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Il sapore dell’acqua nei saperi del corpo verso una ricomposizione della disconnessione culturale

Camogli, porto (ph. Monica Menaguali)

Camogli, porto (ph. Monica Menaguali)

di Monica Menaguali 

L’archetipo dell’acqua e la dimensione propriocettiva 

«Si forma una conchiglia madreperlacea e lucida sull’anima morbida e le sensazioni battono invano col loro becco contro di essa. Su me si è formata» ¹. 

Così scrive Virginia Woolf ne Le onde, come a richiamare quel grembo primordiale, quell’acqua primitiva che si configura come spazio di mediazione per il dischiudersi del soggetto al mondo. Sotto il profilo storico religioso, Mircea Eliade rintraccia in questa dinamica una costante cosmogonica rilevando come le acque si collochino «all’inizio e alla fine degli avvenimenti cosmici […] precedono ogni creazione e ogni forma […]» ². Il potere dell’acqua, dunque, sarebbe nell’essere madre del mondo.

In questa prospettiva Michel Serres mette in luce il valore di tale immersione come fondamento dell’esperienza sensoriale: «Così, prima di venire al mondo, abbiamo trascorso molto tempo nel ventre di una donna, intrecciando i nostri tessuti gli uni con gli altri, nel buio […]» ³. Immersi nell’acqua, così avvolti, attraverso la pelle conosciamo l’apice del contatto corporeo. Primaria esperienza propriocettiva, la conchiglia ci contiene in un amorevole maternage, dove già avvertiamo, a fior di pelle, le vibrazioni del mondo.

«Felicità è anche la sensazione di toccare – Thomas camminava a piedi nudi, passando dalla superficie liscia dell’impiantito al freddo del pavimento in pietra del corridoio ai ciottoli rotondi davanti alla porta, sui quali asciugava la rugiada» ⁴. Czesław Miłosz, in Sulle sponde dell’Issa, ci restituisce la centralità del corpo, della pelle, del tatto, indispensabile alla vita per godere del mondo. Perennemente in contatto con l’ambiente, la pelle non percepisce nulla senza percepire sé stessa.

Isola d'Elba, 2023 (ph. Monica Menaguali)

Isola d’Elba, 2023 (ph. Monica Menaguali)

Come teorizzato da Maurice Merleau-Ponty: «Toccare significa toccarsi […]» ⁵. Il tatto si configura pertanto come il senso epistemologico, per eccellenza, nel quale ha luogo l’incontro originario con la realtà. 

Il limite fisico come ricerca di senso

La difficoltà di collocarsi nel mondo, quando ogni orientamento va perduto, induce a cercare limiti di senso rispetto a ciò che ci è più vicino, attraverso il corpo a corpo con il mondo. Di nuovo Virginia Woolf descrive accuratamente questa vertigine esistenziale: «Sola, spesso cado nel nulla. Devo avanzare circospetta per non cascare dall’orlo del mondo nel nulla. Devo cercare con la mano qualcosa di duro, una porta, per costringermi a ritornare in me stessa» ⁶. Il limite fisico è una deviazione per ritrovare i limiti di senso: è lo sforzo di afferrare il mondo che si sottrae ⁷.

«Corpo, ludibrio grigio / con le sue scarlatte voglie / fino a quando mi imprigionerai? / Anima circonflessa, circonfusa e incapace, anima circoncisa / Che fai distesa nel corpo?» ⁸. Anche Alda Merini, nel suo Vuoto d’amore, sperimenta la dissociazione tra anima e corpo, tra sessualità e intimità fisica. Fame straziante di una tenerezza che rimetta ordine a quel caos interno, una quiete che le restituisca il sentimento della sua unità. Perché, più di tanto, la psiche non riesce a prendere le distanze dal corpo, e ipotizzare una simile eventualità sarebbe ingenuo ⁹.

L’acqua come mediatrice del linguaggio

Ed è ancora l’acqua a indicarci il percorso: 

«[…] Ann Sullivan le insegna l’alfabeto manuale tracciando con le dita le lettere sulla mano di Helen che, tuttavia, non trova ancora il legame con il linguaggio. Tra le prime parole che aveva imparato ricorda water (acqua) ed ecco che, finalmente, la ritrova, in un momento di illuminazione che segna il ritorno alla comunicazione e al mondo. Helen è accanto a una sorgente, in cui ha immerso la mano: “L’istitutrice mi pose la mano sotto il secchio che si vuotava e, mentre io godevo per la sensazione di quell’acqua fresca, compitò nell’altra mia mano restata libera la parola a-c-q-u-a (water), prima lentamente, poi più presto. Immobile, intenta al movimento delle sue dita, io ebbi a un tratto come la coscienza confusa di una cosa dimenticata da gran tempo, quasi il bagliore repentino di un pensiero che tornava; in quell’attimo mi si svelò in parte il mistero del linguaggio. Compresi che acqua designava quel che di freddo che scorreva sulla mia mano” […]» ¹⁰.
Roma Trastevere, Madonna Fiumarola, 2010 (ph. Monica Menaguali)

Roma Trastevere, Madonna Fiumarola, 2010 (ph. Monica Menaguali)

Dalla forza terapeutica e rigenerativa a quella ‘addomesticata’ delle cucine rurali, dove il “fondo” per molti preparati era l’acqua, il termine acqua dà il nome a piatti di diverse regioni italiane. Pensiamo all’Acqua cotta, una zuppa tipica della Maremma preparata con acqua e verdure di campo; l’Acqua sale, un pane ammorbidito con acqua e condito con pomodoro e origano presente in molte province meridionali; e ancora l’Acqua pazza, un modo di cucinare il pesce nella tradizione campana usando un intingolo di acqua olio e pomodoro. Ma viene contrapposta anche al vino, dove la sua “superiorità” sembra legata alla scarsezza della “buona acqua” potabile. E questa sua duplicità: temuta e salvifica, si riscontra anche nelle tradizioni legate al culto dei morti […] «Esiste tra i popoli del Mediterraneo una “religione dell’acqua”, un atteggiamento sacrale forse più forte e sofferto di quello che si riscontra nella produzione e preparazione del pane. I defunti che tornano, in occasioni previste e rituali, rivelano un’insopprimibile nostalgia dell’acqua e della vita: i familiari preparano per loro cibi e un bicchiere d’acqua […]» ¹¹. Anche qui, l’acqua, opera in direzione di un riscatto del senso della vita: l’ambito profano e l’ambito sacrale si incontrano nella reciproca considerazione che la morte non annienta, riconsegnando a questa polarità la sua relazione dialettica.

L’acqua si impone, dunque, come mediatrice antropologica ed evolutiva, […] «Perché l’acqua ci porta, l’acqua ci culla, l’acqua ci addormenta, l’acqua ci rende nostra madre» […] 12 .L’acqua, col suo essere mediatrice già nella primitiva culla, continua ad avere un ruolo di primo piano nel grande dialogo tra noi e il mondo, e questo l’aveva ben intuito Virginia Woolf.

Roma Trastevere, Madonna Fiumarola, 2010 (ph. Monica Menaguali)

Roma Trastevere, Madonna Fiumarola, 2010 (ph. Monica Menaguali)

L’acqua, inno alla vita, erompe con forza, sgorga, scorre via e, quando sembra morire nel suo raccoglimento, di nuovo rifluisce, rinasce. Niente come l’acqua simboleggia il ciclo degli opposti, per ricordarci di cosa siamo fatti, da dove veniamo e dove, con moto perpetuo, ritorneremo, come immersi, frastornati, cullati, e poi di nuovo rapiti nei suoi vortici, dagli innumerevoli sapori. 

Per tutto questo, elemento dinamico che incarna e definisce l’esperienza propriocettiva attraverso un processo di contenimento che non si esaurisce nella dimensione fisica, ma si estende a quella percettiva, emotiva e relazionale, l’acqua diviene un mediatore esperienziale capace di restituire centralità al corpo come luogo originario della percezione e della relazione, al fine di ri-consegnarci la centralità dell’incontro. 

San Felice Circeo, 2026 (ph. Monica Menaguali)

San Felice Circeo, 2026 (ph. Monica Menaguali)

Dissociazione del senso e disconnessione culturale: dinamiche della contemporaneità 

È da tali immagini che prende avvio la riflessione qui proposta. L’acqua viene assunta come figura sensoriale e simbolica della relazione: elemento originario di vita, matrice di contenimento, sostanza capace di adattarsi e di connettere, ma anche immagine di un continuo divenire. Attraverso una prospettiva che intreccia antropologia, filosofia, psicoanalisi e letteratura, l’acqua consente di interrogare il rapporto fra corpo e mondo e, più radicalmente, il rapporto fra individuo e collettività.

Si è partiti dall’inizio dei tempi, servendoci dell’acqua come elemento partecipante alle più conosciute cosmogonie, che, per la sua natura alchemica, assolve al principio di senso riunificante. Si è chiesto aiuto all’acqua per ritrovare l’abbraccio rassicurante, ma anche la forza rifondante; perché sbaragliasse, anche se solo per il breve tempo di questa riflessione, la costrizione alienante del mondo virtuale, ma anche per ritrovare il capo del discorso, perché si chiarisse la genesi di questo processo che ci ha fatto scivolare in un malessere sempre più diffuso, dalle caratteristiche subdole anche perché silenti.

Questo malessere, identificato nell’era dell’iperconnessione, è paradossalmente la disconnessione culturale: una disgregazione di quell’unione di senso culturale nella quale l’individuo e la collettività si riconoscono, una vera e propria patologia dissociativa che investe il legame sociale.

Sul tema della dissociazione, appare utile ricordare il contributo teorico e clinico del medico psicoanalista ungherese Sándor Ferenczi, il quale ebbe una grande apertura verso altre discipline. Contribuì, difatti, alla diffusione della psicoanalisi tra letterati, scienziati e artisti, favorendo un approccio all’ascolto non esclusivamente teso all’individuo, ma alla sua irrinunciabile e preziosa relazione con la collettività. Evidenziando come il senso di Sé come esistente e significativo può essere raggiunto soltanto se l’ambiente dà una controspinta alla tendenza della mente a dissolversi nell’universo. L’individuo cerca primariamente la relazione con la figura di attaccamento, ma se questa non offre un legame costruttivo l’individuo si disperde. La fisiologica molteplicità deve essere contenuta attraverso il riconoscimento, operato dall’ambiente, dell’esperienza del bambino come esperienza reale e quindi in qualche modo significativa.

Dunque, il processo dissociativo tende a organizzare la soggettività in ambiti di significato distinti e, se i confini tra questi ambiti si irrigidiscono, cioè se il dialogo si interrompe, gli stati dissociativi possono evolversi fino a determinare una vera e propria psicopatologia, individuale come collettiva.

Osservando, per l’appunto, i fenomeni dall’individuale al collettivo, dal micro al macro e viceversa, come sarebbe auspicabile riallenarsi a ragionare, perché indissolubilmente legati, ci accorgiamo che la dissociazione dal sentire/si, dal percepire/si, operata sull’individuo, voluta o, per lo meno, promossa da un atto volontaristico attraverso le politiche dei sistemi complessi, è oramai divenuta prassi.

Sì, oggi, ancor più drammaticamente rispetto al passato, si pensa separato. Facciamo degli esempi: tutto è organizzato nella scissione specialistica, a cominciare dalle istituzioni preposte all’educazione delle menti, scuole e università, come quelle deputate alla cura dei corpi, ospedali e cliniche.

Santuario SS. Trinità Vallepietra, 2020 (ph. Monica Menaguali)

Santuario SS. Trinità Vallepietra, 2020 (ph. Monica Menaguali)

Tra sapere clinico e sapere antropologico: ostacoli e negoziazioni nella ricerca sul campo. Un caso di studio romano

Già dai primi anni di università mi sono occupata di indagare la relazione tra corpo e società, cioè la rete, la tessitura dei significati simbolici nascosti e correlati, e sempre più scissi e dimenticati. Iniziavo a chiedermi il perché dell’indagine dicotomica tra natura e cultura, la stessa applicata tra psiche e soma, e tutto ciò mi portò, alla fine del mio percorso universitario, a svolgere una ricerca sulla relazione tra cibo, corpo e società. Nello specifico, indagai i disturbi del comportamento alimentare, classificati in anoressia nervosa e bulimia nervosa, presenti con un’alta percentuale epidemiologica nei Paesi a sistema consumistico, vere e proprie malattie sociali strettamente legate a una profonda distorsione del sé indotta dal contesto culturale.

E così aprii la mia tesi di laurea con un brano tratto dal Carmide di Platone, dove Socrate parla a uno sciamano tracio, un sacerdote-medico del dio Zalmosside. Egli dà a Socrate un’erba in grado di guarire tutti i mali, ammonendolo però affinché non la somministri ad alcun malato senza prima aver dialogato con lui. 

«Vedi – dice lo sciamano a Socrate – è per questo che i medici greci sono incapaci di guarire la maggior parte delle malattie, separano, separano sempre, l’occhio dalla testa, la testa dal corpo, il corpo dalle membra e l’anima dal corpo. E pensare che ogni malattia proviene dall’anima; se quindi incontri un medico che vuole cominciare a separare e che non instaura prima con te un bel dialogo, fuggi questo medico perché egli è la malattia stessa» 13. 

Già diversi secoli fa era noto come la separazione determini perdita di senso, alterando l’equilibrio e conducendo alla patologia. La ricerca sul campo, in collaborazione con il Gruppo Multidisciplinare per la Diagnosi e la Terapia dei Disturbi del Comportamento Alimentare dell’Ospedale S. Eugenio di Roma, raccolse gli esiti di un progetto di rilevamento dei comportamenti alimentari di studenti di due scuole medie aventi due realtà socioeconomiche differenti: una privata, collocata in un quartiere di Roma nord, mentre l’altra, statale, nella periferia est della città 14. I questionari somministrati agli studenti, rispettivamente di impostazione antropologica e medico-psicologica, restituirono, in entrambi i casi, riscontri significativi e spunti di riflessione meritevoli di approfondimento. Tuttavia, i risultati delle due indagini non furono sottoposti a un confronto sistematico, impedendo così di esplorare le possibili convergenze, divergenze e complementarità tra le rispettive prospettive disciplinari. Il percorso di collaborazione interdisciplinare si interruppe proprio nel momento in cui avrebbe potuto sviluppare le sue potenzialità conoscitive. Il lavoro fu successivamente presentato a un convegno, ma attraverso due contributi distinti e disciplinarmente separati.

L’Antropologia scontava il peccato di apportare risultati poco empirici, insomma di fare troppo della filosofia; in tal guisa, il responsabile dell’équipe degli psicologi liquidò la possibilità di comparazione. Dunque, l’elemento critico emerso da questo studio fu l’irrealizzabilità dell’orientamento interdisciplinare originariamente auspicato. 

Cina Villaggio, collezione Through waters, 2012 (ph. Marco Cimino)

Cina Villaggio, collezione Through waters, 2012 (ph. Marco Cimino)

Dall’inquietudine disciplinare alla “crisi della presenza”

Così è stato e così è ancora agito nei campi dell’indagine disciplinare. Già nel 1982 Marc Augé rilevava criticamente come il concetto di interdisciplinarità corrispondesse molto esattamente ai luoghi di incompiutezza e di incertezza di ogni disciplina, all’incrocio degli smarrimenti intellettuali, definendola il nome altisonante dell’inquietudine disciplinare. Un’inquietudine che l’etnologo francese giudicava, tuttavia, intrinsecamente sana.

Ancor prima, Ernesto De Martino rifletteva sulle medesime resistenze accademiche, osservando come nelle epoche di transizione, in cui si fa più acuto il rischio di smarrire l’uomo e l’umano, le partizioni tradizionali delle competenze debbano necessariamente farsi meno rigide. De Martino metteva in guardia contro l’arroccamento metodologico, criticando aspramente colui che ha perduto ogni sensibilità per i dolenti messaggi della sua epoca, e chiama solennemente questa perdita “fedeltà al proprio compito di specialista”.

Da parte dei due etnologi si ravvisa un atteggiamento di giustificazione nell’approcciare alla ricerca a contributo collettivo, una prudenza verso quel bisogno di riunione dello scisso originario, ma sembra possibile leggervi, oggi, il germe di un presagio: la dissociazione del senso, attuata sempre più per separare per poi far cadere nell’oblio, per dirla con Clifford Geertz, l’ethos di un popolo – il tono, il carattere, e la qualità della sua vita, il suo stile ed il suo sentimento morale ed estetico – nonché la sua visione del mondo – l’immagine che ha di come sono effettivamente le cose, le sue idee complessive di ordine.

Perché, come si è consapevoli che le tradizioni culturali sono flussi culturali e dunque soggetti alla dinamica della mutevolezza, lo si è anche nel considerare che cambiamenti così drastici e repentini tendono a cancellare tratti culturali, piuttosto che a rimodellarli, come fisiologicamente è accaduto per secoli.

Bergeggi, spiaggia, 2025 (ph. Monica Meneguali)

Malpassi, spiaggia, 2025 (ph. Monica Meneguali)

Processo, quest’ultimo, che non ha di certo nulla a che fare con i tagli netti perpetrati a favore di un’ingegnata omologazione, che ha esercitato e tuttora esercita un’inevitabile e conseguente amnesia delle private e collettive appartenenze e che spinge verso la ricerca di una felicità tutta individuale, al grido di una rivendicazione dei diritti più di stampo personalistico che solidaristico, in una sorta di schizofrenia collettiva sempre più separata dalla comunità reale.

Quando invece il reale, nel suo continuo divenire, presuppone un’incessante ricerca di senso che fughi, di volta in volta, il rischio di quell’inquietudine esistenziale, quella crisi della presenza di demartiniana memoria, ma solo riconoscendole la sua natura pubblica, bisognosa di quella relazione intersoggettiva che funge da terreno comune, può ritrovare domesticità e senso al proprio essere-nel-mondo.

Ovvero, la perdita della cultura è il motivo stesso della crisi. L’atto urgente da operare sembrerebbe, dunque, quello della salvaguardia della continuità culturale, tesa a sfidare il silenzio sensoriale delle nostre civiltà e a riconsegnare quella fusione rassicurante tra presenza e mondo.

A quali criteri deve ispirarsi, dunque, la nostra condotta operativa? Intanto, acquisendo consapevolezza della molteplicità degli approcci a una cultura, che impone di prepararsi a un mutuo scambio con le altre discipline nel lavoro interpretativo, utile se non necessario a causa della complessità che presentano alcuni fenomeni, ai quali non è più esaustivo dare risposte di salvaguardia tecnico-scientifica, ma alla quale va unita una lettura di senso più profondo.

E non ce ne vogliano gli operatori chiusi nella propria fedeltà specialistica se li si sta invitando a rimettere in discussione anni e anni di spersonalizzazione dello sguardo, di interruzione di quel dialogo che, quando non va a conoscere intimamente l’altro, rifugge immancabilmente da sé stesso.

Come in una Stanza degli specchi, la realtà ci impone, in un continuo rimando autobiografico, di comprenderci attraverso l’altro, soggetto e oggetto di discorso, inizio e approdo di itinerari di conoscenza che non potrebbero essere tali se uno dei due termini venisse a cadere 15.

Concludo tornando alla prima suggestione suggerita dalla Woolf ne Le onde, dove i sei personaggi si relazionano tra loro e spesso non si comprendono, si amano e si odiano, si separano nel tentativo di scindersi e distinguersi come gocce, però poi inevitabilmente si cercano. Hanno bisogno l’uno dell’altro non solo per trovare forma e confini del proprio essere – come l’acqua in un contenitore – ma anche per poter mescolare le proprie vicende di uomo o donna in una soluzione dove il “solvente” è la comune condizione umana, elevata a memoria collettiva 16. 

Le acque che vengono dal cielo
o che scorrono nei canali
o che sgorgano spontaneamente,
che, pure e purificatrici,
hanno come meta l’oceano,
le divine acque,
mi aiutino qui ora.
(Rig Veda, VII, 49, 2)
 
                                                                    Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026                                                                    Note
[1] M. Mazzetti di Pietralata, Emozioni Murate, catalogo della mostra (Roma, Palazzo delle Esposizioni, 21 aprile – 5 maggio 1997), Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma 1997.
[2] M. Eliade, Forgerons et Alchimistes, Flammarion, Paris 1956.
[3] M. Serres, Statues, Bourrin, Paris 1987.
[4] C. Milosz, Sulle sponde dell’Issa, Gallimard, Paris 1956.
[5] M. Merleau-Ponty, Il visibile e l’invisibile, Bompiani, Milano 2003.
[6] V. Woolf, Le onde, Einaudi, Torino 1995.
[7] D. Le Breton, Il sapore del mondo, Un’antropologia dei sensi, Raffaello Cortina Editore, Milano 2007.
[8] A. Merini, Vuoto d’amore, Giulio Einaudi Editore, Torino 1996.
[9] A. De Botton, Esercizi d’amore, Guanda, Parma 1995.
[10] H. Keller, Il mondo in cui vivo, Bocca, Milano 1944.
[11] V. Teti, Dieta mediterranea. Realtà, mito, invenzione, Treccani, Roma 2024.
[12] L.M. Lombardi Satriani (a cura), La sacra Città, Itinerari antropologico-religiosi nella Roma di fine millennio, Meltemi, Roma 1999.
[13] Platone, Teage; Carmide; Lachete; Liside, introduzione, traduzione e note di Bruno Centrone, Biblioteca universale Rizzoli, Milano 1997.
[14] M. Menaguali, F. Romano, Cibo rosso cibo verde, passione ed equilibrio nelle immagini del cibo e del corpo in studenti di scuola media in CIBUS rivista dell’alimentazione e delle patologie correlate, Ed. International University Press, vol. 1 n. 2, 1997; in Atti del IV Congresso – Alimentazione, Nutrizione e Patologie Gastroenteriche, CNR Roma, 1997.
[15] L.M. Lombardi Satriani, La stanza degli specchi, Gli argonauti, Roma 1994.
[16] Ester Armanino, Le onde, Virginia Woolf: recensione, in Blog ‘Officina Letteraria’, 2016. 
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Monica Menaguali,  dal 2005 lavora presso la Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali come Curatore Beni Culturali, occupandosi attualmente della gestione delle attività culturali condotte al Planetario di Roma sui temi dell’astronomia e dell’astrofisica; di attività di gestione e sviluppo delle collezioni della Matematica e delle collezioni presenti all’interno del Museo Nazionale di Storia dell’Arte Sanitaria; al Museo di Roma in Trastevere ha curato le collezioni demologiche e la realizzazione di video dedicati alle tradizioni popolari romane; alla Direzione Monumenti Medioevali Moderni e Contemporanei ha svolto attività di salvaguardia, conservazione e valorizzazione del patrimonio monumentale. Ha condotto ricerche presso il Cimitero Monumentale del Verano, e si è occupata di didattica e curato eventi presso il Centro di Documentazione dei Cimiteri Storici; ha collaborato alle iniziative dell’ASCE (Association of Significant Cemeteries in Europe) e con l’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione ICCD svolgendo campagne di ricerca antropologica sul campo e con l’Archivio-Laboratorio Demoetno-Antropologico dell’ICCD per la catalogazione dei materiali. Svolge ricerche in ambito storico-antropologico, legate alle tradizioni popolari, al mondo femminile, al linguaggio del corpo e al linguaggio metaforico della malattia. Socia fondatrice dell’associazione no profit AIPAN, Associazione Interdisciplinare per le Patologie da Alimentazione e Nutrizione. Iscritta alla Società Italiana per la Museografia e i Beni DemoEtnoAntropologici (SIMBDEA). Collaboratrice dell’associazione Onlus THROUGH WATERS, associazione interdisciplinare per lo studio e la sensibilizzazione del tema dell’acqua e la sua valorizzazione.

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