La città duttile. Percorso nella geografia urbana della riformulazione migrante

Revolving House,Paul Klee,olio su tela, 1921.

Revolving House,Paul Klee,olio su tela, 1921.

di Valeria Dell’Orzo

Il susseguirsi degli arrivi dei migranti, e il loro stabilirsi sul territorio, innescano il fenomeno di una riorganizzazione urbana, crea nuove geografie interne, traccia invisibili confini che ridisegnano e rigenerano la quotidianità.

Nella contemporanea realtà di migrazioni globalizzate e nuove forme di nomadismi, le geometrie urbane si scompongono e si ricompongono in un ciclico alternarsi di frammenti in movimento che, legati tra loro, cambiano di segno per ricreare spazi fisici e sociali, luoghi di un uso che muta, aree di pertinenza dello scambio e dell’incontro. Nella realtà cittadina si attiva così, a partire dai fenomeni migratori e dai nuovi inserimenti socio-culturali, una ricostruzione del senso territoriale, che dà vita a una riorganizzazione polifronte della funzione del luogo.

La geografia urbana è fatta di spazio e di uomini, e su questo duplice rapporto si sono formate dimensioni fisiche e d’uso sociale. La città è una creatura pulsante che segue il muoversi dell’uomo, si contrae, si estende, si abbiglia in modo diverso per le diverse occasioni di cui si fa teatro; la geografia è un essere vivo fatto del vivo rapporto tra la fisicità della terra, l’idealizzazione mentale del luogo, e l’uomo stesso che si muove al suo interno.

La società performa, dunque, lo spazio sull’immagine di sé, ma anche lo spazio, quale luogo fisico dell’incontro e della costruzione della realtà quotidiana, permea e dà corpo sociale all’uomo. Al mutare dei fattori di propulsione vitale, interni alla circoscrizione spaziale, muta anche lo sguardo col quale si guarda a quelle realtà; muta, nel profondo sentire, l’immagine che quello spaccato rimanda a chi lo vive e a chi ci si imbatte. A questa motilità di scambio uomo-luogo, deve dunque adeguarsi l’approccio allo studio di un territorio urbano che, nella fissità delle storiche strutture, si trasforma e si arricchisce di nuove sfumature entro il suo intimo essere.

Basta camminare per le vie dell’antica Palermo per rendersi conto di questo fenomeno, per vedere come la rigidità di un luogo possa essere riplasmata e rimodellata nel profondo livello dell’uso e del vissuto, ci si rende conto ben presto di come la città a tratti cambi volto e in alcuni spaccati rifugge dallo svuotarsi per tornare a nuova vita, agita e gestita da comunità etniche e popolazioni immigrate che rendono sempre più visibile la loro cultura.

La volontaria condivisione del luogo, sia pure spesso alternata in un tacito accordo di utilizzo, inizia a incrinare la linea di separazione, timorosa e ghettizzante, per la quale «dobbiamo pensare a tutte quelle forme di segregazione intenzionale dalla differenza culturale per proteggere la propria visione del mondo. Le barriere possono essere di tipo fisico o sociale: per esempio, i quartieri in cui si stabilisce esclusivamente un gruppo etnico oppure i ghetti, ma anche i luoghi di aggregazione a selezione etnica, religiosa, economica o politica».1

I quartieri storici, centrali, e in parte abbandonati dai vecchi residenti, soffocati dalla città battente che li avvolge, tornano invece a popolarsi grazie all’inserirsi dei flussi migratori: le piazze dal piancito dissestato, i vicoli oscuri e sottili, gli sconnessi blocchi di un lastricato   segnato dall’incuria e dal fervido vissuto, ancora caldi e privi della freddezza delle moderne illuminazioni, tornano a popolarsi e a rivivere come luoghi di vita e cultura e non solo come slarghi di attività e capillari di rapido ed effimero passaggio.

I costi accessibili, l’attrazione di una posizione centrale che accorcia le distanze tra la casa e il luogo di lavoro e offre, rispetto alle periferie, servizi e infrastrutture, fanno di questi spazi punti nevralgici della geografia urbana della mescolanza, consentendo agli immigrati di rimanere vicini tra loro, grazie alla disponibilità dei tanti alloggi ormai vuoti, uniti nella costruzione della nuova realtà che si trovano a vivere, ma immersi nel nuovo tessuto comunitario nel quale hanno trasferito le proprie vite. Ritagli urbani di una distanza sociale e culturale che lì si accorcia nel contatto, tasselli della formazione di una mosaica città multiculturale e multietnica che permette a ciascuno, nel paradigma della mescolanza, di occupare un posto entro il segmento spaziale del proprio gruppo.

Incuneata al centro di Palermo, esempio di questo fenomeno, l’Albergheria si è trasformata in una nuova dimensione socio-culturale di grande portata: un quartiere multietnico nel quale i vecchi abitanti e le tante comunità straniere, insediatesi negli anni, condividono e dividono attività lavorative, servizi assistenziali, tempo libero e luoghi ricreativi. Basta percorrere la via del mercato per accorgersi di come la mescolanza di genti diverse sia divenuta un tratto distintivo di questa realtà rionale rivitalizzata. Un geografico spazio umano nuovo, riplasmatosi nel corso degli ultimi trent’anni, nei quali si è visto il progressivo insediarsi dei migranti al fianco di quegli originari abitanti che non hanno lasciato lo storico quartiere per trasferirsi in altri periferici e più moderni.

Una stessa piazza diventa, così, realtà diverse: c’è la piazza mattutina del mercato, dove nuove chiazze culturali si mescolano alle precedenti in un concerto di etnie, suoni e odori; c’è la piazza del pomeriggio feriale, nella quale, sopito il mercato, si torna a un uso prevalentemente autoctono come luogo di chiacchiere al sapore di birra e riposo; c’è, poi, la piazza serale del frenetico e rumoroso melting pot giovanile; e si trova sempre lì la piazza calma e colorata della domenica, momento di assoluta prevalenza d’uso da parte della variegata comunità africana della città.

Il luogo mentale della spazialità fisica muta, e in questo l’uomo si riformula, si rinnova e con lui la rigidità dell’assetto urbano si permea del confluire comune e della costruzione di nuovi equilibri, sempre meno statici, nell’orizzonte di un mondo globalizzato e globalizzante.

La riformulazione dell’uso geografico incarna, così, la paratragedia della globalizzazione, riuscendo a trarre riflessi rassicuranti entro il ricrearsi del processo amaro del migrare, investendo il piano formale e dei contenuti socio-culturali legati allo spazio, sotto la molteplicità di sguardi che convergono nella riformulazione del luogo-uso-cultura. La geografia, tradizionalmente e istintivamente sentita come stabile, nell’accezione di ingenua rassicurazione, si apre invece al movimento, alla mutazione e alla duttile elasticità, quale segno fisico di una necessità sociale, l’identità spaziale diviene caleidoscopica lente dell’arricchimento del contatto.

È evidente pertanto che l’approccio a un esame territoriale urbano deve essere rimodulato sulla base delle nuove formazioni di realtà sociospaziali che si concretizzano entro i confini della storica geografia interna. Lo sguardo sulla struttura delle micro aree, e ancor di più lo sguardo sull’uso della forma-spazio, necessita, dunque, di un metodo di indagine che si soffermi più sul mutare storico delle forme sociali di contatto e condivisione, che sull’organizzazione fisica del luogo umano, «cercando l’affiorare di una città diversa, una città di cortecce e squame e grumi e nervature sotto la città di vernice e catrame e vetro e intonaco».

Dialoghi Mediterranei, n.5, gennaio 2014
Note

1      Castiglioni I., La comunicazione interculturale: competenze e pratiche, Carocci, Roma, 2008, p. 17.

2      Calvino I., Marcovaldo, Arnoldo Mondadori, Milano 1996, p. 109.

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