Nascere nella sponda sbagliata del Mediterraneo significa, troppo spesso, trascorrere l’esistenza a prepararsi per il proprio funerale. È un paradosso temporale ed emotivo: si spende una vita intera, quarant’anni e più, a tentare di mettere radici, a curare un frutteto invisibile di cittadinanza, cortesia e lavoro. Nella cultura contadina esiste una vecchia e saggia usanza: si mette una mela in mezzo ai kiwi acerbi per aiutarli a maturare in vista dell’inverno. Noi stranieri in Italia siamo spesso così, come quelle mele. Arriviamo giovani, verdi, carichi di energia e pronti a dare il nostro meglio per far maturare questo Paese, per renderlo un posto migliore. Eppure, invece di trovare un terreno pronto a evolversi, ci scontriamo con kiwi di una vecchia qualità, frutti ostili e duri che appartengono al peggiore periodo storico del Belpaese e che rifiutano ostinatamente ogni tipo di maturazione. Stranieri che hanno eletto l’Italia a propria casa, che la difendono dal declino quotidiano con la cura che si deve alle cose amate, si trovano così periodicamente catapultati in un eterno e grottesco giorno della marmotta elettorale.
Lì, puntuali come le scadenze delle urne, arrivano i banditori della “razza”, registi di un copione vecchio e velenoso che mette in scena l’esibizionismo del rifiuto: le classi separate, i cimiteri marini, i patti oscuri con i trafficanti di uomini, i ponti abbattuti e le prigioni edificate. In questo teatro della crudeltà, chi è venuto per costruire e far maturare l’ambiente circostante si scopre a marcire di dispiacere e di dolore. Non si invecchia soltanto per il tempo che passa; si invecchia per la fatica di essere costantemente scambiati per anomalie da estirpare da un frutteto che si è scelto di piantare con amore.
Ed è precisamente qui che l’alienazione quotidiana si trasforma in terrore puro, che la parabola della discriminazione culturale si salda alla violenza della storia geopolitica. La paura diventa una coordinata geografica e mentale: ventitré ore di angoscia e un’ora sola di preghiera. Ci si sente come attori navigati, costretti a recitare la parte di chi deve morire prima dei titoli di coda. Ci si specchia in un obiettivo fotografico per scoprire, con un brivido, che si tratta del mirino di un fucile di precisione. Il potere ama scrivere i copioni dei nostri funerali, spacciando per suicidi le esecuzioni sistemiche, lasciando che la verità sia difesa solo da pochi coraggiosi disposti a rischiare tutto pur di vederci chiaro. Pur di onorare chi, come i registi del documentario Naza, hanno deciso di non voltarsi dall’altra parte.
Andare a vedere il film documentario Naza, la sconvolgente opera d’inchiesta firmata da Yuval Abraham e Rachel Szor, è un dovere civile, un’esperienza che merita di essere vissuta e discussa collettivamente perché mette a nudo, con una precisione spietata, la crudeltà scientifica compiuta a Gaza soprattutto contro i civili. Eppure, per un palestinese, entrare in quella sala è un atto lacerante: significa, intimamente, andare a vedere il proprio funerale. E nessun funerale al mondo, per quanto necessario alla memoria, può mai essere bello. Se io ho scelto di andare a vederlo, non è per lo spettacolo del dolore, ma unicamente per rendere omaggio e ringraziare dal profondo Yuval e Rachel. Hanno sfidato l’impossibile pur sapendo di rischiare tutto, compresa la vita. Da quando hanno svelato i meccanismi della macchina di distruzione di Tel Aviv, sono stati minacciati in ogni modo immaginabile; c’è chi ne ha chiesto a gran voce l’incriminazione, chi invoca rabbiosamente la revoca della loro cittadinanza israeliana, bollandoli per sempre come traditori della patria. Vedere il loro lavoro significa non lasciarli soli nell’indice dei traditori.
Questa logica del silenziamento e dell’abbandono denunciata nel film, d’altronde, non è confinata solo a quella striscia di terra; è la stessa che governa le grandi aule del potere globale, il medesimo paradigma geopolitico che oggi consuma la tragedia della Palestina. Fa male, un male profondo e lucido, osservare la diplomazia internazionale ridotta a una recita di gesti vuoti. Quando i rappresentanti delle nazioni abbandonano l’Assemblea Generale dell’ONU per non ascoltare Netanyahu, non stanno compiendo un atto di resistenza: stanno lasciando il campo libero a chi uccide. Il dissenso vero avrebbe dovuto sommergere quel discorso di fischi, gridando la parola “assassino” a cieli aperti. Abbandonare quell’aula è la metafora perfetta di come il mondo abbia abbandonato i gazawi al loro tragico destino.
La stessa ipocrisia scorre nelle vene degli Stati che negano il visto d’ingresso alla Palestina sovrana, o che si lavano la coscienza inviando aiuti umanitari e medici per curare i bambini palestinesi feriti, mentre con l’altra mano continuano a rifornire Israele delle armi necessarie a schiacciarli come mosche d’autunno. È la stessa mano che stringe i manganelli contro i pacifisti nelle piazze europee, colpevoli solo di sventolare una bandiera di fratellanza, o che lascia soli gli attivisti della Flotilla che invocano il diritto internazionale e la legge dell’umanità.
Il cerchio si chiude, tragicamente, sul tempo del lutto. Il mondo intero si scopre improvvisamente solidale solo quando è troppo tardi: quando le telecamere si accendono per trasmettere il funerale sul grande schermo, le lacrime collaterali della comunità internazionale scorrono copiose. Ma è un pianto inutile. Dov’era l’abbraccio che serviva prima? Dov’era finito l’amore quando c’era ancora un frutteto da proteggere, una vita da salvare, una dignità da riconoscere?
Oggi, nel silenzio complice del Mediterraneo, fa male nascere palestinese. Ma fa altrettanto male abitare questo tempo restando umani.
Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
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Muin Masri, di Nablus (Palestina), in Italia dal 1985, ha studiato informatica al Ghiglieno di Salerano e si è laureato in Scienze Politiche all’Università degli Studi di Torino. Ha esordito nel 1994 con Racconti?, una raccolta bilingue (italiano – francese) pubblicata da Scriptorium. Ha pubblicato, tra l’altro, il miniracconto Le mutande nere (Goethe Institut, 1996), i romanzi Il sole d’inverno (Lupetti & Fabiani, 1999), Pronto ci sei ancora? (Portofranco, 2001 – Lochness libri, seconda edizione 2006) e Io sono di là (Michele di Salvo – Traccediverse, 2005). Nel 2001 ha realizzato Viaggio di sola andata, cinque episodi trasmessi da Radiotre nell’ambito del programma Centolire. Nel 2007 ha pubblicato due contributi nelle raccolte Cuori migranti (a cura di Lorenzo Dugulin – CACIT Editore) e Mondopentola (a cura di Laila Wadia – Cosmo Iannone Editore). Ha partecipato alla rassegna “Autori per Roma – la città e il mondo” con il testo teatrale “Mamma a Roma. Stop” (a cura del Teatro Eliseo e del Comune di Roma). Nel 2008 ha pubblicato il racconto “Estraneità” incluso nella raccolta Amori Bicolori (a cura di Flavia Capitani ed Emanuele Coen – Contromano, Editori Laterza). Dal 2007 al 2011 ha collaborato alla rubrica “Cronache italiane” per il settimanale Internazionale. Nel 2015 ha pubblicato con Streetlib e in formato ebook i racconti “Il fantasma, la vergine e lo spirito santo”. Nel 2024 ha pubblicato Vendesi croce con www.edizioninautilus.it di Torino.
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