddizione (un sasso è un sasso e non un albero), senza le regole e i codici l’uomo correrebbe il rischio di accorgersi della sua sacralità, della sacralità di tutte le cose che lo circondano, il sacro non sarebbe più appannaggio di pochi, non sarebbe più strumento di potere della religione. Ma il Cristianesimo non è solo questo.

Dio nel tuo passato, presente e futuro [10]. Questo passo tratto dal quarto libro dei Numeri della Bibbia cristiana rende esattamente il concetto. Tutto il culto occidentale è basato sull’idea che il passato è male, in altre parole il peccato originale col quale veniamo al mondo inconsapevoli, il presente è redenzione, il futuro è salvezza. Questa convinzione è perfettamente in linea con la scienza, lungi da teorie di conflitto tra le parti, che considerano il passato negativo per ignoranza, il presente come ricerca, il futuro come progresso. Anche Marx è cristiano quando pensa che il passato sia ingiustizia sociale, il presente capitalismo, il futuro giustizia sociale. Perfino Freud che scrive un libro contro la religione, L’avvenire di un’illusione [11], afferma che il passato è il luogo dei traumi, che il presente è analisi, il futuro è guarigione. Tutto in Occidente è positivo, tutto sottende la condizione di espiazione di una colpa connaturata, del sacrificio in nome della fede in una ricompensa terrena o ultraterrena, nella salvezza.

Belgrado, Serbia. 2016 ©Nuccio Zicari

Belgrado, 2016 (ph. Nuccio Zicari)

Ma cosa accade quando questa visione positivista viene messa in crisi? Quando crollano i valori, si spengono le speranze, quando si perde il significato stesso e lo scopo delle propria vita e viene messa in discussione l’autorevolezza delle istituzioni deputate a salvaguardarci, ecco che avviene la perdita della fede nel futuro. Ed è proprio in questo terreno fertilizzato ad angoscia, paura e sconforto che la crisi del futuro suscita la rivincita del passato. Quando il futuro è perduto e il presente è malato, non resta che rifugiarsi nel passato, nelle radici etniche, nazionali, religiose. La ricerca di un’identità forte nella quale rifugiarsi, trovare protezione e sicurezza, determina la convergenza di tante piccole minoranze in nome di un ideale comune. Rinascono i Nazionalismi. Con essi i fondamentalismi, le disuguaglianze, le intolleranze.

Il risultato di tutto questo si traduce in una sempre crescente perdita di Umanità, in una disattenzione per l’altro in nome del proprio bene supremo. È qui che la crisi del Mediterraneo diventa metafora della crisi del mondo intero. Come il  mondo necessita di una mondializzazione di comprensione e di solidarietà, così il Mediterraneo necessita di una mediterraneizzazione di comprensione e di solidarietà; come il mondo può salvarsi solo grazie a una religione della fraternità umana, il Mediterraneo può salvarsi attraverso una religione della fraternità mediterranea; come il mondo necessita di decisioni comuni a problemi comuni, così il Mediterraneo necessita di decisioni comuni per i suoi problemi militari, economici, ecologici.

Nello scenario di questa partita nella quale tutti i pedoni sono schierati, la Regina Europa, anziché arroccarsi dietro cavalli e torri di difesa, dovrebbe incentivare il dialogo tra i vari popoli del Mediterraneo. Un dialogo laico basato sulla tolleranza e sul riconoscimento e accettazione delle diversità come opportunità di scambio e di crescita, aperto e sempre pronto a mutare in base alla prospettiva dalla quale si conduce. Non si può riscoprire il Mediterraneo se non cessando di percepirlo come frontiera e considerandolo come bene comune e grande canale di comunicazione. Si potrà parlare davvero di comunità europea solo quando essa sarà fondata su decisioni politiche e apertura culturale, non solo su accordi economici, allora sarà un’Europa della diversità in cui l’area mediterranea conserverà la sua specificità e autonomia.

Tunisia, 2014. ©Nuccio Zicari

Tunisia, 2014 (ph. Nuccio Zicari)

Questa idea di Europa vedrebbe il libero sviluppo della sua parte islamica, reintegrando un Islam Europeo isolato e represso in Bosnia-Erzegovina e riconoscendola come Stato europeo, integrando parimenti la Turchia e le minoranze islamiche in Francia prima che siano ghettizzate dalle pressione xenofobe. Riscoprire un’Identità Mediterranea fatta di cittadini mediterranei non solo fra gli Stati che si affacciano sul Mediterraneo ma anche nelle regioni con gli stessi caratteri all’interno di altre nazioni. Un rafforzamento di rapporti tra i Paesi africani e il Medio-Oriente. La risoluzione del conflitto israelo-palestinese col riconoscimento della sovranità nazionale palestinese è la strada obbligata. La ricostituzione della Jugoslavia, nazione crocevia, unirebbe l’Europa dell’Ovest cattolico e l’Europa dell’Est ortodosso separate da più di un millennio.

Una riforma dell’educazione che spieghi, come direbbe Leibnitz, che l’uno conserva e salva il molteplice. Se è necessario riformare l’educazione allora serve una democratizzazione della conoscenza, mettere tutti i cittadini in grado non solo di decidere ma di capire i termini delle questioni su cui decidere. Forgiare nuove modalità di pensiero, nuove strategie che servano non più a vincere la partita tra pedoni neri e pedoni bianchi, tra re e regine, tra alfieri e cavalli, ma che sgomberino il campo da gioco dalle rivalità.

Viviamo nella società della Tecnica, in cui tutto il mondo è sottomesso a un pensiero lineare, quantitativo, specializzato. Un mondo cieco ai sentimenti, alla poesia, alla sacralità di ciò che ci circonda e che custodiamo dentro di noi, indifferente all’unico aspetto che ci qualifica in quanto esseri umani, la nostra Umanità. In questo mondo basta un evento non prevedibile, un cataclisma, uno tsunami, una pandemia, per svelarne la crisi latente, la debolezza delle istituzioni che per far fronte alla loro inadeguatezza delegano il loro stesso potere decisionale a comitati tecnico-scientifici di esperti. Ma i tecnici, seppur utili e qualificati ad analizzare dati e trovare soluzioni statisticamente valide, proprio per la loro ultraspecializzazione non potranno mai prendere in considerazione un punto di vista che tenga conto della soggettività di ogni cittadino, delle sue esigenze specifiche, della sua diversa risposta ai provvedimenti presi.

Laddove un pensiero nordico anglo-sassone ci induce a trattare la prosa della vita, i problemi tecnici, pratici, quantificabili; non si può dimenticare che la prosa esiste solo allorquando la poesia è viva. La poesia della vita appartiene a un pensiero meridiano.

«Il pensiero meridiano esiste in forme disperse e talvolta malate e bisogna imparare a cercarlo: lo si può trovare nei nostri sud interiori, in una folla, in un silenzio, in una sosta, in una preghiera di ringraziamento, nell’inettitudine dei vecchi e dei bambini, in una fraternità che sa schivare complicità e omertà, in un’economia che non abbia ripudiato i legami sociali. Lo si può trovare nei sentimenti dove vivono più patrie, dove alla semplicità dei sì e del no si sostituiscono i molti veli della verità, dove la bellezza torna ad essere un premio per chi l’ha cercata a lungo e non un diritto di tutti per cui basta pagare, dove la difficoltà di colmare le distanze e il tessuto delle interdizioni non sono soltanto assurde repressioni ma anche ostacoli al fanatismo del possesso e del consumo, inizio delle storie e delle fantasie che guidano il percorso. Al pensiero meridiano spetta di mostrare questa continuità tra passato e futuro senza nessun disprezzo o risentimento per il presente. L’autonomia dalla modernità non è data dagli insulti e dagli anatemi, ma dalla percezione della disperazione che aleggia al suo fondo, dalla sostituzione di senso che si avverte nella sua incapacità di sottrarsi all’accelerazione. È questa consapevolezza che permette di vedere la ricchezza di forme di vita che ritenevamo obsolete: non può esistere un pensiero che non si alimenti di una forma di vita, o almeno del suo sogno. Il Mediterraneo è un pluriverso irriducibile che non si lascia ridurre ad un solo verso, e il suo valore sta proprio in questa irriducibile molteplicità di voci, nessuna delle quali può soffocare l’altra» [12].

Se i problemi del Mediterraneo hanno un’origine locale, regionale, mondiale, bisogna fornire soluzioni che siano al contempo locali, regionali, mondiali (antropolitica). Edgar Morin, fonte inesauribile d’ispirazione per questo scritto, ama nominare il carattere femminile, La Méditerranée, della parola Mediterraneo in lingua francese, congeniale ad un’ultima importante riflessione. Non c’è fratellanza senza maternità, la nostra madre è il mare nostrum (La Méditerranée). Dobbiamo ritrovare l’essenza profana del nostro Mediterraneo nell’apertura, la comunicazione, la tolleranza e la razionalità, renderla sacra. Scacco matto.

Dialoghi Mediterranei, n. 50, luglio 2021
 Note
[1] Pietro Carrera, Il Gioco de gli Scacchi, Militello, 1617: 412
[2] B. Khader, Comunicazione dattiloscritta, Lovanio, giugno 1984: 22
[3] A. Maalouf, L’identità. Un grido contro tutte le guerre, Bompiani, Milano, 2005: 38
[4] M. Isolera, 6thContinent, Neverland, Bari, 2015
[5] E. Morin, Pensare il Mediterraneo Mediterraneizzare il pensiero, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani, 2019
[6] F. Cassano, Paralleli e meridiani, prefazione de Il Pensiero meridiano, Laterza, Bari, 2005: 25-26
[7] U. Galimberti, Cristianesimo: la religione dal cielo vuoto, Feltrinelli, Milano, 2015
[8] Cicerone, De inventione, introduzione, traduzione e note a cura di Maria Greco, Congedo, Lecce, 1998: 161
[9] K. Marx, Introduzione alla Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico, in Opere filosofiche giovanili, Einaudi, Torino, 1969
[10]  Libro dei Numeri, Bibbia cristiana, 33:50-53
[11] S. Freud, Die Zukunft einer Illusion, 1927, New Compton, Roma, 2010
[12] F. Cassano, Il Pensiero Meridiano, Laterza, Bari, 2021: 9-10, 24

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Nuccio Zicari, si laurea in ambito medico per poi diplomarsi all’Accademia Internazionale di Fotografia John Kaverdash di Milano. Il suo principale interesse è l’aspetto documentario, antropologico, sociale e umanitario della fotografia, sia nel racconto di storie intime che nei progetti a lungo termine di interesse collettivo. Nel 2017 il suo lavoro HUMANITY WITHOUT BORDERS, frutto di tre anni di reportage sulle migrazioni nel Mediterraneo, viene inserito all’interno della Italian Collection del Premio Voglino, piattaforma che celebra ogni anno le più importanti storie fotografiche degli autori italiani. Al momento sta lavorando ad un progetto sperimentale di documentazione fotografica e multimediale della crisi socio-sanitaria da coronavirus in corso, dal nome C-DIARY, avvalendosi dell’uso del social network Instagram I suoi lavori sono stati esposti in Italia e all’estero e pubblicati su riviste nazionali, internazionali e su testi universitari. Dal 2019 scrive articoli per riviste di approfondimento culturale.

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