Imprese a gestione immigrata: per un osservatorio aperto al futuro

copertinaa cura di Idos e Onimpresa [*]

Questo studio, frutto di un lavoro congiunto dei responsabili dell’Associazione Onimpres/Osservatorio nazionale Imprese e del fondatore del “Dossier Statistico Immigrazione”,  intende non solo fare il punto sul panorama delle imprese a gestione immigrata riscontrabile in Italia ma anche (attingendo al Rapporto Immigrazione e Imprenditoria 2016, Edizioni Idos, Roma 2016) interrogarsi sul significato che questa realtà può avere per il futuro del Paese, aspetto questo non sempre adeguatamente tenuto in considerazione. Nel dibattito sul fenomeno migratorio colpisce che, nonostante le evidenze statistiche, passi in sott’ordine o non sia per nulla presente la consapevolezza che il lavoro, oltre ad essere offerto agli immigrati (nella prima fase del loro insediamento), possa essere da loro stessi creato (nella fase di una compiuta integrazione). Ma in effetti così è avvenuto in Europa.

Nell’UE a 28 gli imprenditori immigrati sono più di 2 milioni e più di mezzo milione in Italia. La rilevanza quantitativa dell’area, qui di seguito esaminata nei dettagli, è evidente, ma il nostro intento è anche quello di evidenziarne la dimensione strategica. Questo sembra il momento opportuno di passare dall’imponente crescita dell’imprenditorialità immigrata a una fase di piena maturità, con grande beneficio per il “Sistema Italia”. Una fase che includa non solo l’aumento delle imprese, ma anche la crescita dell’innovazione e della dimensione transnazionale e ha bisogno come substrato della stabilità del soggiorno degli interessati.

Aspetti rilevanti del Rapporto Immigrazione e Imprenditoria

Il Rapporto Immigrazione è imprenditoria è una ricerca promossa dal Centro Studi e Ricerche Idos insieme alla Confederazione Nazionale dell’Artigianato e delle Piccole e Medie Imprese, che nel 2016 è giunto alla terza edizione: ad esso attingiamo nel commento che segue. I dati riportati nel Rapporto, salvo precisazioni si riferiscono al 31 dicembre 2015 (Fonte Unioncamere, Cna/Sixtema).

Nell’Unione Europea l’incidenza degli autonomi tra i lavoratori immigrati è pari al 12% e l’Italia è sostanzialmente in line (12,5% nel 2015), tuttavia con valori differenziati tra le varie collettività, o notevolmente più alti (Cina 47,6%, Marocco 18,8%, Albania 16,6%) o più bassi (Moldavia 5,9%, India 2,6%, Filippine 2,5%), mentre grandi collettività come quella romena e quella ecuadoriana stanno poco al di sotto della media (rispettivamente, 8,8% e 8,3%). Merita rilevare che in Irlanda e in Spagna la percentuale dei lungosoggiornanti che sono lavoratori autonomi è più alta rispetto a quella che si riscontra tra i nativi (rispettivamente 17,0% e 18,9%).

L’Italia nel panorama europeo è uno Stato membro per il numero delle imprese a gestione immigrata (550.517), un quarto delle 2.085.300 registrate da Eurostat nell’Ue. Bisogna tuttavia tenere presente che nella statistica italiana sono inclusi anche gli italiani nati all’estero e poi rimpatriati e in quella europea mancano i dati su alcuni Stati membri. Il numero totale delle imprese è di circa 33 milioni nell’Ue e di oltre 6 milioni in Italia. In Germania sono circa 75mila gli imprenditori con background migratorio, ovvero il 15% di tutti gli imprenditori attivi in Germania, e operano spesso in comparti ad alto livello di specializzazione.

È netto il protagonismo delle ditte individuali: 8 casi su 10 (79,9% vs il 50,9% delle imprese guidate da nati in Italia). Le imprese a gestione immigrata, quindi, rappresentano quasi un settimo di tutte le ditte individuali del Paese (13,6%) e meno di un ventesimo delle società di capitale (4,1%). È diversa la consistenza per aree territoriali. Le imprese immigrate incidono sul totale delle imprese per circa l’11% nel Centro, il 10% nel Nord e il 6% nel Mezzogiorno.

foto1 Quanto alle variazioni degli ultimi anni, nel quadriennio 2011-2015 il Mezzogiorno, con un aumento del 27,2%, supera i valori registrati nel Centro (+24.6%) e, specialmente, nel Nord (+17,2%). Invece, per le imprese italiane l’andamento nel quadriennio è stato negativo, specialmente nel Nord con -4,1% (nel Centro -0,8% e nel Mezzogiorno -2.6%). Tra il 2014 e il 2015 l’incremento delle imprese immigrate è stato di circa il 4% nel Centro Nord e del 7,0% nel Meridione, mentre per le imprese italiane si è riscontrato un incremento di appena qualche decimale quando non addirittura una diminuzione. L’imprenditoria immigrata mostra così la sua capacità di andare controtendenza con valori positivi anche nelle fasi di recessione o di stasi e ciò anche nel Mezzogiorno. In effetti, nel quadriennio 2011-2015 gli imprenditori immigrati riescono a registrare saldi positivi anche in comparti nei quali per quelli italiani i valori sono stati negativi, come ad esempio in agricoltura, nell’industria in senso stretto, nelle costruzioni e nel commercio. Nel comparto manifatturiero, assolutamente insoddisfacente per gli italiani, per gli immigrati l’andamento è stato negativo solo per le imprese operanti nella fabbricazione di altri prodotti della lavorazione di minerali metalliferi e della fabbricazione di computer e di prodotti e apparecchiature elettroniche.

Per l’ultima variazione annuale (2014/2015) a distinguersi tra le prime dieci province per tassi di crescita  sei sono del Mezzogiorno e la prima di esse è Napoli (+22,7%), seguita da Palermo, Reggio Calabria e Crotone, con una collocazione in graduatoria che precede le province di Roma e Milano, il cui aumento è dell’8%. Nel 2015, per l’incidenza sul totale delle imprese da parte di quelle a gestione immigrata le prime dieci province sono del Centro Nord. Al primo posto si colloca Prato (26,2%) e quindi seguono, con valori tra il 15% e il 12%, Trieste, Firenze, Imperia, Reggio Emilia, Milano, Gorizia, Roma, Pisa e Genova. Le dieci province che si segnalano per la più bassa incidenza, invece, sono tutte del Meridione: chiude Taranto con una incidenza del 3,0%, appena un terzo rispetto alla media nazionale del 9,1%.

Le imprese individuali, che costituiscono i quattro quinti delle imprese a gestione immigrata, evidenziano un diverso protagonismo per collettività. Infatti, al primo posto vengono i marocchini (14,9%) delle 444.907 imprese individuali e i cinesi (11,2%), seguiti dai romeni (10,8%) e dagli albanesi (7,0%). Altre importanti presenze sono Bangladesh (6,5%), Senegal (4,4%) ed Egitto (3,8%).

Le singole collettività mostrano una preferenza per determinati comparti di attività: il commercio nel caso di marocchini, bangladesi e soprattutto senegalesi (attivi in questo ambito per l’89,2% del totale); l’edilizia per i romeni (64,4%) e gli albanesi; il commercio (39,9%), la manifattura (34,9%) e le attività di alloggio e ristorazione (12,9%) nel caso dei cinesi, collettività dalla vocazione differenziata. Ai cinesi spetta il 49,3% delle imprese manifatturiere a gestione immigrata, ai romeni il 27,1% delle imprese edili e ai marocchini il 26,7% delle imprese commerciali.

Hanno un grande spicco gli imprenditori italiani nati all’estero, in Svizzera (3,6% del totale delle imprese individuali), Germania (3,1%), Francia (1,5%), Argentina (0,9%), e ciò a testimonianza della consistenza dell’emigrazione di ritorno registrata nel passato.

Dal punto di vista dell’età il nerbo dell’imprenditoria immigrata è costituita dai giovani adulti di 26-50 anni, che incidono per la metà (50,9%) su tutti gli imprenditori immigrati, ma non è trascurabile l’apporto dei giovani tra i 18 e i 35 anni, che raggiungono quasi un terzo del totale (29,1%) e quella degli adulti maturi tra i 51 e i 65 anni, pari quasi a un quinto del totale (18,1%). Minimale è, invece, la presenza degli over 65, situazione che sembra destinata a cambiare nel futuro quando arriveranno a quella età i numerosi immigrati diventati imprenditori a partire dagli anni ‘2000.

Tra gli imprenditori immigrati attualmente in attività con imprese individuali il protagonismo è recente. Quelli iscrittisi prima del 2000 sono appena 6,3%, mentre nel periodo 2000-2007 che ha preceduto la crisi risulta registrato il 27,4% delle imprese. Anche il periodo della crisi è stato molto propizio per l’imprenditoria a gestione immigrata, considerato che il 57,4% delle loro imprese risulta costituito in quel periodo, per cui si può affermare che il dinamismo dell’imprenditoria immigrata è anticiclico.

Microsoft PowerPoint - PP Rapp. imprenditoria 2016 DEF.pptxUna nota positiva tra gli immigrati, seppure con valori numerici ancora non molto elevati, è l’apertura a forme non individuali. Infatti, è crescente il numero di società di persone (8.138), di capitali (62.770) e in forma cooperativa (8.561), che hanno conosciuto un andamento positivo nel quadriennio 2011-2015 (mentre così non è stato per gli italiani, salvo che per le imprese di capitale), apertura che lascia presagire nel tempo un rafforzamento strutturale.

Le imprese artigiane a gestione immigrata sono 180.031, pari a un terzo di tutte quelle a gestione immigrata: esse incidono per il 13,2% su tutte le imprese artigiane operanti in Italia. Vedremo di seguito che il loro contributo potrà essere rilevante per dare continuità al prestigio delle “botteghe artigiane”, fatto di fantasia e capacità tecnica.

La crescente bancarizzazione è un segno dell’apertura degli immigrati alle esigenze dell’attuale contesto socioeconomico, per cui gli immigrati titolari di un conto corrente – secondo l’indagine dell’Osservatorio Nazionale sull’Inclusione Finanziaria dei Migranti – sono arrivati ad essere il 61,2% già nel 2010 e ora sono i tre quarti.

Secondo l’Ocse, la cui posizione è comprovata da numerosi studi (anche condotti in Italia), sussiste una relazione positiva tra commercio e immigrazione, perché vengono aumentati gli scambi con i Paesi di origine grazie anche all’internazionalizzarne delle imprese, il cui protagonismo sul versante estero è cresciuto, seppure ancora lontano dal potenziale effettivamente raggiungibile. In Romania le esportazioni italiane superano l’incidenza media riscontrata a livello Ue (11% rispetto al 5%) e in Albania arrivano a incidere per il 35% sul totale dei beni importati.

Il protagonismo delle donne nell’imprenditoria immigrata è ancora insufficiente, come attestano questi valori: esse sono oltre il 50% tra i residenti, il 40% tra gli occupati e solo il 23,3% tra gli imprenditori immigrati.

Questa la base statistica sulla situazione attuale che, completata una riflessione su più significative esperienze fatte, abbiamo posto alla base delle prospettive che si possono ipotizzare per il futuro.

Microsoft PowerPoint - PP Rapp. imprenditoria 2016 DEF.pptxUna esperienza a crescente valenza multisettoriale

Per illustrare la crescente esperienza multisettoriale che caratterizza la im- prenditorialità immigrata in Italia, abbiamo ritenuto opportuno far riferimento ai casi di eccellenza, che si sono segnalati alla premiazione a livello nazionale organizzata dal money transfer MoneyGram Italia. Il MoneyGram Award è una iniziativa promossa da MoneyGram che mira a segnalare le realizzazioni eccellenti dell’imprenditoria immigrata, coinvolgendo nella giuria anche la CNA e IDOS (per una più diffusa conoscenza di questa iniziativa consigliamo la lettura dell’apposito capitolo in Rapporto Immigrazione e Imprenditoria, Edizioni Idos, Roma, 2016). Questo premio nasce nel 2009, nel secondo anno della crisi che ha comportato per l’Italia effetti durissimi, sia in termini di lavoro dipendente che imprenditoriale. Il Paese che, anche negli anni precedenti non si era distinto per un elevato tasso di sviluppo, perde posti di lavoro e vede chiudere numerose aziende, non sempre sostituite da nuove attività.

In un’ottica incentivante, il premio ha quindi previsto diverse categorie, così individuate: crescita e profitto, innovazione, giovane imprenditoria e responsabilità sociale. Dal 2015 viene assegnato anche uno speciale riconoscimento, attribuito finora a un imprenditore di seconda generazione (2015) e a un immigrato che si è distinto a livello artistico (2016). Il premio consiste nel riconoscimento sociale e non in un’assegnazione pecuniaria, ma questo non impedisce alla manifestazione di catturare l’interesse e l’attenzione degli imprenditori immigrati. Ogni anno si iscrivono al concorso più di 150 imprenditori stranieri, interessati a far conoscere la loro attività. Tra di essi vengono scelti tre finalisti per ciascuna categoria, tutti invitati a Roma per la premiazione; quindi, tra le rispettive terne viene individuato il vincitore e tra tutti i finalisti la giuria indica l’imprenditore dell’anno. I premiati nelle varie categorie hanno avviato la loro attività in diversi contesti territoriali, mentre le collettività di appartenenza sono ancora più numerose e svariati i comparti lavorativi in cui si sono distinti.

Gli imprenditori finora selezionati provengono da numerosi Comuni e Province, alcune dei quali (come Roma, Milano e altre grandi città) sono stati più volte coinvolti. È il caso soprattutto dei territori del Nord e del Centro Italia, dove il numero degli imprenditori immigrati è più consistente, ma non sono mancati i rappresentanti del Meridione e man mano aumenta il numero dei contesti coinvolti. Il Premio in questi otto anni di attività ha spaziato tra i vari continenti: la provenienza dei finalisti ha infatti superato i 30 Paesi. In proporzione, alcune collettività (il Marocco, la Cina, il Bangladesh e da ultimo anche la Romania) sono maggiormente rappresentate, ma anche quelle che lo sono di meno (come ad esempio le Filippine o il Madagascar) mostrano, seppure con differenti sensibilità, come l’iniziativa imprenditoriale coinvolga trasversalmente tutti gruppi nazionali. Ogni immigrato è un ambasciatore del proprio Paese all’estero, ma ciò vale a maggior ragione per gli imprenditori che nel loro impegno esprimono anche l’“impronta” socio-culturale caratteristica del contesto origine (gli stessi imprenditori di seconda generazione sono quasi sempre orgogliosi del legame con la terra dei loro genitori, condividendone il bagaglio valoriale, integrato con quello più prettamente italiano).

Queste persone, che si potrebbero definire una “nuova generazione Italia” per il dinamismo che stanno dimostrando, per la loro tenacia e numerosità, non raramente si distinguono anche per la preparazione. Spesso si tratta a pieno titolo di operatori bilaterali che, oltre a essere attivi in Italia, sono anche di sostegno ai Paesi di origine, non solo attraverso l’aiuto assicurato alle rispettive famiglie, ma anche attraverso progetti e iniziative di stampo transnazionale. Non è insolito, inoltre, che questi imprenditori, caratterizzati da una forte sensibilità sociale e da una certa predisposizione alla solidarietà (e spesso anche leader delle loro collettività), finanzino strutture solidaristiche in patria.

Attraverso le centinaia di storie che questa iniziativa ha raccolto ed esaminato viene restituita una immagine autentica degli imprenditori immigrati in Italia, che aiuta a completare quella descritta dalle statistiche e contrasta le visioni pregiudiziali e stereotipate più diffuse. È proprio questa immagine che conferisce credibilità alle prospettive che si possono tracciare per il futuro.

Microsoft PowerPoint - PP Rapp. imprenditoria 2016 DEF.pptxIl protagonismo che gli immigrati possono svolgere nel settore dell artigianato

L’attenzione all’artigianato non costituisce un riferimento nostalgico, con esclusivo riferimento al passato, bensì si configura come un impegno di cui è auspicabile la prosecuzione per i suoi contenuti in termini di  posti di lavoro, reddito e benessere per se stessi e per la comunità. In effetti, la tradizione artigianale italiana è destinata a incrementarsi nei prossimi anni perché, anche in una società altamente industrializzata, continueranno a essere apprezzate le professionalità artigianali caratterizzate dalla padronanza della tecnica mista all’ingegno e alla creatività,  che non possono essere sostituite dalle macchine: il saper fare, utilizzando l’abilità manuale, continuerà a essere utile nonostante la tecnologia, l’informatica e la robotica. Perciò sono aumentati i clienti che riversano la loro maggiore capacità di spesa sui prodotti di nicchia, fatti a mano e su misura, ritenuti più preziosi anche nell’attuale mercato globale. Di tutto ciò si trova conferma anche dalle analisi e nelle prospettive contenute nel Business Innovation Observatory della Commissione Europea (http://ec.europa.eu/growth/industry/innovation/business-innovation-observatory_it).

Nel contesto europeo l’Italia si è distinta per le sue botteghe artigiane e la loro produzione manuale: dai violini ai vetri, dai gioielli agli abiti, dalle biciclette ai numerosi componenti dell’industria meccanica (cfr. http:// /2016/03/lavoro-futuro-artigianato-prodotti-fatti-a-mano/). Sono queste aziende a far registrare nei vari Paesi il maggior tasso di incremento occupazionale.

Torna utile fare riferimento a una recente ricerca che, partendo dalla Regione Piemonte, ha tracciato un quadro più generale dell’artigianato italiano e dei suoi possibili sviluppi, parlando del profilo e della rappresentazione sociale dell’impresa artigiana, degli antichi e dei nuovi mestieri, dell’impiego digitale nelle sue forme attuali, delle ulteriori possibilità occupazionali: non manca la presentazione della cornice europea e della sua normativa, come anche il riferimento alle auspicabili politiche italiane. La produzione artigianale, per la quale sono carenti le disponibilità umane in vari settori, deve essere considerata una risorsa anche per l’impiego dei giovani (Ires Piemonte, a cura di L. Barberis e E. Armano, Mutamenti nella composizione dell’artigianato. Forme, processi sociali e rappresentazione, Regione Piemonte, Istituto Ricerche Economiche e Sociali, Torino, 2015:  http://www.regione.piemonte.it/artigianato/dwd/2015/vol_artig_isbn.pdf).

Secondo questa ricerca, in un Paese come l’Italia, famoso per i suoi prodotti di alta qualità, dove da una parte la disoccupazione giovanile è altissima e dall’altra scarseggiano carpentieri, fornai, sarti, l’artigianato è in effetti una grande opportunità e il ‘saper fare’ intrinseco all’intero settore manifatturiero è chiamato ad arricchirsi dei nuovi saperi tecnologici, coniugando tradizione, innovazione e crescita. L’Assessore regionale alle attività produttive della Regione Piemonte, Giuseppina De Santis, nell’introduzione alla ricerca citata, ha tracciato la seguente analisi e proposto alcune linee da seguire:

«A crescere di dimensione sono prevalentemente le imprese di servizi, mentre tutte quelle che svolgono attività più vicine alla manifattura, in particolare nel settore dell’edilizia, continuano ad avere difficoltà. A fronte di tutto questo, alla luce di un quadro generale di ristrettezze della finanza pubblica e della finanza regionale in particolare, credo che occorra veramente interrogarsi sulle politiche da mettere in campo nei prossimi anni. Bisogna infatti avere il coraggio di affrontare il problema della crescita dimensionale delle imprese. Questo è un richiamo anche per chi opera esclusivamente, come le imprese artigiane, sul mercato interno e ciò costituisce un altro elemento di difficoltà perché in Italia quello che soffre di più è proprio il mercato dei consumi delle famiglie. Dalla cosiddetta crisi, comunque, prima o poi usciremo».

Di fronte alle trasformazioni epocali, intervenute anche nell’ambito dell’artigianato, bisogna chiedersi, dando risposte strutturali alla crisi, come sostenere la crescita, l’innovazione e la qualificazione della produzione artigianale, cosa incentivare, come garantire la staffetta generazionale e promuovere l’internazionalizzazione che a molte aziende ha consentito di rimediare alla debolezza del mercato interno. Oltre all’innovazione, prima richiamata, è fondamentale ricorrere alla vendita senza intermediari, tenendo anche conto che molte produzioni si possono svolgere direttamente a casa. oggi: gli “artigiani digitali”, ad esempio, sono quasi sempre freelance che lavorano da casa, spesso in appartamenti iper-tecnologizzati. Il Censis, nel suo Rapporto 2013, parla di «crescente intensità del comparto artigiano, con la moltiplicazione di iniziative innovative come l’artigianato digitale». L’e-commerce ha reso possibile usare la rete per proporre in tutto il mondo, stando in casa, prodotti non standardizzati e omologati (sempre più ricercati) e mantenere la relazione post- vendita con il cliente a costi molto ridotti. È anche noto che la spesa dei turisti viene intercettata in ampia parte dal settore artigiano, soprattutto nei comparti artigianali di abbigliamento, calzature e prodotti agroalimentari. Rimanere nel territorio di origine, quindi, e decidere di aprire o rilevare un laboratorio artigianale è scelta destinata al successo.

Microsoft PowerPoint - PP Rapp. imprenditoria 2016 DEF.pptxPer la grande industria l’innovazione coincide sempre di più con l’automazione, e l’abilità del lavoratore viene sostituita dalle macchine e dai programmi automatici. Per il mondo artigiano, invece, l’innovazione si esplicita nel potenziamento delle capacità individuali del lavoratore, che nelle tecnologie trovano la capacità di espressione e non l’annullamento. Gli immigrati hanno dato prova di potersi inserire come ricambio sia nei lavori artigianali più umili (in maniera diffusa) e anche in quelli di alta fascia alta (in maniera incipiente). Dai dati del Rapporto di Idos prima riportati si rileva che le aziende a carattere artigiano (quelle dove il numero dei dipendenti è limitato e la lavorazione non è completamente industrializzata e comporta una certa manualità) sono attorno alle 180mila e  incidono per il 13% circa sul totale delle aziende artigiane (circa 4 milioni e 400 mila). Queste aziende, in 9 casi su 10 sono a carattere individuale e hanno mostrato un tasso di crescita più elevato rispetto alle aziende artigianali condotte da italiani, che continuano a risultare in diminuzione oppure in una fase di stasi.

 Il protagonismo degli immigrati non manca di suscitare impressione, oltre che per il numero complessivo delle loro imprese. anche per il loro impatto in alcuni comparti. È straniera  l’azienda artigiana su 3 di quelle che confezionano articoli di abbigliamento, 1 su 4 nel settore delle pelli, 1 su 5 nel campo delle costruzioni specializzate e dei servizi ambientali e 1 su 6 nella ristorazione. Facendo riferimento alle collettività, non si può fare a meno di sottolineare che nel settore delle costruzioni si impone la Romania per il maggior numero di imprese individuali, mentre i cinesi si distinguono per le imprese manifatturiere (si pensi all’abbigliamento e alla pelletteria). Sono diverse le  collettività che non solo stanno dimostrando un crescente protagonismo, ma sono in grado di farlo nei più svariati comparti di attività, aggiungendo un apporto di fantasia alla tradizionale bravura degli italiani.

La crescita dell’imprenditoria immigrata in Italia, e in particolare di quella a carattere artigiano, è sicuramente un dato positivo: dal punto di vista sociale perché indica una positiva integrazione, dal punto di vista economico perché assicura un sostegno al Paese specialmente in questa fase di difficoltà e dal punto di vista commerciale perché favorisce gli scambi con i Paesi di origine.

Pur prendendo atto di questi sviluppi, bisogna rendersi conto che si tratta di un cammino ben lungi dall’essere completato e che notevoli sono ancora le potenzialità inespresse (anche a causa di condizioni ostative come quelle del credito). Perciò risulta quanto mai pertinente il commento espresso a commento di questi dati dal presidente di Unioncamere, Ivano Lo Bello: «Una delle modalità attraverso le quali gli stranieri giunti in Italia possono integrarsi nel nostro sistema economico e sociale è la creazione di un’impresa. Oggi ci confrontiamo con imponenti flussi migratori, e vale allora la pena di ricordare che, oltre alle politiche di accoglienza, vanno messi in campo strumenti e politiche di integrazione a basso costo per il nostro Paese». L’Ebna (Ente Bilaterale Nazionale Artigianato) è per l’appunto uno dei protagonisti di questo sviluppo.

Microsoft PowerPoint - PP Rapp. imprenditoria 2016 DEF.pptxL’Italia, un campo aperto al protagonismo imprenditoriale

L’analisi dettagliata . che qui abbiamo condotto con riferimento al settore artigianale, si può condurre anche per gli altri settori. Qui ci limitiamo solo a due cenni, una sullo sviluppo della  dimensione transnazionale delle imprese immigrate e l’altro sul loro rafforzamento come imprese sociali.

L’impresa transnazionale è forse al momento la tipologia meno sviluppata tra gli imprenditori immigrati in Italia, ma anche quella dalle maggiori potenzialità. In realtà, a ben guardare, elementi di transnazionalismo sono ravvisabili sempre nelle migrazioni e, ancor più, nelle attività economiche a carattere autonomo gestite da immigrati, fosse anche solo per i vantaggi indiretti che ne ricavano, ad esempio, i familiari rimasti nei Paesi di origine. E, del resto, le imprese a conduzione straniera in altri Stati di più antica immigrazione (quali gli Stati Uniti, il Canada, la Germania o l’Olanda) hanno già mostrato di poter dare un impulso positivo e di rilievo alle dinamiche di rinnovamento e competitività dell’imprenditoria e dell’economia nazionali.

Comunque, sta emergendo una visione transnazionale da parte di operatori economici stranieri di origine immigrata che iniziano a cogliere le potenzialità ancora inespresse di tutte quelle attività che mettono in connessione più Paesi (di solito il Paese di origine e quello di immigrazione, ma non solo) e che potrebbero favorire un ritorno economico per il singolo imprenditore, ma anche per il Paese di immigrazione e per quello di emigrazione: è il caso di attività quali l’import-export, il commercio di cibi e prodotti artigianali e/o “esotici”, ma anche tutta l’area ancora poco esplorata del co-sviluppo, da quello più prettamente economico a quello sociale legato al welfare e all’offerta di servizi di sostegno a famiglie, donne, minori, anziani (cfr. P. Lelio Iapadre, Dossier Statistico Immigrazione 2016, Edizioni Idos, Roma, 2016: 65-70).

Microsoft PowerPoint - PP Rapp. imprenditoria 2016 DEF.pptxL’altro cenno è riferito al protagonismo che gli immigrati possono avere nel campo delle imprese sociali,  possibile e auspicabile ma non privo di difficoltà, come si può rilevare dalle annotazioni che seguono. Sono oltre 12 mila cooperative sociali, 774 imprese sociali in base alla legge 118 del 2005 e 574 altre imprese che riportano la dicitura ‘sociale’ nel loro nome, con oltre 540 mila addetti, più di 45 mila volontari, 5 milioni di beneficiari e un valore della produzione che supera i 10 miliardi di euro: una realtà di grande sostegno nell’attuale fase caratterizzata dalla riduzione delle risorse pubbliche destinate alle politiche sociali. Vi sono anche 61 mila imprese di capitali che operano in settori a vocazione sociale previsti dalla legge 118/2005 e che danno lavoro a 446 mila addetti: in ambito sanitario (31%o), ricreativo (25%) e culturale (14%), della quale almeno una piccola parte può definirsi impresa sociale. L’impresa sociale è un contesto nel quale si moltiplicano gli attori, i campi di intervento, gli schemi di regolazione e di finanziamento.

Va inoltre tenuto conto che oltre alle cooperative sociali, operano molte organizzazioni non lucrative (82 mila secondo il Censimento del 2011, con 440 mila addetti, molte delle quali possono essere considerate imprese sociali) che ricavano la maggior parte delle loro risorse economiche da opèrazioni di mercato (market oriented).

Dell’imprenditoria sociale si occupa Iris Nerwork, la rete degli istituti di ricerca sull’impresa sociale (http://irisnetwork.it/), costituita per promuovere attività di indagine empirica e di riflessione teorica, per favorire una conoscenza approfondita delle organizzazioni di impresa sociale, affermandone il ruolo e migliorando la loro capacità di intervento.

I dati riportati sono desunti dalla terza edizione del rapporto di Iris Network, apparsa nel 2014 con il titolo L’impresa sociale in Italia. Identità e sviluppo in un quadro di riforma, a cura di Paolo Venturi (Aiccon) e Flaviano Zandonai (Iris Network). I dati statistici vengono commentati con riferimento alle  forme giuridiche, ai settori di attività, ai modelli organizzativi e alle esperienze emergenti sia nell’ambito delle organizzazioni no profit, sia nell’ambito di quelle for profit interessate alla produzione di valore sociale

Non si possono nascondere le difficoltà che implica l’inserimento in questo settore, alle prese ormai con una crisi sistemica, soprattutto nei compartii in cui tradizionalmente si inseriscono le nuove cooperative sociali. Pertanto, è necessario individuare – e gli esempi in tal senso non mancano  – nuove forme di imprenditoria sociale (seppure in forme diverse dalle cooperative sociali e dalle imprese sociali previste dalla legge 118/2005, che non ha esplicato la forza innovativa sperata) in grado di operare come imprese private con finalità di interesse generale in grado di esercitare un positivo impatto sociale. Si tratta di un campo ampio, per il quale servono nuovi modelli e nuovi protagonisti, tra i quali senz’altro bisogna includere anche gli imprenditori immigrati.

Il tema da noi affrontato è un campo aperto, solo in parte esplorato, per il cui approfondimento servono anche altri apporti. Speriamo che a farsene carico siano in tanti, consapevoli come noi che la potenzialità imprenditoriale degli immigrati è un’energia positiva da promuovere e incanalare a beneficio di loro stessi e del “sistema Italia”.

Dialoghi Mediterranei, n. 24, marzo 2017
[*] Il testo è a firma di più autori, frutto di una collaborazione fra i rappresentanti dell’Osservatorio Nazionale Impresa, Giuseppe Bea, Paolo Iafrate e Olga Simeoni, e il Presidente del Centro Studi e Ricerche Idos, Franco Pittau.

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Giuseppe Bea, dopo gli studi in sociologia economica ha svolto la sua attività lavorativa presso la Banca Commerciale Italiana, per passare poi alla Cna, di cui è stato segretario provinciale di Roma e poi dirigente nazionale preposto a Cna Word, immigrazione e politiche di integrazione, nonché responsabile relazioni istituzionali Patronato Epasa. Attualmente è presidente dell’Osservatorio nazionale imprese (Onimpresa), consulente del Centro studi e ricerche IDOS per il settore dell’imprenditoria e impegnato come docente e membro del comitato di gestione nel Master di 2 livello in diritto, economia, intercultura e migrazini presso Università degli studi Tor Vergata di Roma. Ha pubblicato in prevalenza articoli sul tema dell’imprenditoria.
Paolo Iafrate, ha conseguito il dottorato presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata in Sistema Giuridico Romanistico ed Unificazione del Diritto – indirizzo Diritto Musulmano e dei Paese Islamici. Si occupa delle problematiche di diritto penale e diritto dell’immigrazione, sia come ricercatore che come avvocato. Numerosi sono i suoi contributi sulle denunce presentate contro i cittadini stranieri e sulla metodologia da seguire per pervenire a una loro retta interpretazione. È attivamente impegnato, quale componente del Consiglio Scientifico presso il Centro Ricerche Economiche e Giuridiche (CREG), nonchè in qualità di docente e componente del comitato scientifico all’interno del Master in Economia Diritto e Intercultura delle Migrazioni (MEDIM) presso l’Università di Tor Vergata.
Franco Pittau, ideatore del Dossier Statistico Immigrazione (il primo annuario di questo genere realizzato in Italia) e suo referente scientifico fino ad oggi, si occupa del fenomeno migratorio dai primi anni ’70, ha vissuto delle esperienze sul campo in Belgio e in Germania, è autore di numerose pubblicazioni specifiche ed è attualmente presidente onorario del Centro Sudi e Ricerche IDOS/Immigrazione Dossier Statistico.
Olga Simeoni, laureata in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, abilitata alla professione forense presso la Corte d’Appello di Roma., ha conseguito il Dottorato di ricerca in “autonomia individuale ed autonomia collettiva”, oggetto della ricerca “Il Welfare aziendale complementare al Welfare state”. Cultrice della materia del diritto del lavoro, sindacale e previdenziale, è in possesso di un Master universitario II livello in “Discipline del lavoro, sindacali e previdenziali” e in Diritto dei trasporti. Svolge attività di avvocato abilitata presso le Magistrature Superiori, è esperta in Welfare aziendale e Reti d’impresa.

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