La collettività marocchina in Italia. Riflessioni a partire dalle statistiche

copertina . di      Franco Pittau e Antonio Ricci

Il Marocco conta in Italia un recente ma significavo insediamento, totalizza una elevata presenza anche a livello UE (stimabile attorno ai 3 milioni) e si presenta come il Paese più promettente della sponda sud del Mediterraneo. Nel volume La comunità marocchina in Italia. Un ponte sul Mediterraneo (Edizioni IDOS, Roma, gennaio 2014), curato dal Centro Studi e Ricerche IDOS, il sottotitolo allude al ruolo che il fenomeno migratorio può svolgere tra le due sponde sotto molteplici aspetti (economico, imprenditoriale, culturale, religioso e politico). Sarà questa la linea ispiratrice delle presenti riflessioni, che si avvalgono della redazione del libro citato e di un altro ad esso collegato (IPRIT. Immigrazione Percorsi di Regolarità in Italia, Edizioni IDOS, Roma, ottobre 2013). Entrambi i volumi, redatti in versione bilingue (italiano e francese) sono stati utilizzati per favorire la riflessione insieme ai rappresentati dell’immigrazione marocchina, con il supporto delle competenti autorità (in Italia: il Ministero dell’Interno e il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, l’Ambasciata del Regno del Marocco a Roma in collaborazione con il Ministère chargé de la Communauté Marocaine à l’Etranger; in Marocco: l’Ambasciata d’Italia a Rabat e il Consolato Generale di Casablanca).

La presenza degli immigrati marocchini, oltre a essere in Italia la prima collettività tra i non comunitari (come avviene anche in Spagna e in Belgio), si colloca al secondo posto nei Paesi Bassi, in Germania e in Francia, un Paese quest’ultimo in cui sono più del doppio rispetto all’Italia. Da una parte, va considerato che il Marocco è un Paese in cui il Re Mohammed VI è stato in grado di promuovere un riformismo equilibrato, che ha favorito lo sviluppo sociale ed economico interessato alle potenziali complementarità dell’Unione Europea. D’altra parte, il fatto che l’Italia valorizzando il Marocco sia diventata di recente un grande polo dell’immigrazione marocchina ne sollecita un suo ripensamento innovativo.

Questo contributo espone in maniera succinta l’evoluzione che ha conosciuto in Italia l’immigrazione marocchina, i dati statistici e le problematiche che attualmente lacontraddistinguono e le prospettive ipotizzabili per il futuro.

1  I principali dati statistici relativi al 2013

In Italia, al 31 dicembre 2013, i residenti stranieri sono circa 5 milioni (e senz’altro più numerosi se si tiene conto dei soggiornanti ancora privi dell’iscrizione nell’anagrafe dei residenti). I soggiornanti non comunitari registrati dal Ministero dell’Interno sono 3.874,720, tra cui i marocchini costituiscono la prima collettività con 524.775 membri, per il 44,1% donne (4 punti percentuali in meno rispetto alla totalità dei soggiornanti stranieri), il 30,3% minori (sei punti in più rispetto alla media). Nel corso del 2013, nonostante la crisi, questa collettività è aumentata ulteriormente di 11.401 unità (pari al 2,2%, mentre l’aumento medio degli immigrati non comunitari è stato del 2,9%).

Secondo i dati relativi al 2013, i lavoratori occupati nati in Marocco sono 220.609, in prevalenza nei servizi (47,5%), e quindi nell’industria (35,6%) e in agricoltura (9,9%). Nel corso del 2013 il bilancio tra assunzioni e cessazioni dei rapporti di lavoro è stato negativo anche per i lavoratori marocchini (- 6.885 unità).

Nell’anno scolastico 2012-2013 i ragazzi marocchini iscritti a scuola sono stati 98.106 (pari al 12,5% di tutti gli iscritti non italiani), così ripartiti: scuola dell’infanzia 25.317, scuola primaria 36.684, scuola secondaria di primo grado 20.952 e scuola secondaria di secondo grado solo 15.253.

Delle 65.383 acquisizioni di cittadinanza registrate nel 2013, 14.728 spettano ai marocchini, dei quali il 64,1% è titolare di un permesso per lungoresidenti (la media per gli stranieri non comunitari scende al 54,3%). I nuovi permessi di soggiorno rilasciati a cittadini marocchini (inclusi anche i soggetti regolarizzati nel 2012) sono stati 25.484 (nel 2012 25.211), e di essi il 36,6% lo è stato per motivi lavoro, su un totale 255.646 nuovi permessi (8.322 in meno rispetto al 2012).

Nel corso del 2013 sono scaduti, senza più essere rinnovati, 146mila permessi di soggiorno, di cui oltre un terzo ha riguardato le donne (34,9%), che erano in vigore al 31 dicembre 2012: la quota spettante ai marocchini è pari al 7,6% (11.033 permessi), nel 44,7% dei casi i permessi erano stati rilasciati per motivi lavoro e nel 32,7% dei casi per motivi di famiglia. La collettività marocchina ha trovato un freno alla decadenza dei permessi, ancora molto consistente ma inferiore agli anni precedenti a seguito della più elevata percentuale di permessi di soggiorno a tempo indeterminato.

Le rimesse inviate in patria dai marocchini hanno conosciuto un’impennata nel 2007, arrivando a 339.411.000 euro, per poi diminuire a 240.941.000 euro nel 2013. A parziale spiegazione della riduzione del volume (che però non tiene conto dei soldi che gli immigrati portano con sé in occasione dei ritorni) sta l’accentuato processo di integrazione che induce a utilizzare la maggior parte dei risparmi a sostegno del proprio nucleo stabilitosi in Italia.

È stata dimostrata infondata, anche nel passato, l’equivalenza tra “marocchino” e “criminale” e, tuttavia, questo aspetto continua a essere problematico, perché l’incidenza dei marocchini sulle denunce penali è risultata notevolmente più alta rispetto all’incidenza da essi avuta sui residenti (ad esempio, nel 2008 le percentuali erano rispettivamente del 13,9% e del 10,4%). Invece i dati forniti dal Ministero dell’Interno, Dipartimento di Pubblica Sicurezza, Direzione Centrale della Polizia Criminale attestano che l’incidenza sulle denunce riguardanti i cittadini stranieri è diminuita al 12,4% (37.817 su un totale di 305.974 denunce), confermando un andamento positivo anche se non ancora del tutto soddisfacente. Inoltre, tra i 21.854 detenuti stranieri in carcere al 31 dicembre 2013 i marocchini sono stati la prima nazionalità (4.060, con una incidenza del 18,6%).

2 L’evoluzione della immigrazione marocchina in Italia

In sintesi, gli anni ’70 hanno rappresentato la fase iniziale dell’insediamento marocchino in Italia, gli anni ‘80 sono stati quelli del consolidamento, gli anni ’90 sono stati caratterizzati dai ricongiungimenti familiari, mentre dal 2000 in poi, con un’accentuazione in quest’ultima fase, la forte tendenza all’insediamento stabile ha dovuto fare i conti con un andamento economico-occupazionale negativo.

Qualche ulteriore annotazione aiuta a meglio descrivere questa evoluzione. I primi marocchini, venuti in Italia negli anni ’70, per lo più disoccupati, senza qualifica e spinti dalla disperazione, si sono insediati prima nelle regioni meridionali, spostandosi poi verso il Nord. Negli anni ’80, i flussi hanno avuto origine non più solo dalle campagne ma anche dalle città e quindi, si è trattato di immigrati con un livello di istruzione più alto, quando non addirittura di studenti universitari che, chiuso l’accesso ai tradizionali Paesi di immigrazione, a partire dalla Francia, hanno trovato uno sbocco nelle università italiane e hanno contribuito ad elevare il livello culturale della loro collettività, operando anche come mediatori, educatori e operatori sociali. Negli anni ’90 si è assistito all’arrivo più significativo di donne marocchine che, con la loro presenza e quella dei loro figli, hanno conferito alla collettività una dimensione familiare e priva delle dinamiche della irregolarità dei precedenti flussi (spesso finite con la morte durante la traversata del Mediterraneo), recuperata attraverso diversi provvedimenti di regolarizzazione (nel 1986, nel 1990, nel 1995, nel 1998, e successivamente ancora nel 2002, nel 2009 e nel 2012). Negli anni 2000 si sono rafforzati i ricongiungimenti familiari, come confermato dal notevole aumento dei minori, dal consolidarsi dei legami con la società italiana attestato dall’aumento dei residenti a tempo indeterminato (titolari prima della Carta di soggiorno e poi del permesso di soggiorno di lunga durata ex Direttiva CE n. 109 del 2003, entrata in vigore in Italia nel 2007) e da diversi indicatori quali l’acquisto delle case, la presenza dei figli a scuola, i matrimoni misti, l’acquisizione della cittadinanza e così via.

I matrimoni misti e le seconde generazioni

Il notevole protagonismo dei marocchini per quanto riguarda i casi di acquisizione della cittadinanza italiana, da una parte fa pensare alla loro anzianità migratoria che consente più agevolmente di maturare il requisito di 10 anni di residenza in Italia richiesti per la naturalizzazione e, dall’altra, esprime l’interesse di questa comunità ad inserirsi pienamente nella società italiana. Tra l’altro, mentre nel passato erano stati prevalenti i casi di acquisizione di cittadinanza per matrimonio, per i quali il requisito è di due anni di attesa dopo le nozze, negli ultimi anni è prevalso l’accesso alla cittadinanza per naturalizzazione.

In Italia, nel 2012, l’incidenza dei matrimoni misti è più elevata, pari a circa un decimo del totale, mentre l’incidenza dei marocchini sul numero totale dei matrimoni misti è pari al 15% nel caso in cui la sposa è italiana e del 3,3% nel caso inverso. I matrimoni tra italiani e stranieri sono circa 2mila l’anno (in prevalenza si tratta di donne italiane che vanno spose a marocchini), ma da un’indagine dell’ISTAT (I migranti visti dai cittadini. Anno 2011, in www.istat.it, 11 luglio 2012) non solo è risultato che teoricamente solo il 30,4% degli intervistati è favorevole alle unioni miste, ma è anche emerso che, se a sposare il cittadino straniero dovesse essere la figlia dell’intervistato, il 59,2% sarebbe contrario e il 25,4% avrebbe qualche problema: i marocchini sono inclusi tra le comunità problematiche dopo i rom, i romeni e gli albanesi.

Il numero dei nati da entrambi i genitori marocchini hanno inciso per un quinto su tutte le nascite da entrambi i genitori stranieri nel 2001 (5.800 su 29.054) e per almeno un sesto negli anni successivi. I nuovi nati da genitori marocchini sono stati 12.875 nel 2010, 12.400 nel 2011 su un totale di 78.082 e 11.879 nel 2012 su un totale di 79.894. Ad essi bisogna aggiungere annualmente circa 2.000 nuovi nati, con un genitore marocchino e uno italiano (per lo più si tratta della madre) e, quindi, titolari per nascita di cittadinanza italiana.

03 La spiccata vocazione imprenditoriale

L’impegno imprenditoriale degli immigrati (tra titolari di azienda, soci, coadiuvanti, amministratori e altre figure aziendali) è stato rilevante e improntato a un maggior dinamismo, anche dopo lo scoppio della crisi economica nel 2008, che ha invece causato una diminuzione delle imprese italiane.

Quasi un terzo del totale degli imprenditori nati all’estero è nato in un Paese africano; tra questi prevalgono nettamente i nati nel Maghreb, a partire da quelli nati in Marocco (nel 2013 61mila su un totale di 400mila). Tra questi ultimi è proprio il commercio a svolgere un ruolo fondamentale, riguardando il 73,8% del totale degli imprenditori marocchini.

Bisogna tenere conto che la libera facoltà per gli immigrati di esercitare un lavoro autonomo, fatta eccezione per l’apertura avallata dalla legge 39 del 1990 a beneficio degli immigrati regolarizzati in quell’anno, si fonda sul superamento del principio della reciprocità bilaterale sancito dalla legge 40 del 1998. Di questa nuova opportunità i marocchini si sono avvalsi in misura ampia, creando circa un terzo delle loro imprese nel periodo 1998-2002, senza tuttavia perdere il dinamismo imprenditoriale nel periodo successivo e mantenendo il primo posto tra gli imprenditori immigrati.

I lavoratori autonomi/imprenditori, in 9 casi su 10 maschi, incidono all’incirca per il 12% sulla collettività marocchina presa nel suo complesso, un valore notevole rispetto alla media rilevata tra gli immigrati, anche se inferiore all’incidenza che si riscontra presso altre collettività, come quelle cinese, senegalese, bangladesi ed egiziana.

L’imprenditoria marocchina, alla pari di quella della generalità degli immigrati, è un fenomeno ad alta concentrazione in alcune aree del Centro-Nord del Paese (Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Toscana e Lazio) ma non è trascurabile la sua presenza anche in alcune regioni del Meridione (Calabria, Sicilia e Campania) .

Il settore di gran lunga prevalente per gli imprenditori marocchini è quello del commercio (incidenza di oltre i due terzi), mentre l’edilizia e altri comparti di attività sono meno rilevanti e addirittura minimale è la presenza nel settore agricolo.

In tutti i settori una delle principali difficoltà degli imprenditori immigrati è l’accesso al credito per finanziare le attività produttive e, su quattro domande presentate da imprenditori immigrati, una viene rifiutata perché le loro imprese vengono considerate strutturalmente più deboli e con minori garanzie (cfr. IDOS, Rapporto Immigrazione e Imprenditoria 2014, Edizioni IDOS, Roma, luglio 2014).

Diverse questioni aperte in materia di sicurezza sociale

Nel 1994 è stato firmato dall’Italia e dal Marocco un accordo bilaterale in materia sicurezza sociale, che però, nonostante le insistenze, non è stato ratificato da parte italiana e, a quanto è dato sapere, difficilmente lo sarà, perché, nella nuova situazione finanziaria e previdenziale, è stato maturato un orientamento contrario ai criteri più aperti delle precedenti convenzioni (inclusione di tutte le branche assicurative, totalizzazione dei periodi assicurativi e ampia equiparazione dei territori dei due Stati). Peraltro, a seguito della legge 189 del 2002, non è più ammesso il rimborso dei contributi in caso di rimpatrio prematuro rispetto alla maturazione del diritto a pensione e al raggiungimento dell’età pensionabile, ma solo il pagamento di un pro-rata (corrispondente all’entità, anche minima, dei contributi versati), al compimento del 65° anno di età. Nella situazione attuale, in cui i ritorni sono frequenti, è reale il rischio che i versamenti pensionistici non abbiano un corrispettivo in termini di prestazioni ed è auspicabile che, seppure secondo nuovi criteri, si proceda alla stipula di convenzioni bilaterali.

L’accordo di associazione euromediterraneo tra la Comunità europea e il Regno del Marocco, firmato a Bruxelles il 26 febbraio 1996 ed entrato in vigore il 1° marzo 2000 (accordi analoghi riguardano la Tunisia e l’Algeria), prevede la creazione di una zona di libero scambio da realizzare a tappe. L’articolo 65 dell’Accordo contiene una clausola di non discriminazione in materia di “sicurezza sociale”, da ritenersi di immediata applicazione, nonostante previsioni in contrario della normativa nazionale, come precisato in alcune sentenze dei giudici nazionali e della Corte di Giustizia europea. Pertanto, ai lavoratori marocchini legalmente residenti in Italia (la precisazione sulla legalità come prerequisito è contenuta nell’art. 66 dell’Accordo) e ai loro familiari conviventi, deve essere garantito un accesso paritario, rispetto agli italiani, ai benefici da ritenersi inclusi nel concetto di “sicurezza sociale”.

Chiusure si determinano ancora nell’accesso dei marocchini ai posti di lavoro del settore pubblico, che per i soggiornanti lungoresidenti sono stati superati solo a seguito del recepimento nell’ordinamento italiano, nel 2013 (Legge europea 2013, n. 97/2013) della Direttiva europea 2004/38/CE, mentre continuano a essere frapposti ostacoli ai titolari di permesso di soggiorno dalla validità temporale limitata. Agli immigrati che non siano lungo soggiornanti viene anche negata la concessione delle prestazioni assistenziali (non dipendenti, cioè, da un precedente versamento di contributi), contrariamente all’orientamento maturato dai giudici di merito, dalla Cassazione e dalla stessa Corte di Giustizia di Lussemburgo.

04Le prospettive economiche e culturali tra l’Italia e il Marocco

L’Associazione Italia-Marocco (www.italiamarocco.it) è stata creata nel 2011 per favorire occasioni d’incontro a livello politico, culturale e di cooperazione economica (formazione, lavoro e turismo). Attualmente l’Italia è il terzo partner commerciale del Marocco, con un interscambio annuo di due miliardi di euro, che realisticamente può aumentare, essendo il Marocco l’area più fiorente di tutto il Nord Africa.

Il tema del co-sviluppo e dell’imprenditoria (sia transfrontaliera che di ritorno) sono temi suggestivi, che possono avere un positivo effetto di ritorno anche per l’Italia a condizione che dal piano concettuale si passi a quello operativo. Ad esempio, la CNA ha sottoscritto un accordo con la Fondazione Hassan II per favorire lo sviluppo dell’imprenditoria e gli investimenti in Marocco, anche sotto forma di joint-venture, obiettivo per il cui raggiungimento si adopera in loco anche l’Associazione di imprenditori italiani operante in Marocco (AIIM). Anche la sede di Roma dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni si è fatta carico con diversi progetti per favorire gli investimenti tramite le rimesse e valorizzare in Marocco le qualifiche professionali acquisite dagli immigrati (www.italy.iom.int), così come non sono mancati interventi interessanti da parte di qualche autorità regionale. In particolare, le rimesse, sostenute con politiche mirate da entrambi i Paesi, possono costituire il “ritorno virtuale” alla portata di tutti gli immigrati (anche di quelli insediati stabilmente in Italia), facendone dei “mediatori per lo sviluppo” e attribuendo loro una funzione di ponte tra i due Paesi. Nella provincia di Beni Mellal, la piccola città di Fqih Ben Salah (60mila abitanti) è stata soprannominata la “Petite Milano” per il fatto di essersi trasformata grazie all’utilizzo delle rimesse da piccolo borgo contadino in un centro moderno, dove è difficile trovare una famiglia che non abbia un membro coinvolto nell’emigrazione in Italia e sono molti i caffè con nomi italiani, come anche gli edifici in stile italiano (con persiane e finestre aperte sull’esterno).

A fronte di questa carenza, che mostra come l’immigrazione sia ancora un collante di scarso impatto tra le due sponde, è stato positivo che un recente accordo (2011) tra il Comune di Reggio Emilia e il Marocco, abbia consentito a 10 studenti universitari residenti in quel comune di partecipare per 15 giorni all’Università estiva del Marocco e a 30 studenti degli istituti superiori di essere ospitati per vacanze studio di 15 giorni.

Anche la consistenza numerica è un valido motivo per prestare maggiore attenzione a questa collettività. Una iniziale stima dal Centro Studi e Ricerche IDOS ha previsto un aumento dei marocchini in Italia di circa 30.000 unità l’anno, fino ad arrivare a quasi 800mila unità nel 2020. In questi ultimi anni di crisi si assiste, però, a un rallentamento. Nel 2013, l’aumento è stato determinato da circa 11-12mila nuovi nati in Italia, da 25.484 nuovi titolari di permesso di soggiorno (di cui il 58,7% per ricongiungimento familiare e il 36,6% per lavoro), ma tale aumento è stato parzialmente neutralizzato dalla diminuzione dovuta alle acquisizioni della cittadinanza italiana (quasi 15mila nel 2012 e presumibilmente altrettante nel 2013) e dai rimpatri per scadenza e mancato rinnovo dei permessi (11.033), per cui l’aumento effettivo è stato solo di 11mila unità. Resta vero tuttavia che, se nella collettività marocchina si includono anche i marocchini con doppia cittadinanza (dei quali non tengono conto gli archivi dei residenti e dei soggiornanti stranieri), nel 2020 la presenza marocchina raggiungerà le 800mila unità e probabilmente la supererà.

In conclusione, a tutti i livelli sono possibili sviluppi in grado di assicurare una triplice positività: soddisfare le attese riposte dagli immigrati nel loro progetto migratorio, rispondere alle esigenze del Paese che li ha accolti e, infine, non dimenticare i bisogni del Paese di origine.

Dialoghi Mediterranei, n.9, settembre 2014
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Franco Pittau, ideatore del Dossier Statistico Immigrazione (il primo annuario di questo genere realizzato in Italia) e suo referente scientifico fino ad oggi, si occupa del fenomeno migratorio dai primi anni ’70, ha vissuto delle esperienze sul campo in Belgio e in Germania, è autore di numerose pubblicazioni specifiche e, come presidente del Centro Sudi e Ricerche IDOS/Immigrazione Dossier Statistico, è intensamente occupato a livello di formazione e sensibilizzazione. Insieme alla sua équipe ha curato nel 2014 la pubblicazione bilingue del volume La comunità marocchina in Italia. Un ponte sul Mediterraneo.
Antonio Ricci, dottore di ricerca in “Storia d’Europa: radici culturali e politica internazionale” presso l’Università Sapienza di Roma (2004), è redattore senior presso il Centro Studi e Ricerche IDOS. In oltre quindici anni di esperienza nel mondo della ricerca sociale ha curato numerosi volumi in materia di immigrazione e asilo in Europa, tra cui: IPRIT. Immigrazione Percorsi di Regolarità in Italia. Prospettive di collaborazione italo-marocchina (IDOS, Roma, 2013) e Il Glossario EMN Immigrazione e Asilo. Edizione in lingua araba (IDOS-Sinnos, Roma, 2013).

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